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“Agonia”

agoniadi Gabriele Ottaviani

Anche lui ha letto il testo di lei, e ora ne sta parlando. Cosa dice? Che importa cosa dice? Ne dice bene, è ovvio, ma in modo misurato. Infine si apre: sostiene di non essere riuscito a penetrarlo completamente e, con un tocco di deferenza, chiede a lei di istruirlo, dal suo punto di vista di autrice, circa le intenzioni, il senso filosofico del dramma … Lei, dentro di sé, rimane un po’ stranita e un po’ rattristata. Ma non poi tanto. È così sicura di quello che ha scritto e sono già così numerosi quelli che ne sono stati ammaliati. Che un autore inoltre parli della sua opera e non l’opera parli del suo autore! Comunque ora non ha proprio voglia di tenere un workshop di drammaturgia, ed elude con una frase l’ingrato incarico. Allora lui si mette a fare domande: Perché il giovane intellettuale della prima scena sparisce? Mi era così simpatico! Risposta: Sparisce perché il suo rivale in amore lo fa sparire… E quei tremendi bambini tedeschi del finale sono profetici o li hai veramente conosciuti? Profetici e conosciuti, risponde lei, e, dimenticando già l’incomprensione, abbandonandosi di nuovo, gli parla dei bambini di oggi e di quelli di ieri…

Agonia, Lodovica San Guedoro, Felix Krull. Per certi versi si potrebbe ritenere che Agonia (il sottotitolo già dice tutto: Lo strano incidente che capitò a Giulia Berri-Orff in quel tempo lontano), scritto fra il duemilatré e il duemilaquattro, prendendo in prestito una terminologia più specificamente relativa al lessico della settima arte, sia una  specie di prequel di quei lavori, a loro volta di fatto considerabili come una narrazione unitaria, con cui Lodovica San Guedoro, nata da genitori siciliani a Napoli, dove, come fra Roma e la Toscana, ha trascorso la gioventù prima di trasferirsi a Monaco di Baviera, è stata, come pure per Le memorie di una gatta, segnalata nella longlist del Premio Strega, ossia Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé… e Amor che torni…: Agonia, dalla lingua come di consueto alta, limpida, lirica, aulica, classica, preziosa e raffinata, neghittosamente evocativa di suggestioni antiche, narra del potere salvifico ma non gratuito della letteratura e soprattutto della procella in cui s’imbatte, essendone tutta sconvolta, l’anima della scrittrice Giulia Berri-Orff, per circa un anno preda di un dolore multiforme che la avviluppa, sentendosi aliena al mondo che la circonda. Eppure… Da leggere.

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Intervista, Libri

“H”: intervista all’autore

Johann Lerchenwalddi Gabriele Ottaviani

Johann Lerchenwald ha scritto H – Come Hitler vedeva i suoi tedeschi: Convenzionali lo intervista per voi.

Chi era Adolf Hitler?

In tutte le biografie Hitler ci viene presentato a priori come un parto dell’Inferno. Per quanto poco si sappia della sua esistenza anteriore alla fondazione del Partito, si dà per scontato che già allora avesse avuto delle inclinazioni rivelatrici del celebre mostro che sarebbe diventato poi. E, più tardi, è sempre quello che lui stesso voleva far credere di essere, tolto qualche dubbio sull’autenticità dei suoi famosi attacchi di collera. Studiandolo a fondo, ho potuto appurare che fino all’età di trent’anni era un soggetto un po’ nevrotico, sì, ma per il resto normale. Normale, non comune. Perché, nonostante i suoi limiti, mostrava di possedere quelle caratteristiche che Thomas Mann è costretto suo malgrado a riconoscergli in Fratello Hitler: le caratteristiche che contraddistinguono solitamente l’artista. E a farlo diventare quello che infine divenne non furono solo e in primo luogo le predisposizioni personali o le circostanze storiche, ma i tedeschi: i tedeschi con la loro buona fede e ingenuità. Non è certamente lodevole che egli ne abbia approfittato in modo così cinico e megalomane. Il suo freddo calcolo e la sua diabolica capacità di leggere nell’animo altrui hanno potuto però dispiegare tutta la loro potenza solo grazie a quella miscela unica di stolta fede nell’autorità e presunto idealismo che del piccolo borghese ignaro fece un criminale esecutore di ordini.

Cosa ha permesso la sua ascesa al potere?

Certamente il Trattato di Versailles, la crisi economica mondiale e anche la smania personale di dimostrare ai genitori, da tempo defunti, di cosa fosse capace, smania che, quando ebbe finalmente individuato il suo campo d’azione, si tramutò presto in mania di grandezza. Ma, perché Hitler potesse raggiungere i suoi scopi, gli necessitava il materiale umano pronto a farsi plasmare. E questo, lui, che come austriaco aveva ben poco di tedesco, lo trovò in un popolo contraddistinto da due fondamentali caratteristiche: la radicale insofferenza d’ogni tipo di disordine e la totale sprovvedutezza nei confronti di tutto quello che la sua forma mentis non prevedeva. Una sprovvedutezza che si poteva riscontrare indistintamente nelle persone semplici e in quelle colte e benestanti. Basti pensare all’immaturità che l’allora forse più alto rappresentante dello spirito tedesco, Thomas Mann, tradiva ancora nel 1919 nelle sue Considerazioni di un impolitico e anche al fatto che, due settimane dopo la presa del potere da parte dei Nazisti, se ne fosse partito ignaro per un giro di conferenze in Europa, rimanendo poi arcisorpreso di non poter tornare a casa, se non a rischio della pelle. Hitler, che aveva potuto ampiamente osservare queste due caratteristiche tedesche durante la prima guerra mondiale, al momento giusto le sfruttò fino in fondo, facendo rigare dritto vari premi Nobel e lo Stato maggiore dell’esercito, grandi industriali e studiosi illustri, lui che fino a qualche anno prima era un nullatenente senza titoli né nobiliari né di studio e senza alcun piano di vita concreto.

In cosa si riconosceva in lui la Germania del suo tempo?

La Germania del suo tempo non si riconosceva per nulla in lui. Anzi, per carattere, mentalità, forma mentis, egli era completamente incomprensibile ai tedeschi. Seppe però individuare con occhio clinico quello che essi volevano sentirsi dire e quello che erano disposti a fare. E seppe abbindolarli e piegarli all’obbedienza con una facilità che a lui per primo parve stupefacente. Si pensi solo a quella frase più volte pronunciata in occasione di discorsi pubblici: Se un miracolo c’è, questo consiste unicamente nel fatto che io ho trovato voi e voi avete trovato me!

Il tedesco ha la parola Fremdschämen, ossia imbarazzo per colpa d’altri: in che rapporto è oggi la Germania con la sua Storia? La popolazione che abita nei territori dell’ex BRD ha vedute diverse da chi ha conosciuto la DDR?

La parola Fremdschämen, imbarazzo per la colpa d’altri, non si presta per indicare il rapporto che la Germania di oggi ha con la sua storia. Da un lato perché la storia non è stata fatta da degli estranei, bensì da fratelli e sorelle, padri e madri, nonni e nonne… Inoltre, però, e in primo luogo, perché la vergogna dei tedeschi nei confronti del proprio passato non è un sentimento spontaneo, derivante dalla comprensione di quanto è accaduto, ma un diktat, imposto dall’alto subito dopo la guerra, per essere riammessi al più presto nell’economia mondiale. Quell’ottuso mea culpa, perpetuato per decenni fino a oggi, ha piuttosto partorito un malessere diffuso e inespresso che nasconde la vecchia insidia di sentirsi accusati dal mondo intero, mentre in realtà si è convinti di essere i più bravi. Un tipo di malessere che all’epoca favorì non poco l’ascesa di Hitler.

Per quanto riguarda invece la popolazione dell’ex-DDR, le considerazioni sono due. Da un lato il regime comunista, rovesciando tutta la colpa sui padroni capitalisti e scagionando il popolo operaio, ha fatto sì che in quelle regioni sopravvivessero uno spirito e una gaiezza senza riscontro nella BRD. Dall’altro, i tedeschi orientali che, dopo la caduta del muro, all’indomani di un breve periodo di euforia, sono stati annullati moralmente ed economicamente, appaiono ricettivi alle suggestioni neonaziste demonizzanti lo straniero e tutto quello che minaccia la Cultura tedesca, con ciò rivelando una maturità umana e politica non molto maggiore di quella posseduta dai tedeschi all’avvento del nazismo. Un bel pasticcio. Se mi consente, intenderei concludere l’intervista con una domanda libera a me stesso: Come viene accolto questo libro?

Prego.

Per ovvi motivi, la grande stampa tedesca lo ha finora passato sotto silenzio. Mentre, all’opposto, l’accoglienza riservatagli da numerosi lettori è stata molto incoraggiante. Invece l’edizione italiana, preceduta da una introduzione dello storico Franco Cardini, ha immediatamente richiamato l’attenzione di personaggi di spicco della scena culturale quali Augias, Galimberti, Cacciari, Elkann. Ma, sul più bello, c’è capitato fra capo e collo il Coronavirus, che ha bloccato ogni iniziativa culturale.  Per fortuna, accanto alle diverse notevoli recensioni in rete, si è aperta la prospettiva di un’edizione francese, cosa che mitiga il senso di essere stati danneggiati. In questi giorni l’originale tedesco viene infatti valutato da Olivier Mannoni, traduttore di Gallimard, di Fayard e altre importanti case editrici francesi.  Incrociamo le dita! Sono sempre convinto che, appena il libro avrà raggiunto la visibilità che merita e a cui è destinato,  sarà inevitabile che metta in moto una slavina.

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Libri

“Amor che torni…”

amor che torni.PNGdi Gabriele Ottaviani

Inaspettatamente, la sera stessa, piovve la sua risposta. Per coincidenza, si trovava già a Monaco…

Amor che torni…, Lodovica San Guedoro, Felix Krull editore. Chi ha apprezzato Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé… certamente non potrà non restare piacevolmente e favorevolmente colpito da questo che è in realtà non semplicemente, ammesso che l’avverbio sia adeguato al contesto, il suo seguito, ma ne è addirittura – per giunta caratterizzato da una veste editoriale assai singolare – di fatto il completamento, dato che i due poderosi e ponderosi romanzi, connotati come sempre dall’utilizzo di una scrittura elevata alla quale, forse, non si è nemmeno più così abituati, almeno in italiano, sono un’unica arcadica e universale meditazione sulle peripezie d’amore: interessante e intrigante.

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Libri

“Le memorie di una gatta”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Un vecchio Rozzo, alto e allampanato, salutò il pubblico con i consueti salemelecchi dolciastri, poi venne il turno di Amito. Anche qui doveva purtroppo esserci una dissonanza. Ricorderete senz’altro che la Sala degli Specchi si distingueva proprio per la sua leggiadrìa ed eleganza: ebbene Amito non ebbe il coraggio di presentarsi, tra gli stucchi rococò e le tappezzerie azzurre, con una pelle di pecora addosso? Sì, una di quelle giacche da pecorai sardi o abruzzesi senza le maniche e senza i bottoni, solo pelo e di nuovo pelo! Ora penserete che me lo sia inventato per malignità, per rifarmi del paragone col pipistrello, o per movimentare il quadro della serata, ma non è così. I padroncini strabuzzarono gli occhi, allorché lo videro apparire conciato in quel modo, lui il maestro di cerimonie! Sembrava un pecoraio calato giù dai pascoli d’alta montagna, sembrava, altro che un maestro di cerimonie! Come vedete, non è facile fare gli scrittori, oggi, bisogna fare i conti con molti, molti imprevisti, la loro strada è disseminata tutta di mine sul tipo di Amito. Se vogliamo prescindere dalla scarsa affluenza di pubblico, che potrebbe essere vista quasi come una fatalità naturale, quella sera soltanto, di mine ce ne furono tre. Quella di Amito era, infatti, destinata a non essere l’unica, ma la prima.

Le memorie di una gatta, Lodovica San Guedoro, Felix Krull. La più volte candidata allo Strega Lodovica San Guedoro si cimenta questa volta col dar voce a una splendida gatta che sin da subito non si preoccupa degli errori che potranno riscontrarsi nel suo racconto, perché del resto anche la storia stessa della filosofia non è che un lungo procedere di errore in errore. Mangia bene, è coccolata, la sua indole non è malinconica come quella di tante sue amiche, si muove agilmente sullo sdrucciolevole pavimento della diplomazia, ha nobili e fiorentine origini (ricorda poco della sua infanzia, in ogni modo), una madre cacciatrice, la letteratura la affascina, anche se all’inizio le pare una sorta di strambo incantesimo, combatte con coraggiose lucertole, di tanto in tanto fa sogni premonitori, finché un giorno arriva Pio, e… Allegorico, elegante, intrigante, divertente.

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Intervista, Libri

Steiner e la sensata chiarezza della scrittura

51i66f94o4l-_ac_us218_di Gabriele Ottaviani

Carlo Maria Steiner è l’autore candidato allo Strega 2018 di Dottor Marx: Convenzionali ha il piacere di intervistarlo.

Da dove nasce Dottor Marx?

Dall’incompatibilità di una cultura stratificata e interiorizzata con la disgregazione di tutti i valori, con la perdita di ogni senso estetico e di ogni sincerità, con la stupida presunzione e fatuità che caratterizzano i nostri tempi. “Dottor Marx” è la storia di un uomo divenuto psicoterapista per non essere riuscito ad impedire in giovane età il suicidio della persona a lui più cara. La sua vita si srotola per anni con una regolarità senza scosse. Finché un bel giorno un ragazzo, suo paziente, non gli uccide del tutto gratuitamente a colpi di bastone la madre. Traumatizzato, il consolatore degli altri abbandona la sua attività ed è costretto d’ora in avanti a confrontarsi con il mondo esterno… Un lettore mi ha scritto: “È fatale affezionarsi all’eroe di questo romanzo. Ci si affeziona non solo perché quasi in ogni capitolo ci si immedesima con lui nella sua furiosa  ribellione contro la bruttezza di un mondo sempre più inumano, ma anche perché si partecipa con ansia al suo sforzo commovente, e forse, malgrado la sua vanità,  più che commovente, di dare un senso alla vita.  Il  fascino del libro, la sua estetica, sta nell’atterrire con dolcezza. E  questo durevolmente. La prosa lucida, atta a dissezionare i tormenti dell’anima e le deformità del presente, è classica, distanziata e netta. A chi ha scorso queste bellissime pagine viene affidato un dono prezioso quanto il godimento estetico: il senso pieno del vincolo umanissimo della solidarietà nella lettura. Lei è l’inventore, il creatore della davvero emblematica figura del dottor Marx, emblematica in rapporto a una globalizzazione crudelmente livellante verso il basso.”

Che cos’è il tempo per lei?

Un  presente intensamente vissuto che non mi fa percepire lo scorrere delle ore e dei giorni e mi corazza contro il malinconico sentimento della caducità di tutto ciò che vive.

Cosa simboleggiano il passato, il presente, il futuro?

Sicurezza, il passato; lotta, il presente; speranza, il futuro.

Qual è la caratteristica più importante dei rapporti umani?

Il senso di un comune destino di vita e di morte.

E della scrittura?

La sensata chiarezza.

Perché scrive?

Tra l’altro, per potere comunicare con gli altri a un livello di profondità e bellezza.

Che rappresenta la memoria?

La chance per fugare l’incubo di essere completamente in balìa della demenza che mi circonda.

Qual è il senso dell’esistenza?

Se come senso intendiamo scopo, direi: dare gioia a sé stessi e agli altri.

Il digitale è sintomo di crisi o baluardo di opportunità?

Il digitale è nato per accelerare i meccanismi produttivi. Tutti gli altri usi sono superflui, per lo più nocivi e suscettibili in pochi anni di accelerare esponenzialmente l’alienazione generale o estraniazione dalla vita. Ma anche il conformismo e il fanatismo.

Cosa può dirsi davvero moderno al giorno d’oggi?

Non saprei. Forse possedere tutte le merci possibili.

Il suo libro ha ricevuto sette segnalazioni al premio Strega da importantissime figure del mondo culturale italiano: Franco Cardini, Pietro Gibellini, Maurizio Dardano, Marcello Rotili, Paolo Ruffilli, Raffaella Morselli, Gioacchino Lanza Tomasi, parente e figlio adottivo dell’autore del Gattopardo. Come ha preso la notizia e che valore hanno per lei i premi letterari?

Sono rimasto sorpreso. Non credevo di poter toccare la mente e il cuore di una così illustre coorte di intellettuali: italianisti, linguisti, storici dell’arte, storici del medioevo. I premi sono divenuti culturalmente irrilevanti, svuotati come si presentano del loro senso originario che è quello di consacrare e favorire la letteratura e non di incentivare i profitti di un’industria editoriale senza coraggio e senza ingegno.

Come ha recepito l’esclusione dai dodici dello Strega?

Sono rimasto sbigottito e deluso, ma più sbigottito che deluso, perché, se anche non credo nei miracoli, mi aspettavo almeno più rispetto nei confronti di personalità come quelle su citate. Il trattamento riservato ai sette, ignorando il  messaggio contenuto nelle loro candidature, è stato, direi, piuttosto rude e sfacciato. Tipica arroganza del potere. In Italia.

 

 

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“Dottor Marx”

51i66f94O4L._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Dopo essersi fatto la doccia ed essersi cambiato la camicia per la seconda volta in quel giorno, Gottfried volle risolvere prima di tutto il problema del pranzo; problema in quanto, a causa delle molte eccitazioni e dell’alimentazione irregolare e carente, l’equilibrio generale del suo corpo era stato completamente alterato. Un animale, al suo posto, si sarebbe ritirato in un angolino e avrebbe atteso digiunando che le cose si fossero risistemate da sé. Gottfried invece doveva tenere conto dell’imminente incontro con Padre Geremia. E premendogli  molto di essere in forze e lucido di mente, per non sciupare quell’importante occasione, ritenne necessario sforzarsi di vincere la sua repulsione per il cibo. Quando era bambino, dopo malattie o disturbi digestivi, gli venivano somministrate pappe di fiocchi d’avena o semolino, mele cotte e simili. Ma che speranza aveva ora di veder esauditi tali stravaganti desideri in un locale pubblico? Non gli rimaneva che accontentarsi di pane asciutto, un nutrimento di cui poteva trovare ampia scelta in ogni panetteria. Strada facendo, lo sguardo gli cadde sulla vetrina di un ristorante bavarese, dove, in cima alla lista delle bevande e dei piatti del giorno, spiccava a lettere baroccheggianti la scritta Cucina casalinga. E pur non sentendosi attratto dall’arrosto di cinghiale o dallo spezzatino di capriolo e nemmeno un po’ stuzzicato dalla crema di verdure, spinse la porta del ristorante ed entrò. Si era detto che mandare giù un panino in un giardino umido di pioggia o nella sua cupa stanza d’albergo non era proprio quel che ci voleva  per prepararsi spiritualmente a un incontro così decisivo per il suo futuro.

Dottor Marx – Storia di un umanista alle soglie del diluvio digitale, Carlo Maria Steiner, Felix Krull editore. Il sottotitolo, eloquente, sintetico, preciso, azzeccato, riuscito, già dice tutto della trama del libro: e in effetti di come sia l’intero romanzo. Un’opera compiuta, equilibrata, credibile, convincente e coinvolgente, intelligente, brillante, raffinata, elegante, austera, ricca di chiavi di lettura, di sfaccettature, di sfumature, di citazioni, di rielaborazioni, di riferimenti colti e letterari, interiorizzati e fatti propri dall’autore, che padroneggia lo strumento della letteratura con grande souplesse. Sembra venire da un tempo altro, eppure è nel medesimo istante una narrazione decisamente contemporanea, fresca e mai verbosa: non a caso Paolo Ruffilli, Raffaella Morselli e Pietro Gibellini lo candidano all’edizione duemiladiciotto del premio Strega.

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“L’ultima estate di Teresa Tellez”

download (10).jpegdi Gabriele Ottaviani

Giorno dopo giorno, per sette infiniti anni, Teresa, prima di fuggire in Germania, aveva sperato e disperato di trovare nella cassetta della posta una lettera decisiva, una lettera che facesse balzare il suo cuore e svincolasse dai suoi polmoni un grido liberatorio: ma nessun editore italiano, grande o piccolo, del Nord o del Sud, era stato in grado di scriverla, nessuna delle loro ipocrite e inconcludenti lettere, di quelle lettere che sordamente si affastellavano l’una sull’altra, era andata mai al di là di vacui giudizi lusinghieri, per lei altrettante subdole lame. Una via pulita e diretta, o anche una via con ostacoli e deviazioni, ma logica e percorribile fino alla meta, senza protezioni, senza appartenenze a corti, senza corruzione del midollo nella politica, con le proprie sole forze e il vanto di un reale talento, magari sostenuto dalle ali della fortuna, in Italia, non era neanche lontanamente prevista. C’erano solo vie tortuose, fatte tutte di giravolte e beffe, vie complicate all’infinito, che non portavano in nessun luogo. E non era nemmeno possibile, al momento opportuno, guadagnarsi con l’abilità un appoggio. Questa conclusione è inoppugnabile, perché non ci fu mai artista altrettanto testardo, indomabile e perseverante di Teresa, la quale, si può esserne certi, le ha provate tutte. Il letargo e l’inaccessibilità delle case editrici erano, come se non bastasse, abbondantemente rispecchiati dal letargo e dall’inaccessibilità di coloro che contavano, i quali parevano aver stretto con quelle un patto leteo, sì che tutte le porte sembravano chiuse e ogni affermazione letteraria impossibile. Non essendoci una personalità del mondo letterario o culturale che potesse ammirare e venerare dal profondo del cuore, la quale, riconosciuta la sua più che giusta causa, l’avesse sollevata con la propria forte e autorevole mano dall’oscurità, rompendo l’incanto di quella foresta pietrificata, Teresa aveva dovuto ripiegare su personaggi di relativo o dubbio merito, per cui nutriva poca o nessuna stima, purché celebri o affermati.

L’ultima estate di Teresa Tellez, Lodovica San Guedoro, Felix Krull. Andrea, Teresa, Giovanni. Tre scrittori. Tre artisti. Tre geni. Tre amici. Tre morti. Suicidi. Si sono avvelenati. Con delle erbe. Giovanni ama Teresa. Che è vittima di forti tormenti dell’anima. E che è la compagna di Andrea. Che vuole bene, riamato, a Giovanni. Che, come ognuno di loro, soffre terribilmente quel male di vivere che già spesso ha incontrato e che gli impedisce di riconoscersi in un mondo che pare non saper proprio cosa fare della sua sensibilità d’artista, che pare non essere in grado di rapportarsi alla natura senza violarla con estrema superbia. Con il consueto stile classicheggiante e gravido di riferimenti sin già nell’onomastica, ricco di digressioni, cesellato nel dettaglio, variegato e dal multiforme ingegno, originale e d’ampio respiro, tale da ricordare, se ci trovassimo a parlare d’arte figurativa, l’estro di un capitello corinzio, Lodovica San Guedoro, da due anni presenza fissa nella longlist del Premio Strega, per il quale è stata presentata finanche da Dacia Maraini, racconta una storia intensa e, anche nei suoi passaggi più immediatamente riconoscibili come concreti, profondamente simbolica.

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“Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé…”

copertina-pastor-189x300.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era un quadro della giovinezza in nero e rosso, quello che carpii in quel momento e mi si incise nella memoria a mio beneficio futuro. Elevai un ringraziamento mentale a  Kasim per questa indicibile, preziosa esperienza di sconvolgente culmine vitale, che mi era toccato di fare in un’età in cui comunemente si è vecchi, gli resi grazie, con tutti i dolori ma anche le gioie e l’esaltazione che mi aveva procurato, con tutti i rischi che mi aveva fatto correre e i piaceri nuovi conosciuti, gli affanni e i tormenti che mi aveva fatto subire e le incantevoli sorprese con cui aveva fatto sussultare il mio cuore, gli resi grazie per il mal di cuore, lo sfibramento della mente e per tutte le pene. Ma come vedeva lui, dal suo diverso angolo d’osservazione, il mio tenace e perdurante rifiuto del congiungimento sessuale? Perché, dopo i tanti fallimenti accumulati, continuava a tentarlo? Mi tenni istintivamente al riparo dall’indagarlo, mi guardai dal farlo, e non gli posi mai domande in proposito. Sentivo oscuramente, sebbene in modo inequivocabile, che non era il caso di sfiorare il punto, che si trattava di una materia troppo delicata, che mi sarei esposta al rischio di ricevere risposte deformanti e inadeguate, che mi avrebbero fatto anche male, mentre dentro di lui la verità sarebbe stata un’altra: un travaglio inconsapevole di atmosfere contrastanti, un fiume sotterraneo e sordo che scorreva a dispetto dei suoi limiti mentali e distorsioni culturali, un’onda inconscia che rifuggiva dalla luce del raziocinio, perché la vita che prende forma, e sia il seme germogliante o sia il feto, vuol essere avvolta dal buio, necessita del protettivo abbraccio dell’oscurità.

Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé… – Un’educazione sentimentale, Felix Krull editore, Lodovica San Guedoro. Lei, a onor del vero, non può più essere definita giovane. Lui, invece, lo è, eccome. Lei è sposata. Lui anche. Lei è una scrittrice. Lui è un conducente della metropolitana. Lei non crede in Dio. Lui segue da buon osservante pieno di fede i dettami della religione di Maometto nella quale è stato educato, anche se l’eredità emotiva e culturale che ha ricevuto e che lo ha portato a crescere e a diventare l’uomo che è si scontra con un mondo in cui ha difficoltà a integrarsi e lasciarsi andare completamente, a riconoscersi. Lui da ragazzo è scappato dalla Bosnia in guerra, e ora si sente come in bilico, spaesato. Lui non è colto, non ha avuto la possibilità di formarsi attraverso i libri, lei invece sì. Cos’hanno in comune? Praticamente nulla. Eppure al primo arrossire delle foglie fra loro, inatteso, imponderabile, inesorabile come solo l’amore sa essere, nasce un sentimento. Sono attratti, reciprocamente, magneticamente: ardono di desiderio, perché arrivi l’unione delle anime insieme a quella dei corpi. E la prosa unica e inconfondibile di Lodovica San Guedoro, sempre più ampia, delicata, potente, antica e insieme modernissima, articolata, intensa, elegante, raffinata, dall’andamento fluviale e variegato, che riproduce le innumerevoli sfumature dell’intimità in boccio al cospetto di una nuova inaspettata passione, conquista.

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“Pastor che a notte ombrosa nel bosco si perdé”: le prime pagine in anteprima assoluta

downloadLodovica San Guedoro, Felix Krull editore.

Poniamo che avvenne così, che non fu un sogno…

Camminavo per un viale alberato. Dai platani cadevano volteggiando le foglie,  per terra ce n’era già un lunghissimo tappeto. Mentre rasentavo il recinto di un piccolo giardino, si era sollevata, inattesa e improvvisa, una fragranza di terra umida e di fresca erba tagliata… così viva! Chiudendo gli occhi, avrei potuto credere che fosse primavera. Li avevo chiusi; petali rosei, le palpebre erano state per un attimo barriera alla legge del tempo. Era primavera. Un sussulto al cuore, un’irragionevole trepidazione… Ma proprio in quello stesso, stravagante momento, un altro odore, un sottile odore di mele fermentate era venuto a  ferirmi  le narici… Un attimo, quanto era bastato per avvertirmi che il tempo ha la stolta abitudine di andare solo in avanti e mai si concede inversioni. Avevo riaperto gli occhi con un capogiro come d’ebbrezza, stentando a capire dov’ero e che stagione era.  Era uno dei primi giorni di settembre.

L’autunno precedente si era rivelato un inverno, l’inverno una fredda e asciutta primavera, brillante di sole, a marzo e aprile avevo avuto l’impressione di vivere nuovamente in patria; a maggio e giugno le giornate serene avevano preso il sopravvento su quelle torbide e piovose. Ma, dalla seconda settimana di luglio fino al giorno precedente, dal cielo non s’era visto che cadere acqua, caderne in tutte le forme… Era andato perso, con sgomento e tristezza, il sole di luglio e di agosto, a colmare la misura del dolore e del dispetto, tutte le lune piene estive erano rimaste celate dietro cupe coltri di nuvole. Avevo dovuto sforzarmi di ricordare i cieli stellati dell’estate precedente per credere che i cieli stellati esistessero ancora e che io stessa esistessi.

A fare incontrare i nostri occhi e incrociare le nostre parole, ora lo dico, era stato un cane. A vedere però più audacemente, più spregiudicatamente, anche l’inizio grottesco della storia era il segno della sua eccezionalità, indicava che sarebbe stata una storia unica, senza raffronti…

Ero arrivata quasi all’altezza del Lotto Laden… Ma sul marciapiede un tipico caso di ostruzione mi aveva fatta fermare: passanti si assiepavano intorno a un cane… Un turbinìo di figure con volti scialbi, ottusi e comuni. Sempre le stesse disgustose scene! Quante volte non mi ero già irritata con cani e padroni! Pane quotidiano per me. E anche quella volta non avevo potuto farne a meno. Ero andata in cerca di un testimone con cui sfogare la mia indignazione e la mia pena. Lo facevo spesso, e raramente ne trovavo uno all’altezza. Ma, quella volta, invece, ce n’era uno, in piedi contro il muro del Lotto Laden, che avrebbe curiosamente mostrato di comprendere. Era molto giovane, ma non lo notai subito. Nel primo attimo fu solo una figura qualunque della strada. Si stava fabbricando una sigaretta. 

“Ha visto che sconcezza?”, avevo domandato, temendo che avrei sprecato fiato e indignazione.

In questo paese è difficilissimo che qualcuno si sbilanci ad ammettere i fatti. Fu nello stesso momento, credo, che dovetti notare come fosse molto giovane. I giovani mi repellono. Per me sono marziani. Più alienati dei loro genitori e molto più dei loro nonni.

“Cosa intende?”, aveva risposto, sorridendo un po’ incredulo.

 “Il capannello che sta circondando quel lercio cane che ha appena evacuato sulla striscia d’erba. Passanti casuali e padrona lo stanno vezzeggiando amorosamente insieme. Socializzazione di strada oggi…”

“Lei ce l’ha coi cani?”, aveva replicato, leggermente sorpreso, riponendo con calma la sigaretta in una scatoletta metallica.

“Con i padroni… Ormai non si può fare un passo senza incontrarne subito dieci… Questo quartiere, proprio perché così ricco di prati e di giardini, ne è infestato. E’ divenuto un solo cesso all’aperto… I cani in città sono un abominio.”

Mi era parso di avvertire in lui la solita resistenza e, come al solito, avevo reagito esasperando il tono, come per scuoterlo, per vincere un’ostinata resistenza.

“A me sembra ancora più schifoso lo spettacolo di quelli che la raccolgono col sacchetto di plastica,” aveva però risposto, imprevistamente, lui.

Nella mia anima, un sospiro di sollievo. Ce n’era almeno uno che non negava l’evidenza per principio. Mi rilassai di colpo e pensai che non fosse tedesco. Del resto non ne aveva l’aspetto.

“Non posso darle torto… E’ disgustoso. E poi…”

“…Scusi, lei come mai è qui?”

La diversione mi aveva confusa leggermente.

“Come? Devo fare acquisti in quel negozio là…”

“E poi che farà?”

 “Una passeggiata… Passeggio molto…”

Avevo indicato la traversa dai piccoli alberi coi frutti rossi che si apriva di fronte.

La sua mi era parsa la domanda indiscreta di uno senza fantasia, senza esperienza di libertà, e avevo avuto una sensazione spiacevole.

“Non vorrebbe passeggiare con me?”, aveva però continuato lui, cogliendomi del tutto di sorpresa. “Ma lei è sicuramente sposata…”

“Infatti. Ma non è per questo… Non sono contraria per principio, però…”

“Non ci sarebbe nulla di male, no?”

“Beh, no.”

E invece mi ero sentita irrigidire. Per la frase logora e per non so che altro motivo… 

“I suoi occhi sono così dolci…”

“Ohohò!”, avevo esclamato, nuovamente presa alla sprovvista, alzandoli al cielo con scherzosa teatralità, per dissimulare il piacere che quella, che avevo percepito come una banalità, mi aveva tuttavia procurato.

“Sì, davvero…”

I suoi si erano fatti per un attimo limpidi laghi azzurri. Per ora catturai con stupore insensibile la fuggevole impressione, che avrei rievocato in seguito così spesso, dandone interpretazioni diverse a seconda dell’intensità del mio sentimento o della logorante altalena di fantasmagorici pensieri in cui mi addentravo per stabilire se mi avesse amata davvero o no.

“Ma io sono molto molto più vecchia di lei!”

“Non importa. Lei ha un aspetto molto molto più giovane… Che età ha?”, aveva domandato avvicinando un po’ il viso a scrutarmi.

“Non posso dirglielo… Le dico solo che sono a Monaco dall’ottantacinque, vengo dall’Italia. Lei di sicuro non era ancora nato.”

“Io sono in Germania dal novantacinque. Ho trentasei anni. Provengo dalla Bosnia.”

“Li sa nascondere bene. Avrei detto venti o ventidue…”

“Mi dia il suo numero di telefono, così che ci si possa rivedere…”, aveva osservato, tirando le sue bizzarre conclusioni, senza mostrare sorpresa o compiacimento per quella che non era stata una lode.

“Ha carta e penna?”  

“No, purtroppo.”

“Neanch’io. Ma… aspetti…” Avevo frugato brevemente nel portafoglio. Non so mai se ne ho ancora. “Forse le posso dare questo biglietto da visita. C’è su il mio pseudonimo di scrittrice e anche il sito dell’attuale editore dei miei libri… Mi potrebbe scrivere una e-mail…”

Mi ero sentita vagamente potente. E, nello stesso tempo, avevo temuto di metterlo in soggezione.

Ma neanche l’ombra. La sua splendida ignoranza di fanciullo lo preservava da quel genere di sentimenti, come avrei capito in seguito.

“Lo farò senz’altro.”

Aveva proteso di slancio la mano.

“Ma mi prometta di non fare uso del numero di telefono, di non farne abuso, intendo…”, avevo avuto l’accortezza di aggiungere, trattenendo tra due dita il biglietto che si stava dileguando tra le sue mani.

“Prometto! Le scriverò e…”

“Potremo incontrarci per bere qualcosa in quel locale là, per esempio…”

“Per passeggiare insieme…”, aveva ribadito lui, come non udendo. “Ma ora la devo lasciare, devo correre al lavoro… Sta per passare il mio tram… Arrivederci!”

“Arrivederci…”

Era corso via, agile e sottile, trentaseienne…

Tra noi un abisso di anni, di esperienze, di cultura… Ma Amore, a quanto pare, è il più spericolato, fantastico funambolo e sa saltare i crepacci con grazia…

 

Avrei potuto non uscire, quel pomeriggio, non andare in quella strada, avrei potuto non vedere quella scena, non sentire il bisogno di fare un commento, avrei potuto non sollevare lo sguardo verso di lui e rivolgergli la parola… e niente sarebbe avvenuto… Avrei continuato a vivere serena, appagata di Arte e Natura, di me e di Hans, della mia casa, del mio balcone fiorito.

Ma sono uscita, sono andata in quella strada, a quell’ora, ho visto quella scena, ho sentito il bisogno di commentarla, ho rivolto la parola a lui, che era lì, precisamente in quell’istante, un attimo dopo non ci sarebbe stato più… E la storia non sarebbe iniziata.

Come da due sconosciuti, diversi in tutto, può scaturire un sogno di luce? E come tutto questo può perire di nuovo, tornare nell’ombra, precipitare sulla nera crosta terrestre? Come due esseri, avvicinatisi per un momento al sole, possono d’un tratto perdere di nuovo le ali e precipitare nell’ombra?

Mi era apparso davanti al Lotto Laden, e io ero apparsa a lui, il luogo simbolico, dove il Caso imbroglia i suoi fili… Cosa era accaduto dentro di lui perché potesse vedermi come mi vide? E io rispondergli come gli risposi? E decidere di incontrarci di nuovo, e incontrarci, incontrarci ancora, decine e decine di volte?…

Come una circostanza banale, e persino sordida, può servire a mettere in moto un’eterea visione irragiungibilmente affascinante e poetica? Come da un essere, immerso completamente nella prosa della vita, può nascere una farfalla dai colori meravigliosi?

Se non l’avessi incontrato, avrei vissuto intatta da ansie, senza turbamenti, senza tremori, tormenti e senza felicità celestiale. Pericolosa felicità, quella, che rapisce a quota troppo alta e a cui è giocoforza assuefarsi come a una droga, felicità che lascia straziata e deserta l’anima che la perde.

Me la ero meritata, la pace dello spirito, me la ero guadagnata, l’avevo strappata con lotte e travagli da stancare cento energumeni… E sette anni prima avevo giurato a me stessa che non sarei più, per nessuna ragione, caduta nella dipendenza da un altro. E non vi ero infatti caduta, fino a quel giorno…

 

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