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“Finzioni politiche”

41--V0sJEPL._SX331_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

La misura in cui molti democratici di spicco percepivano il proprio partito come ostaggio di Jesse Jackson è difficile da sopravvalutare. Ricordo di quando uno dei 772 «superdelegati», categoria deputata a riportare il controllo del processo di nomination dall’elettorato delle primarie alla leadership del partito, disse che il discorso di Jackson alla convention di Atlanta nel 1988 era stato «un disastro» per il partito, che «aveva  fatto perdere le elezioni a Dukakis». Duane Garrett, avvocato e fundraiser di San Francisco, disse a Peter Brown della Scripps Howard che «Dukakis si sarebbe grandemente giovato di una guerra con Jackson durante la convention. Non per dare mostra di meschineria e piccineria, ma per mettere bene in chiaro che a comandare era lui». Buona parte della campagna di Clinton nel 1992 fu dedicata a creare situazioni in cui il candidato faceva quel che Dukakis non aveva fatto. Eleanor Clift, per esempio, in un talk show della domenica mattina, decretò il successo della risposta «Lei non è degno di stare sulla stessa piattaforma con mia moglie» su una scala «non-Dukakis». Il candidato, disse, «aveva dovuto passare il test Dukakis, mostrando un’emozione forte nei confronti della moglie». Il momento Sister Souljah, in quest’ottica, era un appello di Clinton per «mettere fine alle divisioni» che un tempo l’avevano allontanato da Jackson e per dimostrare che «comandava lui», che era capace di dominare, o di «rispondere» a una certa rabbia nera che per molti elettori bianchi è alla base stessa delle divisioni razziali nel paese. «È stato un gran colpo» concluse Mary McGrory sul Washington Post. «Clinton non ha affrontato direttamente Jackson. Non si è scontrato con lui su una questione cruciale per i neri.» Il fatto che Sister Souljah fosse un finto avversario contava ben poco, e quel che Clinton disse all’incontro della Rainbow Coalition (che i commenti di Sister Souljah sul Post erano «pieni di quell’odio che non fa onore», che erano un esempio «di accuse incrociate tra razze», e che «abbiamo tutti l’obbligo di richiamare l’attenzione sul pregiudizio non appena lo vediamo») era meno importante della copertura che ne diede la stampa, e del modo in cui questa venne sfruttata dal candidato: il messaggio era stato lanciato, e lui l’aveva ribadito, così come aveva ribadito la propria intenzione di fare «scelte forti»…

Finzioni politiche, Joan Didion, Il saggiatore, traduzione di Sara Sullam. Il candidato democratico avrebbe dovuto essere Gary Hart, incarnato a decenni di distanza dagli accadimenti in questione sullo schermo dall’ottimo Hugh Jackman, ma, rovinatosi la reputazione, come la stragrande maggioranza dei membri del partito dell’asinello, non per danaro (quello è di norma appannaggio repubblicano) bensì per una questione di sottane, nella fattispecie quella della modella Donna Rice Hughes, con cui si congiunse benché la legittima consorte fosse un’altra, nonostante gli endorsement piovuti su di lui nel tempo da più parti, persino dal piccolo schermo (fece un cameo nel seguitissimo Cheers! e a Shelley Long toccò pronunciare la battuta, nell’improvvida sceneggiatura, con cui lo definiva come il futuro presidente), venne sostituito, e fu un bagno di sangue (poco più di cento grandi elettori, un quarto di quelli di cui beneficiò Bush padre, che surfava sull’onda dell’edonismo reaganiano), con Michael Dukakis. Il pur ottimo politico, a lungo governatore del Massachusetts, cugino di un’attrice formidabile che non mancò di fare per lui campagna elettorale persino dal palco dei Golden Globe e degli Oscar, vinti con pieno merito per il cult Stregata dalla luna, l’anno prima di prendere parte al gioiellino Fiori d’acciaio, quello Steel magnolias che è una pièce di rara bellezza, che è tra i film preferiti, per stessa ammissione della diva del pop, di Britney Spears e che ha un cast a dir poco da urlo – del monologo straordinario della due volte premio Oscar Sally Field si fa persino vanto in The Kominsky Method un Michael Douglas che da anni non era così in parte -, pagò le dichiarazioni contro la pena di morte, quelle in difesa della memoria di Sacco e Vanzetti e tutta una serie di bufale. Proprio quelle narrazioni ipocrite e posticce che sono il tessuto di una campagna elettorale realizzata comme il faut, e che la regina del new journalism, una delle punte di diamante della scrittura, assieme alle altre stelle del gotha, ossia Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), l’immensa Joyce Carol Oates ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse), mette alla base dei suoi reportage, qui riprodotti, in merito alla tornata elettorale di trentadue anni fa, seguita per la New York Review of Books. Finzioni politiche, più attuale – tragicamente – che mai, è un vero e proprio monumento: impeccabile e imperdibile.

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