Libri

“Prometto di amare”

41veWJFiPqL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sta bene, è nel nostro cuore.

Ed è felice, no?

Prometto di amare, Pedro Chagas Freitas, Garzanti. Traduzione di Ettore Corsini. Pedro Chagas Freitas è scrittore amatissimo e dall’impressionante facilità di racconto: indaga con semplicità e senza retorica, con uno stile tutto suo in cui ognuno però può ritrovarsi, facile, chiaro, nitido, limpido, intenso, convincente, coinvolgente e accessibile, i sentimenti, che si palesano in mille modi diversi, in infinite forme. Perché l’amore e la bellezza sono dovunque, a saper ben guardare: e questa è infatti la vicenda di un uomo che, seduto su una panchina, di giorno in giorno, da decenni, guarda bene. Osserva la realtà che lo circonda, gli abbracci che le persone si scambiano: si appunta le caratteristiche di quel gesto, e inventa storie… Da leggere.

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Libri

“Dove finisce la notte”

41GdlbMZxtL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Credo di averla conosciuta, tua nonna.

Daniela Tully esordisce nella narrativa propriamente detta dopo anni di impegno cinematografico (si pensi a Contagion, Marigold Hotel, The help…) con un romanzo toccante, intenso, ampio, avvincente, avvolgente, convincente, semplice, lineare, sensibile, delicato, dal respiro epico: l’amore, quello vero, quello che non conosce compromessi, vince su tutto e raggiunge, generazione dopo generazione, l’eternità. In particolare vince sui pregiudizi, e sulle conseguenze delle pagine più buie e nefaste della storia, che però esistono, e proprio per questo, per essere da monito, per fare in modo che quegli accadimenti terribili e abominevoli non si verifichino una volta di più, debbono essere ricordate: tra Monaco e gli Stati Uniti d’America, tra il millenovecentonovanta e il duemilasedici si dipana una vicenda fondata sulla forza dei legami che ripercorre e immortala gli atroci frangenti del Terzo Reich. Dove finisce la notte, Garzanti, traduzione di Vera Sarzano.

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“Il paziente inglese”

41kvmRRqEGL._AC_US160_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Tirai indietro la djellaba e vidi una ragazzina araba che dormiva legata al letto.

Il paziente inglese, Michael Ondaatje, Garzanti. Nuova edizione negli Elefanti Bestseller. È con ogni probabilità l’opera più famosa dello scrittore singalese naturalizzato canadese che grazie a questo romanzo, ventisette anni fa, si è aggiudicato, con merito, il Booker Prize, e Anthony Minghella ne ha tratto in seguito un celebre film, perfettamente in linea con lo Zeitgeist degli anni Novanta imperniato sul revival del genere kolossal, una pellicola buona ma sopravvalutata, di ampio respiro, premiata con nove Oscar tra cui quello, ingiusto, a Juliette Binoche: narra, con respiro epico e coinvolgente, negli anni della campagna del Nordafrica e della campagna d’Italia, durante la seconda guerra mondiale e in particolare tra l’aprile e l’agosto del millenovecentoquarantacinque presso un convento occupato dai nazisti e divenuto un ospedale provvisorio, adiacente a Villa San Girolamo, nei dintorni di una Firenze vittima dei bombardamenti, spostandosi avanti e indietro nel tempo, la vicenda di un uomo rimasto gravemente ferito e privo di tutto, in primo luogo della memoria, di una giovane infermiera che lo accudisce e di molti altri personaggi. Per chi non conoscesse la storia, un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

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“La vita inizia quando trovi il libro giusto”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dopotutto, domani è un altro appuntamento…

Rossella O’

Brooke Davis, Leon Uris, Nathaniel Hawthorne, Graeme Simsion, Sharon Krum, Joanne Harris, Liane Moriarty, Francis Scott Fitzgerald, Emily Brontë, Donna Tartt, Haruki Murakami… Questi, e altri, sono gli autori dei romanzi del cuore di Frankie, che a diciott’anni era ribelle, era a Parigi, si è fatta un tatuaggio e ora, due lustri dopo, se ne pente. Non va d’accordo con la madre, la sua carriera è grigia, la sua vita sentimentale una Caporetto, più o meno: se la sua esistenza fosse un libro – e lei nei libri ha sempre cercato le risposte – si intitolerebbe Delusione, così come quelle che prova a ogni nuovo incontro. Ma persevera, perché il suo piano non può fallire: ogni giorno lascia sui mezzi pubblici una copia dei suoi testi preferiti. Dentro scrive il suo indirizzo email. Impossibile non trovare così l’agognata anima gemella: La vita inizia quando trovi il libro giusto, Ali Berg, Michelle Kalus, Garzanti, traduzione di Roberta Scarabelli, è un dolcissimo gioiellino. Come l’acqua per chi ha sete.

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“Becoming”

41g97yQ1RRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avrei fatto qualunque cosa per contribuire a rendere più lieto quel giorno. In altre parole, ero molto più eccitata dalla preparazione delle nozze di mio fratello che non dalla prospettiva di ripassare la casistica degli illeciti civili. Tutto questo accadeva ai vecchi tempi in cui i risultati degli esami arrivavano per posta. In autunno, con esame di Stato e matrimonio alle spalle, un giorno telefonai a mio padre dall’ufficio e gli chiesi se era arrivata la posta. Era arrivata. Per caso una busta indirizzata a me? Sì. Era una lettera dell’Illinois State Bar Association? Come, ah, sì, sulla busta c’era scritto proprio così. Allora gli chiesi di aprirla, e sentii un fruscio e poi una lunga, pesante pausa all’altro capo del filo. Non l’avevo passato. In tutta la mia vita non avevo mai fallito un test, a meno di voler contare quella volta all’asilo in cui non ero riuscita a leggere la parola «white» sul cartoncino che mi mostrava la maestra. Ma avevo toppato l’esame di Stato. Mi vergognavo, sicura di aver deluso tutte le persone che mi avevano insegnato qualcosa, incoraggiato o dato un lavoro. Non ero abituata a commettere errori. Semmai, al contrario, esageravo con l’impegno, soprattutto quando si trattava di prepararmi per occasioni importanti o per un esame; ma questo me l’ero lasciato sfuggire di mano. Ora penso che l’insuccesso sia stato un effetto collaterale del disinteresse che avevo provato per tutto il corso della Law School, esaurita com’ero dallo studio e annoiata da materie che mi sembravano esoteriche e lontanissime dalla vita reale. Volevo avere a che fare con le persone e non con i libri, e credo fosse questo il motivo per cui l’esperienza migliore di Legge era stato il volontariato all’ufficio per l’assistenza legale, dove potevo aiutare qualcuno a ottenere un assegno dalla previdenza sociale o a opporsi alle pretese di un padrone di casa scorretto. E però, non mi piaceva fallire. Avrei provato per mesi l’amarezza della sconfitta, anche se un sacco di colleghi da Sidley mi confessarono di non avercela fatta al primo tentativo. In autunno, mi preparai con impegno e studiai per ripetere l’esame, passandolo senza problemi. Alla fine, orgoglio a parte, la mia bocciatura non avrebbe avuto nessuna conseguenza. Alcuni anni dopo, tuttavia, il ricordo mi induceva a osservare Barack con una dose extra di curiosità. Seguiva le lezioni del corso propedeutico e si portava appresso i libri, ma non li apriva tanto spesso quanto forse avrebbe dovuto, secondo me, o in ogni caso non quanto avrei fatto io, visto quello che mi era capitato. Ma non avevo intenzione di assillarlo e ancor meno di usare la mia esperienza come metro di quello che poteva andare storto. Eravamo fatti troppo diversamente, lui e io. Intanto, la testa di Barack era una valigia stracolma di informazioni, un computer da cui poteva estrarre dati a piacimento. Io lo chiamavo «l’uomo dei fatti», visto che aveva sempre dei numeri da snocciolare a ogni nuova piega della conversazione. Aveva una memoria non proprio fotografica, ma quasi. La verità è che non ero preoccupata del fatto che passasse l’esame e – questo era un po’ seccante – non lo era nemmeno lui. Così festeggiammo subito, il giorno stesso in cui finì l’esame – il 31 luglio 1991 – prenotando un tavolo da Gordon, un ristorante in centro. Era uno dei nostri preferiti, un locale per le occasioni speciali, con i lampadari art déco che diffondono una luce soffusa, le tovaglie candide inamidate e un menu con caviale e cuori di carciofo fritti. Eravamo in piena estate e felici. Da Gordon ordinavamo sempre un pasto completo. Quella sera prendemmo due Martini con gli stuzzichini per aperitivo. Scegliemmo un buon vino per gli antipasti. Chiacchierammo del più e del meno, contenti e forse un po’ sdolcinati. Verso la fine della cena Barack mi sorrise e sollevò la questione del matrimonio. Mi prese la mano e dichiarò che per quanto mi amasse con tutto sé stesso, continuava a non vedere il motivo di un passo simile. Istantaneamente, mi sentii avvampare. Era come schiacciare un pulsante dentro di me, uno di quei grossi pulsanti rossi che si trovano, che so, in un impianto nucleare circondati da segnali di pericolo e mappe per l’evacuazione. Davvero? Dovevamo proprio discuterne lì, in quel momento?

Becoming – La mia storia, Michelle Obama, Garzanti. Traduzione di Chicca Galli. Da piccola voleva un cane, una casa con la scala interna, una station wagon e fare la pediatra, è stata poi invece, almeno fino a questo momento, avvocato, dirigente di un ospedale, direttore di un ente no profit che aiuta i giovani meno fortunati, first lady residente per otto anni in una casa in cui le lenzuola erano italiane, c’è persino un fioraio interno e non poteva andarsi a fare un toast da sola scalza in calzoncini, studentessa dalla pelle scura in un mondo che non si manifestava particolarmente accogliente nei suoi riguardi, bersaglio di battute persino sul fatto se fosse o meno nata donna. Madre, moglie, figlia, Michelle: tutto questo e molto, molto, molto, molto, molto altro, un personaggio formidabile e una persona straordinaria, che appare, leggendone la bella prosa, molto forte e incredibilmente vicina. Oltre che onesta e sincera. Da non perdere.

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“Un cane ti sta sempre vicino”

41orA1NXY8L._SX324_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per la prima volta in vita mia so esattamente dove sto andando.

Un cane ti sta sempre vicino, Hannah Coates, Garzanti, traduzione di Sara Caraffini. Vuoi un amico? Prenditi un cane. È un proverbio. È la pura, sacrosanta verità, per citare il celebre verso, una vera e propria frase formulare, di una celebre canzone. Bertie è un cane. È vispo. È furbo. È dolce. È tenero. Ama ed è riamato. Ma il suo padrone non può più occuparsi di lui. Così, all’improvviso. Dove andrà? Che farà? È quasi Natale, per giunta. Fortunatamente Sam lo accoglie in casa sua. È un bimbo, gioca con lui. Ma Bertie non ha solo quattro zampe, ha anche un milione di sfumature di sensibilità. Capisce subito che in quella casa qualcosa non va. E allora fa di tutto per evitare che accada l’irreparabile… Una fiaba deliziosa perfetta per i giorni più malinconici: da non perdere. Commovente.

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“Widows”

9788811606987_0_0_0_75di Gabriele Ottaviani

Sapevano che era in grado di guidarle, e lei sentiva che l’avrebbero seguita.

Attrice, sceneggiatrice, produttrice, il piccolo e ora anche il grande schermo, per la decisione di Steve McQueen, cineasta pluripremiato che non ha bisogno di presentazioni, di portare in sala proprio questa storia, che lei ha dunque ulteriormente rielaborato, e che si impernia sulla figura della sua prima eroina, la vedova di un criminale che interpreta come un segno il lascito del marito defunto e vuole pertanto portare a termine il suo ultimo colpo chiamando in soccorso le altre affrante e determinate mogli rimaste sole per sopravvenuto trapasso del coniuge, pronte a tutto per difendere quelli che ritengono essere i propri diritti, devono molto a Lynda La Plante: Widows – Eredità criminale (Garzanti), traduzione di Paola Bertante, è un ottimo e raffinato thriller. Da leggere.

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