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“Fernando Pessoa – Una quasi autobiografia”

Fernando-Pessoa-una-quasi-autobiografia-219x300di Gabriele Ottaviani

I giorni in cui in ufficio non c’è lavoro, resta a casa a meditare…

Il soggetto che quando non è alla scrivania resta a casa a riflettere sull’esistenza è Bernardo Soares, il semieteronimo incarnazione del fallimento, dalla personalità simile ma mutilata rispetto a quella del creatore che lo rende protagonista del Libro dell’inquietudine, autobiografia senza fatti: Fernando Pessoa. In edizione rivista, esce per EdizioniAnordest Fernando Pessoa – Una quasi autobiografia di José Paulo Cavalcanti Filho (traduzione a cura di Guia Boni), un libro monumentale e splendido, una guida magnifica e imprescindibile – anche perché forse qualcuno pensava che su Pessoa si fosse già detto tutto, ma con ogni evidenza pare proprio che non sia così –, completa, dettagliata, minuziosissima, indispensabile per addentrarsi nell’universo di uno che non può essere definito altrimenti se non come uno dei massimi e più originali esponenti della storia della letteratura mondiale, scomparso a soli quarantasette anni nel millenovecentotrentacinque. Nella poderosa e ponderosa opera di Cavalcanti Filho c’è tutto, la vita e le opere – o forse sarebbe meglio dire vita, morte e miracoli, anche se per gli ultimi forse bisognerebbe ripensare la categoria, a meno di non considerare, e non sarebbe nemmeno tanto sbagliato, in fondo, le sue opere come miracolose, salvifiche rispetto alla bruttezza del mondo e inestricabilmente legate a una dimensione alta e altra –, oltre a una sorprendente qualità letteraria, che appassiona chi sfoglia le pagine del volume, che si sente un vero esploratore, attraverso i rivoli di una mente capace di tradurre il sogno su carta.

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“Il paradiso di Levon”

Il_paradiso_di_Levondi Gabriele Ottaviani

Nei momenti difficili della tua esistenza, quelli in cui stupidamente fumi tanto e bevi tanto per morire, avere un libro così bello ti può veramente salvare la vita.

No, l’autore non sta autocelebrandosi, non parla del suo libro: sarebbe intollerabile. Anche se Il paradiso di Levon di Carlo Zannetti per EdizioniAnordest è comunque un buon volume, piacevole, che si legge con facilità e rapidità, scorre fluido e ha un ritmo azzeccato sin dalla prima sillaba. O forse sarebbe più appropriato dire battuta, visto che si parla di musica. Musica delle parole, musica del cuore, musica di una vita messa nero su bianco. Levon è un musicista che si trova prossimo a iniziare l’ultimo tour, quello senza ritorno, e allora ripercorre la sua esistenza, senza retorica, con affetto, indulgente schiettezza e semplicità. Ha una sua visione del mondo, e quindi anche del paradiso. Zannetti è musicista, cantante, compositore, autore e pittore. E anche scrittore, evidentemente: ha l’arte nel sangue, non si può negare. Ha una vena limpida ed espressiva, che gli permette di lavorare con molti dei nomi più importanti del panorama delle sette note, non solo a livello nazionale, e che gli fa donare ai lettori pagine belle, che paiono sentite e sincere.

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“Il vuoto intorno”

il vuotodi Gabriele Ottaviani

A Roma arrivammo col treno. Eravamo partiti carichi di nulla. Del nulla delle cose. Due piccoli trolley, uno per me e uno per lei: era tutto quello che ci occorreva o che sembrava potesse esserci davvero utile per fare come i ragni che se gli distruggi la ragnatela, riprendono a costruirla daccapo.

Il vuoto sarà anche intorno, ma certamente non c’è nel testo. Anzi. È un romanzo compiuto, pieno, una musica in cui non c’è una battuta superflua. Non dà respiro, non suona mai a vuoto. Forse c’è persino troppo, ma è evidentemente una scelta poetica e stilistica. È come una di quelle pitture fiamminghe del Seicento, dove il macabro si mescola alla vita: le nature morte traboccano di frutti e fiori, ma le mele cominciano a marcire, i fiori a diventare vizzi. Il lettore non è preso per mano, è spinto, strattonato, forzato a tenere gli occhi aperti e puntati laddove non volgerebbe mai lo sguardo, perché la vita è fatta anche, se non, in certi casi, periferici, di confine, soprattutto, di dolori che non si possono ignorare, anche se sarebbe di gran lunga la scelta più facile e comoda, respingere tutto ciò che provoca repulsione. I protagonisti sono maschere tragiche sulle quali si abbatte la perversione del fato, raccontata con un vocabolario ricchissimo e colto: è un lento, inesorabile e palpitante scivolare nella perdizione che commuove e addolora, sconcerta e appassiona. C’è la morte. La tragedia. La rinascita. La caduta. L’assenza. Un ragazzo padre. Suo figlio. Una madre annichilita dalle sue stesse fragilità. Un padre che si sfoga sulle prostitute che incontra per strada. Ma ci sono anche uomini che si prostituiscono, uno in particolare. Che sembra non riuscire a resistere – forse non può farlo, forse non vuole – al peccato. Lo cerca. Anela il torbido, brama l’oscurità. Una ragazzina violentata dal padre, e raramente si leggono pagine così incisive e dolorose. L’incesto. Il desiderio. La fuga. Il viaggio. La speranza. Il perdono. L’amore. Nonostante tutto. Il vuoto intorno di Claudio Volpe, per EdizioniAnordest, è stato presentato da Dacia Maraini e Paolo Ruffilli al Premio Strega del duemiladodici, quando il suo autore aveva solo ventidue anni. Il perché si capisce sin dalla prima riga.

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“Ricordami di essere felice”

copertina Ricordamidi Gabriele Ottaviani

Il vero dettaglio era un altro. Appena salito sulla metropolitana l’uomo evidentemente si liberava di forze represse dentro di lui. Forse quella metropolitana era il posto dove denudarsi di ogni inibizione. A una velocità che lasciava ben intravedere tutto il processo di eccitazione, l’uomo sfoggiò un’erezione straripante. Dai pantaloni stretti era ben visibile. Nessuno sembrava essersene accorto. L’uomo aveva proprio un’erezione: non poteva essere altro. L’uomo con le mani appese in alto alla sbarra di sicurezza, il giubbotto tirato sotto le ascelle piano piano appoggiava la sua erezione alla schiena di una ragazza che stava davanti a lui. era un appoggiare impercettibile, non volgare. Era come se l’uomo non si fosse accorto della sua erezione e per via del moto della metropolitana fosse stato costretto ad appoggiarsi alla ragazza. Era come se l’erezione fosse indipendente da lui ma come se al tempo lui fosse eccitato dal rischio, dallo scandalo che avrebbe potuto scatenare se solo qualcuno oltre me, fosse stato dedito ai particolari. Era come se amasse la trasgressione, tutto sempre senza mimica facciale. L’erezione cresceva di momento in momento e l’uomo si attaccava sempre di più alla ragazza. Le era quasi addosso ma la ragazza era di schiena, le cuffie dell’ipod nelle orecchie. Non si accorse di nulla. Eppure l’uomo era lì e, non il suo volto, ma la sua erezione sembrava dire eccomi sono qui, guarda cosa faccio, perché nessuno mi nota? Vorrei farmi scoprire. Era sicuramente questo ciò che diceva quell’erezione strozzata a malapena nei pantaloni di velluto. Se non avesse voluto dire questo, l’uomo si sarebbe coperto con le mani, col giubbotto, anche a costo di non reggersi alla sbarra di sicurezza e di cadere. Questo accadde la prima volta che lo incontrai. La seconda fu lo stesso. Stesso individuo, stessa corporatura prepotente, stessi vestiti, stessa erezione, stesso parlare senza mimica facciale. Anche questa volta nessuno badò ai dettagli. Anche questa volta a Piramide l’uomo scese, portando altrove la sua storia.

È un mondo di isole quello che racconta Claudio Volpe, con la sua consueta formidabile voce, che conquista sin dalle prime battute. Ha una prosa ricca, elegante e avvolgente, classica e insieme originale, minuziosamente descrittiva, articolata, che fa dell’insistito, come Ravel per il Boléro, la sua forza: sono istantanee quelle raccolte in Ricordami di essere felice (EdizioniAnordest), bellissimo titolo, una preghiera levata alla vita, un monito a considerare con la dovuta attenzione le vere priorità, non quelle che ci fanno insensatamente correre senza meta. I testi, serrati, densi, profondi, pregni delle cose, sono frammenti di vite che vanno a comporre un mosaico colorato e vario. In apparenza i toni dominanti sembrano essere, soprattutto nelle battute iniziali, quelli più scuri e cupi, ma c’è sempre una favilla che splende e tutto rischiara, un ramo a cui aggrapparsi, su cui fare perno per risalire dalla corrente che trascina verso le rapide e non sembra lasciare scampo: c’è tutta la geografia della solitudine e del dolore dell’umanità e degli individui che la compongono, ognuno con la sua storia, con i suoi problemi, con le sue necessità e i suoi obblighi, con le sue scelte, le sue miserie, le sue sfortune e i suoi rimpianti. È l’indagine di un cronista che per portare a termine la sua inchiesta non si ferma sulla soglia delle cose, ma penetra all’interno delle pieghe più profonde dell’anima. E l’inchiesta è sulla felicità, sulla sua autentica natura, sull’importanza di vivere il presente e di far parte di una collettività ampia, che non conosce confini. Ogni uomo è unico, ma nessuno nasce per essere solo, ognuno ha bisogno dell’altro, per mille motivi.

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