Libri

“Suso a Lele”

download_1_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Buon giorno ponci padre. Dimenticai di comunicarti che tuo figlio Masolino seguendo e intensificando certe tradizioni d’Amico ha già trovato a scuola dove piazzare il suo cuore. È impazzito per una bambina dell’asilo che lui mi descrive e designa con il nome di “gotina”. Ha tre anni, è piccina piccina con grandi gote.

Tra il millenovecentoquarantacinque e il millenovecentoquarantasette a lui viene diagnosticata una grave forma di tubercolosi. E quindi è costretto al ricovero. In sanatorio. Ad Arosa. In Svizzera. Lei dunque resta sola. Con i due figli. Nella casa di Via Antonio Cantore 17, a Roma, a un tiro di schioppo da Piazza Mazzini. Settimo e ultimo piano, e venticinque metri quadri di terrazza, dove la governante di casa allestisce un piccolo pollaio. Non è lontana nel tempo, del resto, nemmeno la tradizione degli orti di guerra, di cui tra gli altri ha parlato qualche tempo fa in un suo bel libro il premio Strega di quest’anno, l’illustre Edoardo Albinati. Lei sente la mancanza dell’amore della sua vita. E quindi scrive. Del resto con la penna lei è capace di dare vita a storie meravigliose. Storie che hanno fatto la storia. In particolare del nostro cinema, che grazie a lei, che inizia questo lavoro quasi per caso, stupendosi, e non si capisce davvero come, visto il talento cristallino come acqua di fonte, persino del successo ottenuto. Collabora con Ennio Flaiano, che viveva a Montesacro ma non amava Roma, e infatti si è fatto seppellire a Fregene, e che poi quando è a corto di pecunia non lesina di fare qualche comparsata sul grande schermo, e con tanti, tantissimi altri. Il suo amore è assente, vorrebbe raggiungerlo, rapirlo, addirittura, quel musicologo che gli ha lasciato due figli e quasi un terzo, l’amico carissimo, Nino, che di cognome fa Rota. E quindi gli racconta tutto, le code per il referendum che fa divenire l’Italia una repubblica, evento festeggiato a suon di striscioni dai bambini, Tommaso, detto Masolino, e Silvia, detta Silvia, e tutta una messe di tenerissimi frammenti di quotidianità che non sono solo un affresco vieppiù colorato dell’Italia, ma fanno anche bene al cuore. Lo dice d’altronde pure Cristina Comencini, che scrive una bella lettera di prefazione a questa donna straordinaria di cui sente, e come darle torto, la mancanza: è stata con le sue trecento lettere in quattordici mesi una gran medicina per il suo Lele, al secolo Fedele, figlio di Silvio. D’Amico. E del resto anche lei ha un padre molto più che celebre. Emilio. Cecchi. Lei è Giovanna. Ma tutti la conosciamo come Suso. Suso Cecchi D’Amico. Vivere in pace, L’onorevole Angelina, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Bellissima, La signora senza camelie, Senso, proibito, I soliti ignoti, I magliari, Estate violenta, Risate di gioia, Rocco e i suoi fratelli, I due nemici, Salvatore Giuliano, Il gattopardo, Gli indifferenti, Metello, Fratello sole sorella luna, Ludwig, Vaghe stelle dell’Orsa, Parenti serpenti, Speriamo che sia femmina, Oci ciornie… C’è anche la sua firma su questi – non gli unici – capolavori. E pure queste lettere, che lo sono altrettanto, se non di più. Uno splendido carteggio d’amore, curato dai figli. Suso a Lele – Lettere (dicembre 1945 – marzo 1947), Bompiani. Imperdibile. Per chi ama il cinema e non solo.

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