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“Signorina”

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Pare che internet sia nato per scopi militari e che sia diventato quello che è grazie al traffico degli utenti di siti porno. Non mi intendo molto di informatica, ma di porno un pochino sì (è più facile che imparare il codice binario) e vi posso garantire che quasi tutto quello che vediamo addosso ai corpi delle donne, prima è passato dal mondo del porno. O da quello del queer. Che si tratti delle scarpe con la zeppa, calzatura simbolo delle stripper, o dell’intimo di pelle mutuato dalla cultura gay leather, che si parli di depilazione integrale o di sbiancamento anale, le pioniere del corpo sono sempre loro: sex worker e comunità LGBTQI+. E quello che vediamo oggi in vetrina nei negozi di intimo qualche anno fa era relegato all’oscurità dei sexy shop o di negozi dedicati alle performer.

Signorina, Chiara Sfregola, Fandango. Sono passati quattro anni da quando l’Italia è diventata un po’ meno arretrata, approvando le unioni civili. Certo, molta strada è da fare, anche perché ci sono ancora dei residuati bellici dell’eoarcheano che, con tutto il rispetto per i residuati bellici e per l’eoarcheano, pensano che estendere dei diritti a qualcuno che prima non ne aveva significhi erodere i loro, e nonostante sia stato spiegato loro in ogni modo e maniera – è già grave che tocchi spiegarlo, ma tant’è… – che non si tratta di una torta da fare a fette, è un concetto troppo alto per le loro menti piccole e bacate. Di unioni si è scritto tanto, di donne che hanno deciso di sposarsi meno. Chiara Sfregola è lesbica, è femminista ed è moglie: e racconta la sua storia. E quella di tante persone. Analizza il matrimonio, l’istituzione, la famiglia, e soprattutto gli assurdi anacronismi, luoghi comuni, pregiudizi e puntigli ideologici che si annidano nelle pieghe della nostra società: da leggere.

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“Caccia all’Omo”

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“Frocio”, “pervertito”, “checca”, “finocchio”, “pompinaro”, “culattone”, “bocchinaro”, “rottinculo”, “culanda” “leccafiche”, “ricchione invertito”, “piglianculo”, “ciuccia cazzi”, “passiva camionista”, “deviato”. Sono alcuni commenti riportati sotto articoli, foto, post, tweet che parlano di questioni Lgbt. Sono armi: si prende la mira e poi si spara. Le offese più ricorrenti sui social sono state mappate da Vox, l’Osservatorio italiano sui diritti, che fotografa l’odio via social. Attraversano la rete si concentrano in città che vanno da Milano a Napoli, da Bologna a Venezia. I dati provengono da una mappatura di Twitter. L’odio cresce quando scoppiano polemiche sulle famiglie arcobaleno e in occasione di appuntamenti “contro”, come il Congresso sulla Famiglia di Verona. La Rete è ed è stata da sempre per la comunità Lgbt una vera risorsa di vita. Da decenni si entra per parlare e leggere di sé, immergersi in un mare di servizi, approfondimenti, curiosità, immagini. Chi vuole informazioni e chi contatti, chi cerca le associazioni. Uno scrigno ma anche un vaso di Pandora che raccoglie i peggiori istinti.

Caccia all’Omo, Simone Alliva, Fandango. Giornalista di rara bravura che si occupa da anni di cronaca politica e diritti civili per le più varie e prestigiose testate, Simone Alliva in questo testo di grandissimo pregio a livello culturale, sociale e, per l’appunto, anche politico, nell’accezione più ampia, nobile ed elevata del termine, fotografa con nitida perizia la situazione di una comunità che a parole professa apertura, sensibilità e inclusione ma all’atto pratico si manifesta viceversa nella concretezza dei fatti sempre più invidiosa, rabbiosa, cattiva, classista, violenta, razzista: a maggior ragione in quello che è ormai da decenni il #pridemonth è viepiù importante sottolineare quanto l’omofobia sia una gratuita crudeltà che in molti modi e numerose maniere rovina la vita a chi ne è vittima. Quando non gliela sottrae direttamente. E l’Italia, inutile nascondersi dietro a un dito, da nord a sud è una nazione in cui l’omofobia, contro cui, il che è ancor più grave, al momento, anche, se non soprattutto, a livello istituzionale, si fa poco, per non dire nulla, è profondamente radicata – tanto da essere talvolta persino interiorizzata a un livello più basso di quello della razionale consapevolezza – e considerata, quando almeno se ne ammette l’esistenza, perché c’è chi la nega, addirittura intollerabilmente giusta. Da non perdere.

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“Alberto Sordi – Storia di un italiano”

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Nel 1934, negli anni del consenso che raggiungeranno l’apice due anni dopo, con la dichiarazione dell’impero, l’Italia del pallone vince il suo primo campionato del mondo, battendo in finale la Cecoslovacchia, a Roma, davanti a Mussolini. Quattro anni dopo, nel 1938, vincerà ancora a Parigi, battendo l’Ungheria e irritando i francesi e il mondo democratico salutando il pubblico, prima delle partite, con il saluto romano e, contro la Francia, addirittura indossando la maglia nera. Nelle altre partite i giocatori indossano la tradizionale maglia azzurra, mentre il commissario tecnico Vittorio Pozzo e i dirigenti accompagnatori, posano per la foto ricordo con la camicia nera. Nello stesso anno, Gino Bartali vince il suo primo Tour de France ma a Parigi, quando fa il giro d’onore, anziché dedicare la vittoria al duce, come tutti si aspettano e pretendono, la dedica alla Madonna del Carmelo, dando uno smacco al regime e preannunciando ciò che farà durante l’occupazione nazista in favore degli ebrei e degli antifascisti. Un’opera che gli avvarrà il riconoscimento di Giusto tra le nazioni. La Juventus, che ha dato alla nazionale due volte campione del mondo quasi tutti i suoi giocatori, sta inanellando uno scudetto dietro l’altro, conquistando il cuore degli italiani delle regioni che non hanno una loro squadra. In quelle regioni nascono squadre che adottano la maglia bianconera, in onore della Juventus (il Cesena, l’Udinese, l’Ascoli e tante altre). A Torino, i torinesi continuano a tifare per il Torino, che è la squadra della città, mentre la Juventus, proprietà della famiglia Agnelli, è considerata la squadra dei padroni.

Massimo Fichera, uomo di vasta cultura proveniente dall’illuminata utopia della Fondazione Adriano Olivetti, l’incarnazione dell’ideale del capitalismo dal volto umano, quando fu chiamato a dirigere il secondo canale televisivo volle coinvolgere in un progetto Alberto Sordi, che quest’anno il quindici di giugno avrebbe compiuto cento anni, e che nel duemila, il giorno del suo ottantesimo genetliaco, fu sindaco di Roma per un giorno. Quello che però doveva essere un documentario di un’ora in realtà divenne una vera e propria storia d’Italia, non a fumetti come quella celeberrima di Enzo Biagi ma per fotogrammi di pellicola, anzi, la monumentale Storia di un italiano fatta da colui che ha incarnato l’italiano medio, in tutte le sue sfaccettature, con i suoi pregi, i suoi difetti, le sue meschinità, le sue doti sublimi, le sue idiosincrasie, il vincitore di David e Nastri d’argento, che arrivava a passo svelto agli studi al Palatino, si sedeva con l’amico e appassionato Giancarlo Governi, sfotteva il tecnico di fede laziale, dava diecimila lire alla signora che teneva in ordine i camerini perché facesse fare il bagno a Cirillo, pastore bianco che sdraiandosi sotto le auto si sporcava, imitava il duce per la gioia delle maestranze, tutte di estrema sinistra, affidava il montaggio alla sua montatrice di fiducia e le musiche all’amico Piero Piccioni, fratello dell’insigne docente di Letteratura italiana Leone, che chiamava l’assassino perché negli anni Cinquanta fu tirato in mezzo (nonostante lui non si trovasse affatto sul luogo del delitto, bensì da tutt’altra parte in tutt’altra compagnia, quella dell’amata Alida Valli) al caso Montesi – la povera ragazza morta in spiaggia vicino Roma con ogni probabilità in seguito a una delle tante orge che si facevano all’epoca (e probabilmente ancora oggi) nelle discrete ma splendide ville degli alti papaveri – per fare fuori dalla DC il padre aspirante segretario. Tutto questo e molto altro è il tema del magnifico affresco in libreria per Fandango: Alberto Sordi – Storia di un italiano di Giancarlo Governi. Da non perdere.

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“Us”

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È strana l’atmosfera in cui si trovano. Tornati dentro, guardano gli uomini e le donne raccontarsi gli eventi di quella terribile giornata, abbracciarsi, stringersi le mani, versarsi da bere e riuscire persino a ridere, complice l’alcol, o complice la gioia di essere sopravvissuti, mentre il padre di Giovanni suona l’oud e intona con voce roca una melodia arabeggiante. Un’atmosfera malinconica ma festosa avvolge la stalla, e anche loro raccontano, ridono, abbracciano Davide e Giovanni, accennano due passi di danza. Maria si avvicina a Logan e gli chiede di ballare, lo stringe a sé, spinge la fronte contro la sua maschera di teschio, il petto contro il suo torace e Tommaso stavolta non la respinge e sente il cuore accelerare, come se tutto ciò accadesse a lui, anziché al suo avatar.

Us, Michele Cocchi, Fandango. Vincitore della trentasettesima edizione del prestigioso Premio Comisso, giunto ora alla trentanovesima, con La casa dei bambini, Michele Cocchi, la cui prosa è bella, profonda, intensa, avvincente, potente ed emozionante, affronta in quest’occasione un tema molto importante: attraverso la storia – in particolare quella del Novecento – che è per antonomasia disciplina maestra di vita, e lo dimostra viepiù in questo caso, trattandosi del sostrato di un gioco di ruolo, allegoria anche della necessità, che tutti prima o poi abbiamo e che nessuno può eludere, quantomeno non all’infinito, di prendere una posizione, una creatura bellissima e fragile vincerà le sue paure. Soprattutto una, quella di uscire di casa: il protagonista è infatti un ragazzo, un, per dirla con termine giapponese ormai noto però anche alle nostre latitudini, hikikomori, un adolescente sensibile, la cui fragilità l’ha costretto in prigione nella sua stessa stanza. Splendido sin dalla copertina.

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“Bunny”

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E d’un tratto sono persa nei suoi occhi azzurro colorante alimentare. Il mio sangue fa scintille. Nel mio cuore regna la felicità. Una canzone che odiavo e che amavo circonda la mia anima. Parla di incubi travestiti da sogni a occhi aperti, del vendersi l’anima per un bacio. Penso Non questa canzone, non questa canzone, ma la mia anima già canta, e ne cavalca i crescendo come un’onda, scintillante. Kira mi accarezza la schiena, il manico sporco di sangue dell’accetta ancora nel piccolo pugno. “Benvenuta al Seminario, Bunny.”

Bunny, Mona Awad, Fandango, traduzione di Chiara Brovelli. Ryan Murphy, con troppo anticipo sui tempi, tra il millenovecentonovantanove e il duemilauno dette vita a una serie geniale, talmente inverosimile da essere drammaticamente precisa nel ritrarre la vita liceale: Popular. L’adolescenza è un incubo, ma per fortuna passa in fretta e di giorno in giorno sempre più si scoloriscono i brutti ricordi e si ravvivano le tinte di quelli belli; lo stesso vale anche all’università: mutatis mutandis, è la storia di una vera e propria outsider che brama accettazione – a chi, del resto, non succede? – quella al centro del romanzo, ottimo, caustico, fiabesco, orrorifico (ricordate Carrie?), sorprendente anche dal punto di vista linguistico e finemente indagatore di tutte le tematiche legate alla questione femminile nel mondo d’oggi, di Mona Awad. Samantha frequenta un corso di scrittura creativa alla Warren University, laddove la competizione è alle stelle e lei, così diversa da quelle zuccherose figlie di papà che si danno l’un con l’altra della coniglietta, ha una sola amica e sembra esclusa dal loro mondo e dai loro rituali. Ma… Un’occasione da cogliere al volo.

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“Il volo dell’Airone”

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Il traguardo è raggiunto e la campana suona che lui è trentuno metri avanti. Ha vinto, il record di Archambaud è archiviato. Sulle tribune gli spettatori in piedi urlano il suo nome, gli addetti ai lavori sono sbigottiti, nessuno avrebbe scommesso una lira su di lui. Fausto continua a pedalare in scioltezza, come un automa, spera che qualcuno lo fermi e gli faccia mettere i piedi a terra, perché la bicicletta ora gli dà la nausea. Una folla lo aggredisce, lo solleva di peso dalla bici e lo porta in trionfo. Soltanto ora Fausto realizza: ha vinto, ha battuto il record più difficile e più prestigioso.

Il volo dell’Airone – Il romanzo di Fausto Coppi, Giancarlo Governi, Fandango. Cinque Giri d’Italia, due Tour de France, cinque Giri di Lombardia, tre Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, una Freccia Vallone, un primato dell’ora, mille altri trofei, un amico-rivale come Gino Bartali, un amore adulterino per cui finisce su tutti i giornali e una morte precoce per una curabilissima, se si fosse giunti in tempo, malaria: Fausto Coppi, il Campionissimo, morto il due di gennaio di sessant’anni fa a nemmeno quarantun anni, rivive nelle pagine di un narratore appassionato ed elegante come Giancarlo Governi, colto autore, sceneggiatore, scrittore. Il volo dell’Airone, questo era infatti l’altro soprannome del formidabile ciclista, è una lettura non solo piacevole, ma avvincente, che ritrae con dovizia di particolari la parabola umana, professionale ed esistenziale di un campione inadatto alla normalità, e di un’Italia che ci ricorda le radici della nostra identità.

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“Difendersi”

Difendersi - copertinadi Gabriele Ottaviani

Se in Locke lo stato di natura può ribaltarsi in stato di guerra, è precisamente perché i conflitti possono rivelarsi violentissimi, proprio a causa di questa linea di demarcazione tra soggetti proprietari di se stessi e giudici per se stessi, beneficiari del privilegio di conservazione e giurisdizione, e gli altri. Di conseguenza, il principale obiettivo della società politica è quello di conservare la proprietà di ciascuno-a e di garantire che tutti-e (i-le proprietari-e) possano godere dei loro corpi e dei loro beni. S’instaura a tal fine un’autorità giudiziaria che si pronuncia sui conflitti e decide le pene. Dal momento che la società politica è nella posizione di garantire il rispetto del diritto di proprietà e una giustizia comune, i proprietari rinunciano al loro diritto fondamentale di giurisdizione. Rinunciano? Mai del tutto. “Delegano” piuttosto questo diritto e possono sempre chiedere spiegazioni, anche se Locke limita questa possibilità di rompere il contratto, consapevole del fatto che indebolisce qualsiasi possibile comunità.

Difendersi – Una filosofia della violenza, Elsa Dorlin, Fandango, traduzione di Annalisa Romani. Elsa Dorlin è una filosofa e docente francese di chiara fama, la cui prosa è densa, intensa, profonda, accurata, limpida, articolata, importante, impegnativa, stimolante, divulgativa. In questo ottimo e interessantissimo volume, davvero ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, traccia con mano sicura una dettagliata genealogia in senso diatopico, diacronico, diastratico e diafasico, più attuale che mai, dell’autodifesa politica, prendendo in considerazione non solo la tradizione anche giuridica del concetto di legittima difesa, ma pure la storia di quelle, definite in maniera raramente così felice, etiche marziali di sé alla base di quei movimenti per i quali la violenza ha rappresentato uno strumento, un bisogno, una modalità espressiva di opposizione e resistenza. Da leggere con attenzione.

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“Nel mare c’è la sete”

Nel mare c'è la sete - copertinadi Gabriele Ottaviani

Non sapevo come aiutarlo, mi dava fastidio tutto di lui: la barba cortissima, la divisa, la voce instabile, la bellezza. E così decisi di fare intervenire un esperto, di fronte al mio stesso stupore: telefonai a mia madre. “Mamma, devi venire a parlare con Nicola.” “Ma certo, albicocca. Passo nel pomeriggio.” Arrivò come una governante inglese, impeccabile, professionale nella sua missione, con una guantiera di dolcetti in mano. Ci sedemmo tutti e tre attorno al tavolo. “Anna, posso offrirle qualcosa da bere, un tè magari?” “Nicola, intanto dimmi… come stai?” Boom. Mia madre a volte è un genio. Bastò questa domanda ad aprire le dighe. Piangeva, Nicola, nello stesso modo in cui ride, con un buco al centro a intervalli regolari. Mia madre teneva una mano sulla sua, quasi a volerla bloccare sul tavolo per sempre. A me non era stato assegnato alcun ruolo specifico, in quella commedia. Assaggiai un bignè al cioccolato, rubandolo in silenzio dal vassoietto.

Nel mare c’è la sete, Erica Mou, Fandango. Ora vive in Francia, ma è pugliese, otto anni fa si aggiudica a Sanremo il premio Mia Martini, e nel duemilaquattordici una candidatura al David di Donatello per la miglior canzone originale, Dove cadono i fulmini, brano portante di Una piccola impresa meridionale, di Rocco Papaleo dal suo omonimo romanzo: il capolavoro di Erica Mou è però senza dubbio Nella vasca da bagno del tempo. A mollo nella vasca da bagno del tempo non uscirò, prima di avere i piedi a pieghe. A mollo nella vasca da bagno del tempo non uscirò, prima di avere le dita grinze ma ho vissuto poco, finora, e dicono che il meglio verrà da ora in poi ma ho già sbagliato tanto finora e ho imparato tanto, ma sbaglio ancora e poi. Voglio diventare vecchia coi ricordi tutti intatti e senza i lobi a penzoloni a insegnarmi che non è poi sempre bello ostentare le ricchezze che hai lascia mettere agli altri gli orecchini pesanti. E dicono che il meglio verrà da ora in poi. Voglio diventare vecchia coi ricordi tutti intatti E con le rughe tatuate a ricordarmi quanto è stato bello Ridere con gli occhi e con le labbra Schiva chi si conforta con espressioni di gomma Voglio diventare vecchia coi ricordi tutti intatti E con le rughe tatuate a ricordarmi quanto è stato bello Ridere con gli occhi e con le labbra Schiva chi si conforta con espressioni di gomma Voglio diventare vecchia senza fretta… Almeno fino a questo momento: in libreria infatti esce con un ottimo romanzo, profondo, intenso e ben scritto, la storia di una coppia formata da Nicola, uomo perfetto, e Maria, che perfetta lo è molto meno, e che soprattutto molti anni prima ha ucciso sua sorella, Estate, e ora ha un negozio particolare. Confeziona l’amore e l’affetto, con un bel fiocco… Meraviglioso.

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“L’oblio”

Oblio - copertinadi Gabriele Ottaviani

Un mattino, mi è mancata una parola. È cominciato tutto così. Una parola. Ma non so quale. Altrimenti sarebbe facile e non ne parlerei più. Direi quale parola. E in quel momento mi verrebbe restituita. Riprenderebbe il suo posto tra le altre. Non ne farei una questione. Tutto rientrerebbe subito nell’ordine. Potrei fermarmi lì. Andare avanti. Non ci sarebbe niente da raccontare. Non ci sarebbe stato niente da raccontare. Sarebbe magnifico. La cosa migliore credo sia sempre dire il minimo indispensabile. Non farsi notare troppo.

L’oblio, Philippe Forest, Fandango. Traduzione di Gabriella Bosco. Le parole sono importanti, come ha detto qualcuno, e come di norma è solito ripetere chi le usa a vanvera o col solo scopo di ferire, senza porsi mai il problema di scusarsi, anzi, sentendosi sempre nel giusto, le persone alle quali viceversa dovrebbe portare solo e soltanto riconoscenza per tutto quello che hanno fatto per loro. Non c’è infatti per molti nulla di più detestabile della consapevolezza, incontrovertibile, benché rifiutata, di essere in obbligo, o meglio in debito, nei confronti di qualcun altro: è come quando, nella società dei social, ci si ritrova ad avere a che fare con la tristezza. Non sapendo come gestirla, poiché costringe a una riflessione, oltretutto non superficiale, mette in discussione l’immagine che ognuno si è fatto dell’altro, incasellato in un profilo specifico che consente di ragionare senza troppo sforzo intellettivo per categorie, il prossimo che si professa amico la rifiuta, perché la vive come un dispetto, un insulto, un atto di arroganza. Un giorno un uomo si sveglia. È certo di aver smarrito durante il sonno una parola. Ma non riesce a ricordare quale. Col passare del tempo, si stringe attorno alla sua intera esistenza sempre più forte la tenaglia di un’ossessione: che stia perdendo uno alla volta tutti i lemmi del suo lessico familiare, e che quando tutti lo avranno abbandonato la sua vita sarà vacua. Si rifugia così in una remota isola, ma… Allegorico, filosofico, eccezionale: come l’acqua per chi ha sete, spettacolare sin dalla copertina.

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“La prossima volta il fuoco”

La prossima volta il fuoco - copertinadi Gabriele Ottaviani

Quando, come da noi, un popolo comincia a diffidare delle proprie reazioni, quando, come è successo a noi, perde la gioia, è certo che qualcosa di brutto e di sinistro lo attende. È proprio questa incertezza dei bianchi e delle bianche americane, questa incapacità di rinnovarsi alla fonte della loro stessa vita, che rende la discussione, per non dire la spiegazione, di qualsiasi mistero (vale a dire, della realtà) così estremamente difficile. A chi diffida di sé viene meno un termine di confronto con la realtà, perché questo possiamo esserlo solo noi stessi; tra sé e la realtà costui non fa altro che interporre un labirinto di atteggiamenti mentali. I quali, poi, anche se il soggetto ne è di solito inconsapevole (ed è inconsapevole di tante cose!), sono atteggiamenti storici e collettivi. Non hanno a che vedere con il presente, non più che con il singolo individuo. Per questo, dunque, l’ignoranza dei bianchi per le cose dei neri rivela esattamente e inesorabilmente, l’ignoranza per le proprie cose.

La prossima volta il fuoco – Due lettere, James Baldwin, Fandango, traduzione di Attilio Veraldi rivista e aggiornata da Valentina Niccolì. James Baldwin è morto, sessantatreenne, da trentatré anni, ma è più vivo che mai. E soprattutto ne abbiamo più bisogno che mai, in questo mondo che ha letteralmente perso la bussola, e che insegue solo la crudeltà: leggere le sue parole fa lo stesso effetto dell’acqua per chi ha sete, una necessità inderogabile. Ha scritto di quest’opera, violenta denuncia contro il razzismo nella società a stelle e strisce, il celeberrimo critico del New York Times e non solo Frederick Wilcox Dupee, scomparso a settantacinque anni ancora da compiere nel millenovecentosettantanove, che non può dirsi che il punto di vista di Baldwin sia quello generico di un negro qualunque, ma piuttosto di un negro altamente qualificato a parlare e a esprimersi, per di più, con eleganza di forma e in una prosa contraddistinta da chiarezza e concisione. Nei suoi crudeli paradossi sulla vita dei negri, sui loro rapporti con gli ebrei e sui fallimenti dei cristiani, Baldwin non ha eguali. Perché ci riporta ad una realtà ‘fastidiosa’, una realtà che noi bianchi ogni giorno cerchiamo di dimenticare. Da leggere, rileggere, far leggere.

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