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“Due donne”

di Gabriele Ottaviani

Era rimasta quasi identica a quella che era sempre stata…

Due donne – Passing, Nella Larsen, Frassinelli, traduzione e postfazione di Silvia Fornasiero. Harlem è un’esplosione pirotecnica nei ruggenti anni Venti in cui ci si vuole lasciare definitivamente alle spalle il retaggio della carneficina di una guerra planetaria che ha disseminato dietro di sé, fisicamente e moralmente, macerie ancora fumiganti, e a New York, in un placido benessere, vive Irene, la cui serenità è turbata dal nuovo inatteso incontro con un’amica d’infanzia, Clare, che, confessandole il suo passato e i suoi segreti, in primo luogo quello di essere, come la Pinky del celebre film di Elia Kazan incarnata da Jeanne Crain, madre di sette figli e moglie del produttore Brinkman, la quale per questo ruolo, non senza polemiche, fu nominata agli Oscar, perdendo la statuetta contro la De Havilland dell’Ereditiera, forse in assoluto la sua prova migliore, in realtà nera, benché dall’incarnato chiarissimo, tanto che nemmeno il marito, subdolamente razzista come molti in quel tempo, sospetta alcunché, inizia a intessere con lei un rapporto sempre più ambiguo, e… Intrigante, vibrante, veemente: da leggere.

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“L’ora buca”

di Gabriele Ottaviani

Perché ti interessa tanto questo passato?

L’ora buca, Valerio Varesi, Frassinelli. Prolifico e bravo, Valerio Varesi sa scrivere: costruisce belle trame, caratterizza in modo riuscito i personaggi, tiene desta l’attenzione con un ritmo sostenuto e una struttura solida, convincente e coinvolgente. La storia che si dipana fluida in queste pagine è quella di due professori che, nella loro quotidianità, si incontrano nell’aula riservata ai docenti e chiacchierano dei massimi sistemi. Un modo come un altro, insomma, per mettere a tacere il tarlo dolceamaro della noia che ne rode le esistenze: per uno dei due, in particolare, il senso di vuoto e di inutilità, specialmente nei confronti dei ragazzi, è talmente insopportabile che si imbatte in una non meglio precisata agenzia che gli affida un compito che ne stimola i più reconditi e inconfessati meandri dell’anima, ossia distruggere la reputazione di un uomo politico diffondendo notizie false. Non sa, però, il Professore, che sta sottoscrivendo un vero e proprio patto col diavolo… Intrigante e magnetico.

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“Un nuovo mondo”

di Gabriele Ottaviani

Non era sua intenzione attirare l’attenzione della cameriera, ma Carruth le fece segno di avvicinarsi e la ragazza corse a riempire di nuovo le tazze e portò loro un vassoio di ostriche. Nonostante la giovane età, aveva l’espressione paziente di una moglie. Prima di andare a servire i tavoli vicini, appese con cura i loro cappelli agli appositi ganci del séparé. Il locale si era riempito di colpo. Il Plum Hall doveva aver liberato i prigionieri. Carruth decise solo in quel momento di togliersi il cappotto, che aveva tenuto per tutta la soffocante conferenza. Forse l’aveva fatto per coprire la giacca a sacco che aveva sotto, scucita su una spalla e di foggia antiquata. Superata da almeno dieci anni, probabilmente, se persino Thatcher ci aveva fatto caso. Rose sarebbe rimasta traumatizzata da quella giacca: motivo di più per non leggere The Independent. Carruth si chinò a succhiare un’ostrica e posò il guscio perlaceo nel vassoio. Poi si appoggiò allo schienale. «Non legge il tabloid che Landis sforna ogni settimana?» Thatcher bevve un sorso di caffè, stavolta privo di corroborante correzione. «Tanto varrebbe chiedere: non beve l’acqua di Vineland?» «Appunto. Quindi dovrebbe sapere che nel paradiso terrestre non v’è indigenza.» Quanto più parlava, tanto più Carruth si animava. «A Vineland ogni metro di terra è verde come le rive del fiume Nilo e ogni pianta dà frutti copiosi! Ogni contadino è solvibile e i muratori sono ben pagati. Metà di costoro ci credono veramente e si domandano come mai patiscono ancora la fame.» Thatcher, affamato egli stesso, cominciò a mangiare le ostriche che gli spettavano in rapida successione. Era una delle rinunce cui il matrimonio lo aveva costretto: Rose e Aurelia detestavano le ostriche perché costavano poco, assomigliavano a lumache, ricordavano loro Boston e avevano associazioni carnali. Rappresentavano insomma l’abisso che esisteva fra i loro gusti e quelli di Thatcher (anche se sull’ultimo punto Rose dissentiva in segreto dalla madre).

Un nuovo mondo, Barbara Kingsolver, Frassinelli, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani. Barbara Kingsolver non scrive bene: scrive benissimo. Senza dubbio può essere annoverata a pieno titolo fra le migliori narratrici di lingua inglese, e dunque di livello planetario: in questo suo nuovo romanzo, come sempre autentico, di ampio respiro, ricchissimo di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, dettagliatissimo ma mai ridondante, particolareggiato a tal punto da diventare universale, perché ognuno si può riconoscere a proprio modo nei personaggi, rivedendo nelle dinamiche che si sviluppano snodi nevralgici della propria esistenza, racconta di Willa e suo marito, due persone perbene che si sono sempre comportate bene, hanno sempre lavorato ma adesso si trovano in difficoltà. La rivista con cui lei collaborava ha chiuso, l’università dove insegnava lui ha ridotto l’organico, i figli sono precari da una vita, il suocero non è assistito dalla salute né dal sistema sanitario. Del resto si sa, noi facciamo programmi, ma poi è la vita che decide, e a noi tocca riprogrammarci: per fortuna Willa ha ereditato un’antica magione nel New Jersey, un retaggio decisamente più sorprendente di quanto preventivato. E… Come l’acqua per chi ha sete.

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“La misura delle nostre vite”

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Non si può rivaleggiare in amore coi morti. Si perde sempre.

Le parole sono importanti. Quelle di Toni Morrison sono acqua per chi ha sete, sotto ogni aspetto. La misura delle nostre vite, edita da Frassinelli, con prefazione di Zadie Smith, tradotta, assieme alla nota dell’editore, da Silvia Fornasiero, è una raccolta di citazioni, pensieri, aforismi, uno zibaldone che ci guida con mano sicura in un mondo sempre più disuguale, dando invece voce alle istanze più profonde e necessarie. Impeccabile, imponente, imprescindibile.

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“Storie della mia città”

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Sono stupida e avventata, e tu starai meglio con un tutore.

Storie della mia città, Sarah Ladipo Manyika, Frassinelli, traduzione di Annarita Briganti. Avrebbe potuto parcheggiare meglio, ma in fondo non è un problema, non dà fastidio a nessuno, non ha fatto niente di male, men che meno volontariamente, e dopotutto non è certo una donna venale, che bada alle convenzioni o all’ostentazione, anzi: Morayo è libera, serena, appagata, soddisfatta, non è più giovanissima ma è una fortuna (l’alternativa all’invecchiamento non è delle più consigliabili…), ha un’esistenza piena e una casa bellissima con una vista che abbraccia tutto l’incanto della baia di San Francisco, talmente meravigliosa da non lasciare spazio per la nostalgia della sua Lagos. Soprattutto, è una donna indipendente: ma una banale caduta rischia di mettere a rischio tutto quanto. Avendo saputo però costruire attorno a sé una rete d’amore, Morayo non ha nulla da temere, e… Frisco è per eccellenza la città del racconto (Tales of the city, vero e proprio manifesto all’inclusività, ne è la riprova), ed è pertanto l’ambientazione ideale per quest’opera che rivela una nuova, magnifica, policroma e magnetica voce della lussureggiante e spumeggiante narrativa afroamericana: impeccabile e imprescindibile.

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“Lasciami andare”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Immagina di morire. Di svegliarti in un corpo nuovo. Di lavorare con una persona che non conosci.

Lasciami andare, Katie M. Flynn, Frassinelli, traduzione di Chiara Brovelli. Distopico ma al tempo stesso decisamente attuale, come del resto è sempre l’arte, che nei fatti parla in ogni caso alla sua contemporaneità, anche, se non soprattutto, quando dà vita a un altrove, che funge da specchio, riverbero, eco e corrispondenza, il riuscito romanzo, leggibile, intenso, avvincente, compiuto, solido, profondo, disturbante, destabilizzante, stimolante e ben caratterizzato, che si deve alla penna di Katie M. Flynn, narra la storia di Lilac, una sedicenne che però ha smesso di essere la ragazza che è sempre stata, e per un motivo molto chiaro, e inquietante. Di lei, defunta, in una realtà in cui i vivi sono in isolamento per sopravvivere, è infatti rimasta solo la coscienza, divenuta proprietà di una società che installa le memorie in nuovi corpi, raffinatissimi umanoidi o, nel caso in cui si sia poveri, addirittura utensili. Alla coscienza di Lilac tocca in sorte una ragazza della sua età, il che la porta a rivivere quel che le è accaduto, fin quando non si avvede del fatto che… Mozzafiato.

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“L’angelo dell’abisso”

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Il tempo di un rimpianto e l’aria cominciò a mancarle…

L’angelo dell’abisso, Pierre Bordage, Frassinelli. Traduzione di Christian Pastore. In una roccaforte in Romania l’Arcangelo Michele, un fondamentalista duro e puro, se ne sta blindato a guidare le sue legioni che, forti del sostegno che il popolo garantisce loro, mantengono la pace, o per meglio dire la tregua, effimera e precaria, che connota l’Europa, devastata da una nuova crociata, per cui la democrazia non è che una sempre più sbiadita reminiscenza, così come i fondi di provenienza americana da cui un tempo era foraggiata. Ma al di là dell’oceano la crisi è nera, e i cieli sono solcati da bombardieri. Crollano case, e bambini si ritrovano orfani dalla sera alla mattina: come Pibe, un ragazzino di dodici anni che in mezzo all’apocalisse si deve inventare l’esistenza. Per fortuna incontra Stef, che lo ammalia. La segue. Non sa, almeno all’inizio, dove stiano andando. Verso oriente, certo, là dove sorge il sole. Dell’avvenire, e della verità… Distopico, allegorico, travolgente.

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“L’importanza di ogni parola”

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Potrei fare appello a Edith Wharton e urlare “Prendetevi la vita!”…

L’importanza di ogni parola, Toni Morrison, Frassinelli, traduzione di Silvia Fornasiero e Maria Luisa Cantarelli. Attivista formidabile che analizza le storture della società e combatte contro lo strapotere delle apparenze, autrice straordinaria recentemente scomparsa a ottantotto anni, accademica di chiarissima fama, prima afroamericana della storia, ventisei anni fa, a essere insignita, perché, stando alla motivazione dell’accademia assegnatrice, in racconti caratterizzati da forza visionaria e rilevanza poetica dà vita ad un aspetto essenziale della realtà statunitense, del premio Nobel per la letteratura, scrittrice che in un tempo in cui tutto è banalizzato, mercificato, ridotto a mera didascalia da foto, a un tweet senza contenuto, a un meme da consumare alla stregua di un pasto da fast food, testimonia la rilevanza di ogni dettaglio, della ricchezza, della varietà, della comprensione, comunione e condivisione, è in libreria con questo suo imperdibile lascito, un monumento d’impegno civile a trecentosessanta gradi. Da leggere, rileggere, far leggere.

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“Leopardo nero lupo rosso”

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È giusto che tu sappia che l’ho ucciso…

Leopardo nero lupo rosso, Marlon James, Frassinelli, traduzione di Paola D’Accardi. Giamaicano che vive tra il Minnesota – dove insegna all’università – e New York, non dimenticando però di tornare di tanto in tanto nel suo luogo natio, l’isola caraibica di struggente e policroma bellezza, che con le sue suggestioni folkloristiche che afferiscono e rimandano a dimensioni altre, all’impenetrabile mistero dell’esistere che la scrittura si arrovella sempre, da sempre e per sempre per svelare, è certo pirotecnica ispirazione, Marlon James si dedica qui alla stesura di un fantasy, primo volume di una trilogia, già opzionata per una serie tv, ambientato in un’Africa ancestrale dove leopardi e lupi si mescolano con uomini dai poteri sovrannaturali, e… Magnetico.

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“Una spia americana”

81lOEK6qpvL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per me è difficile scrivere tutto questo, come lo è ricordare.

Una spia americana, Lauren Wilkinson, Frassinelli. Traduzione di Silvia Fornasiero. Ottimo esordio già solido e maturo e ben realizzato sotto ogni aspetto, amato dalla critica e meritevole di amplissimo apprezzamento anche da parte del pubblico, si legge con facilità, intriga, avvince e convince narrando la storia di Marie. È giovane. È nera. Ha appena perso la sorella. È costretta a un monotono lavoro d’ufficio. Per la CIA. Che sta organizzando una missione in Africa. E lei accetta di parteciparvi. Prima d’ogni cosa, infatti, vuole essere una brava americana. È il millenovecentoottantasei, epoca di Reagan e guerra fredda, e il Che Guevara del continente nero, il presidente del Burkina Faso, che Marie in realtà ammira per il suo popolo povero e vessato, Thomas Sankara, è troppo rivoluzionario per piacere al governo a stelle e strisce: deve essere fatto cadere. Marie parte. Ma a chi sentirà di dover essere davvero leale?

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