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“L’arte di uccidere un uomo”

di Gabriele Ottaviani

Il salotto era un insieme stridente di artigianato arabo e oggetti di fabbricazione occidentale. Lungo una parete faceva bella mostra di sé un grande televisore di marca tedesca coperto di ninnoli e suppellettili mediorientali da quattro soldi. Al centro della stanza c’erano un divano e alcune poltrone di cuoio chiaro, e un tavolino da caffè, su cui erano poggiati dei bicchieri di vetro cesellati, una teiera fumante, bottiglie di alcolici e due vassoi carichi di frutta e dolciumi. Oltre a Orlov e Jennings, Khālid aveva invitato al rinfresco anche i maggiorenti del villaggio, un manipolo di ometti loquaci che si ingozzavano di datteri e si accalcavano attorno a Rashīd ‘Alī sommergendolo di domande. L’illustre ospite rispondeva a monosillabi, ostentando un’aria remota e distratta, che evidentemente riteneva si addicesse a un capo. La platea assentiva deferente. Affondato in una delle poltrone, Orlov fumava e mangiava nervosamente pistacchi, osservando di sottecchi il gruppo di pingui signori sudaticci che circondava il suo cliente. Le loro voci erano euforiche. Nella stanza aleggiava la certezza della vittoria e la cosa non gli piaceva affatto. Era ancora troppo presto per festeggiare. Jennings stava guardando fuori dalla finestra. Al centro della piazza, i pugni ben piantati nei fianchi, il sergente Pankov sovrintendeva agli ultimi preparativi per l’attacco. Come Orlov, anche Jennings era infastidito dal protrarsi del ricevimento.

L’arte di uccidere un uomo, Giaime Alonge, Fandango. Docente di storia del cinema a Torino e visiting professor a Chicago, esperto di cinema americano, del rapporto tra cinema e storia e di cinema di animazione, Giaime Alonge scrive un romanzo fatto di guerra, di storia, politica e sopravvivenza, che narra le vicende di un ex colonnello dell’Armata Rossa, in un mondo in cui la guerra fredda non è ormai altro che un retaggio polveroso del passato, riciclatosi come mercenario per una delle tante società di sicurezza privata sorte in Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica: stavolta deve recarsi nell’Iraq ancora governato da Saddam Hussein, insieme al compagno Peter Jennings, un ufficiale inglese passato ai sovietici alla fine degli anni Settanta, al soldo di un boss della criminalità organizzata che ha ingaggiato la loro squadra per assassinare il fratello e assumere il controllo del clan, in un villaggio sperduto sulle montagne del Nord del paese. Apparentemente si tratta di una missione di routine, ma si sa, nulla è più ingannevole dell’apparenza… Ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, travolgente, intenso, intrigante.

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“La rosa più rossa si schiude”

di Gabriele Ottaviani

Se il tu tratta male l’io, l’io può decidere di non essere più innamorato del tu, e innamorarsi invece di un altro tu…

Liv Strömquist, La rosa più rossa si schiude, Fandango. Traduzione di Samanta K. Milton Knowles. Ah, l’amore, questo folle sentimento che… Che è tutto, ed è tutto ciò che ne sappiamo. Soprattutto sappiamo che non ha prezzo. Non si compra, non si vende. E in questa società in cui tutto invece ha un cartellino e spesso la paccottiglia viene fatta passare per platino e viceversa, dunque, che posto ha? Con arguzia impareggiabile e ironia affilatissima, e pertanto irresistibile, La rosa più rossa si schiude ritrae con implacabile schiettezza il nostro tempo precario, liquido e scombiccherato, senza punti di riferimento, disperatamente speranzoso. Formidabile.

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“L’amore ai tempi del petrolio”

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Tentò di ricordare il viso di sua madre prima che la desse alla luce. Seguì la strada che percorreva ogni giorno da casa a scuola. C’erano un albero e un lungo fiume. Vide il suo solito posto sul ponte, dove sedeva al tramonto ad aspettare che comparissero le luci. Iniziò a elencare i nomi degli astri cominciando da Saturno e Giove, per finire con Venere e tutta la galassia. Tentò di contare sulle dita i nomi delle dee dell’antichità, da Nun e Nammu a Nut e Sekhmet. Ma l’insonnia non voleva saperne di lasciarla in pace, continuava a martellarle la testa. Volse gli occhi verso l’uomo e lo vide che si copriva il volto con il giornale; stava ancora dormendo, o forse aveva letto le notizie e poi si era addormentato leggendo. I suoi respiri erano cadenzati, come il suono del suo russare. Il fruscio delle pagine alla mercé del vento, il latrato dei cani in lontananza, il respiro affannoso delle donne, i loro colli che scricchiolavano sotto i barili… tutti i rumori erano coperti dal fragore della cascata. L’insonnia che picchiava nella sua testa come un martello, l’orologio che ticchettava al suo polso, il cuore che batteva sotto le costole e i suoi respiri pulsavano tutti nelle sue orecchie. Chiuse gli occhi per tentare un’ultima volta di prendere sonno, ma non appena si addormentò cadde come in un pozzo. Ogni rumore cessò e il tempo si fermò. L’orologio al suo polso non produceva più alcun suono: le pagliuzze di petrolio si erano intrufolate nel quadrante e avevano sommerso le lancette. Anche la lancetta dei secondi si era fermata. Non si muoveva nulla a eccezione delle pagine del giornale che si sfogliavano da sole per via del vento. Ogni pagina mostrava titoli scritti in rosso e nero.

Nawal al-Sa’dawi, L’amore ai tempi del petrolio, Fandango. Traduzione dall’arabo e cura di Stefania Dell’Anna. Pubblicato per la prima volta quasi vent’anni fa e messo all’indice dall’ortodossia del potere islamico, questo libro di una delle voci in assoluto più intense, determinate e determinanti dell’area che genericamente siamo soliti racchiudere sotto la definizione di vicino Oriente, che in realtà non tiene conto di numerose peculiarità, racconta l’attualissimo percorso di autodeterminazione di una donna che si trova a scontrarsi da ogni punto di vista con una mentalità e una società che non hanno la benché minima intenzione di lasciarle lo spazio che merita: da non perdere.

 

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“Chi troppo vuole”

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Lo stesso fece con le camere delle pallottole, proprio come gli aveva insegnato Tamma. Poi controllò che non ci fossero residui nella canna, pulì il davanti del tamburo, il percussore e il ponte. Armò il cane e lo disarmò più volte. Fece ruotare il tamburo, si portò all’orecchio la canna della rivoltella e la ascoltò, come se potesse parlare.

Chi troppo vuole, Leonardo Palmisano, Fandango. Esperto di lavoro, migrazioni e criminalità organizzata, consulente sul rapporto tra mafie e territorio sia per enti pubblici che per istituzioni private, insignito l’anno scorso del prestigioso, iconico e significativo sin dal nome Premio Colomba per la Pace, Palmisano, nella splendida cornice del Tavoliere, ambienta il terzo caso del bandito Mazzacani: non mancano intrighi, collusioni, crimini e interessi politici. Un ritratto vivido e tragicamente simbolico, del nostro tempo, del nostro mondo, della nostra società, della nostra mentalità, trascendendo il genere e inducendo a una profonda riflessione: da non farsi sfuggire.

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“Sirley”

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Sirley, dopo quella storia del ciclo, oggi non è venuta. Vedo suor Caterina andare alla porta e chiudere l’aula. Il velo si alza e scopre una nuca senza capelli, con qualche ciocca rossastra arricciata sul collo. Se ne accorge e se ne vergogna; tornando, si sistema gli spilli sulla testa e mentre la guardo, mi pare di sentire il dolore che possono fare gli aghi nella carne. Si avvicina e sposta nell’aria uno strano odore di borotalco. La veste bianca è talmente lunga che sembra quasi non abbia i piedi, vola frusciando sul pavimento di marmo fino a me. Mi guarda con una smorfia tesa, non è un sorriso vero, rilassato. La pelle agli angoli della bocca resta graffiata dalle rughe che la tengono ferma. Mi hanno detto che sei brava, a danza. Io? Non fai danza da tanti anni? Sì, ma… Tua mamma ha detto che l’insegnante è contenta… quella non è mai contenta, perciò vuol dire che sei brava. Ora che non sta spiegando una lezione, l’accento napoletano si sente di più. Dobbiamo preparare un saggio il prossimo mese, perché siete all’ultimo anno e non si può non fare niente. Allora noi avevamo pensato a una recita semplice, però con Sirley… l’anno scorso abbiamo avuto un problema, non voleva e alla fine non ha fatto niente. Voi vi trovate bene insieme, siete amiche, giusto? Non capisco dove vuole arrivare. Sì… Allora, se tu le insegni un balletto, una cosa facile, anche moderna… così partecipa pure lei e non rimane fuori dallo spettacolo. Che dici? Ti va? Ho detto sì con gli occhi, ma poi questa cosa ha cominciato a tormentarmi. Al saggio mancano poche settimane. Devo parlarne subito con Sirley. Il cortile alle quattro del pomeriggio è deserto, il rumore degli irrigatori nelle aiuole scandisce i passi. Arrivo sotto il portone con una strana morsa alla gola. Citofono.

Sirley, Elisa Amoruso, Fandango. Sceneggiatrice e regista, autrice del pregiudizialmente discusso documentario su Chiara Ferragni passato dal Lido di Venezia, e chi viceversa ne confermava e mostrava il talento e la capacità d’osservazione, Elisa Amoruso scrive assai bene questo credibile e raffinato libro che diverrà un film dal furbo e azzeccatissimo titolo, Maledetta primavera, con Giampaolo Morelli e Micaela Ramazzotti, che paiono, dati i ruoli in cui spesso li abbiamo visti, assai idonei: Sirley è una storia di amore, passione, crescita, alterità e amicizia, un Bildungsroman comme il faut. Da leggere.

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“Sarah”

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Quella mattina è sola in casa. I genitori, insieme a Valentina, sono partiti presto per Taranto perché dovranno essere interrogati dai pm Mariano Buccoliero e Pietro Argentino. Cosima entra dagli inquirenti a mezzogiorno, e proprio in quel momento Sabrina sta cercando di mettere ordine fra i contatti che le fanno squillare senza sosta il telefonino. Prima a chiamare è Francesca Pozzi, giornalista di Mediaset, dunque Nazareno Dinoi de La Gazzetta del Mezzogiorno. Nel frattempo le scrive Rosa Maria, una cliente: “Sabri, domani mattina posso venire?”. “Sì, poi ti dico”, replica lei.

Sarah – La ragazza di Avetrana, Flavia Piccinni, Carmine Gazzanni, Fandango. Inizia tutto alla fine di agosto del duemiladieci, in una giornata in apparenza come tante e che invece ben presto rimarrà impressa nell’immaginario collettivo e nella storia dell’invasiva narratologia mediatica in materia di cronaca nera come un punto di svolta e soprattutto di non ritorno, la prima puntata di un gigantesco, immersivo, ribollente e orrorifico reality show che non ha risparmiato nulla a nessuno, una trama densa di miserie, fitta di meschinità, segreti, misteri, rancori, rimorsi, ripicche, vendette, piccinerie, aberrazioni, squallori e, come da lapidaria definizione, ragazzi destinatari d’una passione cieca tale da far sembrare al confronto osannati e fascinosissimi divi null’altro che bipedi sgualciti: una cittadina del profondo sud, nel mezzo del nulla o quasi, ignota ai più prima di quel momento, diviene epicentro della generale curiosità, perversa e morbosa, pressappoco dall’attimo esatto, più o meno, in cui si presenta all’attenzione del mondo come il teatro della scomparsa imprevista e imprevedibile di una taciturna e graziosa adolescente, Sarah, una ragazza che nessuno potrebbe pensare si sia attirata delle antipatie. E invece… Piccinni e Gazzanni non solo ricostruiscono i fatti, ma con questo romanzo-verità meditano e fanno meditare, con prosa chirurgica ma non priva, anzi, di lirismo, sul male, sulle azioni e reazioni, sulla spettacolarizzazione del dolore. Deflagrante.

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“Stupidi e contagiosi”

stupidi e contagiosidi Gabriele Ottaviani

Il dispositivo della sentenza di condanna fu recapitato invece in stanza, in un elegante fascicoletto rilegato in pelle, due giorni dopo. Si ordinava una penitenza monacale per bilanciare l’edonismo degli ultimi tempi: cinque settimane di silenzio assoluto tra le mura domestiche, sette settimane di alimenti senza sale, tredici versioni impossibili di Tacito, di cui una in gotico, più interrogazione da volontario su Ovidio, sedici settimane di corvée in cucina. Ma per quella notte selvaggia, pagava volentieri quel prezzo.

Giovanni Za, Stupidi e contagiosi – Antologia di sogni e desideri di media-borghesia tardo novecentesca, Fandango. L’ultima generazione cresciuta nel secolo scorso, l’ultimo del millennio passato, si affacciava adolescente alla vita negli anni Novanta, occupava, anzi, okkupava le scuole, non aveva i cellulari, faceva le versioni col vocabolario e non con Internet, viaggiava per la prima volta da sola con l’Interrail, guardava i film in VHS, ascoltava le musicassette che riavvolgeva con la biro e registrava compilation casarecce da regalare a chi, naturalmente, non vedeva altro che un amico in quel volto che temeva di restare per sempre deturpato dall’acne e dalla ferraglia in bocca per raddrizzare i denti, sognando di cambiare il mondo leggendo senza vestiti fumetti nella propria camera impregnata di sogni e promesse che la vita non aveva ancora deluso: non c’è dolore più dolce della nostalgia, e Giovanni Za regala al lettore un affresco semplicemente perfetto. E indimenticabile.

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“Il corpo è una chimera”

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Non era mosso da un desiderio carnale, ma da uno strano bisogno di studiarne i visi e le figure. Anche i suoi compagni di scuola guardavano, ma non nello stesso modo e non le stesse ragazze. “Guardavano quelle che sembravano più accessibili, che più li mettevano a proprio agio.” Quelle che potevano immaginare intente a fare un pompino e sulle quali riversavano numerosi commenti osceni. Niente di meglio di una severa educazione cattolica per rendere i ragazzi ossessionati. I giovani di buona famiglia del suo giro di amici non parlavano che di sesso, quando lui non ci pensava minimamente. Si trattava di tutt’altro. Era affascinato. Una clavicola perfetta attirava il suo sguardo. Restava incantato per una sporgenza di una spalla sotto una manica svasata o per una cascata di capelli ricci. Lo attiravano questi dettagli, senza che ne sapesse bene il perché. Tutto ciò che connota la femminilità. L’eleganza di un passo su dei tacchi alti. Un portamento altero della testa. “Quando ero al primo trimestre al liceo, ho scritto una poesia per una compagna di classe, Constance. Aveva un profilo perfetto.” Delle lacrime scendono sulle guance di Philippe, ma continua a parlare, non si rende conto di piangere. “Avevo scritto quattro pagine interamente ispirate alla linea del suo profilo.” Era un ritratto di parole. Un’ode alla fronte bombata, al naso all’insù…

Wendy Delorme, Il corpo è una chimera, Fandango. Traduzione di Anita Bartolini. Performer, attrice, scrittrice, attivista LGBT, Wendy Delorme dà alle stampe un’opera magnetica e magnifica che rifugge gli schemi e le categorizzazioni, indagando in maniera originale e profonda temi di sempiterna e fondamentale centralità: il corpo, il sesso, la passione, l’amore, il desiderio, gli stereotipi, il giudizio, il pregiudizio, la famiglia, i legami, la coppia, le parentele. Attraverso le vicende ben amalgamate e strettamente connesse di sette personaggi, voci armoniose e solenni come quelle d’un coro tragico greco, Wendy Delorme dipinge un affresco formidabile della nostra società inafferrabile e proteiforme, sempre più invidiosa, rabbiosa, rissosa e volgare, ma che proprio per questo non va abbandonata alla barbarie dell’abbandono della speranza. Da non perdere.

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“I tonni non nuotano in scatola”

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Non sapevo se ridere o piangere…

I tonni non nuotano in scatola, Carla Fiorentino, Fandango. Carloforte è per Vetta, all’anagrafe Violetta, il luogo delle rimembranze, l’isola dove ha trascorso l’infanzia, la terra delle radici e del terreno fertile che ha contribuito alla fioritura della sua identità. Quale luogo migliore dunque per unire l’utile al dilettevole, scrivere un bel reportage di viaggi sulla liturgia della tonnara che soddisfi il suo editore e al tempo stesso prendersi del tempo per riflettere, sullo sfondo di una cornice a dir poco magnifica, e per metabolizzare la scoperta che crede di aver compiuto e che l’ha gettata nel panico, ossia il fatto che il suo uomo voglia cedere al rito borghese del matrimonio chiedendole la mano? Naturalmente però lo scorrere del tempo le ha reso necessario l’aiuto di una guida, un fascinoso cicerone che la conduca nei meandri del pugno di terra strappato al mare, e… Delizioso.

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“L’uccello del paradiso”

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Assai cospicua è la traccia egizia nelle storie ambientate a Pompei: città votata massicciamente ai culti d’Oriente, come ben riassume il maestro simbolista Gérard de Nerval in Iside, episodio centrale de Le figlie del fuoco (1854). Il maestro visionario di Aurélia viaggiò in Egitto, narrandolo come terra di erotici miraggi, firmando quel mirabile Viaggio in Oriente (1851), che mischia realtà e sogni. Memorabili le pagine al Cairo di ispezione ai mercati delle schiave, in cui passa in rassegna l’intero armamentario dell’esotismo erotico. Théophile Gautier, maestro di ogni decadenza, che lasciò magnifiche descrizioni dei suoi viaggi nell’Impero Ottomano, narra di un archeologo che scopre il corpo di una donna bellissima, nel romanzo della mummia (1857). Al fianco del cadavere un papiro che spiegava la storia della bella signora, follemente presa da un ebreo, mentre il faraone a sua volta la amava e la voleva per sé, in uno scontro di volontà che conduceva a morte la bella signora. Nel frattempo nel 1896 Parigi si infiammava per la piccante storia di Afrodite (“romanzo di costumi antichi”) che Pierre Louÿs incentrò sulla figura della cortigiana Criside. In una Alessandria ribollente di turpitudini, madre di ogni corruzione, ella per compiacere il suo amante, lo scultore Demetrio, si esibisce nuda al Faro, interpretando il ruolo di Afrodite. Per questo si macchia del crimine di blasfemia verso gli dei, l’autorità la condanna a morire per cicuta e lei lascia il suo corpo al compagno, perché ne faccia una scultura perfetta. Sigmund Freud ebbe a discettare di Mosè egizio, nei suoi saggi sulla figura ebraica, indagando in termini assai poco graditi all’ortodossia ebraica sulla presenza culturale e simbolica dell’Egitto nel mondo ebraico, che si è sempre dichiarato lontano da esso…

L’uccello del paradiso: Mario Mieli e la lingua perduta del desiderio, Luca Scarlini, Fandango. Esperto di saggistica, letteratura comparata e drammaturgia, storyteller di chiara fama e di grande e apprezzato talento, Luca Scarlini, nel mese del Pride, nei giorni della battaglia politica per l’approvazione di una legge viepiù necessaria come quella contro l’omotransfobia, che non è un vezzo, bensì non solo una violenza che rovina e distrugge la vita della sue vittime ma anche una vera e propria emergenza, checché ne dicano tutti coloro i quali, dimostrando una pochezza intellettuale che lascia a dir poco sbigottiti, pensano che i diritti civili siano una torta (dandone una fetta a qualcuno se ne tolgono ad altri), indaga con un testo denso, intenso, dotto, profondo, raffinato, divulgativo, istruttivo, variegato, ricchissimo di nozioni, suggestioni e riferimenti, la figura, celebre ma mai abbastanza nota, del fondatore del movimento omosessuale italiano e non solo, Mario Mieli, cui di recente Andrea Adriatico ha anche dedicato Gli anni amari, con, tra gli altri, Nicola Di Benedetto, Sandra Ceccarelli, Antonio Catania e Lorenzo Balducci. Da leggere.

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