Libri

“Fratelli”

unnamed (2)di Gabriele Ottaviani

Nudi, i bambini giocavano, strillavano, si rincorrevano come diavoli poco distante. Il figlio maggiore, un ragazzo svelto di gambe, era in piedi dietro al fuoco, nella penombra. Quella sera aveva visto la sua promessa sposa, una tredicenne dal viso tondo che abitava nel villaggio vicino. Si era spaventato e sorpreso venendo a sapere che il padre era morto: non pensava che sarebbe successo così presto. Ma a dire il vero era troppo turbato da quell’altro amore, che più dell’amore per i padri è forte. «Non dimenticare,» ha detto il Sublime «non dimenticare, o giovane che brami di accendere la vita con la vita come s’accende il fuoco con il fuoco, che vengono dall’amore tutte le sofferenze e i dolori di questo mondo, dove o uccidi o vieni ucciso». L’amore, però, era ormai dentro di lui come uno scorpione nel nido. In piedi, il giovane guardava il fuoco. Come tutti i selvaggi aveva gambe troppo magre. Persino Shiva, tuttavia, gli avrebbe invidiato il bel torace color cannella scuro. Tirato e raccolto a crocchia in cima alla testa, il suo lungo crine corvino brillava al fuoco; brillavano anche gli occhi sotto le lunghe ciglia, e brillavano come brilla il carbone attizzato.

Fratelli, Ivan Bunin, Adelphi. Traduzione di Claudia Zonghetti. Per chi li fa e chi li legge i libri sono – volendo usare il titolo di uno degli ultimi che siamo riusciti a stampare – una forma di concupiscenza. Di cui non è facile liberarsi, anche in circostanze avverse. Specie in circostanze avverse. Costretti alla clandestinità, i libri prosperano. È già accaduto non poche volte – e adesso tentiamo di farlo succedere di nuovo. Così abbiamo deciso di farvi leggere, in formato digitale, alcuni dei testi che avremmo pubblicato in queste settimane e che usciranno in un futuro imprecisato. Più qualcosa d’altro che non era immediatamente in programma e qualcosa che non lo era affatto. In questa serie troverete quindi racconti di vario genere, tratti da volumi più ampi, nonché brevi inediti. In un caso e nell’altro, abbiamo cercato di dare a questi minuscoli libri la forma non di un estratto, ma appunto di un libro autonomo, per quanto in miniatura. È una deformazione professionale, verosimilmente: ma ci ostiniamo a rimanerle fedeli. È con queste belle, importanti e sentite parole che Adelphi dà alla luce Microgrammi, la sua nuova, magnifica, collana digitale, di cui questo è uno dei titoli: vincitore, primo russo ad aggiudicarselo, nel millenovecentotrentatré, un anno prima di Luigi Pirandello, del Premio Nobel per la precisione artistica con la quale ha trasposto le tradizioni classiche russe in prosa – così recita la motivazione ufficiale – Bunin, morto ottantatreenne a Parigi venti anni dopo la conquista del più ambito riconoscimento esistente, è stato un narratore straordinario, capace di immortalare con pochi e perfetti cenni la profondità più arguta e acuta dell’animo umano in tutte le sue sfaccettature. Fratelli e Il figlio, anticipati in questa agilissima pubblicazione che rispetta ossequiosamente le disposizioni testamentarie dell’autore, che indicava come unica fonte per le future pubblicazioni delle sue prime opere l’edizione in undici volumi uscita a Berlino per i tipi di Petropolis, tra il millenovecentotrentaquattro e il millenovecentrotrentasei, e che precede la prossima uscita del Signore di San Francisco, antologia di scritti redatti fra il millenovecentoundici e il millenovecentodiciannove, sono due veri e propri gioielli. Da non perdere per nessun motivo.

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Libri

“Fratelli”

71Mh2Y8G+RL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

La ricerca l’aveva poi svolta Alberto in solitaria, in due furiosi pomeriggi di studio e compilazione. I lucidi consegnati alla Fadalti erano impeccabili per sintesi e contenuti, e neppure l’esposizione era stata male, nonostante Fabrizio si fosse limitato a leggere con tono disinvolto la traccia preparata per lui da Alberto. Al suono della campana, la professoressa aveva chiesto a entrambi come doveva comportarsi con il voto, cioè se il lavoro fosse stato davvero di squadra o soltanto farina del sacco di Fantini. Alberto aveva rassicurato l’insegnante: si era trattato di un cinquanta e cinquanta, una bugia talmente abbacinante da diventare incontestabile se associata al suo faccino pulito. Fabrizio aveva aggiunto che si erano trovati a casa sua per completare la ricerca, quindi forse lui meritava anche mezzo punto in più. La professoressa gli aveva suggerito di tacere, e comunque sul registro personale aveva consegnato un 9 anche alla casella di Lanzutti Fabrizio, evento inedito nella sua intera carriera scolastica anche considerando la voce “Condotta”.

Fratelli, Simone Marcuzzi, DeA Planeta. Dottore in Ingegneria, nativo di Pordenone, autore raffinato, Simone Marcuzzi ha ormai all’attivo diverse prove narrative molto interessanti: quest’ultima non fa affatto eccezione, anzi, è intensa, coinvolgente, avvincente, profonda, delicata, ricca di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, di ampio e classico respiro eppure originale, credibile, solida. Il tema è universale, e al tempo stesso intimo, perché è un argomento in cui chiunque può riconoscersi, anche chi non abbia, o non abbia più, nessuno che abbia per metà il suo stesso sangue. Alberto sembra il destinatario ideale della celebre battuta, l’ultima pronunciata da Beatrice (Stefania Sandrelli), di quel capolavoro che è La famiglia, di Ettore Scola: è un figlio che non dà pensieri, e dunque gli si dedicano meno pensieri, è il classico bravo ragazzo, il bambino perfetto, quello che tutti i genitori dicono di sognare. Lorenzo, invece, il fratello maggiore, appare, soprattutto agli occhi del più piccolo, che viene apostrofato come Zavorra (ma non gli dispiace, perché significa che stanno sempre insieme), ha l’aura del protagonista di mille avventure: le persone, però, lo dice sempre anche Peyton Sawyer mentre disegna tristi semafori fissi sul rosso, vanno sempre via, non possono fare altrimenti, è nella loro natura, la gente, per citare Sergio Claudio Perroni, che manca tantissimo, costantemente, ogni giorno di più, se ne va, smette di colpo, lascia in asso cuori, persone appena cominciate, bambini da finire, tutte cose che non potranno più esserlo, che fingeranno di esserlo, che lo saranno solo per mancanza e mai per presenza, perché lasciare altri a metà è quello che riesce meglio a tutti, finiscono per farlo tutti, lasciare qualcuno solo, lasciarlo ancora più solo, finché non toccherà anche a lui andarsene, lasciare un altro solo, lasciare un altro vuoto, d’altronde siamo qui per questo, siamo fatti per questo, per andarcene sul più bello di qualcun altro, promesse d’assenza sempre mantenute, cose che non smettono mai di essere state. Si cambia, dunque, si cresce, passa il tempo, aumenta quell’innata distanza: ma ci sono cose che non volano, cose che restano, e come si fa a ritrovarsi quando tutto sembra cospirare per il contrario? Su questo, e molto altro, fa riflettere Marcuzzi, con una prosa che è puro godimento. Da non perdere.

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