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“Frieda”

81wrausSC1L._AC_UL320_di Gabriele Ottaviani

Si morse il labbro. L’amore che avrebbe dovuto renderla libera le si stava rivoltando contro. Come se le ossa dei suoi figli, della sua famiglia, di Lorenzo – le spine dorsali, le costole e i femori – fossero diventate le sbarre di una gabbia dalla quale non riusciva a scappare. Provò un improvviso, violento desiderio di libertà. Avrebbe voluto strapparsi le forcine dai capelli e sentirli oscillare sciolti sulla schiena. Si sarebbe voluta strappare di dosso i vestiti, scalciare via le scarpe e correre lungo il canale. Per chilometri e chilometri, via da Metz, via dalla Germania, via da tutto e da tutti.

Frieda, Annabel Abbs, Einaudi. Traduzione di Federica Aceto. Frieda Von Richthofen, baronessa di sublime bellezza e altissimo lignaggio, donna raffinata e brillante, madre di tre figli, sposata a un uomo che le garantisce serenità ma che certo ha un carattere decisamente più bigio del suo, vive, all’inizio del secolo ventesimo, una tranquilla esistenza in una splendida magione a due passi dalla leggendaria foresta di Sherwood. Su consiglio del coniuge, che la vede giù di corda, si reca però a Monaco di Baviera, dove risiede la sorella: e lì scopre un mondo che la rianima, e la cambia. Si interessa alla neonata psicanalisi, si imbatte nel libero amore, ogni suo convincimento è rivoluzionato… A novant’anni dalla morte di D. H. Lawrence, Annabel Abbs regala ai lettori un appassionante ritratto della vera Lady Chatterley: ottimo.

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“Frieda”

friedadi Gabriele Ottaviani

Sin da marzo, la primavera si invitò con fare insolente. Mentre il processo a Hitler infiammava la stampa che in questo modo gli faceva il dono della celebrità, io mi rimettevo lentamente dalla malattia leggendo, dormendo, assaporando la squisita e tremenda pigrizia di chi non aspetta più nulla. I medici avevano preteso che io stessi per un po’ in Tirolo, perciò le mie valigie erano pronte quando mi portarono una lettera proveniente dall’Italia. Era una lettera di Frieda che aveva saputo della morte della mamma e mi invitava a trascorrere qualche giorno a Capri insieme a lei e al suo inglese. Fu come una pneumonia, una pneumonia dolce e positiva. Frieda è senz’altro l’unica persona ad avermi conosciuto com’ero allora, pensai. Frieda è senz’altro l’unica persona ad avermi conosciuto, pensai con gli occhi appesantiti dalle lacrime. Proprio lì sull’uscio di casa, ebbi tanti altri pensieri, pensieri materni, erotici, amichevoli e tutti portavano a lei. C’era stato il suo inglese certamente, così come c’era stato Gustav. C’erano stati anche altri ma non me, mai me! Eppure Frieda mi amava, lo sapevo per via di quel bacio di Vienna e delle sue mani nei miei capelli. Da allora, tanti soli fuggenti avevano profuso la loro finta luce ed erano tutti spenti. Avevo letto da qualche parte che Lawrence la metteva in tutti i suoi libri.

Frieda, Christophe Palomar, Ponte alle Grazie. Manager che vive fra Bologna e Milano ma ama la scrittura tanto da dedicarle le notti, che sottrae al sonno, cresciuto a Tunisi però nato in Alsazia da madre spagnola e padre italiano, Christophe Palomar torna sugli scaffali delle librerie con una nuova edizione di un volume che già cinque anni fa ebbe la sua pubblicazione ma non l’auspicata e soprattutto meritata fortuna: più attuale che mai, nonostante sia ambientato in un’epoca passata, non solo perché le istanze che abitano nell’animo umano sono sempre le medesime, ma poiché tratteggia un quadro della politica, della società, della storia, della cultura e dell’Europa sorprendentemente nitido ed efficace, che induce senza dubbio a riflettere anche in primo luogo su quali siano le radici del populismo sempre più pressante e facinoroso, è la storia di Joachim von Tilly, rampollo di una nobile famiglia tedesca per il quale il destino sembra essere già scritto da sempre, finché non incontra la figlia di un alto ufficiale, la cugina del Barone Rosso, la musa nientedimeno che di D. H. Lawrence, ossia, appunto, Frieda, per la precisione Frieda von Richthofen. E… Maestoso.

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