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“Veneti in controluce”: intervista a Giuseppe Ausilio Bertoli

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Giuseppe Ausilio Bertoli è l’autore di Veneti in controluce: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Da quale esigenza nasce questo libro?

Dall’esigenza di descrivere gli atteggiamenti dei miei conterranei mediante una serie di racconti, ovvero di episodi, di flash sulla vita quotidiana, convinto che negli atteggiamenti, nei pensieri, nei gesti di tutti i giorni trapelino le caratteristiche profonde di un popolo. Inoltre, a me non risultava fossero state pubblicate antologie del genere: preferisco non riprendere mai temi o percorsi letterari tracciati dagli autori che ho letto o su cui mi sono formato. In altre parole, mi sforzo d’essere originale.

Che terra è il Veneto?

Una terra incantevole, con le spiagge che danno ristoro e divertimento a milioni di turisti al pari delle montagne, degli altopiani e dei laghi minuscoli o grandi che siano, e con città ricche di storia e di opere d’arte famose nel mondo. Ma l’incanto lo si scopre anche osservando soltanto i tramonti, che rivelano la dolcezza del cielo, dei panorami, della natura, peraltro trasfusa nelle tele di pittori celebrati. Purtroppo anche la terra veneta, come molte altre, in questi ultimi decenni è diventata preda di individui che mirano a imporre con complicità o connivenze la loro legge disumana e i loro veleni.

Che popolo sono i veneti?

R –  Un popolo anzitutto laborioso, che del lavoro ha fatto una religione, pronto a rimboccarsi le maniche in qualsiasi evenienza, poi creativo, fantasioso, caparbio e trasgressivo nei tanti ambiti della vita. Senonché il cambiamento provocato dalla globalizzazione, dalle immigrazioni, dalle complicità pericolose e dal sopravvento della tecnologia l’ha reso sempre più diffidente e omertoso, portato a chiudersi a riccio.

Com’è cambiato il Veneto nel tempo?

Da regione dove l’agricoltura costituiva la colonna portante della sua economia, negli anni Settanta il Veneto è diventato la locomotiva d’Italia per le fabbriche che nascevano come funghi a ridosso dei cascinali e delle ville patrizie. In altre parole i veneti, prima degli anni Settanta, erano agricoltori disposti a emigrare persino nell’America latina, specie in Brasile e in Argentina, poi sono divenuti imprenditori artigianali e industriali oppure operai, continuando tuttavia a lavorare i propri  campi nel tempo libero. Oggi, invece, buona parte dei giovani, le cosiddette eccellenze, si stanno predisponendo all’innovazione tecnologica, guardando ai mercati di tutto il mondo, quasi sfidandoli. Non a caso si comincia a parlare veneto perfino in Asia e negli Usa.

In che cosa consiste l’identità veneta?

R – Rispondo parafrasando il grande scrittore e giornalista vicentino Guido Piovene: per i veneti la loro terra è una verità che non ha nulla a che fare con il sentimento nazionale né per associazione né per contrasto. È una verità in più, di natura diversa. È la persuasione fantastica che la loro terra sia un mondo, un sentimento ammirativo e quasi un sogno di se stessi che non ha l’eguale nelle altre regioni d’Italia. È una potente realtà della fantasia. Nel Veneto anche il paesaggio è per metà natura e per metà quadro, vive e si guarda vivere, e si compiace di sé (v. “Viaggio in Italia”).

Il Veneto è una regione-crocevia, molteplice anche dal punto di vista della geografia fisica: quali sono i tratti comuni e le più marcate differenze?

In effetti il Veneto è la somma di tratti geografici i più diversi, accomunati però dalla storia: si pensi alla Serenissima Repubblica, e dall’inventiva, dalla creazione anche artistica, dal legame indissolubile con il luogo di nascita: i tre milioni e trecentomila veneti emigrati hanno sempre coltivato l’idea del ritorno pur essendo inseriti in comunità in cui si tramandavano usanze, abitudini e parlate originarie. Le differenze tra popolazioni e stili di vita si riscontrano essenzialmente nei centri di montagna, verso le Alpi, dove la mentalità rispecchia quella nordica, e nei centri balneari, in cui la vena dell’ospitalità è più marcata rispetto ad altri centri seppure turistici. Ma un conto sono le zone immerse nella piana padana, un po’ chiuse, un altro conto quelle che si affacciano sul mare, aperte alle diversità, o sul lago di Garda, dove riecheggiano spesso voci e suoni lombardi.

Perché “in controluce”?

Per il motivo che, guardando la gente in controluce, quando il sole avvolge ogni cosa o quando, la notte, appare in cielo la luna, i profili della gente acquisiscono sfumature diverse, che mettono a nudo la loro anima. All’editore Giorgio Pozzi ho suggerito due titoli da dare al libro: L’anima dei veneti e Veneti controluce. L’editore ha scelto Veneti in controluce, titolo più appetibile.

Che messaggio vuole trasmettere ai suoi lettori?

Un messaggio imperniato sulla conoscenza delle trasformazioni sociali subìte dalle popolazioni del Veneto in un arco di tempo breve, affinché possano riflettere sulla velocità con cui avvengono i mutamenti culturali e le nostalgie o le malinconie, i conflitti o le divergenze generazionali che i mutamenti portano con sé, ripercuotendosi sui rapporti umani e gli orizzonti futuri.

Che sensazione le dà essere nella longlist del Comisso?

Mi son rifiutato di partecipare ai premi letterari fino a un paio d’anni fa. Poi ci ho ripensato, dando ascolto a un critico e scegliendo “competizioni” serie, molto qualificate. Tra le quali il Comisso, promosso per celebrare uno dei massimi cantori del Veneto. Dirò che, partecipando a questi premi importanti, ho ottenuto parecchi riconoscimenti inaspettati, compreso un “Premio alla carriera”, ricevuto a Santa Maria di Leuca.

Perché scrive?

Scrivo da quando mi hanno insegnato a tenere la penna in mano; non so se per passione o per vocazione. Nell’adolescenza ho vinto addirittura un premio nazionale, indetto dall’ACR, per il racconto, successivamente, conseguita la laurea in sociologia della comunicazione, tutto il giorno non facevo che scrivere per il presidente vicentino di un istituto di credito, di cui ero segretario personale, nonché addetto alle relazioni esterne e anche giornalista pubblicista. Inoltre, mi cimentavo nella composizione di saggi, romanzi, racconti, senza trascurare le gare di salto a ostacoli. Mi allenavo nei campi, saltando i fossi, alla stregua del protagonista del racconto “Ostinazione”, contenuto nel mio libro.

Che consiglio darebbe a chi volesse mettere nero su bianco la storia che desidera raccontare?

Gli consiglierei di scriverla di getto, come d’istinto, e di rileggerla un’infinità di volte, continuando a modificarla nei punti deboli o poco convincenti, infine di sottoporla a un critico letterario paziente ma severo, che magari non esiti a dire ch’è da riscrivere da capo. E se è da riscrivere, la si riscrive.

Il libro e il film del cuore, e perché.

Se devo scegliere un solo libro, fra i tanti che mi hanno colpito indelebilmente, dico Vergogna di Joseph Michael Coetzee, per la potenza e l’efficacia con cui descrive il paesaggio e l’ambiente umano del mondo sudafricano post-apartheid. Se ne dovessi scegliere un altro, dico Tenera è la notte di Francis Scott Fitzgerald, perché è il primo libro per adulti che ho letto quand’ero un ragazzino: l’ho scovato in una roggia asciutta vicino a casa mia, gettato forse dalla moglie del bidello della scuola elementare, lettrice accanita di romanzi importanti. L’ho divorato incuriosito dalla trama, che tuttora ricordo perfettamente. L’attimo fuggente è, invece, il film che ho rivisto non so quante volte, sia perché esalta la libertà dei propri sogni e la poesia quale sentimento dell’uomo, sia per la magistrale interpretazione di Robin Williams. Cogli la rosa quando è il momento, perché prima o poi appassirà, è una delle esortazioni che il protagonista, il professor John Keating, rivolge ai suoi allievi. L’ho fatta mia.

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“La donna che vedi”

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Nel giro di pochi mesi perse tutto.

La donna che vedi, Giovanni Pannacci, Fernandel. Non si accorge del camion che quasi la tira sotto mentre attraversa la tangenziale prima di incamminarsi, infreddolita, dato che la corta giacca non basta affatto a scaldarla e che la camicetta di seta che le lascia scoperto il décolleté certo non aiuta a farle passare i brividi, che sono comunque più che altro dovuti al nuovo attacco di panico che la coglie e che la conduce sulla sponda d’un fiume dove un airone fa splendida mostra di sé, per un sentiero scosceso. Cerca di riaversi, ormai è esperta, e le sue capacità di gestione sono sempre migliori: ma non si raccapezza del tutto. Poi il telefono squilla, e pian piano torna alla realtà… Splendido sin dalla copertina, il nuovo romanzo di Giovanni Pannacci, dal ritmo serrato, avvincente e mozzafiato, racconta la storia di Myriam. O almeno è così che quest’affascinante donna fuggita in Inghilterra dopo il liceo, per poi tornare in patria con un prestigioso master in business administration all’attivo che le apre le porte della direzione commerciale della casa farmaceutica fondata dall’eccentrico industriale Diktus Winter, che la sostiene ma, in punto di morte, inaspettatamente, nonostante la sua diuturna abnegazione, la licenzia, si fa chiamare. Ora è sola. Con i suoi segreti. E… Da non lasciarsi affatto sfuggire.

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“Veneti in controluce”

813Bpie1i3L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un merlo scende in picchiata sull’erba del brolo…

Veneti in controluce, Giuseppe Ausilio Bertoli, Fernandel. Nella longlist del prestigioso premio Comisso. Come sempre, nel momento in cui si generalizza, si fa di tutt’erba un fascio, e per definizione è inevitabile che si commettano, se non degli errori, quantomeno delle approssimazioni: ma certo è che ci sono delle caratteristiche che inevitabilmente accomunano – gli uomini del resto sono animali sociali – le persone che condividono una certa area geografica, che si beano dello stesso paesaggio, che affrontano situazioni analoghe, che edificano un proprio immaginario collettivo: dunque non è di sicuro sbagliato, per dire, parlare dei veneti come di gran lavoratori, tanto che a loro, solo per fare un esempio, fu affidato in gran parte, essendo contadini sopraffini che alle loro latitudini facevano la fame, il compito della bonifica, come la toponomastica spiega e manifesta, dell’agro pontino in epoca fascista. Bertoli descrive la comunità con brillantezza e lessico originale e vario: da leggere. Interessante, riuscito, piacevole.

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“A bocca chiusa”

41W-CxHuhCL.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ora riesco a metterla a fuoco. È completamente calva. Non è più la puttana di prima. È mia madre. Il suo ultimo giorno di vita.

A bocca chiusa, Stefano Bonazzi, Fernandel. Stefano Bonazzi è autore di chiaro talento e artista di multiforme e versatile ingegno e soprattutto di rara e finissima sensibilità: il suo romanzo d’esordio, che a dieci anni di distanza torna in libreria con una nuova edizione, racconta – ricordando nell’atmosfera il bel film Sole negli occhi, il cui titolo riecheggia quello dell’esordio, sessantasei anni fa, di Antonio Pietrangeli, ma qui si fa invece riferimento alla pellicola dostoevskijana di Andrea Porporati con Fabrizio Gifuni, Valerio Mastandrea, Gianni Cavina e Delia Boccardo – la destabilizzante, sconvolgente, potentissima e commovente fino alle lacrime genesi di un assassino, che avendo conosciuto solo il dolore non può che riproporne gli infernali meccanismi. Ma… Da non perdere.

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Intervista, Libri

Stefano Bonazzi e i pianeti degli altri

4139SUFwhaL._SY346_di Gabriele Ottaviani

Stefano Bonazzi è un bravo scrittore, e il suo romanzo, L’abbandonatrice, è una storia bella e potente. Convenzionali ha il grandissimo piacere di intervistarlo.

Da dove nasce questo romanzo?

Nasce da una confessione. Ho preso la storia di Sofia, della vera Sofia, della sua famiglia e attorno gli ho costruito altri personaggi (Davide, Oscar e Diamante) e un contesto (Bologna e Londra, due città che amo). Sofia rappresenta la paura delle responsabilità, Oscar incarna la paura della competizione, mentre Davide non è ancora riuscito a dare una forma definita alla sua paura, per questo inizia a soffrire di crisi di panico e sarà proprio la prima di queste crisi a farli incontrare. Tre persone instabili e vulnerabili che cercheranno di completarsi a vicenda.

Che cosa rappresenta il dolore per te?

Il dolore è una mancanza. Mancanza di autostima, di affetto, di risorse, di sicurezza, di sostegni, di forza.È uno stato mentale o fisico, che può manifestarsi in vari modi (anoressia, ansia, insonnia, desiderio di suicidio, depressione) e può essere affrontato attraverso diversi processi di cura (medici, religiosi, psicologici). C’è chi se ne vergogna e chi lo espone pubblicamente, chi lo nasconde e chi lo usa come scusante. Negli ospedali c’è persino una scala del dolore che va da 1 a 10. Dopo un intervento ti chiedono di assegnare un valore al tuo dolore. È già un primo passo. Con quello fisico è più facile, per quanto intenso sia, ha un’intensità che possiamo definire mentre il dolore psicologico è un magma che cambia di sostanza e densità.

Come si fa a essere sé stessi?

Accettando i propri punti di forza e i propri limiti.Non dico nulla di nuovo, ma penso che non ci sia altro modo.

Cosa significa crescere?

Io penso che si smetta di crescere solo quando si finisce sotto terra. La vita è un continuo processo di scoperta, acquisizione di esperienze, di evoluzione e accettazione. Ci sono malattie debilitanti in grado di azzerarci e costringerci a ripartire da zero. Possiamo nascere due volte in una stessa vita, possiamo anche morire due volte, i lutti spesso ce lo impongono.Ci sono crescite più semplici e altre che richiedono sacrifici. C’è chi scala montagne e chi si rifugia dietro colline.

Che importanza ha la costruzione della propria identità?

L’identità è tutto. Prima delle risorse, prima della prestanza fisica. La storia ce lo insegna: leader, luminari, tiranni, artisti, uomini che hanno segnato il corso degli eventi…ognuno di loro disponeva di una personalità forte, inizia tutto da lì.

Chi sono gli altri per te? E per i protagonisti del tuo romanzo?

Per me gli altri sono pianeti. Entità orbitanti, ognuna con il proprio ecosistema. Alcuni sono ospitali, altri hanno un’atmosfera in cui è difficile stabilirsi. ci sono pianeti dove ogni risorsa è in superficie e altri in cui serve scavare a fondo prima di trovare qualcosa. Ci sono anche pianeti destinati a collidere. Nel mio romanzo spesso le persone “esterne” sono viste come una minaccia, qualcosa da cui tenersi lontani. C’è questa sorta di legame morboso tra Davide e Sofia che sembra autoalimentarsi solo dalle delusioni. È un legame sbagliato, un circolo vizioso. Inizialmente solo Oscar sembra trovarsi a proprio agio con tutti, è il leader, la figura più carismatica, in realtà scopriremo poi che nemmeno lui è un pianeta stabile.

Perché certe volte la felicità fa paura?

Perché è una materia fragile, è sabbia fine, impalpabile. Anche quando ne raccogli una bella manciata, sai che si tratta sempre e comunque di uno stato temporaneo, ne senti i granelli che scivolano tra le nocche e quindi sei già intento a pensare a come potrai procurartene altra. È uno stato transitorio e proprio per questo è tanto preziosa.

Perché scrivi?

Ho iniziato a scopo terapeutico, tutto è nato da uno sfogo, un modo per scaricare su carta l’ansia del quotidiano, un po’ come faccio con la fotografia. Poi negli anni la cosa si è evoluta. Oggi scrivo prima di tutto per intrattenere, anche per questo non riesco a riconoscermi come scrittore di genere, prediligo il noir ma mi piace anche sperimentare su piani diversi (pensa che adesso sto scrivendo un racconto erotico a tema natalizio!). La cosa più bella è sapere che c’è qualcuno dall’altra parte del foglio che leggerà il micromondo che stai imbastendo. Quando ho iniziato a rendere pubbliche le mie storie ho scoperto che fuori c’è un universo di lettori attenti. Il confronto e la crescita, oggi, per me, sono le cose più stimolanti.

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“L’abbandonatrice”

4139SUFwhaL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Allora io tendevo l’orecchio e ascoltavo, e in effetti li sentivo, quei singulti, tutti quei piccoli lamenti strozzati che Jarrett lanciava a cadenza quasi regolare, mentre si piegava sui tasti, ed era proprio come scopare, pensavo, sì, quell’uomo stava letteralmente scopando il suo pianoforte, eppure spesso non riuscivo a trattenermi dal ridere. Perché c’era sempre qualche bicchiere di troppo, perché c’era sempre il tuo corpo nudo e perfetto che luccicava imperlato di luna, perché era tutto così tremendamente bello e sereno che proprio non ci riuscivo a restarmene serio.

L’abbandonatrice, Stefano Bonazzi, Fernandel. È un classico e perverso meccanismo, comunissimo, che a ognuno di noi, con ogni probabilità, è capitato di vivere almeno una volta nell’esistenza, di mettere in atto. Farsi del male per non soffrirlo da mani altrui. Rinunciare per paura di perdere. Non combattere per essere felici. Avere timore di esserlo. Trovare maggiore rassicurazione nell’impossibile che in un impegno costante, continuo, reale. Perché più forte della responsabilità è la fuga da essa, nel sogno, nell’utopia, nell’immaginazione, nella vigliaccheria, nel quieto vivere. Sofia, anima bellissima e fragile come un cristallo, che scintilla di luce commovente e caleidoscopica appena un bagliore la sfiora, è morta. Davide lo sa all’improvviso. Lo chiamano e glielo dicono. Davide era un amico di Sofia. Ne aveva perso le tracce da anni. Davide è gay. Serenamente, più o meno. Ha un compagno, Oscar, che spesso incontra il male di vivere. Davide è un fotografo, e la notizia lo raggiunge durante l’inaugurazione della sua prima mostra. Tra le immagini immortalate si ritrova a dover gestire l’immortalità di un’assenza, di un’immagine che non potrà più ritrarre. Sofia non c’è più. Si è ammazzata. Ha abbandonato prima di essere abbandonata. Ancora una volta. Come chi si innamora di chi non può amarlo. Come chi rifiuta di scendere in pista. Perché? Oltretutto lascia un figlio, Diamante. Con cui Davide fa conoscenza. E niente sarà più come prima… Raramente si leggono pagine così autentiche nella rappresentazione delle mille sfumature dei sentimenti: la prosa di Bonazzi incanta e fa bene all’anima.

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“L’ultima menzogna”

ultima-menzognadi Gabriele Ottaviani

Al momento mi trovavo in una posizione di vantaggio, Olga aveva detto che voleva stare con me. Per scoprire se era davvero così avrei dovuto tenere gli occhi aperti e osservare il suo  comportamento. Ma sarei riuscito ad accorgermi se mentiva? La verità era che ormai di Olga amavo tutto, anche i vizi e le ambiguità. «Qualsiasi cosa succeda» dissi «Olga farà le sue scelte e noi le accetteremo». Lyubim si alzò, posò la bottiglia vuota sul bracciolo e disse solo: «Vedremo», poi se ne tornò in camera. La mattina dopo io e Olga facemmo colazione da soli. «Starà bene?» domandò. «Spero di no. Magari ci ha fatto il favore di ammazzarsi». Olga mi guardò con disprezzo, io la ignorai. «È un’idea assurda quella di farlo stare qua, lo vedi o no che sta condizionando la nostra vita? Qual è il tuo piano?» «Sto cercando di usare il buonsenso, cosa che per te è impensabile, visto che sei solo capace di rispondere all’aggressività con la violenza». Feci per parlare, lei alzò una mano e continuò. «Il minimo che possiamo fare è offrire a Lyubim una via d’uscita, sta soffrendo a causa nostra e in questo momento è molto provato». «A causa nostra?» sbottai, «adesso dovrei pure sentirmi in colpa? Sei seria, Olga? Quell’uomo non è affatto fragile, è infido e falso. Ieri notte mi ha detto che…».

Giovanni Pannacci, L’ultima menzogna, Fernandel. Si legge in un attimo, ma non perché sia un libro di poco valore o facile. Niente affatto, anzi, tutto il contrario. Si è impossibilitati a smettere di voltare le pagine, una via l’altra, perché ha una prosa scintillante, che cattura inesorabilmente. Nikel è giovane e ha un passato tormentato. Lo stesso che pare avere Olga, scrittrice con cui instaura una relazione. Di questo tempo trascorso, ma che ancora lascia una scia nelle vite dei protagonisti, come un aereo in cielo, fa parte anche Lyubim, uzbeko, violento, guardia del corpo. Un triangolo di sesso e ambiguità, una storia sul potere della letteratura, una corsa ardita sul crinale che lega e insieme separa reale e immaginario. Da non perdere.

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