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“Quel prodigio di Harriet Hume”

di Gabriele Ottaviani

Lui non rispose. Aveva appoggiato i gomiti sulla scrivania e si era coperto gli occhi con le mani. Sulla superficie scura delle sue palpebre apparve, con una chiarezza terribile, la folla dei creditori. Di costoro faceva ancora parte Ginevra, che lui si immaginava esattamente come doveva essere in quel momento, al ballo dell’ambasciata, la mascella leggermente aperta mentre parlava, come se la conversazione fosse una palla che lei doveva tenere in bocca proprio come il cinghiale tiene una mela. Era una sfortuna che il successo fosse una delle poche idee che quella creatura coltivasse. Non c’è niente di più infernale che vivere con un compagno che disprezziamo, e che tuttavia presume di disprezzarci. Dio! Non era possibile che l’universo fosse organizzato per lasciarlo in questa trappola! No, era questa Cassandra che lo stava portando alla rovina con le sue manovre, non il destino! Batté il pugno sulla scrivania. Certo, era lei che aveva interpretato tutto malignamente, come aveva sempre fatto! Non gli interessava se il maggiordomo origliava all’uscio…

Quel prodigio di Harriet Hume, Rebecca West, Fazi. Traduzione di Francesca Frigerio. Il fantastico e il perturbante da sempre camminano abbracciati, e c’è un tocco di magia, che non guasta mai, in questa storia poetica e vibrante che si dipana per le belle strade di una Londra ora fiabesca ora abietta, in cui si celebra comunque, nonostante tutto, il trionfo dell’amore e della bellezza, salvifica per antonomasia, sull’odio e sulla prevaricazione: amor vincit omnia, del resto. Harriet  non ha un soldo, è eccentrica, è una pianista: Arnold è un politico, non ha scrupoli, è sposato per convenienza. Lui e Harriet si amano, si lasciano, si prendono, si rincorrono, e… Da non perdere.

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“Lo scontro degli stati-civiltà”

di Gabriele Ottaviani

Gli arabi avevano da tempo perso l’impulso all’espansione territoriale che mille anni prima li aveva spinti fino ai Pirenei e oltre. Ma pur ammettendo che il nostro esperimento mentale non abbia alcun valore storico, può essere comunque considerato un esercizio utile dal punto di vista politologico? Penso di sì, perché illustra due diverse visioni del mondo. Solo uno Stato europeo moderno avrebbe avuto l’ambizione di salvare l’Egitto dal suo passato (o dalla sua concezione dello stesso). L’obiettivo di Napoleone, disse il filosofo e matematico Jean-Baptiste Fourier, che partecipò alla spedizione, era quello di trasformare il paese in uno Stato moderno. La missione assunse molte forme. Uno scienziato studiò l’ottica del miraggio, un altro la produzione di indaco. L’invasione dell’Egitto non fu una classica impresa coloniale ma uno dei primi esperimenti di ingegneria sociale. Questo si rivelò doppiamente umiliante per gli arabi. Come aveva fatto un popolo, a cui era stata data la verità ultima in una rivelazione che aveva sostituito l’ebraismo e il cristianesimo, a essere superato dal mondo non musulmano nella scienza e nella tecnologia e persino nell’arte della guerra? E perché l’Europa cristiana era riuscita a cancellare dalla propria storia i grandi successi arabi del passato? Gli studenti che a Parigi frequentavano le lezioni dei professori che Napoleone aveva portato con sé nella sua campagna egiziana sarebbero stati sorpresi nell’apprendere che alcuni dei termini che davano per scontati, come “sedia”, “leggere” e “conferenza inaugurale”, erano di origine araba…

Lo scontro degli stati-civiltà, Christopher Coker, Fazi, traduzione di Thomas Fazi. Docente di Relazioni internazionali alla London School of Economics, Christopher Coker, con chiarezza esemplare, indaga la contrapposizione fra le diverse Weltanschauung che nel corso degli ultimi decenni dopo il crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e quindi la definitiva affermazione del modello di vita occidentale si sono avvicendate e si stanno ancor oggi evolvendo nel contesto storico, politico, sociale, culturale ed economico contemporaneo, definendo nuovamente il capitalismo, il liberismo e la stessa idea di democrazia. Da leggere.

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“Etzel Andergast”

di Gabriele Ottaviani

Spiegò che si interessava alla sua persona, al suo destino: e quanto più il suo interesse cresceva (e doveva confessare di non avere mai avuto motivi così validi di attrarre un giovane vicino a sé), tanto più si sentiva toccato. Tanto più lo allarmava quella testardaggine che era un segno di coscienza sporca e che Etzel opponeva a ogni tentativo di farsi un’idea della sua vita. «Un animo così disposto dà molto a pensare», scrisse, «assomiglia a un processo di irrigidimento. L’obiezione che la giovane età escluda il pericolo di un irrigidimento permanente non è un’obiezione. A venti o ventuno anni il peso specifico delle esperienze non è affatto minore che a cinquanta e si radica a una profondità maggiore. Insieme alla giornata ancora in corso possiamo soppesare solo quella di ieri, appena trascorsa. Stando alla mia esperienza, il clima spirituale che fa da sfondo agli eventi della vita viene rivisto e ricalibrato – a qualunque età – ogni cinque o sette anni». Per tutti i motivi che aveva esposto si sentiva obbligato a rivolgersi alla persona più competente per avere dei chiarimenti. Poche indicazioni gli sarebbero state sufficienti e gli avrebbero facilitato un compito al quale, per come stavano le cose, non poteva più sottrarsi. Naturalmente avrebbe potuto affidarsi alle sue sole forze: scrivere alla signora però rappresentava la strada più breve. Gli avrebbe fatto risparmiare parecchio tempo, parecchi sforzi. Gli serviva la chiave, la parola d’accesso. (Le allusioni fin troppo discrete di Eleanor Marschall gli avevano indicato soltanto una direzione vaga, facendo balenare un ricordo ancora privo di contorni). Cinque giorni più tardi arrivò la risposta della signora von Andergast: diciassette fittissime pagine, vergate con una scrittura minuta, che lo impegnarono più di un voluminoso lavoro scientifico. Mentre leggeva, Kerkhoven vide emergere il ricordo come se avesse avuto bisogno di quell’ultima spinta per tornare alla coscienza…

Jakob Wassermann, Etzel Andergast, Fazi, traduzione di Stefano Jorio. Splendido sin dalla copertina, il romanzo racconta di un giovane fragile, affascinante, sbandato, confuso, con un’anima che è una cornucopia, piena di primizie preziose, pronto a tutto e senza niente da perdere, alla deriva come una nave senza nocchiero, affamato d’amore e bramoso di una figura paterna, che crede di trovare in un medico che ne è al tempo stesso attratto e respinto, mentre la repubblica di Weimar, come un abito frusto, un sipario strappato, un tessuto liso mostra la corda, ed è prossima al collasso, lacerata da opposte sobbollenti tensioni, è la maiuscola prova narrativa di un autore di origine ebraica vissuto a cavallo fra il milleottocentosettantatré e il millenovecentotrentaquattro che è troppo poco noto e che è invece sublime in tutto e per tutto.

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“Il mare senza stelle”

di Gabriele Ottaviani

Il libro che Rhyme ha lasciato per lui è scritto interamente a mano. Zachary, finora, è riuscito a leggerne solo poche pagine. Leggere un manoscritto è una faccenda lenta. Oltretutto, non è nemmeno sicuro di conoscere la lingua in cui è scritto. Se non mette a fuoco gli occhi, le lettere si trasformano in un guazzabuglio che non riconosce come linguaggio, cosa che gli provoca mal di testa e frustrazione. Mette giù il libro e sposta una lampada per poter vedere meglio. Cerca di dare un senso ai modi in cui quel libro può collegarsi a tutto il resto. È sicuro che la ragazza-coniglio sia la stessa che è caduta attraverso il ricordo di una porta in Dolci rimpianti e che la narrazione si sia allontanata dalla Baia, spostandosi sul Mare Senza Stelle, per introdurre un Keating. Zachary sbadiglia. Se dovrà leggere tutto il libro, avrà bisogno di caffeina.

Il mare senza stelle, Erin Morgenstern, Fazi, traduzione di Donatella Rizzati. Tra gli scaffali della biblioteca dell’ateneo che frequenta un giorno il giovane Zachary Ezra Rawlins, ragazzo sensibile e studente brillante e promettente, s’imbatte in un volume che sin da subito lo seduce: per la copertina, per le vicende che racconta. La sua attenzione è catturata immediatamente: procedendo però con le pagine si avvede di qualcosa di impossibile, di incredibile, di impensabile e inimmaginabile eppure reale, concreto, tangibile, perché succede dinnanzi ai suoi occhi increduli. Lì dentro, infatti, si parla di lui. Della sua infanzia. E non è che l’inizio di un viaggio non solo simbolico nei meandri della condizione umana, che tutti ci accomuna anche se ognuno è unico e irripetibile: divertente, appassionante, elegante, convincente e coinvolgente.

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“Il criminale pallido”

di Gabriele Ottaviani

Molte ore dopo ero di nuovo alla stazione dello zoo, dove Korsch aveva già fatto vedere le foto del baule al personale del deposito bagagli. Le guardarono e riguardarono, scossero la testa e si grattarono il mento grigiastro, ma nessuno riuscì a ricordare qualcuno che avesse lasciato un baule di cuoio blu. Il più alto di loro, un tale con una palandrana color kaki che gli arrivava fino ai piedi e che sembrava essere il responsabile, prese un quaderno da sotto il ripiano di metallo del bancone e me lo portò. «Di sicuro registrate nomi e indirizzi di chi deposita qui i bagagli», gli dissi senza troppo entusiasmo. Di regola gli assassini che abbandonano le vittime al deposito bagagli di una stazione ferroviaria non danno nome e indirizzo veri. Il tizio con la palandrana, che aveva i denti neri come gli isolatori di ceramica sui cavi del tram, mi guardò tranquillo e sicuro di sé picchiettando sulla copertina del quaderno con un’unghia mangiucchiata. «È segnato qui, quello che ha lasciato il vostro dannato baule». Aprì il registro, si leccò un pollice che perfino un cane avrebbe evitato di annusare, e cominciò a sfogliare le pagine sporche di grasso. «Sul baule della foto c’è un biglietto», disse. «E sul biglietto c’è un numero, lo stesso che è segnato col gesso su un lato del baule. E quel numero è scritto in questo quaderno, insieme a una data, un nome e un indirizzo». Sfogliò altre pagine e infine trovò quella che cercava. Ne scorse le righe con il dito.

Il criminale pallido – La trilogia berlinese di Bernie Gunther, Philip Kerr, Fazi, traduzione di Patrizia Bernardini. Il secondo volume di una grande e classica epopea poliziesca si apre nell’afa dell’estate berlinese, città splendida connotata da un clima continentale che non manca di fiaccare anche gli animi e i corpi più robusti: è il millenovecentotrentotto, e il popolo del Reich – Hitler a marzo ha annesso l’Austria – attende l’esito della conferenza di Monaco, venti di guerra spirano sempre più forti e mefitici, mentre in città scompaiono via via sempre più ragazze. Tutte bionde. Tutte con gli occhi azzurri. Tutte ariane. E… Maestoso, travolgente, semplicemente perfetto sotto ogni punto di vista.

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“Il grande me”

di Gabriele Ottaviani

«Papà». «Dimmi». «Sei sicuro di non sapere nient’altro su Mario?». Mi guarda perplesso. «Niente». «Sei certo non ti sia mai venuto a cercare?». Lo vedo esitare, ha ripreso a disegnarsi delle croci con l’unghia del pollice sull’anulare, è un vizio di cui mi ero dimenticata. «Ne sei certo o no?». «Mai. Sarei pazzo a non ricordarmene». «E se tu lo avessi rimosso perché l’idea di averlo rifiutato, oggi, ti darebbe troppo dolore?». «Scherzi? Prima di qualche mese fa a lui non ci avevo neanche mai pensato. È emerso solo ora nella mia mente, lo vuoi capire?». «Mi hai parlato di un “segreto”, come qualcosa che avresti sempre voluto dirci ma sul quale hai preferito tacere». «E non è un segreto? Ho sempre taciuto, senza sapere che lo stessi facendo. L’illuminazione mi è venuta da poco, nel momento in cui la malattia mi ha costretto a guardarmi solo indietro, non più avanti». «Papà, Mario ti ha già cercato. È venuto da te e tu non lo hai riconosciuto». «Che stai dicendo?». «Ha provato a ricattarti, come puoi non ricordarlo?». Si prende le tempie fra le mani. «Smettila, smettila di giocare con la mia testa». Vado ad aprire il cassetto dove ho nascosto la mia prova, il pizzino minaccioso, glielo mostro.

Il grande me, Anna Giurickovic Dato, Fazi. A un tratto succede. Ci dimentichiamo che dobbiamo morire. Diamo per scontato che avremo sempre tempo. Poi, invece, accade. Talvolta senza dar modo di salutarsi. In qualche altro caso, invece, lasciando spazio per un ultimo tentativo di rimettere le cose a posto. Di lasciarsi in pace. Un padre se ne sta andando, la vita gli sta sfuggendo dalle mani come sabbia che inesorabile scorre dall’alto verso il basso in una clessidra, una figlia, e con lei i suoi fratelli, debbono necessariamente fare i conti con la nostalgia, che non a caso è sia simbolicamente che concretamente il dolore del ritorno, coi ricordi, con lo smarrimento, con la presa di coscienza, la consapevolezza dei silenzi, dei fallimenti, e… Con delicatezza straziante Anna Giurickovic Dato scrive una storia intima, particolare e assieme universale, sul mistero dell’amore, della vita e dei legami.

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“Memorie postume di Brás Cubas”

di Gabriele Ottaviani

Eppure, uscendo da lì, provai l’ombra del dubbio; mi chiesi se non sarebbe stato mettere follemente a repentaglio la reputazione di Virgília, se non ci fosse un altro modo ragionevole di conciliare la ragion di Stato e le ragioni di Gamboa. Non mi venne in mente niente. Il giorno dopo, alzandomi dal letto, avevo preso la ferma decisione di accettare la nomina. A mezzogiorno entrò il domestico a dirmi che in salotto c’era una signora col volto coperto da una veletta. Corro da lei; era Sabina, mia sorella. «Non si può andare avanti così», mi disse. «Facciamo pace una volta per tutte. Siamo gli ultimi della nostra famiglia; non dobbiamo vivere come due nemici». «Ma se non chiedo di meglio, sorellina!», gridai tendendole le braccia. La feci sedere accanto a me e parlammo di suo marito, della figlia, degli affari, di ogni cosa. Stavano tutti bene; la bambina era un amorino. Il marito sarebbe venuto a portarmela, se acconsentivo. «Ma figurati! Verrò a trovarvi io». «Davvero?». «Parola». «Meglio così!», sospirò Sabina. «È davvero ora di finirla».

Memorie postume di Brás Cubas, Machado De Assis, Fazi, traduzione, delicata, appassionata, raffinata, elegante, suadente e magistrale di Daniele Petruccioli. Morto, eppure parla, anche se non è un personaggio di un film comico o della smorfia, che appare in sogno e garantisce qualche vincita, più o meno cospicua, a seconda dell’investimento effettuato, suggerendo dei numeri sulla cui uscita scommettere nelle ruote del lotto: è, più semplicemente, ma anche in modo assai più interessante, il narratore della nostra storia, un caposaldo della letteratura in lingua portoghese che ritrae con inusitata perizia, non priva d’ironia, prendendo le mosse dal proprio funerale e affrescando vividamente le numerose e contraddittorie sensuali e finanche scandalose rivoluzioni della sua pur a tratti neghittosa esistenza, la classe dirigente brasiliana del diciannovesimo secolo, come s’è vista, cambiando quel che dev’essere cambiato, anche in tante pellicole. Amato da Allen, Sontag, Eggers, Saramago e non solo, sarebbe un peccato perderselo.

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“L’ultima nave per Tangeri”

di Gabriele Ottaviani

Aveva l’assegno di invalidità. Dormiva meno di una pulce. Era in contatto con strani elementi, Charlie. Sono assolutamente convinto di questa cazzo di cosa. Era tipo… un ricevitore. Di certe cazzo di trasmissioni strane. Mamma che sfila davanti a lui con la faccetta triste e la tazza di tè forte. Hank ci dà dentro con la sua solitudine. I beoni che escono dall’Abbey Tavern dall’altro lato della strada. Per loro non erano un fastidio. Estate al culmine, ancora luminosa alle undici di sera, e mia madre che assiste all’attrazione. Non lo sapremo, diceva, fino a quando ci sarà la vecchia attrazione della sera, con il cerchio che ci si stringe intorno. Per un pover’uomo depresso da matti sin da quando si era affacciato in questo mondo, dover ascoltare quelle cose? Ma sapeva perfettamente che senza di lei sarebbe finito a succhiarsi il ditone in una stanzetta chiusa a chiave.

L’ultima nave per Tangeri, Kevin Barry, Fazi, traduzione di Giacomo Cuva. Breve ma deflagrante, irresistibile e imperdibile, travolgente, un gioiello cesellato con perizia inusitata, caratterizzato sopra ogni altra cosa dalla finissima rappresentazione di due personaggi molto più policromi di quanto in apparenza possano apparire a un primo e fuggevole sguardo, quasi inafferrabili e ineffabili, tanto sono ricchi di particolarità, il romanzo, di un autore sublime che non ha bisogno di presentazioni e che conferma, qualora ve ne fosse bisogno, la felicità della sua vena narrativa con quest’ulteriore ottima prova, narra, ombroso, malinconico, misterioso, ricchissimo di livelli di lettura, chiavi d’interpretazione, retaggi, suggestioni e riferimenti, fumoso ed elegante come un polar dalla cui visione è impossibile staccarsi, che fa precipitare in una dimensione in cui il tempo scorre altrimenti rispetto al consueto, di Maurice e Charlie. Due uomini. Due irlandesi. Di cinquant’anni, o giù di lì. Che si trovano ad Algeciras, il principale porto per i collegamenti fra Africa e Spagna, in Andalusia, nella provincia di Cadice, una città industriale sul lato opposto della baia di Gibilterra. Sul molo i due amici, due ex trafficanti che hanno fatto, nel bene e nel male, nel corso della loro vita, tutto quello che potevano fare, compreso amare e tradire la stessa donna, tengono d’occhio le navi che partono. Cercano la figlia di uno dei due. E…

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“Perdersi”

di Gabriele Ottaviani

Mi toccò aspettare il suo ritorno per oltre una settimana; dieci giorni esasperanti in cui non osavo più fare i miei comodi nel cottage com’era ormai mia abitudine. Dormirci era fuori discussione, e lavarmi lì o usare la cucina presentava dei rischi. Riuscii tuttavia a fare il bagno un paio di volte, la sera tardi, prestando molta attenzione a finire tutta l’acqua calda in modo da eliminare ogni prova che lo scaldabagno era stato acceso, nel caso in cui lei fosse arrivata il mattino seguente. Mettevo l’acqua a bollire nel bricco per fare il tè o il caffè, e in capo a una settimana cominciai a mangiare le provviste più deperibili fra quelle che Katya aveva acquistato. In fondo, anche se Daisy avesse scoperto che c’erano state, avrei potuto dire in tutta sincerità che Katya mi aveva permesso di usarle prima che andassero a male. Furono giorni di grande disagio. Ogni mattina raccoglievo le primule e le mettevo in un vasetto sul tavolo della cucina. Pulii la sua stanza e rifeci il letto. Una mattinata la passai tutta a preparare tè per il tecnico che le stava installando il telefono in camera. Nel pomeriggio rinvasavo le piantine del semenzaio. Venivano su molto bene, ero soddisfatto. Riannodai il nastro intorno alla busta con dentro le lettere. Fu inaspettatamente difficile rimetterlo nella posizione originale, ma alla fine ci riuscii.

Perdersi, Elizabeth Jane Howard, Fazi, traduzione di Sabina Terziani e Manuela Francescon. Henry non è più giovane. E non è nemmeno messo granché bene. Vive sulla barca di una coppia di amici, ed è solo. Non ha mezzi ma ha fascino. Ama leggere. Si perde nei suoi pensieri, nei suoi sogni. Parrebbe che la sua vita non sia stata altro che una serie di sfortunati eventi di cui lui è stato vittima per colpa delle donne. Un giorno ne seduce una, una drammaturga di successo, che vive in una bella casa e conduce un’esistenza piena di cose ma vuota d’affetto: Henry, pian piano, come la goccia che scava la pietra, come un fiume carsico, che si getta sotto la superficie e si rende invisibile, come un filo nascosto si insinua nell’ordito della sua vita, e… Potentissimo, travolgente, raffinato, à bout de souffle.

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“Il gioiello della corona”

di Gabriele Ottaviani

Con queste parole Duleep Kumar giustificava il proprio fallimento, sempre che fosse stato un fallimento, ma dentro di sé si torturava per l’assenza di rimproveri da parte dei suoi genitori. Forse era sua moglie a rimproverarlo, Kamala, anche lei entrata nel secondo stadio dell’esistenza dopo essere stata penetrata, deflorata e poi abbandonata ai ricordi della propria stessa, straordinaria, dolorosa transizione da bambina a donna, passando alcune stagioni dell’anno con i suoi genitori e altre con quelli di Duleep e accogliendolo al suo ritorno con un’umiltà ormai leggermente inacidita nell’avvertire la quale Duleep dovette concludere che, a un’analisi obiettiva della situazione, era riuscito a ottenere il peggio di entrambi i mondi. Dopo tutto non aveva riportato alcun vaso pieno d’oro, alcun abito principesco, alcun mezzo per liberarla dalla tirannia di una famiglia matriarcale, come probabilmente lei si era aspettata dalla sua lunga permanenza in Inghilterra. Pur non avendo un’idea precisa delle ambizioni che lo avevano fatto partire, di certo Kamala aveva capito il senso di fallimento legato al suo ritorno. «Alla mia partenza ero un temuto ma adorato marito indù. Al mio ritorno ero un mezzo uomo, impuro secondo i dettami della tradizione induista perché avevo attraversato le acque nere. Ma le avevo attraversate senza ottenerne alcun palese vantaggio. Per purificarmi, venni persuaso a consumare i cinque prodotti della vacca, sterco e orina compresi. A eccezione naturalmente della carne». In Inghilterra non aveva detto a nessuno di essere sposato. Se ne vergognava. Per un mese aveva previsto e temuto la notizia della gravidanza di Kamala. Il sollievo che provò era temperato dalla delusione.

Il gioiello della corona, Paul Scott, Fazi, traduzione di Stefano Bortolussi. The Raj Quartet, quello che è stato definito il Guerra e pace angloindiano, storia di amori, passioni, lotte, sentimenti, colonie, intrighi, inganni, politica e non solo, un affresco magistrale e omnicomprensivo,  arriva in libreria con una nuova traduzione con il suo primo, riuscitissimo, magistrale, monumentale, poderoso e ponderoso capitolo: Paul Scott, autore di grande bravura, sapienza e tecnica compositiva, vincitore, non certo a caso, del Man Booker Prize, il premio che da oltre mezzo secolo viene assegnato ogni anno al miglior romanzo scritto in inglese e pubblicato nel Regno Unito e anche, di recente, nella repubblica d’Irlanda, fa immergere il lettore nella realtà del millenovecentoquarantadue, un tempo di guerra che sta mostrando come, a differenza di quanto si è sempre creduto, e di ciò che la propaganda ha sempre fatto credere, l’impero britannico non è affatto invincibile, e la gemma più splendente del suo regale tesoro, ossia l’India, è teatro di scontri e fratture viepiù laceranti. Daphne, giovanissima, vive da poco lì, a Mayapore, dove ha conosciuto Hari, intelligente, dotto, bello più del sole, che l’ama riamato, cresciuto in Inghilterra come lei ma, al contrario di lei, indiano. Il loro amore, dunque, non può brillare alla luce del sole: e… Impeccabile e imperdibile.

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