Libri

“Space invaders”

91EkfMexTPL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Non è giusto che si proibiscano le cose. A chi importano queste stronzate. Non dite parolacce. Io parlo come mi pare. Lo vado a dire all’ispettore. Magari hai accusato tu Zúñiga e Riquelme. Io non ho accusato nessuno. Io non ho idea di quello che fanno Zúñiga e Riquelme. Qualcuno lo sa cosa fanno Zúñiga e Riquelme? Qualcuno lo sa cosa significa mettersi in politica? State zitti, sta arrivando il professore di matematica. Tutti al proprio posto, tutti seduti, tutti in silenzio. Si apre la porta, buongiorno ragazzi, facciamo l’appello, Acosta, Bustamante, Donoso, bla, bla, bla. Aprite il libro a pagina trenta. Professore, prima di cominciare, vorremmo farle una domanda. Che domanda volete fare. Cosa significa mettersi in politica. Che età si deve avere per poterlo fare. Silenzio. Il professore ci guarda sconcertato. Silenzio. Fa passare un po’ di tempo prima di rispondere. Silenzio. Fuenzalida sogna il silenzio, quel silenzio che riempie l’aula, riesce a sentirlo come sente le nostre voci. Silenzio. Nessuno parla questa volta, non scricchiola un solo banco, né un foglio. Ragazzi, risponde il professore, questa è la lezione di matematica, a scuola si viene per studiare, non per parlare di sciocchezze.

Space invaders, Nona Fernández, Edicola, traduzione di Rocco D’Alessandro. Il romanzo iconico per un’intera generazione, con una traduzione aggiornata e una nuova introduzione a cura di una voce narrativa formidabile, quella di Luciano Funetta, torna in libreria e mostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia maestosamente policroma e straordinariamente intensa la scrittura di Nona Fernández, come sempre magistrale indagatrice dell’anima, della passione, dei sentimenti, dei meandri della storia, soprattutto quella macchiata di sangue dall’odiosa protervia del potere, della memoria. Ormai adulti, un gruppo di amici d’infanzia è infatti ossessionato dai ricordi, puri e assieme tragici, legati a una compagna di scuola, di cui si è persa ogni traccia durante la dittatura. Partendo dall’orrore dei degollados, i tre militanti comunisti sequestrati, torturati e assassinati dai Carabineros a metà degli anni Ottanta in Cile, Space Invaders, con una prosa al contempo lirica, onirica e solennemente iperrealista, compone un patchwork vividissimo, un arazzo politico e letterario nel senso più ampio e alto del termine. Imprescindibile, perfetto, monumentale.

Standard
Libri

“Fuenzalida”

fuenzalida_COVER_HDdi Gabriele Ottaviani

Tutti i presenti osservano il tipo della Fiat 125. Qualcuno sembra diffidare di lui. L’uomo della palestra gli domanda se è un parente del giovane investito, o un amico o qualcosa di simile, al che il tipo della Fiat 125 risponde in malo modo di no. L’uomo della palestra gli dice che sta per arrivare l’ambulanza, che il giovane è ferito e in stato d’incoscienza, che sarebbe meglio attendere i soccorsi. Il tipo della Fiat 125 celeste guarda l’uomo della palestra in silenzio, con un certo fastidio. È sul punto di rispondergli, quando ecco che Ríos stesso interrompe la scena. Il giovane ha ripreso conoscenza. Guarda con occhi smarriti e urla disperato il proprio nome. Sono Ricardo Ríos Sepúlveda, studio Ingegneria all’Università del Cile e sono stato torturato dagli uomini di Pinochet. Ríos mostra i suoi polsi fasciati mentre tutta la gente osserva impaurita. Sono Ricardo Ríos Sepúlveda, sono Ricardo Ríos Sepúlveda, sono Ricardo Ríos Sepúlveda. E mentre urla, il tipo della Fiat 125 celeste lo prende per il braccio e inizia a strattonarlo con forza cercando di azzittirlo e di farlo rialzare per trasportarlo fino alla sua auto. Non lasciate che mi portino via, avvisate la panetteria della mia famiglia a Curanilahue, sono Ricardo Ríos.

Fuenzalida, Nona Fernández, Gran vía, nella traduzione di Carlo Alberto Montalto. Scrittrice e sceneggiatrice cilena pluripremiata a livello nazionale e soprattutto internazionale la cui prosa originalissima, unica, inconfondibile e fluviale, composta di mille rivoli che tutti assieme concorrono a comporre un mosaico policromo, un coro dalle armoniose e distinguibili voci, una portata imponente, un tessuto raffinato e prezioso, Nona Fernández torna in libreria con un’opera lirica, intima, sperimentale, che affronta temi a lei molto cari, su tutti quelli della memoria e dei tiri mancini che essa gioca anche per autotutela, diluendo il dolore del ricordo con la dolcezza dell’immaginazione, ma anche il tema della perdita, dell’agnizione, dell’elaborazione del dolore, della crescita e della presa di coscienza: tutto inizia con una foto ritrovata per caso, in cui la protagonista presume di riconoscere il padre che non vede di fatto da sempre, un genitore sfuggente Fuenzalida, dal nome così estraneo e lontano, figura sempre più solida e di spessore, chiara, nitida, evocativa, potente e definita man mano che si procede con la narrazione. Come sempre, poi, l’acqua si fa sangue, e la storia individuale s’intreccia con quella del Cile, passato attraverso l’amorale abiezione delle torture della dittatura. Imprescindibile.

Standard
Libri

“La dimensione oscura”

Screenshot (95).pngdi Gabriele Ottaviani

Mio figlio ha quattordici anni. Da un po’ di tempo prende l’autobus da solo. Lo fa d’abitudine, ma non mi piace che viaggi la sera, tanto meno che vada in posti sconosciuti. Lui rispetta le mie apprensioni, si preoccupa e mi chiama per tenermi aggiornata, ancora non si ribella alle mie dinamiche di controllo. Boris Flores aveva tre anni più di mio figlio e aveva attraversato la città in autobus, probabilmente di sera, ferito e malconcio dopo un mese di prigionia. Non riesco a immaginare cosa deve aver provato la madre al momento del suo arresto. Tanto meno posso avvicinarmi a ciò che le passò per la testa quando se lo vide portare via dopo il pestaggio. Non so come può aver reagito quando venne a sapere che era tornato, quando lo vide rincasare e poté abbracciare quel corpo di diciassette anni, ferito da scosse elettriche e ogni altro genere di torture.

La dimensione oscura, Nona Fernández, Gran vía. Traduzione di Carlo Alberto Montalto. L’opera che ha fatto vincere alla sua straordinaria autrice, dalla voce stentorea e formidabile, elegante, struggente, potente, raffinata, policroma, suggestiva, straziante, commovente, empatica, magistrale ed emozionante l’edizione del duemiladiciassette del premio Sor Jana Inés de la Cruz parte dalla verità per raccontare attraverso le ali dell’immaginazione quello che la verità stessa non riesce, mancandole gli strumenti, a descrivere: eppure è più vero del vero, perché coglie anche il senso estremo e intimo delle cose. Si scrive perché se ne ha bisogno. Si scrive per testimoniare. E la testimonianza è quella di una donna che confronta la sua esperienza con quella dell’uomo delle torture. Che un giorno arriva, preda dell’angoscia, negli uffici di un giornale di opposizione al regime cileno e dice di essere un membro dei servizi segreti. E dice di voler parlare. La donna accende il registratore. E sul nastro s’imprime l’inferno. Imprescindibile.

Standard
Libri

“Mapocho”

9788895492445_0_0_300_80.jpgdi Gabriele Ottaviani

La morte è una menzogna e non c’è scampo. Il punto zero. L’asse della giostra.

Mapocho, Nona Fernández, Gran vía, traduzione a cura di Stefania Marinoni. Rifugge ogni definizione, ogni tentativo di essere ingabbiata in una determinazione univoca e inequivocabile la scrittura di Nona Fernández: perché tale è la passione che possiede, e che riesce a trasmettere con eccezionale lucidità, per la letteratura, per il racconto, per le storie, per la loro capacità di lasciare segni indelebili nell’animo di chi ne viene a conoscenza, che si concede il lusso di giocare con le parole. Di creare con sapienza moderna e insieme ancestrale il suo inconfondibile linguaggio, che appare al tempo stesso unico e classico: il suo respiro è talmente ampio che comprende il livello del reale e quello del sogno. In questo modo, articolatissimo, impervio ma ammaliante e irresistibile, dà corpo all’immaginazione, le fornisce una dimensione tangibile e sensuale. La Bionda risponde al telefono. Un’azione di tale quotidianità che non andrebbe nemmeno sottolineata. Se non fosse che all’altro capo c’è l’Indio. Suo fratello. Amatissimo. Che la induce a tornare a Santiago. La Bionda ha lasciato il Cile da anni, si è lasciata alle spalle la dittatura per una spiaggia del Mediterraneo, e ora che rientra non riconosce quasi più nulla. Se non un fiume lercio, il Mapocho, che si dipana come un gomitolo tra il mondo dei vivi e l’eredità di quello dei morti, dei perseguitati, dei dimenticati, ed è l’inchiostro della ricostruzione del lato oscuro e soffocato dalla propaganda della storia di un paese che è stato martoriato dalla violenza politica. Imprescindibile.

Standard