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“Il silenzio dopo l’amore”

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Simile a un vecchio che sconta i suoi anni rinverdendo…

Il silenzio dopo l’amore, Daniel Cundari, Ferrari. Gioca con la letteratura, con la sua struttura (interessante e originale l’impaginazione che è stata data al testo, che così appare ancora più vivo e vibrante, pulsante, pluristratificato, caleidoscopico e poliedrico, significativo anche al di là del significante, di una forma che può essere mutata, persino cancellata, parzialmente condannata all’oblio e in questo mondo, palesata nella sua immortalata caducità, nel suo mostrarsi che è svelamento anche di ciò che, più o meno consciamente, si vorrebbe nascondere), con le parole e i suoni e col potere salvifico della scrittura, che allontana lo spettro dell’annullamento: è questo, ma non solo, che, in questo folgorante, breve ma intensissimo testo, allegoria e incarnazione della fragilità dell’uomo che si trova al cospetto di una realtà che tutto decompone, frammenta, corrompe e mercifica, e nella quale non si riconosce, fa, raccontando di una mente insonne, costantemente condannata a riflettere, impossibilitata a lasciarsi andare, a lasciar correre, a concedersi il lusso egoista dell’approssimazione e della superficialità, sentiero impraticabile chi è sensibile, fa, con prosa lirica, ermetica e avvincente, magnetica, come del resto l’immagine di copertina, colta ma mai ostica, Daniel Cundari, che già dal titolo sceglie di voler penetrare l’insondabile, il misterioso, l’altro, l’alieno, il diverso. Rivelatore.

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“Passaggi di tempo”

57-262x400.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Allora», le dissi, «hai scoperto qualcosa su Catrame?». «Qualcosa, sì». «Allora?». «Sei tu l’uomo di mare». «Per modo di dire. Io vendo le cose agli uomini di mare». «Da giovane sei stato anche imbarcato. O mi hai raccontato una storia?». «È vero, ma è stato per poco. Però mi è servito. Non avessi avuto la patente non mi avrebbero mai assunto. Le navi hanno il loro vocabolario. Un po’ bisogna intendersene». «Visto che un po’ te ne intendi… hai mai sentito di una chiatta che affonda in un canale?». «Una chiatta affondata in un canale? Non c’è neanche abbastanza acqua per coprirla tutta! E chi c’era al timone, il gatto?». «È successo alla Francinequalche anno fa. Andata giù come un sasso, proprio nel tratto fra la chiusa di Catrame e quella di Bernard». «Adesso capisco». «Cosa capisci?». «Catrame. Se ne fa una colpa». «O controlla se affiora ancora qualcosa». «Predatore di relitti?». «Già. Nulla di misterioso allora». «Assolutamente». «Qualche giorno fa sono andato a trovarlo». «Siete diventati amici?». «Ci sono andato perché ero curioso. Sai che cosa mi ha detto?». «Ti ha parlato del naufragio della Francine?».

Passaggi di tempo, Andrea Ferrari, Fazi. Philippe, direttore della filiale di un’agenzia di forniture navali nella remota colonia di L., dov’è appena giunto, ha, misteriosamente malato, bisogno di tempo nuovo da vivere, mentre Fernando, notaio del luogo patologicamente insonne, ne ha anche troppo, e la rassegna dei suoi ricordi è sempre esageratamente breve: Philippe, dunque, con un vero e proprio contratto, si impegna a donargli il suo passato rocambolesco in cambio di un sereno e lungo futuro, e… Filosofico, surreale, raffinatissimo, epico, geniale: una prova da maestro à la Queneau. Da leggere d’un fiato.

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“Dio e il cinema”

71yOqYSK-yL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

So resistere ai morsi della fame, ma non riesco a stare senza il nutrimento che ricevo dalla lettura di un libro.

Dio e il cinema – Una vita maledetta tra cielo e terra, Donato Placido, Antonio G. D’Errico, Ferrari. Senza arrivare a scomodare il sempre caro Petrarca, che ascende la mole maestosa e meravigliosa del calvo Mont Ventoux recando con sé il testo di Sant’Agostino al fine di cercare disperatamente di trovare requie al suo tormentoso dissidio tra immanenza e trascendenza, tra la passione per il mondo e gli aneliti rivolti a Dio, va detto che Placido, fratello del forse più popolarmente noto Michele, attore e poeta legato anche a cineasti come Brass e Bellocchio, compie in questo volume un percorso altrettanto tortuoso e significativo. Avvalendosi della collaborazione della penna – le due voci si amalgamano assai bene – del suo sodale D’Errico, scrittore di chiara fama e limpida prosa, racconta infatti la sua intensa e avvincente parabola esistenziale, non priva di gustosi aneddoti. Per conoscere, riflettere, capire.

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“Rosalia Montmasson”

815nCgw7PaL._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Hai tanto lavoro, non ti serve mica un’aiutante?

Rosalia Montmasson – L’angelo dei Mille, Marco Ferrari, Mondadori. Nella longlist del prestigioso premio Comisso. È l’unica donna fra i mille sbarcati a Marsala per risalire la penisola e consegnare il meridione alla corona sabauda, è il loro angelo, così è soprannominata, tanto è devota nei confronti di chi soffre, è nata da una famiglia umilissima in un paesino dell’Alta Savoia, incontra Francesco Crispi, che chiama vezzosamente François, a Marsiglia nel milleottocentoquarantanove e se ne innamora perdutamente, sposandolo, seguendolo dappertutto, divenendo una figura di riferimento, lei, lavandaia e stiratrice, ripudiata poi dal coniuge (tanto che muore povera, sola e dimenticata ed è seppellita in una dimessa tomba messa a disposizione dal comune di Roma al cimitero monumentale del Verano) una volta che lui fa carriera, la Rita Montagnana del risorgimento, insomma, delle rivendicazioni nazionali che traggono ispirazione dagli ideali di Mazzini. È questa la sua travolgente storia, splendidamente raccontata nel volume di Ferrari, da leggere e far leggere.

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“Amen”

91B-9efHv+L._AC_UL320_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La pubblicazione della lista di quasi mille nomi della loggia massonica P2 fu una frustata terribile…

Amen, Antonio Ferrari, Chiarelettere. C’è un piccolo gruppo di religiosi che vuole rinnovare la Chiesa, che appare davvero lontana dal messaggio di Cristo. Ma non siamo nell’epoca di Lutero o al tempo della crociata dei poveri: i decenni attraverso i quali si dipana questa intricata e dolorosa vicenda sono decisamente vicini a noi, al nostro mondo protervo, rabbioso, egoista, ipocrita, crudele, violento, sudicio, malato. Lustro dopo lustro Marco, Michel, Catherine, Patrick, prete americano violentato da uomini di Dio pedofili, si accorgono che il Vaticano è un roseto soffocato da rovi infuocati, un topolino stritolato da un serpente che ha scaglie fatte di finanza deviata, corruzione politica, massoneria, criminalità organizzata, delitti, segreti, crimini cui assiste anche un giornalista che cerca la verità per testimoniarla ma a cui questa pare, come il miraggio della fata Morgana, sfuggire di mano sempre più man mano che, in giro per il globo terracqueo, tenta strenuamente di avvicinar lesi. Da non perdere assolutamente.

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“Un tango per il duce”

41TCugcJK+L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un fascista non si nasconde né si maschera.

Un tango per il duce, Marco Ferrari, Voland. La guerra è finita. Mussolini è morto. Ammazzato. Appeso. A Piazzale Loreto. Ma anche no. Nel senso che in realtà quello è un sosia. Il vero duce scappa come un topo dalla nave che affonda. Attraversa l’oceano. Va in Argentina. Dà vita a una nuova vita. La sua. La seconda. Si stabilisce a Romagna Argentina, un romito borgo della pampa popolato di immigrati che non sanno pressoché nulla della guerra. Lo accolgono, e lui, con la sua proverbiale e roboante prosopopea, allestisce la propria personale crociata dei pezzenti. Alla riconquista della Roma perduta. E… Da non perdere: brillante, intelligente, arguto, appassionante.

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“La via incantata”

41qXDI5e5IL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le conseguenze che il viaggio con la Vega ebbe in Italia furono molteplici. In primo luogo, dato il successo riscosso dalla spedizione polare appena terminata, si volle dare credito all’idea di Bove riguardo a una nuova esplorazione, questa volta in Antartide, e per dare corpo al progetto si istituì un apposito comitato incaricato di raccogliere le somme necessarie. Il Comitato nacque in seno al CAI ed ebbe come presidente l’ingegnere genovese Cesare Gamba, noto oggi agli alpinisti per via di una bella guglia intitolata al suo nome sulla cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey, nel massiccio del Monte Bianco (proprio sopra i prati della Val Veny, dove con mia madre passavo le estati). Seguendo l’organizzazione del Comitato, Bove iniziò un giro per le sezioni locali del CAI con una serie di incontri pubblici nei teatri per presentare il suo progetto che, come sappiamo, lo portò a Intra nella memorabile serata del 31 luglio 1880, dove raccolse l’altrettanto memorabile cifra di 1037,47 lire. Cifra utile in futuro ad attrezzare il Sentiero Bove. Tutto sembra tenersi lungo un filo teso: dal viaggio di Bove di centotrent’anni fa a oggi.

La via incantata – Nella natura, dove si basta a sé stessi, Marco Albino Ferrari, Ponte alle grazie. È madre e matrigna. Ci sovrasta. Siamo impotenti di fronte a lei. È sgomento e insieme meraviglia, angoscia e poesia. È il sublime. È la natura. È ciò che ci dà pace. È ciò in cui troviamo noi stessi. Niente in lei è imperfetto, nemmeno le imperfezioni. Perché tutto ha un senso, risponde a un’esigenza, un dovere, una necessità. Marco Albino Ferrari, a un passo dalla spersonalizzante realtà metropolitana, in Val Grande, sulle vette toccate dal primo sentiero che porta il nome dell’esploratore Giacomo Bove, morto per sua decisione a soli trentacinque anni, compie un’avventura che narra e che tesse, da vero artigiano della parola, che induce alla riflessione e all’abbandono nel caldo abbraccio dell’immenso. Da non perdere.

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“Inutile quindi necessario”

41fbhBMHO4L._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Senza l’inutile l’utile è effimero.

Inutile quindi necessario – In equilibrio… su un pensiero irragionevole, Marco Caponera, Ferrari editore. Ciò che utile è ciò che serve. Che fa comodo. Che ha uno scopo. Che produce un vantaggio. Ciò che è inutile è dannoso. In greco inutile si dice anofele. Come la zanzara che inocula il plasmodio della malaria. Che infatti è una malattia. Inutile. Contraria all’utile. Dannosa. Ci sono cose che servono a tutti, e altre che fanno il gioco di pochi. E se finisce la libertà d’ognuno appena inizia quella altrui, è altrettanto vero che i vari particulari, per citare Guicciardini, entrano inevitabilmente in conflitto fra di loro appena ne esiste l’occasione. Ognuno pensa per sé, homo homini lupus, e Dio per tutti? O forse dovremmo ricordarci di Terenzio, del suo homo sum, nihil humani alienum mihi puto? Si parla persino di voto utile, in tempi di campagna elettorale, dove più che altro, specie in Italia, il problema vero è il voto di scambio. L’utile senza l’inutile non esiste, non può essere definito. E viceversa. È l’unione dei contrari eraclitea, ancora oggi valida. Ma non sarebbe forse il caso di spezzare questa catena? È una spirale, ma non si può reputare accettabile solo ciò che è egoisticamente soddisfacente: Caponera, filosofo e saggista, riflette, confrontando le speculazioni di numerosi sapienti d’ogni tempo e luogo, sul tema, dando alla luce un’opera prestigiosissima. Da leggere.

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“Il sentiero degli eroi”

51+4aK3dGZL._SX308_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il regime non permetteva certo che i disfattisti avessero voce e i giornali parlassero. Mi ricordo le imprese di allora del fascismo: due campionati mondiali di calcio vinti. Quello era l’importante per il regime. Alla fine del liceo affrontai un concorso durissimo per entrare nell’esercito: cinquemila concorrenti per cinquantasei posti. Lo superai per il rotto della cuffia qualificandomi cinquantatreesimo. Poi, nel bel mezzo dell’Accademia di Artiglieria e Genio di Torino, le lezioni vennero sospese per l’entrata in guerra dell’Italia. Alla domanda su dove preferivo essere destinato io risposi l’Africa. Quando arrivai a Tripoli, venni destinato alla divisione Pavia schierata sul confine tunisino. Poi, passato qualche mese, fui mandato al fronte russo. Dal sole infuocato alle steppe gelate. Bel cambio di destinazione, eh, Maggiore? Così, a neanche ventisette anni, sono partito al comando di una batteria con centocinquanta uomini e ho quella tragica esperienza in Russia. Non si immagina neanche, Maggiore.

Il sentiero degli eroi, Marco Albino Ferrari, Rizzoli. La brigata partigiana Gramsci guidata dal comandante Bruno è di stanza sulle Dolomiti bellunesi nell’agosto del millenovecentoquarantaquattro. Lì la raggiunge, recando seco un bel gruzzoletto atto a finanziarne le attività, Bill Tilman, un esploratore di chiara fama, un britannico dall’aplomb esemplare che sa muoversi con impressionante souplesse nelle situazioni più complicate: e certo verrebbe proprio da dire che restare bloccati per giorni a causa del maltempo in alta montagna mentre tutto intorno i nazisti ti accerchiano possa essere a buon diritto definita una situazione complicata. Ossia l’habitat ideale per uno come lui… La vicenda non era particolarmente nota, finché Ferrari (Segni sul calcare, Frêney 1961, Il vuoto alle spalle, Terraferma, Dolomiti, rocce e fantasmi, In viaggio sulle Alpi, La sposa dell’aria, Alpi segrete, La via del lupo, Le prime albe del mondo, Montecristo) non l’ha riportata a galla con il suo solito ottimo stile, mai noioso, mai banale, sempre brillante, accattivante, avvincente, stimolante, vibrante e appassionante: da non lasciarsi sfuggire.

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“Le mie gioie terribili”

download (1).jpegdi Gabriele Ottaviani

Non mi preoccupo di tenere segreti, perché sono convinto che chi copia arriva almeno un anno dopo.

Le mie gioie terribili – Storia della mia vita, Enzo Ferrari, Mondadori. Con un ricordo di Piero Ferrari. In lizza per il premio Comisso di quest’anno. Un ragazzo ambizioso, un uomo di talento, un imprenditore di successo, un personaggio d’intelligenza sopraffina, geniale, operoso, mai sazio, mai desideroso di adagiarsi sui pur numerosi allori, un vulcano di idee: ha cominciato come pilota, è diventato il deus ex machina del marchio a quattro ruote più famoso che esista sulla faccia della terra. Questa sua autobiografia, uscita oltre cinquant’anni fa per la prima volta ma successivamente aggiornata in diverse occasioni per edizioni private e rimasta pertanto sino a oggi sconosciuta al grande pubblico, si discosta dalla tradizione del genere perché non dà prima di tutto l’impressione che il protagonista e narratore voglia comunicare di sé un’immagine migliore di quella reale. Anzi, forse tutto il contrario. E lo fa con uno stile asciutto, secco, stringato, conciso, efficace, puntuto, stemperato dalla dolcezza dei ricordi di anni duri, tra l’officina da carpentiere e la guerra. Un libro che sprona a dare il meglio di sé, a non arrendersi, abbattersi, lagnarsi: da non perdere.

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