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“Fuori stagione”

copFSdi Gabriele Ottaviani

In sottofondo una voce femminile le aveva chiesto a che punto fossero le melanzane. Ilaria aveva risposto di aver quasi finito, e Sergio aveva percepito il ticchettio ritmico della lama sul tagliere. «Scusa, eh. Stiamo preparando una cena vegetariana con le mie coinquiline. Mi sa che più che altro stiamo facendo un casino.» Le risate avevano crepitato, coprendo quell’ultima parola, casino, e Sergio aveva avvertito la presenza di almeno altre due voci, oltre a quella che aveva sollecitato le melanzane. Si era domandato quanto bella potesse essere una serata in un appartamento pieno di ragazze radunate intorno a una cena vegetariana. «Capita. Anch’io sono un disastro in cucina» aveva detto Sergio, mentendo per difetto. In realtà la sua capacità di utilizzo di una cucina si limitava all’apertura/chiusura del frigorifero e al riempimento/svuotamento della lavastoviglie. «Ecco» aveva detto Ilaria. «Le metto qui. Scusate. Torno subito. Sergio?» «Sì, ci sono.» «Ho cambiato stanza.» Un certosino era sbucato da sotto una Volkswagen ed era andato ad acciambellarsi nell’aiuola alla base di uno degli alberelli che decoravano il marciapiede. «Come stai? Hai avuto una ricaduta?» «Niente ricaduta. Avevo voglia di salutarti.» «Beh, ciao. Ci siamo salutati.» Il certosino aveva guardato Sergio con i suoi occhi gialli e poi si era abbandonato a uno sbadiglio di piccole zanne acuminate. «Volevo anche dirti che sono stato molto bene, oggi.»

Fuori stagione, Federico Fascetti, Las Vegas. Il mare d’inverno è solo un film in bianco e nero visto alla tivù, recita il verso più celebre di una canzone di successo. In effetti alla spiaggia, almeno nel più semplice immaginario collettivo, si addice l’estate. Il sole. Il caldo. L’acqua fresca. Trasparente. Cristallina. Fuori stagione, anche se si tratta, per esempio, come in questo caso, di una semplice domenica d’ottobre che non pare avere, almeno inizialmente, nessuna particolarità, non c’è il chiasso. Non ci sono grida gioiose. Palloni colorati lanciati da mani bambine. Corse a perdifiato e costumi sgargianti. Il mare, spesso, non è calmo. È come se ci si trovasse al cospetto di un animale ferito, in gabbia, che qualcuno taccia d’essere feroce ma in realtà non lo è affatto. È il ritratto sfocato della malinconia. Ma non è spiacevole trovarsi lì, piccoli dinnanzi all’infinito. Perché si schiudono le maglie dell’infinito, le porte dell’attesa. È il tempo della consolazione. Del bilancio. È il momento opportuno per demolire e ricostruire. Per ricordare, ripercorrere, cercare di capire come si sia giunti fin lì, e perché. C’è un padre. Che ama sua figlia. Ma non gliel’ha mai saputo dire. Non hanno un vero rapporto. Un giorno vanno insieme al mare. Sergio, così si chiama l’uomo, ha ricevuto da Ilaria, la donna che gli ha dato la bambina, ora undicenne, Giorgia, una missione. Capire come mai la piccola non parli più con gli insegnanti. Cosa sia cambiato. Quale senso di inadeguatezza, la stessa che ha fatto fuggire Sergio, poi in un certo senso sostituito da Gregorio, il nuovo compagno di Ilaria, dalle proprie responsabilità, le stia soffocando il cuore. Ma Giorgia, di fronte al mare, ha in mente – e non sovverrebbe alla soglia della coscienza solo a lei la stessa emozione, in tutta onestà – solo una cosa: fare il bagno. E… Federico Fascetti descrive con grazia sopraffina e commovente anime in cerca d’amore: imperdibile.

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