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“Azami”

di Gabriele Ottaviani

– Papà! Mia figlia mi chiama alzandosi con il suo disegno. Sorrido: – Che cosa hai fatto? Mi fa vedere il foglio su cui sono disegnati due fiori rosso-violetto dalla forma quasi uguale. Mi dice: – Quello a sinistra è l’azami. Ho un tuffo al cuore. Mi chiede: – Conosci quello a destra? – No. – No? È il fiore della bardana! – Ah, è vero. Questi fiori si vedono raramente, visto che si raccolgono le radici quando le piante sono ancora giovani. Mia figlia mi spiega: – La mamma ne ha lasciato crescere qualcuno in un angolo di un campo. Sono alti, più alti di te! – Davvero? – Sì. Ma hanno gli steli fragili. Allora la mamma ha messo delle canne di bambù. Così il vento non li piega. – Domani andiamo a vederli insieme. Aggiunge: – La mamma mi ha insegnato il linguaggio di questi due fiori. – Che cosa significano?…

Azami, Aki Shimazaki, Feltrinelli, traduzione di Cinzia Poli. Azami è in giapponese il fiore del cardo ed è un simbolo potente in questo romanzo intenso, avvincente, coinvolgente, emozionante, molto raffinato, ricchissimo di livelli di lettura, di chiavi d’interpretazione, di piani, di riferimenti, di rimandi, ricordi e retaggi, un romanzo che fa entrare pienamente il lettore in una particolare e al tempo stesso universale condizione, quella di un protagonista che cerca, poiché la sua vita non lo soddisfa affatto, qualcosa d’altro laddove però con ogni probabilità non ha la possibilità di rinvenire alcunché, e quindi questo continuo senso di frustrazione del desiderio, dell’appagamento, che in realtà è radice anche dei nomi dei principali interpreti di questa commedia umana in cui la farsa e la tragedia spesso si intrecciano, è quello di ogni essere umano dinnanzi al dissidio fra quello che si vuole e quello che si può essere. Maestoso.

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“E siccome lei”

di Gabriele Ottaviani

C’era un punto preciso, lungo la balconata di fronte al faro. Ci si andava di pomeriggio, meglio se subito dopo pranzo, quando c’erano meno rumori. Serviva una voce abbastanza potente, o il messaggio si fermava a metà di via san Francesco di Sales e non ce la faceva ad arrivare fino a giù. Per chi non riusciva o non voleva urlare, c’eravamo noi strilloni. Salivamo da Trastevere e ce ne stavamo lì ad aspettare. Che arrivasse un parente rauco, un’innamorata timida, una madre col mal di gola. E per pochi spicci gridavamo al posto loro: Secondo braccio, n. 11: “Marcé, ieri notte è nata Sara. Tutto bene, tre chili e otto!”. Primo braccio, n. 8: “Trovati i soldi per l’avvocato. Copriti, che ’sti giorni è umido”. Secondo braccio, n. 7: “Oggi Paoletto ha preso nove in matematica senza copiare. Nonna sta ancora in ospedale, e a papà gli devono cavare due denti”. Terzo braccio, n. 36: “Guarda che è tornato lo Spagnolo!”. A me lassù mi ci aveva portato Tommaso, una domenica che eravamo seduti sui gradini davanti al Calisto e non avevamo niente da fare.

E siccome lei, Eleonora Marangoni, Feltrinelli. Adelaide, Adele, Angela, Annalisa, Armanda, Assunta, Boccadoro, Claudia, Dea, Diana, Dolores, Éléonore… Eccole, le protagoniste, una per capitolo, della nostra storia: nostra perché di tutti, perché per il tramite dello schermo ci hanno fatto emozionare, e, raccontando di sé, hanno detto e dicono di noi. Da poco è stato il suo compleanno, sono tantissimi lustri che non la vediamo più perché è malata, eppure è fissa, indelebile, presente, sempre, in ogni istante, in ogni momento, incancellabile, mai sbiadita, sempre vivida, per nulla opaca è la sua immagine nel ricordo, nell’immaginario di ognuno di noi, nel sistema di riferimenti emotivi, emozionali, cinematografici: Monica Vitti è la mattatrice – ed è riduttivo chiamarla così – della commedia italiana, un’interprete straordinaria capace anche solo con uno sguardo, un cenno, un gesto, di rappresentare un mondo, un universo, una generazione di sensazioni. Ogni capitolo di questo libro di Eleonora Marangoni è dedicato a lei e con lei a tutte le donne della commedia all’italiana, a tutte le donne del cinema italiano, a tutte le donne, grazie a cui il mondo non finirà mai, perché non cesseranno mai di raccontarlo.

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“Il Capitano e la Gloria”

di Gabriele Ottaviani

Quella sera il Capitano rimase in cabina a guardare la televisione e a mangiare un cheeseburger. La cosa che amava di più era stare seduto sotto il letto mangiando cheeseburger e guardando il televisore che aveva posato sul pavimento, inclinato di quel tanto che bastava per facilitarne la visione. Mentre guardava la televisione, il Capitano vide un notiziario che riportò gli eventi di quel giorno, quando i Pupazzi di Neve avevano gettato in mare il cuoco. Il Capitano non era certo dei propri sentimenti. I Pupazzi di Neve nelle loro uniformi bianche e pulite gli sembravano molto forti mentre alzavano l’uomo oltre il parapetto, e questo gli piacque. Il cuoco aveva sollevato un bello spruzzo nell’oceano quando era caduto, e anche questo era piaciuto al Capitano. Gli piaceva anche che tutto questo avesse spinto alcuni dei passeggeri ad applaudire. Ma poi vide la madre e i bambini che piangevano inconsolabilmente, e non fu più tanto sicuro di come si sentiva a proposito di quella parte della storia. Tenendo in mano il cheeseburger, esaminò i propri sentimenti, ma non riuscì a trovare le parole per esprimerli.

Il Capitano e la Gloria – Uno scherzo, Dave Eggers, Feltrinelli. Traduzione di Vincenzo Mantovani. Illustrazioni di Nathaniel Russell. Irriverente, ironico, brillante, intelligente, trascinante, scritto in stato di grazia e con estrema fluidità, è la storia di un bastimento grande come tutti i bastimenti del mondo che trasporta tutte le persone del mondo e che naviga in un oceano che è l’oceano di tutto il mondo. Alla guida di questo naviglio c’è però un uomo assolutamente inadeguato – verrebbe da dire uno che si porta via il pallone se non glielo passano, o che vorrebbe che non si contassero delle schede elettorali qualora il nome votato non fosse il suo… – e quindi tutto quello che in realtà sembrava essere sicuro sicuro non era, e pertanto il bastimento più grande di tutto il mondo viene attaccato da tanti altri bastimenti e ci si rende conto che quel paese che sembrava il paese di Bengodi in realtà non lo era affatto… Del resto quest’uomo ha una piuma fra i capelli… Fiabesco e allegorico, necessario più che mai nel nostro tempo così precario, liquido, malsicuro e angosciante, il nuovo libro di Dave Eggers è veramente un gioiello.

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“La morte in mano”

di Gabriele Ottaviani

Come il padre, Magda trovava il lato umoristico nella crudeltà, nelle cose stupide e buffe. Prendeva in giro le persone ottuse, grasse o brutte. Era superba e arrogante, la faceva ridere gettare fango sulle persone malviste. In Bielorussia alcuni pensavano che fosse una prepotente. Ma non aveva altra scelta. Doveva essere tosta, dato che proveniva da una famiglia di quel tipo. Non era morbida né femminile. Ma penso che dietro la scorza dura, dietro gli occhi che alzava al cielo con fare spavaldo, l’espressione piatta che assumeva per fingere disinteresse mentre faceva una puntatina al supermercato per comprare minestra in scatola o caramelle, era in realtà sensibile e tenera. Doveva esserlo. Altrimenti perché mi sarebbe piaciuta? Forse mi era persino passata davanti al supermercato, una volta, e io ero troppo preoccupata dal mio sentirmi fuori posto – perché ero vecchia, una straniera, un invasore, sgradita, paranoica per gli infiniti giorni di isolamento passati nel mio chalet – per notare la gente strana che mi stava intorno.

La morte in mano, Ottessa Moshfegh, Feltrinelli, traduzione di Gioia Guerzoni. Ottessa Moshfegh è senza ombra di dubbio una delle voci più interessanti della narrativa internazionale degli ultimi anni, e ha tutte le carte in regola per diventare una fra le più fulgide stelle del gotha della letteratura, novero preziosissimo in cui per esempio si stagliano splendenti e monumentali personalità del calibro di Barbara Kingsolver, Tiffany McDaniel, Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu, Un ragazzo sulla soglia), Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), Joyce Carol Oates (Il giardino delle delizie, Loro, Blonde, Un’educazione sentimentale, L’età di mezzo, Un giorno ti porterò laggiù, Bestie, Una ragazza tatuata, Stupro, Acqua nera, Le casacte, Tu non mi conosci, La madre che mi manca, La femmina della specie, Vittima sacrificale, La figlia dello straniero, Uccellino del paradiso, Storie americane, Per cosa ho vissuto, Figli randagi, Il collezionista di bambole, Il maledetto, La donna del fango) ed Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse): La morte in mano, bellissimo, intrigante e simbolico sin dalla copertina, racconta la vicenda di una donna ormai non più giovanissima che, da poco rimasta vedova e trasferitasi in una casa nel bosco, si imbatte un giorno durante una passeggiata col cane nella testimonianza di un delitto. Non sapendo comprensibilmente come comportarsi, inizia dunque a meditare sul senso di quella scoperta, e in generale su tutte quelle di cui la nostra vita è punteggiata… Da leggere e far leggere.

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“Giorni e notti fatti di piccole cose”

9788807033971_0_221_0_75di Gabriele Ottaviani

Quando i miei nuovi amici mi chiedono com’era vivere là, gli parlo dei primi tempi. L’autunno del 1996. I cieli della Carolina del Nord. Percorrere Selwyn Avenue fino all’A&P per comprare risotti Uncle Ben da scaldare al microonde. Foglie gialle e arancioni ammucchiate lungo le strade come in un set cinematografico. Le linee dritte e precise. Le case enormi e senza cancelli. L’America ti riempie, ti instilla la sua fame omogenea così che non importa quanto hai, vuoi comunque di più. In America ingrassai con una dieta a base di patatine fritte, Budweiser, biscotti al cioccolato e salsa ranch. Nel giro di un anno mi trasformai da adolescente pelle e ossa a robusta ameba adulta, coi rotolini di ciccia e le clavicole invisibili. Gli parlo del mio lavoro in mensa e di Ms Betty, la responsabile, una minuscola donna di colore con il cuore di una Cadillac. Fu Ms Betty a salvarmi, quelle sere interminabili nella Carolina del Nord quando il cielo si sfilacciava di rosa e sembrava che tutto ciò che c’era di giovane e rigoglioso fosse fuori, irraggiungibile – all’ombra di sanguinelle e bagolari, nel cortile dove ragazze della confraternita universitaria bisbigliavano tra loro e giocatori di lacrosse si allungavano come ghepardi su coperte impermeabili distese su prati così perfetti da rendermi insostenibilmente triste.

Giorni e notti fatti di piccole cose, Tishani Doshi, Feltrinelli. Traduzione di Silvia Rota Sperti. Saranno pure di pessimo gusto, una punteggiatura in azzurro da stoviglia nel discorso raffazzonato del nostro esistere, ma le piccole cose sono il più immediato tramite fra noi e il mondo che ci circonda, quello che siamo e chi vorremmo essere: in fondo è davvero una piccola cosa la felicità, come quella d’un’ape che succhia un bocciolo di rosa, per citare la sempiterna poesia. Piccole cose che poi però sono grandissime, come una frase di conforto, proprio in quel momento, proprio quella di cui abbiamo bisogno, proprio detta da chi vorremmo che ce la dicesse, e non se l’aspetta né lui né noi: sono tessere di mosaico i nostri giorni, scintillanti e fragili, come l’animo umano, che aspira al trascendente ma spesso si ritrova impantanato, impastoiato, avviluppato in una mota di mangrovie. In fuga da un matrimonio che si sta schiantando al suolo, Grace, per cremare la madre, torna in India, laddove si imbatte in un’eredità che non sa di avere, una proprietà sulle spiagge di Madras e un’ignota sorella, Lucia, nata con la sindrome di Down, che finora ha passato la sua vita in una struttura residenziale. E… Monumentale.

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“Giorni terribili”

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À l’oeuvre on reconnaît l’artisan. Dal lavoro riconosci l’artigiano. Lei cuce una storia, imbastisce un racconto, una riga dopo l’altra. Questa è sulla bisnonna che si era cucita un costume da sirena ed era arrivata a nuoto in America. Un viaggio lungo, arduo, e quando arrivò nel Maine il costume si era fuso con la sua pelle. Andò da un sarto per far tagliare la cucitura al centro, e separare le gambe in modo da poter camminare, e attraversò la vita con le gambe coperte da pesanti scaglie verdi, un broccato, fossilizzato dal mare in cosciali di cuoio come quelli che portavano i cowboy. Gli uomini impazzivano per le sue scaglie; e si diceva che strofinarle le cosce portasse fortuna. Tutti volevano una cosa sola: penetrare nello spazio tra le scaglie, fino alla ben protetta pochette di coccodrillo. Ma quei palmi sudati le irritavano la pelle e le facevano ribrezzo. Andò in Massachusetts e trovò un lavoro da donna, part time, in una fabbrica di scarpe dove cuciva le nappine sui mocassini. Fottiti fottiti, ripeteva la macchina da cucire.

Giorni terribili, A. M. Homes, Feltrinelli. Traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini. Siamo fragili, imperfetti, caduchi, precari: siamo esseri umani, pieni di pregi e straboccanti di difetti. Siamo fatti di carne e di anima, ed esistiamo per lo più nelle relazioni che intessiamo con gli altri, che ci definiscono e completano: è proprio questo l’ambito che indaga, la natura umana e la sua molteplicità, policroma e caleidoscopica, la prosa sopraffina, spesso brillantissima, perfetta e fulminea, di un’autrice la cui formidabile personalità è esaltata dalla forma breve. Una dozzina di storie, una più potente dell’altra, cantano, prendendo le mosse dalla dimensione particolare dell’America profonda, l’universalità delle passioni. Perché ognuno di noi vive giorni meravigliosi e giorni terribili (appropriata la traduzione dell’originale, fortissimo, Days of awe). Eccellente.

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“L’altra metà di Dio”

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Il bambino crea ripetendo. Ogni ripetizione è una nuova creazione.

L’altra metà di Dio, Ginevra Bompiani, Feltrinelli. Traduttrice, saggista, editrice, insegnante, scrittrice, impegnata politicamente e nel sociale, Ginevra Bompiani è un’intellettuale finissima e formidabile, la cui prosa colta e rorida di citazioni varie e sorprendenti, tra cui il suo bello stile veleggia con impareggiabile souplesse, muovendosi elegante, dotto, chiaro, profondo e accessibile fra la Bibbia, Omero e i miti ellenici, Wilder, Buñuel e tanti altri, guidando il lettore con mano sicura fino alla sorgente della nostra civiltà, è una cornucopia, uno scrigno prezioso, un grappolo di primizie, trofei, doni pregiati, sorprese gustose che appagano e per cui essere profondamente grati e riconoscenti: distruzione, punizione e mistificazione, le tre ombre – la definizione, appropriatissima, è dell’autrice stessa – che hanno condizionano e condizionano pesantemente la nostra storia, la nostra concezione del mondo, l’immaginario collettivo, l’idea stessa che abbiamo finanche di Dio, rimuovendo molte vicende significative, alla cui luce, e a quella di un’attenta e nuova indagine del femminile, Ginevra Bompiani tesse la sua narrazione e rilegge i retaggi culturali che compongono la nostra formazione, sono, come le fiere dantesche, la prova del concetto per cui il racconto è uno strumento di potere, mentre la conoscenza si nutre dell’amplificazione delle prospettive. Storie intense e importanti, per un saggio che appassiona come un romanzo: da non perdere.

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“Ragazzo italiano”

Ferrari_coverdi Gabriele Ottaviani

Il maestro Poli si era fermato, guardava per terra. Poi si voltò, risalì dietro la cattedra e restando in piedi disse: “Allora, oggi cominceremo facendo un esercizio, anzi due. Siccome non avete ancora né il libro di lettura né il sussidiario, vi leggerò un brano, come se fosse un racconto, e voi adesso, qui, farete un riassunto sul quaderno. Le cose difficili sono appunto due. Dovrete stare molto attenti mentre ve lo leggo perché poi non avrete sotto mano il testo scritto. Questo è un esercizio di attenzione e di memoria. Poi dovrete anche far stare tutta la storia in tre pagine di quaderno con le righe di quarta. Provate e vedrete che non è mica tanto facile. Questo è un esercizio di sintesi, serve a distinguere le cose più importanti da quelle meno. Così faremo sempre, ci abitueremo a occuparci solo delle cose importanti”. Tirò fuori da una vecchia cartella un foglio, si vedeva che si era preparato, e cominciò a leggere. La storia parlava di un maestro molto giovane, a Roma, che viene mandato come “maestro provvisorio”, cioè supplente, in una quinta tremenda…

Ragazzo italiano, Gian Arturo Ferrari, Feltrinelli. Margaret Mazzantini, che lo Strega l’ha vinto eccome, diciotto anni fa, con Non ti muovere, propone per l’edizione di quest’anno del medesimo premio il libro, bello, profondo, lirico, raffinato, intenso, avvincente, coinvolgente, convincente, empatico, solenne, ricchissimo di rimandi e riferimenti al nostro immaginario collettivo, a una certa visione del mondo che ha visto nella tanto bistrattata scuola, soprattutto nel cosiddetto secolo breve che non si è fatto mancare nulla, né la guerra né la fame, né la rinascita volonterosa né l’edonismo crapulone, uno strumento di speranza, formazione, cambiamento, evoluzione e innalzamento sociale, che incarna pienamente uno degli scopi principali della letteratura, ossia quello di renderci migliori, più ricchi, più curiosi, più capaci di affrontare il dolore, di Gian Arturo Ferrari, con la seguente motivazione: «Ragazzo italiano è un libro scritto con uno spirito fanciullesco, nel senso più nobile del termine. Per me avrebbe potuto intitolarsi anche “Giovane”. Il giovane preso per mano lungo queste pagine, negli anni della sua crescita: un antieroe fragile, un bambino che vive circondato da donne, educato da donne, fasciato innanzitutto di stupore. E giovane è anche lo sguardo del narratore che torna ad accostarsi a quel bambino, poi ragazzino, poi ragazzo, nelle tre parti che compongono il romanzo. Ferrari riporta, ricrea in maniera formidabile, dialoghi che sono tranches di vita, che fanno pensare a certi quadri espressionisti, a certe fotografie di umile gente messa in posa. Hai la sensazione di stare in quelle case, con quelle persone. I dialoghi sono arterie vitali nascoste sotto il tessuto narrativo di un mondo che comunica con noi attraverso queste voci. Quel tessuto narrativo, poi, possiede una grazia d’altri tempi, connaturata a un’epoca più timida. Un’Italia più giovane, più sprovveduta, l’Italia partorita dalla guerra, con il suo grande gregge di reduci. Mentre Ninni avanza di statura, il mondo intorno muta violentemente, e s’intravede già molto di quello che sarà – il tempo dell’accumulo insensato, della solitudine dei molti, della disgregazione sociale – attraverso la finestra che questo romanzo di formazione apre e lascia aperta. Gian Arturo Ferrari ha scritto un vero romanzo. Perché alla fine cosa si chiede a un romanzo? Una ricreazione, nel senso dello svago, della nobile pausa nell’esercizio della vita quotidiana, ma anche la ri-creazione di un mondo comune, attraverso uno sguardo e una visione, che ricostituisca un involucro vitale. Perché, in questa polverizzazione culturale che ci sposta sempre un po’ più in là nella nostra solitudine antropocentrica, il vero scopo della letteratura è quello di renderci, finché sarà possibile, un po’ più umani.» Attraverso il tempo e la storia nello sguardo del protagonista si riflette un’intera nazione, con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue magagne e i suoi scintillii di splendore: da leggere, rileggere, far leggere.

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“Il sale della terra”

41YjSKxGzpLdi Gabriele Ottaviani

Prima di ieri, il concorso di geografia sembrava importantissimo per tutti loro; adesso è diventato insignificante, come tutte le altre cose elencate nell’interminabile lista di impegni che Lydia teneva accanto alla cassa in libreria. Compilare il modulo della chiesa per la prima comunione di Luca. Pagare la bolletta dell’acqua. Portare mamma alla visita dal cardiologo. Comprare un regalo per la quinceañera di Yénifer. Quanto tempo sprecato. Le scoccia che la nipote non veda il carillon che le ha comprato per il compleanno. L’ha pagato un occhio della testa! Nello stesso istante in cui quel pensiero le si affaccia alla mente, si rende conto che è assurdo e orribile, ma non riesce a scacciarlo. Non se lo rimprovera; si concede la piccola gentilezza di perdonare la propria logica inceppata.

Il sale della terra, Jeanine Cummins, Feltrinelli, traduzione di Francesca Pe’. Acclamata scrittrice americana che ha lavorato per anni in ambito editoriale, autrice dallo stile intenso, personale, avvincente, coinvolgente e vibrante, con questo buonissimo romanzo niente affatto retorico o stereotipato, ben confezionato, emozionante, elegante, doloroso, destabilizzante e sensibile, ben recensito da personalità autorevoli come Oprah Winfrey, Stephen King, Don Winslow e John Grisham, in cui racconta una storia di emigrazione dal Messico verso gli Stati Uniti – nella fattispecie quella di una libraia di Acapulco, moglie di un giornalista, che cerca di raggiungere gli USA col figlio di otto anni dopo che i cartelli della droga hanno ucciso il resto della sua famiglia – della quale, prima ancora dell’uscita negli scaffali, sono stati venduti i diritti cinematografici, Jeanine Cummins è, specie in patria, al centro di un acceso e pretestuoso dibattito, che però invero ben poco ha a che fare col libro e molto con le rivendicazioni di autori che, in parte di certo a ragione, si sentono ingiustamente sottovalutati dall’industria editoriale: la domanda è infatti relativa al diritto o meno che ha qualcuno che non sia un migrante messicano di parlare di migranti messicani. Possibile che tutti questi intellettuali non abbiano sentito però mai nemmeno per caso l’espressione io narrante? Da non perdere.

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“Lontano dagli occhi”

91bZ8CzGHEL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sta per mettere al mondo uno che fra sedici anni sarà come il ragazzo con il berretto calato fino quasi a coprire gli occhi. L’adolescente che, senza arrossire, articolava un ragionamento sulla differenza fra amore e sesso, e diceva che scopare – sì, scopare – è molto diverso dallo stare insieme, “stare veramente con una è una cosa a parte” – bellissimo: una cosa a parte – “stare veramente con una significa che ci parli un po’ di tutto, che ti senti di poterle dire cose che non dici ai tuoi, che ti puoi fidare quasi come ti fidi di un tuo amico”. Quasi. La ragazza educata ha sorriso, con timidezza ma anche con un’ironia molto precisa, alle parole del coetaneo. Rispetto a lui sembrava meno esperta, e però più saggia. Fuori da scuola non c’era quasi più nessuno: la giornalista incinta e questi quattro o cinque studenti. Fine. I professori che uscivano in ritardo con il passo svelto, i fogli protocollo stretti al petto, e l’aria concentrata su qualcosa che era altrove, e che no, non riguardava la scuola. Il cielo si era aperto su viale delle Milizie, il vento ha spostato qualche nuvola scura più in là, verso il fiume. L’ora silenziosa del quartiere, una specie di coprifuoco borghese: quando gli attori e i dirigenti della Rai pranzano seduti ai tavolini fuori dai caffè di piazza Mazzini e le nonne, le madri casalinghe mettono piatti di pasta al sugo sotto al muso dei bambini, con la televisione accesa. È andata avanti ancora un po’ con gli intervistati…

Lontano dagli occhi, Paolo Di Paolo, Feltrinelli. Scrittore dalla prosa ampia e raffinata, intellettuale attento e sensibile, autore dalla voce piena, Paolo Di Paolo, colto e dotto, fa immergere il lettore nell’irresistibile e rassicurante tepore dell’empatia che generano le vicende ritratte e i personaggi rappresentati sullo sfondo di una Roma neghittosa e sorniona ma anche capace di regalare improvvisi, imprevisti e improvvidi squarci di commovente e destabilizzante bellezza: sono gli anni Ottanta del secolo breve, l’edonismo reaganiano, trasportato dal ponentino, è arrivato anche a volteggiare, con connotati tutti suoi che gli sono stati donati dalla distanza che, nel percorso dall’origine, tutto muta per le strade della città eterna, dove Luciana, Valentina e Cecilia, diverse in tutto o quasi, hanno in comune la situazione obliqua e malsicura in cui si trovano, sull’orlo del precipizio verso l’età delle responsabilità, in particolare quelle delle quali è obbligatorio farsi carico nel momento in cui si dà la vita. Il fatto è che però loro non sono sicure di volerlo, ma del resto, però, chi l’ha detto, con buona pace del gioiello di Endrigo, che lontano dagli occhi voglia dire sul serio e per forza lontano anche dal cuore? Anzi… Eccellente.

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