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“Ossigeno”

41MKFXYr1UL._AC_UY218_ML2_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È come aver vinto una lotteria al contrario…

Ossigeno, Sacha Naspini, e/o. Come si va avanti dopo quattordici anni di prigionia? Come si continua a vivere dopo che si è stati rinchiusi in gabbia, come polli in batteria? Come si affronta l’avvenire quando d’improvviso mentre stai mangiando assieme a tuo padre irrompono le forze dell’ordine e ti comunicano che lo stimato professore che ti ha messo al mondo è in realtà un atroce e perverso maniaco? Che quel che resta è solo menzogna, sgomento e paura? Naspini con bellissima prosa affronta il tema della perdita, declinandolo nelle sue mille complesse accezioni, con forza e scabra potenza: da non perdere.

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“Arenaria”

41r75Y7vZGL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Aveva visto anche lui lo Spostato, impiccato a un barbacane del piano superiore…

Arenaria, Paolo Teobaldi, e/o. L’arenaria è una roccia sedimentaria composta di granuli di varia composizione e provenienza dalle dimensioni medie di una sabbia che può formare anche alture: la prima che si incontra, dopo l’interminabile distesa della pianura, scendendo verso l’Adriatico selvaggio che è verde come i pascoli dei monti, non si può infatti nemmeno definire colle, figuriamoci montagna, ma si impone all’attenzione di chi osserva il paesaggio come un riferimento chiaro e nitido, emblema di un microcosmo fatto di personaggi fragili e fortissimi, caratterizzati nel dettaglio, di una realtà quotidiana descritta da una prosa frizzante e coinvolgente, non priva di accenti lirici. Teobaldi mette in scena un’intensa e raffinata commedia umana: da non perdere.

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“Corpo a corpo”

413-vVoaypL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quel giorno è un brutto giorno per parlare.

Corpo a corpo, Silvia Ranfagni, e/o. La verità va guardata in faccia. Specialmente se è sotto gli occhi di tutti. E non si può negare il fatto che tantissime persone, uomini e donne, avrebbero dovuto pensarci non una, non due, non tre, non dieci, non cento, non mille ma miliardi di volte prima di riprodursi. Perché se non sei risolto non puoi risolvere, se non ti ami non puoi amare, se non sei responsabile non puoi trasmettere la responsabilità. E invece, poiché lo stadio della consapevolezza per molti è un vero e proprio miraggio, c’è chi pensa di colmare la voragine che ha dentro mettendo alla luce un figlio, condannato a generare e a provare infelicità. Un figlio che non sa crescere, e che dunque affida a un altro da sé, con cui il rapporto non può che scivolare verso la perversione… Finalmente la maternità affrontata senza le nuvole di zucchero filato della retorica stucchevole e falsa che fa sentire colpevoli e inadeguati i sensibili e i fragili, in un libro che trascende i generi.

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“Isole minori”

cover_9788866327363_1636_600di Gabriele Ottaviani

Da quel momento smisero di litigare davanti a noi. A quel punto forse prevaleva la vergogna. La volontà di ripristinare una distanza tra genitori e figli. Sapevamo cose che i figli non dovrebbero sapere e si comportavano come se non dicendo più niente o evitando di gridarsi infamie davanti a noi ce ne saremmo dimenticate. La scoperta della verità del resto era stata come una disgrazia liberatoria, mamma forse non aspettava altro, da tempo desiderava andarsene. Era triste, ma come si può essere tristi della morte di un moribondo. Babbo reagì male all’annuncio della nostra partenza, al fatto di essere stato escluso dalla decisione, ma si capiva che sotto sotto pure per lui il fatto di rimanere da solo al Giglio poteva avere il gusto di una scarcerazione.

Teresa racconta. Parla. Vive. Cerca il suo posto nel mondo. È la piccola di casa. Se ne va. Ma poi torna. Perché non si può andar via da sé. Con l’isola deve fare i conti. Con la sorella idem. Con la politica non ne parliamo. Anche se lei in fondo non c’era, quando succedeva quel che succedeva. Ma la scia del passato è come quella delle barche, non si dissolve subito, per un po’ ancora perturba la superficie dell’acqua. Romanzo di formazione, saga familiare, ritratto storico dell’Italia degli ultimi quarant’anni: questo e molto altro, il Giglio qui rassomiglia un po’ alla Salina della Meglio gioventù di Rulli e Petraglia. La madre è la Rossa, battagliera per definizione, che non vuole i terroristi neri sul carcere di un’isola dove le forze dell’ordine sembrano uscite direttamente da Pane, amore e fantasia (grazie a Dio non da A bigger splash…), un francobollo di roccia nel mare che campa di turismo, e per questo organizza una barriera di barche per transennare il porto. È venuta dal continente sull’isola nello spazio di un sospiro, non ci ha pensato due volte, e c’è rimasta, al fianco di un uomo che si può assimilare all’acqua anche lui, quella cheta, però. E poi c’è anche la mamma della Rossa, la nonna, che è stata partigiana. Sentirsi diversi, e al tempo stesso percepirsi, benché altri, come parte di un tutto: Isole minori, di Lorenza Pieri, per e/o, è un romanzo formidabile.

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“Ultimo giro al Guapa”

cover_9788866327554_1607_600di Gabriele Ottaviani

Osservai il calzino grigio, che sembrava pulito, morbido e perfetto, e pensai a quanto avrei voluto essere io la persona che lavava quei calzini, li stendeva ad asciugare e poi li piegava delicatamente e li riponeva in un cassetto. Lo avrei fatto tutti i giorni per assicurarmi che Sufyan avesse una vita comoda. Passai delicatamente la mano sui contorni delle dita, seguendo ogni unghia lungo il percorso. Cominciai a massaggiargli il piede, prima delicatamente e poi con maggior forza. Affondai le dita nella pelle morbida sotto la stoffa. Sufyan sospirò pesantemente e si rilassò, con un braccio abbandonato lungo il fianco. Gli lasciai il piede, gli presi una mano ed esaminai la pelle, dalla tenue sfumatura olivastra. Era morbida, ma le vene sul dorso erano spesse e io le seguii con le dita. Mi sembrava quasi di sentire il pulsare del sangue. Volevo consumare ogni parte di lui, la carne, il sangue e l’anima. Gli baciai delicatamente la vena.

Medio Oriente. Rasa è giovane. È un ragazzo. È gay. Non è dichiarato, non può. Fa l’interprete. È andato in America. Poi è tornato. Non è riuscito a integrarsi. La mamma lo ha abbandonato da bambino. Ora vive con la nonna. Che è abbastanza tirannica. E lo becca, una notte, a letto con Taymour. Il suo amante segreto. Che ovviamente di lì a poco si sposa con una ragazza, non sia mai che ci sia un po’ di coerenza e dignità nella vita. Rasa è in fondo solo il suo giocattolo, purtroppo. Il Guapa, invece, è un locale underground, una specie di Stonewall con decenni di ritardo, in quella realtà difficilissima. Il suo migliore amico, Maj, drag queen proprio lì, viene arrestato in un cinema. E il vento della primavera araba comincia a spirare, ma sembra non sollevare altro che un po’ di polvere. L’anima fragile di Rasa, dunque, va in frantumi. Ultimo giro al Guapa di Saleem Haddad, nato da madre iracheno-tedesca e padre libano-palestinese, cresciuto in Kuwait, Giordania e Cipro, felicemente innamorato del suo Adam e attualmente a Londra, è palpitante ed emozionante. Edito da e/o, è tradotto da Silvia Castoldi.

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“Le streghe di Lenzavacche”

cover_9788866327233_1582_600di Gabriele Ottaviani

Tornata che fui nella villa, subito avvertii un lezzo di carne bruciata et sangue. Poi che m’immisi nella corte, vidi il massacro.

È nella dozzina di volumi da cui scaturirà la cinquina dei finalisti allo Strega: Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono, e/o. Felice è un bambino molto vivace, e ancora più sfortunato, la cui famiglia, per giunta, non è proprio, come si suol dire, tradizionale: ha una mamma, Rosalba, che lo ha concepito con Santo, passionale arrotino di passaggio, e una nonna, Tilde. E basta. Siamo in piena dittatura, nel millenovecentotrentotto (l’anno, per dire, in cui Hitler viene a Roma, come ricorda lo splendido film di Scola Una giornata particolare), e la sua storia di emarginazione e sofferenza, di creatura allegrissima nonostante le storture di un corpo improvvisato, metà funzionante e metà no, non si sposa benissimo col bieco oscurantismo del Duce e dei suoi sodali, che non fanno che esaltare la perfezione, specialmente quella fisica, espressione massima di roboante virilità: anche perché oltretutto la brigata rivendica di discendere da una congrega niente affatto canonica, quella di un gruppo di donne abbandonate, sedotte, ripudiate, incinte, scappate dall’isolamento e dall’emarginazione, che hanno deciso di vivere insieme, in una comune, fuori dall’abitato, dedicandosi anche alle lettere, seguendo una regola quasi monastica di castità e obbedienza. Donne che nel diciassettesimo secolo, ovviamente, furono però prese per figlie del diavolo… Per fortuna che a dare una mano a Felice c’è anche un giovane maestro, uno di quegli insegnanti come dovrebbero essere tutti, e invece ce ne sono così pochi, ora come allora… Diviso in due parti, originale ed emozionante, si legge con gioia.

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“Hugo e Rose”

hugo e rosedi Gabriele Ottaviani

Un po’ di tempo dopo Rose si sedette accanto a Hugo. Da soli al tavolo da picnic, con la brezza che sollevava la tovaglia. Più in alto il sole filtrava tra i rami del pioppo, disegnando un’ombra merlettata che danzava su di loro. Se chiudeva gli occhi, era tutto come nei sogni.

Hugo e Rose, Bridget Foley, traduzione di Nello Giugliano, e/o. I sogni son desideri di felicità / nel sogno non hai pensieri, ti esprimi con sincerità. / Se hai fede chissà che un giorno / la sorte non ti arriderà. / Tu sogna e spera fermamente / dimentica il presente / e il sogno realtà
diverrà! […] I sogni son desideri / chiusi in fondo al cuor / nel sonno ci sembran veri / e tutto ci parla d’amor / se credi chissà che un giorno / non giunga la felicità… / non disperare nel presente / ma credi fermamente / e il sogno realtà diverrà!
Che sia la prima o la seconda versione quella che più vi è rimasta impressa il succo del discorso, a ben guardare, non cambia. Quanto è grande la potenza dei sogni! Non serve essere Cenerentola per capirlo. Anche perché probabilmente con i tempi che corrono la zucca si troverebbe a dover rispettare le targhe alterne, e i topini ora come ora potrebbero al massimo permettersi di tener aperto per qualche ora al giorno un negozio di rammendi, riparazioni e orlo lampo all’interno di un centro commerciale… I sogni sono il motivo per cui ci si alza la mattina, e quello per cui si ha fretta di addormentarsi la sera. Sono la parte più profonda di noi, la nostra speranza. Rose non ha motivi per non essere soddisfatta della sua vita, ma sin da bambina ogni notte ne sogna un’altra. E in quell’altra c’è Hugo. Su un’isola. Tra mille avventure. Potete immaginare cosa succeda quando Hugo e Rose si incontrano nella vita vera? Geniale è un aggettivo abusato. Questa volta è pure riduttivo. Il romanzo di Bridget Foley è semplicemente geniale. E indimenticabile.

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“Il vento di San Francisco”

ventodi Gabriele Ottaviani

Lord James Brixton aveva ventitré anni, era un ex capitano dei Lanceri e da poco era stato nominato direttore generale della società di Vincent Cumberland – nella quale aveva investito una cospicua somma di denaro. Era alto un metro e ottanta, aveva occhi azzurri, capelli biondi, guance rosee, era bello, sportivo e ingenuo. Incontrò Jean a pranzo dallo zio di lei, il giorno dopo l’accompagnò alle corse, la sera successiva a teatro, e infine, dopo una cena da Simpson’s le disse di essere pazzamente innamorato di lei. «Mia caro ragazzo, potrei essere sua madre!». «No, neppure se lei venisse dalla barbarie del Kentucky, dove, a quanto ho sentito, le ragazze si accoppiano a undici anni. Io ne ho ventitré, quasi ventiquattro, e lei trentuno». «E come lo sa?». «Ho fatto le mie indagini». «Non è molto corretto». «Non ho intenzione di essere corretto. Tutto è lecito in amore e in guerra, e lei è la donna più bella e più brillante che abbia mai conosciuta. Così, per usare le parole di un generale dell’ultima guerra, io attacco, e attacco e attacco!». «Ma io sono sposata e ho due figli». «E un marito tanto indifferente da permetterle di andarsene seimila miglia lontano da lui». «Lui non me lo permette. Io faccio quello che voglio». Il giorno dopo ci fu una partita di cricket, e una settimana dopo Jean era ospite per il fine settimana nella casa di campagna di Brixton. Sua zia Janice era perplessa, ma Cumberland assicurò alla moglie che Jean sarebbe stata convenientemente chaperonnée, per non dire che era una donna adulta e sapeva esattamente che cosa faceva. Cumberland era felice di qualunque cosa rendesse Brixton più amabile nei confronti della loro società.

Una meravigliosa saga familiare sullo sfondo della California dei ruggenti anni Venti del secolo scorso, dove i temi principali sono il coraggio, la generosità, i sentimenti, intensi, profondi, veri, assoluti. E naturalmente il sogno americano, locuzione che ormai è diventata una vera e propria frase formulare, come quelle che aiutavano aedi e rapsodi a mandare a memoria i testi che declamavano. Tutto questo e molto altro è Il vento di San Francisco (Howard Fast, e/o), primo di sei volumi fra loro legati, un romanzo semplicemente ottimo. Danny Lavette, di origini italiane, è un ragazzo quando resta orfano nel terremoto di San Francisco del millenovecentosei. Non ha più una casa né una famiglia, non gli resta altro che qualche amico. E il peschereccio del padre. Il trampolino di lancio per ripartire. È coraggioso e ha stoffa e ambizione Danny, è un bravo ragazzo e brama il successo: vuole arrivare al vertice, a Nob Hill, dove vivono i milionari. Non solo per amore sposa Jean Seldon, la più bella della città, figlia del principale banchiere del Golden State, e non solo per intelligenza scommette sui pescherecci, sulle navi da crociera, sugli aeroplani. Investe e va sempre all-in, come nel Texas Holdem. Inseguendo un sogno di libertà che le sue umili origini non gli hanno mai concesso neppure di provare a sognare, diventerà uno degli uomini più importanti del paese. Ma il successo non è abbastanza…

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“La buona legge di Mariasole”

mariasoledi Gabriele Ottaviani

Il garofano rosso è la firma di riconoscimento, lo lasciano ovunque, si sono autodefiniti socialisti della criminalità per via della loro attitudine a demandare la gestione del loro territorio a luogotenenti fidati. Piazze di Giugliano, Mugnano, Melito, fino a quella di Marano, spartita con i Santanastaso. Maurizio è basso e paffuto, all’apparenza può sembrare un uomo mite, spesso è un pacificatore quando scoppiano questioni interne al cartello, ma l’aggressività che gli difetta nel fisico è compensata dalla sua fredda crudeltà. Negli anni in cui i Farnesini e i Simonetti erano in guerra, Maurizio è stato il mandante di almeno venti esecuzioni dei nostri. Dall’altro lato del tavolo il primo da destra, proprio di fronte a suo padre, è Carmine Musso, meno di trent’anni e molto bello. Al suo fianco c’è il suo migliore amico, Lorenzo Cutri, fratello del più animalesco Salvatore, detto Totore ‘O Scannato. I Cutri sono compagni fraterni dei Farnesini. Sara Cutri è stata la prima moglie di Don Antonio, morta di tumore giovanissima.

L. R. Carrino ha una scrittura semplicemente inesorabile. È come il bisturi del chirurgo, affilata e precisa. Uno spaccato di una Napoli di crimine e decadenza, con una protagonista bellissima, un personaggio caratterizzato alla perfezione, che brilla ancor di più per le sue assenze, una donna che non ha scelta (ma è davvero così? Quante volte nella vita ci si può dire che davvero non c’è scelta? E quante volte in realtà la scelta c’è, ma è scomoda?) e che tiene salde le redini di un clan. La collana sabot/age di e/o, curata da Massimo Carlotto, come sempre dà delle soddisfazioni. La buona legge di Mariasole è un buon libro.

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Libri, segreti e misteri

COP DEF Cacciatori libridi Gabriele Ottaviani

D’altronde, la sua stessa vita sembra un romanzo, pertanto il suo destino, in un certo senso, non poteva che essere segnato:  Raphaël Jerusalmy, dopo essersi laureato alla École Normale Supérieure e alla Sorbona di Parigi, dove è nato, ha compiuto un vero e proprio cursus honorum all’interno delle fila dei servizi di intelligence militari israeliani. Successivamente si è fatto promotore di diverse iniziative di carattere umanitario ed educativo, e al giorno d’oggi vende libri antichi a Tel Aviv.

Dopo l’esordio con Salvare Mozart, ora è il turno di una sorta di thriller di ambientazione tardomedievale, I cacciatori di libri, pubblicato nella collana Dal Mondo da e/o, che come sempre si distingue per la raffinatezza delle sue copertine, anche se questa, assolutamente coerente con l’atmosfera del testo, sembra essere un unicum, una gemma a sé.

Jerusalmy si diverte a immaginare la seconda parte della vita di François Villon, poeta realmente esistito e al tempo stesso criminale graziato dall’impiccagione: nel gennaio 1463, bandito da Parigi, ha fatto perdere le sue tracce, e la storia nella quale lo scrittore dà libero sfogo alla sua immaginazione è quella, non del tutto originale, ma piacevolmente raccontata, di un sotterraneo conflitto in giro per l’Europa allo scopo di salvare preziosissimi manoscritti dalla distruzione. Ha ritmo, è semplice e affascinante: un romanzo che piacerà, soprattutto a chi crede che i libri custodiscano qualcosa di più che semplici parole, bensì, in fondo, quella stessa sostanza della quale sono fatti i sogni. E la vita.

Nato alla fine del Medioevo, François Villon è il primo poeta della modernità. È l’autore della famosa Ballata degli impiccati e della Ballata delle dame di un tempo. Ma Villon è anche un noto brigante e malfattore. Nel 1462, all’età di trentun anni, viene arrestato, torturato e condannato a “morire per impiccagione”.

Il 5 gennaio 1463 il Parlamento annulla la sentenza e lo bandisce da Parigi. Da allora, nessuno sa che cosa ne sia stato di lui…

 

[…]

 

Il modo in cui Johann Fust conduce i suoi affari desta grande interesse a corte. Il tipografo tedesco ha aperto delle stamperie in diverse cittadine isolate, in Baviera, nelle Fiandre e in Italia settentrionale. A quanto pare non sembra trarre alcun vantaggio economico da quelle succursali, ma la loro distribuzione sulla mappa ricorda uno schieramento militare. Con quale obiettivo? Stando alle informazioni ottenute, Fust ci rimette soldi ogni giorno che passa. A Magonza pubblica bibbie e opere edificanti su ordinazione, ma altrove le sue tipografie artigiane stampano volumi di tutt’altro genere: antichi testi greci o romani, trattati più recenti di medicina e di astronomia che solo lui pare in grado di procurarsi, senza che nessuno riesca a scoprirne la provenienza. Chi lo rifornisce? Nella copia della Repubblica che Villon ha appena tenuto in mano, Platone spiega come si deve governare la città. Quel testo conferma Luigi XI nel suo disegno politico. Inoltre rafforza lo statuto della Chiesa di Francia, desiderosa di affrancarsi dal giogo apostolico. Da qui l’opposizione di Roma. Perché Fust si ostina a pubblicare opere del genere, rischiando di subire i fulmini dell’Inquisizione?

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