venezia 72

“El clan”

the-clandi Gabriele Ottaviani

È la storia vera – e verrebbe davvero da dire che la realtà sa essere più esagerata della fantasia – dei Puccio quella raccontata nel film di Pablo Trapero El clan, in concorso a Venezia. Un buon film, una pellicola onesta e riuscita, nel suo genere. Arquìmedes Puccio è il patriarca di una famiglia dall’aspetto più che rispettabile – hanno anche un figlio campione – che ha costruito il suo benessere negli anni delle dittature militari con un unico metodo. I sequestri di persona. Si prende l’ostaggio, lo si tortura coprendo le grida con la musica, si telefona alla famiglia, si ottiene il riscatto e si uccide il rapito. E con quei soldi, per esempio, si aprono negozi di articoli sportivi. Tutti sanno, tutti sono complici, chi più chi meno (solo uno se ne va per non tornare), tutti ci guadagnano. Nessuno può chiamarsi fuori, nessuno può scagliare la prima pietra, perché tutti hanno peccato. Asciutto, compiuto, ben diretto e ben interpretato, solido: mantiene desta l’attenzione dello spettatore e coinvolge. Non brilla per originalità, ma la qualità c’è. E si vede.

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