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“L’isola”

di Gabriele Ottaviani

Yussuf si avvicinò al gruppo. Scostò con un piede il miliziano riverso sul selciato e posò una mano sulla spalla del padre. L’uomo mantenne una salda presa sul figlio, ma affondò i suoi allarmati occhi azzurri in quelli cupi, eppure in un certo modo affabili, di Yussuf. Un attimo dopo abbandonò la presa sul corpo del figlio e si lasciò trascinare come un sacco vuoto verso il gruppo dei prigionieri. Yussuf sentì il membro sotto i pantaloni indurirsi fino a quasi esplodere. Per Allah misericordioso, che piacere. Nemmeno se avesse studiato quella scena a tavolino sarebbe mai stata così perfetta. Aveva solo toccato quell’uomo. E lui lo aveva sentito! Aveva sentito insieme la crudeltà e la bontà di Yussuf. Si era allontanato come un cane che guaisce davanti al bastone del padrone. Tutti ora sapevano che lui era la forza, ma poteva anche proteggerli, se si sottomettevano. Era stato fortissimo. Sulla piazza era calato il silenzio. A un cenno di Yussuf i miliziani ripresero a separare i figli dai genitori. Botte, calci e pugni ricominciarono ad abbattersi sui corpi di chi ostinatamente cercava di proteggere i piccoli dalla selezione. I bambini venivano incolonnati lungo via Roma e affidati alla sorveglianza di donne coperte dalla testa ai piedi da tuniche nere e da niqab che lasciavano intravedere solo gli occhi. Le sorveglianti tenevano i mitra a tracolla, e brandivano lunghi frustini di bambù con cui colpivano i bambini spaventati e incapaci di capire i loro comandi urlati in arabo, inglese e tedesco. Una bambina fu colpita alla testa dal frustino, sua madre scattò tentando di raggiungerla, un miliziano spinse a terra la donna e iniziò a tempestarla di calci. La bambina cercò a sua volta di uscire dalla fila, ma una delle terroriste allungò un piede e la sgambettò, la bambina cadde a terra, la donna la afferrò per i sottili capelli castani e la riportò nel gruppo.

L’isola, Claudio Fava, Michele Gambino, Fandango. Un grosso sasso in mezzo al Mediterraneo, lungo dodici chilometri e largo due, dove per queste e altre ragioni altrettanto ovvie non si ha mai fretta di andare o arrivare da nessuna parte: in questo luogo-non luogo le più diverse situazioni esistenziali si intrecciano, dando vita a una commedia umana cruda e solenne, tragicamente verosimile. Se la politica continua a essere miope, se il coraggio cede il posto alla rassegnazione, se la disperazione si sostituisce alla speranza, se il razzismo sconfigge la carità, se non si sanno né possono né vogliono dare risposte alle paure delle persone, e anzi le si vellica, soffiando sul fuoco per mero tornaconto personale, anche, talvolta, da parte giornalistica, il rischio è che tutti diventiamo isole, monadi, vittime di una guerra santa solo di nome, in cui non necessariamente quello che sembra essere un feroce califfo che si eccita anche fisicamente col delitto è poi il vero e peggiore pericolo: da non perdere.

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“Alberto Sordi”

9788866920984_0_221_0_75di Gabriele Ottaviani

Tranne Oreste e Giovanni, i fanti di Monicelli non sono vili e non sono eroi…

Alberto Sordi – La biografia, la carriera artistica, le critiche e le foto di tutti i suoi film, Claudio G. Fava, Gremese. Quest’anno, il quindici di giugno, avrebbe compiuto, e non mancano da più parti le più varie celebrazioni, nientedimeno che un secolo esatto di vita, cento anni tondi tondi, e pensare che nel duemila, l’anno giubilare, nella data del suo ottantesimo genetliaco, quando il Campidoglio era guidato dall’attuale presidente dell’ANICA (la settima arte, che lo ha visto protagonista immarcescibile in quasi duecento pellicole, è sempre pertanto in ogni modo protagonista…) Francesco Rutelli, fu sindaco di Roma per ventiquattr’ore. Alberto Sordi ha incarnato l’italiano medio, in tutte le sue sfaccettature, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue meschinità, le sue doti sublimi, le sue idiosincrasie, ha vinto David di Donatello e Nastri d’argento, la sua interpretazione di Un borghese piccolo piccolo è stata definita addirittura da Oscar, e al tempo stesso è stato anche il serissimo goliardo che arrivava a passo svelto agli studi al Palatino, si sedeva a chiacchierare con l’amico e appassionato Giancarlo Governi, sfotteva il tecnico degli studi, di chiara fede avversa, ossia laziale, dava diecimila lire alla signora che teneva in ordine i camerini perché facesse fare il bagno a Cirillo, pastore bianco che sdraiandosi sotto le auto si sporcava, imitava il duce per la gioia delle maestranze, tutte di estrema sinistra, si circondava di persone di fiducia, come il caro amico Piero Piccioni, fratello dell’insigne docente di Letteratura italiana Leone, che chiamava l’assassino perché negli anni Cinquanta fu tirato in mezzo (nonostante lui non si trovasse affatto sul luogo del delitto, bensì da tutt’altra parte in tutt’altra compagnia, quella dell’amata, ma non si sarebbe dovuto sapere, Alida Valli) al caso Montesi – la povera ragazza morta in spiaggia vicino Roma con ogni probabilità in seguito a una delle tante orge che si facevano all’epoca (e probabilmente ancora oggi) nelle discrete ma splendide ville degli alti papaveri – per fare fuori dalla Democrazia Cristiana, all’epoca primissimo partito, il padre aspirante segretario, e dava vita a una masnada di aneddoti irresistibili: Claudio G. Fava non dà alle stampe semplicemente un volume, ma un vero e proprio tesoro, uno scrigno prezioso ricolmo di scintillanti gemme, una cornucopia doviziosa, magnetica e magnifica. Un’occasione, insomma, che non ci si può, né deve, lasciar sfuggire.

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“A.F. Justus Thibaut e la “purezza della musica””

9878822265548.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non c’è da sperare salvezza per il canto liturgico se non saranno messi a freno i nostri organisti.

A.F. Justus Thibaut e la “purezza della musica” – Prima versione italiana di Über Reinheit der Tonkunst (1826), Elisabetta Fava, Leo Olschki. Anton Friedrich Justus Thibaut, nato nel millesettecentosettantadue e morto nel milleottocentoquaranta, era uno dei più importanti giuristi dell’Università di Heidelberg, ma era anche un grande appassionato di musica, soprattutto quella polifonica del Rinascimento, che praticava regolarmente in casa dirigendo un coro amatoriale. Ha scritto Über Reinheit der Tonkunst (ovvero Sulla purezza della musica), un vibrante pamphlet, sinora mai tradotto, che si inserisce perfettamente nel contesto dei primi anni del diciannovesimo secolo in cui era molto sentito il tema del recupero e della riscoperta di autori e stili lontani nel tempo anche in ambito musicale, e il cui intento è proprio promuovere nella musica sacra il ritorno alla purezza delle pagine rinascimentali.  Grazie a Elisabetta Fava, che insegna Storia e critica della musica all’Università di Torino, abbiamo finalmente la grande fortuna di conoscerlo.

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