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“Lontano dagli occhi”

91bZ8CzGHEL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sta per mettere al mondo uno che fra sedici anni sarà come il ragazzo con il berretto calato fino quasi a coprire gli occhi. L’adolescente che, senza arrossire, articolava un ragionamento sulla differenza fra amore e sesso, e diceva che scopare – sì, scopare – è molto diverso dallo stare insieme, “stare veramente con una è una cosa a parte” – bellissimo: una cosa a parte – “stare veramente con una significa che ci parli un po’ di tutto, che ti senti di poterle dire cose che non dici ai tuoi, che ti puoi fidare quasi come ti fidi di un tuo amico”. Quasi. La ragazza educata ha sorriso, con timidezza ma anche con un’ironia molto precisa, alle parole del coetaneo. Rispetto a lui sembrava meno esperta, e però più saggia. Fuori da scuola non c’era quasi più nessuno: la giornalista incinta e questi quattro o cinque studenti. Fine. I professori che uscivano in ritardo con il passo svelto, i fogli protocollo stretti al petto, e l’aria concentrata su qualcosa che era altrove, e che no, non riguardava la scuola. Il cielo si era aperto su viale delle Milizie, il vento ha spostato qualche nuvola scura più in là, verso il fiume. L’ora silenziosa del quartiere, una specie di coprifuoco borghese: quando gli attori e i dirigenti della Rai pranzano seduti ai tavolini fuori dai caffè di piazza Mazzini e le nonne, le madri casalinghe mettono piatti di pasta al sugo sotto al muso dei bambini, con la televisione accesa. È andata avanti ancora un po’ con gli intervistati…

Lontano dagli occhi, Paolo Di Paolo, Feltrinelli. Scrittore dalla prosa ampia e raffinata, intellettuale attento e sensibile, autore dalla voce piena, Paolo Di Paolo, colto e dotto, fa immergere il lettore nell’irresistibile e rassicurante tepore dell’empatia che generano le vicende ritratte e i personaggi rappresentati sullo sfondo di una Roma neghittosa e sorniona ma anche capace di regalare improvvisi, imprevisti e improvvidi squarci di commovente e destabilizzante bellezza: sono gli anni Ottanta del secolo breve, l’edonismo reaganiano, trasportato dal ponentino, è arrivato anche a volteggiare, con connotati tutti suoi che gli sono stati donati dalla distanza che, nel percorso dall’origine, tutto muta per le strade della città eterna, dove Luciana, Valentina e Cecilia, diverse in tutto o quasi, hanno in comune la situazione obliqua e malsicura in cui si trovano, sull’orlo del precipizio verso l’età delle responsabilità, in particolare quelle delle quali è obbligatorio farsi carico nel momento in cui si dà la vita. Il fatto è che però loro non sono sicure di volerlo, ma del resto, però, chi l’ha detto, con buona pace del gioiello di Endrigo, che lontano dagli occhi voglia dire sul serio e per forza lontano anche dal cuore? Anzi… Eccellente.

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“La parata”

81hz88stDWL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quattro andò a letto presto, anche per mettere fine allo scambio con l’uomo del medaglione, che aleggiò per un’ora intorno alla sua tenda prima di andarsene. Quattro si svegliò appena dopo le due al lamento folle di un gallo. Aprì la cerniera della tenda per svuotare la vescica e vide che Nove non era rientrato. Non c’erano né tenda né quad. La notte era silenziosa, immersa nel nero più assoluto. La regione non aveva rete elettrica perciò le notti non erano screziate dal bagliore delle cose umane. Quattro alzò gli occhi al cielo senza luna, solo una scheggia di spazio stellato si intravedeva nel manto di nuvole. Il gallo strillò ancora e Quattro tornò in tenda per completare la sua dormita. Si svegliò nella luce anemica dell’alba e vide che non c’era ancora traccia di Nove. Consumò una colazione di frutta sgusciata e secca in barretta, poi smontò la tenda e la ripose nell’RS-80. Decise che avrebbe fatto la gran parte del lavoro entro mezzogiorno e avrebbe lasciato raffreddare il veicolo per poi affrontare una sessione supplementare nel pomeriggio. L’assenza di Nove era rinfrancante. Senza di lui, Quattro poteva completare un giorno e mezzo di lavoro in una sola giornata.

La parata, Dave Eggers, Feltrinelli, traduzione di Francesco Pacifico. Quattro e Nove devono costruire una strada lunga duecentosessanta chilometri e perfettamente dritta con l’obiettivo di connettere saldamente le due metà di un paese spaccato da una guerra in merito alla quale l’ordine costituito che ha incaricato questi due mercenari del compito loro affidato decide di celebrare l’armistizio che ne ha sancito il termine: ma se il primo dei due, che per motivi di sicurezza hanno scelto di chiamarsi con dei numeri, è integerrimo e non dirazza di un millimetro dall’obiettivo, l’altro è curiosissimo del mondo e di tutto ciò che lo circonda, configurandosi pertanto come un elemento di disturbo in quest’allegoria formidabile degli assurdi meccanismi della protervia del potere. Travolgente e ottimo.

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“Il mondo in fiamme”

41BDGbhmxaL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dobbiamo smettere di fare gli stessi vecchi errori.

Il mondo in fiamme – Contro il capitalismo per salvare il clima, Naomi Klein, Feltrinelli, traduzione di Giancarlo Carlotti. La nostra casa sta bruciando: è ormai una frase formulare, oltre che purtroppo una tristissima verità. Certi modelli di sviluppo non sono più sostenibili per la salute del pianeta, che è l’unico posto sul quale, almeno allo stato attuale, ci è concesso di vivere, e se è vero che in molti casi si sono raggiunti livelli di benessere impensabili sino a pochi decenni fa è altrettanto reale e incontrovertibile che la sperequazione sociale ha raggiunto livelli allarmanti, oltre che pericolosi per gli equilibri generali del nostro sistema: la voce di Naomi Klein, antesignana della lotta per un’evoluzione etica, non cessa di essere limpidissima e stentorea. Da leggere.

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“È la mia storia”

51fXjrwnZdL._SX317_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

E se andasse a casa e le dicesse le cose come stanno?

È la mia storia, Janne Teller, Feltrinelli, traduzione di Maria Valeria D’Avino. Il libro che sta leggendo ha tutte le carte in regola per diventare un bestseller di caratura internazionale: peccato però che si tratti di una storia vera. Lo confida all’editore, in una gelida sera d’inverno, un’amica, la vittima di quella vicenda occorsale mentre era in Africa come delegata ONU e raccontata da un autore già amato che potrebbe con quel testo spiccare e far spiccare anche a chi crede in lui il volo direttamente verso l’Olimpo. Il dilemma etico si fa dunque strada in modo sempre più pressante, pagina dopo pagina, crescendo come il rischio di conseguenze decisamente gravi, sia dal punto di vista personale che politico, e… Brillante e mozzafiato.

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“La vita invisibile di Eurídice Gusmão”

download.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il corpo di una madre è un rimedio eccellente contro la rabbia.

Martha Batalha, La vita invisibile di Eurídice Gusmão, Feltrinelli. Traduzione di Roberto Francavilla. Il film, meraviglioso, un mélo vivido, lussureggiante, ipnotico, sensuale, à la Amado, un poderoso, disperato e al tempo stesso speranzoso e raffinato ritratto a due voci di una coppia di figure femminili unitissime ma rese distanti dagli eventi della vita in un Brasile iperconservatore che tarpa le ali a qualsivoglia sogno, ha ottenuto consensi pressoché unanimi e di fatto planetari, il libro, di cui è un libero e riuscitissimo adattamento, confezionato con cura sopraffina sotto ogni punto di vista, è, se possibile, ancora più intenso, ricercato, lirico, potente, ammaliante, appassionato e appassionante. Una sorella è fuggita per amore, l’altra è rimasta, ed è l’archetipo della devozione, ma pure lei coltiva le proprie innocenti e bizzarre evasioni… Magnetico e imprescindibile.

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“Il censimento dei radical chic”

81fQw906gbL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le era sempre stata antipatica Clelia, fin da bambina. Una volta a Natale le aveva regalato una noce di cocco, per educarla al valore delle cose semplici. Era il periodo in cui si vestiva soltanto in arancione e si faceva chiamare Anand Shashi. Tutto lo chic di Clelia risiedeva nell’essere solo apparentemente radical. Ma fare domande le piaceva un finimondo. “E allora, cara, come te la passi a Londra?” Olivia si strinse di nuovo nelle spalle. “Non vivo a Londra, abito a Reading.” “Cos’è?” “È una cittadina più a ovest dove fanno un famoso festival rock.” “Credevo facessero i reading a Reading…” Olivia si strinse nelle spalle. “Lavoro in un ristorante.” Clelia sembrava perplessa, non riusciva a capire come la figlia del professor Giovanni Prospero potesse lavorare in una cucina, però aveva la domanda di riserva. “E tuo padre, quand’è che lo seppelliscono, si sa?” “Aspettano l’autopsia. In ogni caso non lo seppelliscono, voleva essere cremato.” “Davvero?” Per la prima volta Clelia ebbe un’esitazione. Non sapeva cosa dire. Ebbe una specie di brivido e le venne l’idea di uscire d’impiccio sdrammatizzando. “Tu lo sai cosa fa un pasticciere se gli muore la moglie?” Olivia era pasticcera, ma lo ignorava. Dopo un secondo d’attesa, Clelia proruppe trionfante: “La crema!” poi senza aspettare la reazione di Olivia, si mise a parlare ad alta voce, ma tra sé e sé: “Io non la capisco questa mania della cremazione. Che gusto ci sarà mai a farsi bruciare? Vabbè che lo fanno anche gli indiani. Ma vuoi mettere le pire sul Gange, che scenografia! Dicono che è più igienico e costa un po’ meno, certo… E poi non devi neanche pensare alla lapide!”. Alla lapide Olivia in effetti non ci aveva pensato.

Il censimento dei radical chic, Giacomo Papi, Feltrinelli. Con la locuzione radical chic, espressione idiomatica mutuata dalla lingua inglese, si definisce di norma nel complesso tutto ciò che riflette il cosiddetto sinistrismo di maniera di certi ambienti culturali d’élite, che si atteggiano a sostenitori e promotori di riforme o cambiamenti politici e sociali più appariscenti e velleitari che sostanziali. Nella realtà, si tratta semplicemente di due banalissime parole che di solito più si è cialtroni e frustrati caproni – sia detto con rispetto parlando, in primo e principale luogo per gli ovini – orgogliosi della propria ignorante e invidiosa inadeguatezza più si proferiscono per delegittimare gli altri, semplicemente perché hanno avuto la fortuna di poter studiare. È un’Italia alla rovescia quella che racconta Papi: il dramma è che quella in cui viviamo, anzi, lui persino edulcora, quando racconta di un paese in cui si finisce per linciare gli intellettuali e si vive non solo in una perenne campagna elettorale, ma anche, per non dire soprattutto, in una sempiterna caccia alle streghe in cui cambia solo di volta in volta il nemico. Una volta i clandestini, una volta i rom, una volta i gay… Da leggere assolutamente.

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“La forza di gravità”

81CUDPgXreL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il Professore, che cercava di non perdersi dalla finestra i suoi rari passaggi, aveva fatto su di lei un’osservazione arguta: “Più si veste da signora e più sembra una ragazza, per questo è molto più desiderabile delle ragazzine con le chiappe di fuori”. Non commentava mai i corpi delle donne, ma era chiaramente ammirato dalla signora Assenza, e aveva raccontato a Serena che si erano incontrati ai giardini una domenica pomeriggio. “Una signora piacevolissima!” l’aveva definita, “peccato sia capitata in questa gabbia di matti… per giunta ai piani bassi!” Già, ma come ci era finita? Serena se lo chiedeva da tempo, per la precisione da cinque anni, quando una domenica mattina, insieme al camion dei traslochi, era arrivata lei in taxi, vestita incredibilmente di rosa. La signora Aurora non l’aveva accolta molto bene e era corsa a lamentarsi con la zia. “È una prostituta professionista!” le aveva detto. “Crede che tutte siano come lei!” era stato il commento acido di sua zia, “e in più è invidiosa perché lei è brutta e la signora Assenza è bella e giovane!” Anche in seguito, pur avendo verificato l’infondatezza assoluta della sua supposizione, la signora Aurora aveva continuato a parlarne male senza un vero perché. In generale il palazzo la considerava antipatica, ma soltanto perché non parlava con nessuno. Serena invece la trovava interessante e con lei era sempre stata gentile. Aveva anche fatto parecchi complimenti a Fox e ogni tanto si fermava sulle scale per accarezzarlo sul collo proprio come piaceva a lui. La signora Assenza non sapeva di essere stata inserita in una strategia di recupero. Serena si era limitata a mettere insieme le informazioni in suo possesso. La signora Assenza era sola come il Professore, erano entrambi molto riservati e passavano gran parte del loro tempo chiusi in casa, nello stesso palazzo. Perché non farli incontrare? Il Professore si diceva disinteressato al sesso in generale, e anche ai sentimenti credeva poco, ma una presenza femminile così solare sarebbe stata una benedizione per lui, anche soltanto come amica. Questa la strategia escogitata da Serena in molte serate, e il primo martedì mattina che capitò la mise in atto, facendosi trovare sul portone quando la signora Assenza rientrava con la spesa…

La forza di gravità, Claudio Piersanti, Feltrinelli. È grande. È una città. Non ha nome. Una, nessuna, centomila, come ogni singola anima che si riverbera nello specchio dell’altrui sguardo, del resto: siamo animali sociali, tutti sotto lo stesso cielo. Qui, tra piazze, strade e vicoli, vivono Serena, coraggiosissima paurosa diciottenne che ama i cani, e il Professore, un pensionato senza pensione che conta le stelle cadenti, sta mettendo a punto un progetto che nessun altro può né soprattutto deve conoscere e che sta aiutando la ragazza, dopo averle fatto superare l’enorme scoglio della maturità da privatista, a preparare il test di ammissione per la facoltà di medicina. E magari anche ad affrontare un po’ meglio la vita. Le cose, però, come pressoché sempre, non seguono le previsioni e le attese, e… Chi sa davvero per quale motivo stiamo al mondo, e qual è il senso del nostro vagare? Piersanti tenta di rispondere, e al tempo stesso indaga la mente umana in tutti i suoi contorti e filosofici meandri. Formidabile.

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“Malcolm X”

91v5YMxU8oL._AC_UL436_di Gabriele Ottaviani

Dopo aver frequentato la Brown per diversi anni, Lennon abbandonò l’università con la speranza di affermarsi in un mestiere. Durante la prima guerra mondiale fu sottufficiale capo in Marina di stanza a Newport, nel Rhode Island, e dopo il congedo visse per qualche tempo con i suoi genitori prima di essere assunto come direttore di un albergo a Pawtucket. Nel giro di cinque anni divenne direttore del prestigioso Dorset Hotel di Manhattan, poco distante dalla Fifth Avenue. In apparenza aveva intrapreso una carriera di successo nella gestione alberghiera, ma non vi sono prove che indichino che Lennon fosse diventato davvero ricco, contrariamente a quanto racconta Malcolm, secondo cui il suo protettore era un milionario. A un certo punto, negli anni trenta o all’inizio degli anni quaranta, Lennon si era trasferito a Boston, dove aveva cominciato ad assumere domestici maschi. Forse i primi contatti tra Malcolm e Lennon avvennero tramite gli annunci sui giornali newyorchesi. Quel che è certo è che nel 1944 Malcolm iniziò a lavorare per Lennon come «maggiordomo e domestico occasionale» presso la sua casa di Boston, su Arlington Street, una via elegante che si affacciava sui giardini pubblici. Ben presto tra i due nacque qualcosa che andava ben al di là del semplice rapporto datore di lavoro-dipendente. (Dopo il suo ultimo arresto nel 1946, Malcolm riferì alla polizia il nome e l’indirizzo di Lennon come ultimo datore di lavoro, convinto che l’amico avrebbe usato le sue risorse economiche e i suoi contatti per aiutarlo durante il periodo di carcere). Nell’Autobiografia i rapporti sessuali con Lennon vengono sì descritti, ma Malcolm li attribuisce capziosamente a un personaggio di nome Rudy: [Rudy] si occupava di un’attività che mi riportò ai vecchi tempi in cui facevo l’accompagnatore a Harlem. Una volta alla settimana Rudy andava a casa di un vecchio aristocratico, un ricchissimo bostoniano di sangue blu, una vera colonna della società. Rudy era pagato per spogliarsi, spogliare il vecchio, prendere poi quest’ultimo come un bambino, sdraiarlo sul letto e cospargerlo tutto di borotalco. Rudy diceva che il vecchio raggiungeva il massimo del godimento proprio per questo. Basandoci su una prova circostanziale ma solida, possiamo affermare che qui probabilmente Malcolm descrive i suoi incontri omosessuali con Paul Lennon. La rivelazione del rapporto con Lennon ha dato adito a molte congetture sull’orientamento sessuale di Malcolm, ma a quanto pare questo tipo di esperienza fu circoscritta. Dal suo passato in carcere nel Massachusetts, così come dalla sua vita dopo il 1952, non emergono prove che fosse attivamente omosessuale.

Malcolm X – Tutte le verità oltre la leggenda – La biografia “definitiva” del grande leader nero, Manning Marable, Feltrinelli. Introduzione di Alessandro Portelli. Traduzione di Alessandro Ciappa e Marianna Matullo. Politico, attivista, leader, nativo di Omaha, figlio di un predicatore battista (sostenitore di Marcus Garvey, sindacalista e scrittore giamaicano) mancato quando il figlio aveva solo sei anni, ufficialmente a causa di un incidente con un tram (l’erede sostenne però la tesi dell’omicidio da parte dei suprematisti bianchi), morto a quarant’anni ancora da compiere nel millenovecentosessantacinque a Manhattan durante un discorso pubblico, crivellato da sette colpi di arma da fuoco, Malcolm X, convertitosi, a seguito di una complessa e articolata evoluzione anche dal punto di vista filosofico all’islamismo, fede che riteneva in grado di abbattere ogni barriera etnica e tutte le forme di discriminazioni esistenti, è stato senza dubbio un uomo straordinario, con immense luci e gigantesche zone d’ombra, che questa biografia, niente affatto agiografica, e avvincente come un efficace romanzo, racconta. Da leggere.

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“Diario dell’anno del Nobel”

51lIyFUmsLL._SX317_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

Distribuito con largo e previdente anticipo tra gli invitati, un cosiddetto Documento fondatore di quel Congresso del 1987 iniziava affermando, con la massima serietà, che il Congresso antifascista del 1937 era stato “un avvenimento di portata mondiale, per molte ragioni e qualche senza-ragione”. Siccome ritenevo di conoscere un certo numero delle suddette ragioni, le quali sono peraltro note a tutti, ammettevo con umiltà che avrei potuto avere lì informazione su qualcun’altra. Ma soprattutto mi aspettavo che mi fosse spiegato in cosa consistesse la denunciata “senza-ragione” di un avvenimento in cui le mie carenze intellettuali riuscivano a vedere solo ragioni, e tutte di peso. Ero del tutto d’accordo, ovviamente, che una riflessione critica su quel passato ormai remoto, se era questo che s’intendeva fare a Valencia, avrebbe avuto un senso reale solo se si fosse aperta a una riflessione sul futuro, il prossimo, cioè questo nel quale ci troviamo, e quello che ci aspetta. Ma dubitavo che una tale apertura potesse alla fine essere possibile e di utilità sufficiente se non si fosse prima chiarito ciò che fin da subito mi si è figurato come un preconcetto di fondo, facilmente deducibile dai termini in cui il Documento fondatore suddetto era stato redatto: mi riferisco all’accusa, espressamente formulata, che gli intellettuali degli anni trenta avevano coltivato falsi idoli, avevano sbagliato, avevano commesso errori funesti…

Diario dell’anno del Nobel – L’ultimo quaderno di Lanzarote, José Saramago, Feltrinelli. Traduzione di Rita Desti. Ventuno anni fa, con la seguente motivazione, ossia per il merito di una scrittura che con parabole sostenute da immaginazione, compassione e ironia ci permette ancora una volta di afferrare una realtà elusiva, Saramago, scrittore, poeta, giornalista, drammaturgo, traduttore e critico, morto otto anni fa a mezzo lustro dal compimento dei novanta, mese più mese meno, nativo di Azinhaga, nel distretto di Santarém, nel bel mezzo di quella che un tempo si chiamava Lusitania, vinse il più prestigioso riconoscimento che si possa anche solo immaginare, ossia il premio Nobel per la letteratura. Questo libro racconta quell’anno. È un diario, è l’ultimo quaderno. È lo scritto perso e ritrovato. Saramago lo aveva promesso ai suoi lettori nel duemilauno, ma poi i tanti impegni e un cambio di computer, tra le varie vicissitudini relative a questa situazione certamente le più significative, lo avevano fatto smarrire: non è stato però forse in effetti, come la stessa moglie nell’introduzione sostiene, un male, poiché la polvere del tempo che ogni tanto si sedimenta ha lo stesso effetto della giusta distanza per il tramite della quale un quadro impressionista viene esaltato nella sua bellezza, di modo da non rassomigliare a nessun’altra opera, né a una giustapposizione di veloci tocchi di pennello e colore. Meditando sulla letteratura e sul suo potere salvifico, intessendo con sapienza la dimensione pubblica e quella intima, Saramago si offre ai suoi lettori, regalando loro la caleidoscopica quintessenza dei suoi temi principali. Da non perdere.

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giffoni 2016, Libri

“Il mio anno di riposo e oblio”

81uXMTkWEpL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Reva era sempre stata brava negli abbracci. Mi sentivo come una mantide religiosa tra le sue braccia. Il pile della sua vestaglia era soffice e profumava di ammorbidente Downy. Cercai di staccarmi ma lei mi strinse più forte. Quando finalmente mi lasciò, stava piangendo e sorridendo. Tirò su col naso e scoppiò a ridere. “È bellissima, grazie. Sei stata molto gentile. Scusa,” disse asciugandosi il naso sulla manica. Si mise la collana e aprì la vestaglia e si guardò allo specchio. Il suo sorriso si fece un po’ falso. “Sai, non penso che si possa usare ‘condoglianze’ così. Forse si dice fare condoglianze a qualcuno ma non con qualcosa.” “No, Reva. È la collana che ti fa le condoglianze, non io.” “Ma non penso sia la parola giusta. Però puoi consolare qualcuno.” “No, non si può,” dissi. “E comunque, hai capito cosa intendo.” “È bellissima,” ripeté, con un tono più piatto stavolta, toccando la collana. Indicò il cumulo di roba nera che aveva portato. “Ho trovato solo questo, spero vada bene.” Prese dall’armadio il suo vestito e andò in bagno a cambiarsi. Infilai i collant, guardai le scarpe, ne trovai un paio che andava. Dal groviglio di maglie e camicie presi un dolcevita nero. Lo infilai e poi misi il tailleur. “Hai una spazzola da prestarmi?” Reva aprì la porta del bagno e mi passò una vecchia spazzola con un lungo manico di legno. Dietro c’era un punto tutto graffiato. Quando lo misi sotto la luce, vidi che erano segni di denti. L’annusai ma non riuscii a sentire odore di vomito, solo la crema per mani al cocco di Reva. “Non ti ho mai visto in tailleur prima,” disse Reva con un tono rigido quando uscì dal bagno. Aveva un vestito aderente con un taglio in alto al centro. “Sei molto elegante, hai tagliato i capelli?”

Il mio anno di riposo e oblio, Ottessa Moshfegh, Feltrinelli, traduzione di Gioia Guerzoni. Si può sfuggire al dolore? Oppure è inevitabile soffrire? È graziosa. Giovane. Magra. Ricca. Vive a Manhattan, e non ha dovuto faticare per avere l’appartamento in cui risiede dato che gode dei benefici di una cospicua eredità. È laureata alla Columbia. Si trova, agli albori del nuovo millennio, tempo di transizione e possibilità, in una delle città più belle, affascinanti e gravide di opportunità del mondo. Eppure, nonostante tutto, non è felice, crede e si convince di non esserlo, di non poterlo essere, di essere sbagliata. Si reca da una psichiatra. Con ogni probabilità una delle più indegne che si ricordino, quale che sia la latitudine. E decide, pertanto, di abbandonare il suo lavoro in una galleria d’arte e di imbottirsi di narcotici per riposare il più possibile, di fatto ibernandosi. Ma può essere sufficiente tutto questo per far tacere la voce stentorea del lato oscuro che esiste, è stolto illudersi che non ci sia, nell’anima di ognuno? Interessante esegesi della frustrazione e della felicità, nonché di tutto ciò che essa rappresenta, condotta da una delle voci più giovani, intense e originali della letteratura internazionale contemporanea. Da non perdere.

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