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“Romani per sempre”

9788894118209_0_221_0_75di Gabriele Ottaviani

«Che cazzo te guardi?» Vivo a Roma da quando sono nato, e se da venticinque anni porto ancora in giro la stessa faccia da cazzo è perché ho imparato presto i quattro comandamenti non scritti che regolano la vita di questa città. Primo comandamento: In auto. Se sei in macchina e hai un diverbio con qualcuno non scendere. Se non hai l’istinto del killer lascia correre, anzi, corri. Se pensi di scendere per parlare, per mandarlo affanculo più da vicino, o peggio, per spiegargli quanto si sbaglia, non hai capito nulla, e Roma farà in modo di farti imparare la lezione, una volta per tutte. Secondo comandamento: In bici mai. Non andare in bicicletta a Roma, mai. Se proprio vuoi pedalare vatti a fare una gita ai castelli, oppure buttati tra i sentieri di Villa Ada, a fare lo slalom tra gli stronzi di quegli stronzi che portano a spasso i cani e poi non ne raccolgono i bisogni; ma non sfidare le strade di Roma. I sampietrini, le buche, gli scooter, gli automobilisti, i tassisti, troppi predatori per una sola preda. A Roma la razza dei ciclisti non si è estinta, non è mai esistita. Siamo passati direttamente dalle bighe ai motori a scoppio. Terzo comandamento: Le donne…

Romani per sempre – Splendori e miserie della città più bella del mondo, Roma per sempre – Edizioni della Sera. A cura di Marco Proietti Mancini. Illustrazioni di Martina Donati. Racconti di Roberto Alfatti Appetiti, Igor Artibani, Isabella Borghese, Patrizio Cacciari, Vincenzo Ciampi, Laura Costantini, Loredana Falcone, Simone Giacinti, Angela Iantosca, Dario Morgante, Marzia Musneci, Luca Poldelmengo, il già nominato Marco Proietti Mancini, Paolo Restuccia, Sam Stoner, Simona Teodori, Valerio Valentini e Giovanni Ricciardi. Roma è una grande città e un paese di provincia, Roma è tutto e il suo contrario, è un agglomerato di usi, costumi, tradizioni che si sono ricongiunte, mescolate, sedimentate e trasformate nel corso dei secoli in base alle più alterne fortune e disparate vicende, provenendo da tutte le direzioni e da tutte le genti, di ogni ceto, lingua e culto, eppure al tempo stesso ha una precisa identità, come una gatta che sa essere dolcissima, ma che non va mai accarezzata in senso opposto a quello della naturale direzione del suo soffice pelo: in questi scritti agili, credibili, intensi, precisi, icastici, puntuali, ben connotati, caratterizzati e congegnati l’inafferrabile e caleidoscopica policromia della capitale si manifesta in tutta la sua contraddittoria seduttività, riconoscibile eppure sempre nuova, che lascia sgomenti ma al tempo stesso appagati, interdetti ma contenti, fra scoppi di risa e ire veementi, sempre pronti allo stupore perché qualcosa che si credeva di conoscere non è mai come appare. Da leggere.

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“La fuga selvaggia”

copla-fuga-selvaggia-link-275x370.jpgdi Gabriele Ottaviani

Antonio seguiva con lo sguardo un punto fisso, oltre il furgoncino che li precedeva. I pneumatici poderosi di una Harley-Davidson comparivano e scomparivano poco più avanti, facendo dondolare motocicletta e pilota come una pendola lenta e maestosa. Il loro era un incedere senza paura, segnale di libertà e potenza rumorosa. Antonio seguiva il centauro sognando di cavalcare al suo posto quella meraviglia della meccanica su due ruote che aveva sempre desiderato. Quando aveva espresso il desiderio di regalarsene una, sua moglie gli aveva rovesciato la brocca dell’acqua in testa. Che cosa si andava a inventare, aveva detto la donna, con tutto quello che c’era da fare in casa. E lui aveva guardato i muri bianchi e perfetti, aveva guardato il giardino ordinato e ben pulito, aveva guardato l’automobile lustra e nuova e si era domandato quali fossero mai tutte queste cose che ancora mancavano al loro patrimonio. I soldi non erano un problema e il lavoro andava a gonfie vele. I figli, così come per la sorella, non erano venuti anche se dopotutto a lui non sarebbe dispiaciuto avere un erede a cui lasciare casa e conto in banca. Più volte si era chiesto che fine avrebbe fatto tutto quanto una volta che lui e la moglie avessero tirato le cuoia e immaginare Lodovica e suo marito ingozzarsi nella sua cucina o dormire nel suo letto gli aveva mandato di traverso il fumo della sigaretta che si stava godendo. Nonostante i tanti ragionamenti, non era ancora giunto a una conclusione decente e nel frattempo sua madre era morta, lasciandoli nei guai per via di quel padre che da solo non avrebbe saputo nemmeno allacciarsi le scarpe. Chiamarlo a Sant’Ennio era stato un obbligo a cui non avevano potuto sottrarsi. Così lui e la sorella ne avevano parlato, ma di accollarsi in casa il vecchio a nessuno andava giù. Aveva la sua bella pensione, perché non trasformarla in un affitto a vita dentro una struttura per suoi simili? Ecco, il Belle Speranze era il posto giusto, lontano un tiro di schioppo dalle loro due abitazioni e con tutte le comodità per un vecchio senza più molti anni davanti. Certo, era suo padre, ma la vita è costruita così, con la crescita del figlio e la morte del genitore, che quando invecchia diventa un peso. Poi, d’un tratto Lodovica e suo marito gli erano capitati in casa e avevano cominciato a ragionare sulla casa di Rosticino Polesine, che così com’era non fruttava niente, che andava venduta prima che la bolla edilizia scoppiasse e ci fosse troppa offerta per poca domanda. Dunque, e secondo loro, bisognava convincere il padre a vendere e forse non sarebbe stato facile. Così Antonio aveva cominciato a vedere la cosa da un’altra prospettiva. Dato che tutto il suo patrimonio era in comunione con la moglie, qualsiasi sua richiesta doveva essere vagliata da entrambi e questo significava passare sotto la scure della censura della donna, che di solito non approvava le sue idee. Un gruzzolo sceso dall’alto e di sua esclusiva proprietà cascava a fagiolo, dato che la moglie non avrebbe potuto tormentarlo sul come e sul perché utilizzarlo. Questa era l’opportunità per lui di togliersi qualche sfizio, come la moto che poco avanti a lui sembrava scivolare sull’asfalto grigio diamante.

La fuga selvaggia, Renzo Brollo, Edizioni della sera. Dal Friuli al Polesine, dove c’è una casa che qualcuno vuole vendere. Quel qualcuno sono gli orrendi figli – e ce n’è un mare, in giro per davvero, non solo in prossimità di località pedemontane immaginarie, di sciacalli ingrati approfittatori che andrebbero semplicemente presi a schiaffi a due a due fin quando non diventano dispari, sanguisughe egoiste che non considerano il fatto che se i genitori non li avessero voluti loro non ci sarebbero nemmeno stati (il che, visto che considerano i propri anziani un peso, forse non sarebbe stato poi questo gran danno per il fragile equilibrio del pianeta) – di uno dei tre fuggiaschi, irresistibili nonché diversamente giovani, che abbandonano la casa di riposo dove sono stati abbandonati. Da Ferrara invece si slanciano verso la libertà tre cani randagi, approfittando della disattenzione di chi avrebbe dovuto custodirli. Il recensore immagina che ai lettori sia più che chiaro il suo pensiero nei confronti dei canili e soprattutto di chi abbandona i cani e in generale i fedeli, amorevoli e disinteressati compagni pelosi di vita, anche in relazione a quanto scritto poc’anzi su chi abbandona gli affetti più cari, dunque non ha intenzione di tediare oltre chi legge queste righe. Quel che conta, invece, è che nel caso del romanzo di Renzo Brollo, vincitore della terza edizione del concorso Narratori della Sera, e pare in tutta onestà difficile che vi fosse qualcuno più meritevole, ci si trova di fronte a un testo formidabile, scritto benissimo, con ritmo, ironia, brillantezza, emozione, intelligenza, per non dire genio. Picaresco, epico, spietato, tragico, comico, dolentissimo e dolce: da non perdere.

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“Lucio e il mistero dell’acqua scomparsa”

lucio-e-il-mistero-dellacqua-scomparsa-le-avventure-dellantica-roma-9788897139614-dino-ticli-librodi Gabriele Ottaviani

La ricchezza sta nella conoscenza e non nelle cose materiali.

Dino Ticli, Edizioni della Sera, Lucio e il mistero dell’acqua scomparsa. Quarantamila sesterzi sono una bella somma, specie se si è senza il becco di un quattrino. Che è poi la situazione in cui si trova Nescius, magister appassionato e valentissimo, che è però l’unico che possa aggiudicarsi la somma e risolvere il mistero dell’acqua sparita da un intero quartiere della Roma antica. Almeno secondo il suo brillante studente, Lucio. Che però deve faticare parecchio a convincere il riluttante docente ad accettare l’impresa. E soprattutto a conferire con l’imperatore, nei confronti del quale prova un’antica e ricambiata ruggine. Mettersi contro Traiano non è d’altro canto e con ogni evidenza una buona idea: per questo Nescius, intelligentissimo nome parlante, come solo quelli plautini sapevano essere, attribuitogli dall’autore (rimanda a nescio, non so, e dire che lui invece di cose ne sa, eccome), deve cambiare identità, e perfino camuffarsi. Per i ragazzi di ogni età il romanzo permette di calarsi in una realtà conosciuta solo attraverso i libri, ma che qui pare vividissima, di essere coinvolti in avvincenti peripezie e di imparare molte cose. La capacità divulgativa di Dino Ticli, geologo, naturalista e insegnante di scienze in un liceo, è infatti straordinariamente limpida, e al tempo stesso mai ne inficia la piacevolezza e la leggibilità della narrazione.

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“Da parte di padre”

da parte di padredi Gabriele Ottaviani

Benedetto mosse appena la testa, troppo assorto nei suoi pensieri, per riuscire a rispondere con un sì. Gli pesava tutta quella sporcizia che si sentiva addosso, quell’aria afosa e pesante, che per quanto tirasse con tutta la forza sembrava fare fatica a entrare nei polmoni. Lui in genere non sudava molto, ma da quando erano arrivati in basso e mano a mano che si avvicinavano a Roma gli sembrava di sciogliersi in mille gocce d’acqua che gli colavano addosso, gli facevano attaccare la camicia di cotone alla pelle e gli incollavano i capelli alla fronte.

Marco Proietti Mancini, Da parte di padre, Edizioni della sera. Subiaco è il luogo dell’intimità, Roma la città che appare sempre uguale eppure diversa, mutevole, multiforme, ingannevole, inospitale, persino respingente, a volte. La città degli alti papaveri, dei vescovi, dei prelati, del potere, in cui si lascia che risalire a certe origini sia un percorso impervio come quello di un fiume carsico: il mondo dei padri appare foscolianamente duro, feroce. Ma anche la città popolare di rioni come San Lorenzo, anima ruvidamente autentica a tratti ancora oggi, figuriamoci fra il millenovecentoquindici e il trentatré. È l’inizio del ventesimo secolo, ma la narrazione parte da prima, e si apre con un abbandono. Terribile. Esiste però anche un bellissimo abbandono. Meglio, un bellissimo abbandonarsi: alla prosa di Proietti Mancini, mai didascalica, mai retorica, mai eccessiva o ridondante. Non c’è traccia di maniera: descrizioni accurate, semplici, realistiche, riconoscibili, sia che certi tempi siano stati vissuti sia che se ne abbia solo un ricordo per via di racconto altrui. Una saga familiare nell’accezione più nobile e meno abusata del termine, o meglio della locuzione: Benedetto ed Elena torneranno ancora, durante il Ventennio e in tempo di guerra, in quel millenovecentoquaranta che li vedrà genitori, la loro storia si fonderà con quella con l’iniziale maiuscola, e ne sarà per certi versi anche essa stessa fondamento, come capita a ogni individuo che col suo vivere è parte d’una nazione; il loro viaggio è appassionante. Da leggere.

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“Il coraggio delle madri”

il coraggio delle madridi Gabriele Ottaviani

Quelli non ce l’hanno il coraggio di spiegarle bene che “disperso” significa che ci sono migliaia di corpi senza un nome e senza faccia, che ci sono pezzi di uomo sui campi di battaglia da rimettere insieme un po’ così, alla come viene, per dare a chi è rimasto un pezzo di pietra su cui piangere. Ma chi ci sta dentro quella carne, chi ci stava un tempo, quando era carne viva, non lo sa nessuno. Disperso in guerra, sul campo di battaglia o in mezzo al mare, vuol dire morto e perso, vuol dire non esistere più neanche per avere un nome, neanche per una tomba vera, perché su quelle dei dispersi ci sta solo scritto “soldato senza nome”. No, loro non ce l’hanno il coraggio di spiegare bene questa cosa a quella ragazza che ormai è donna, che non vuole capire o non vuole credere di essere vedova, perché non è naturale essere vedove così giovani e così belle. Allora Elena torna, giorno dopo giorno, dopo giorno. A chiedere e interrogare, a domandare e a pregare, per sapere perché non scrivi, come stai, dove sei, perché non scrivi, come stai, dove sei. Perché se Benedetto non può risponderle, che le risponda qualcun altro, che le risponda chi l’ha mandato lì…

Marco Proietti Mancini, Il coraggio delle madri, Edizioni della sera. Benedetto è dovuto partire per la guerra. Ed è stato costretto a lasciare a casa la sua sposa, Elena. Che è giovane, come lui. Bella. E madre. Di una bambina che è frutto di un grande amore. Il loro. Una bambina che è quindi ora il centro della sua vita, la luce dei suoi occhi. Sembra retorico, ma è la realtà. È come quando si va a sbirciare fra le lettere che si scambiano due innamorati: quanto suonano sciocche quelle parole, se chi le legge non è uno dei due. Se le guardi da fuori. Se non sai, non ricordi, non puoi o non vuoi ricordare quel che si prova. Ma in verità non potrebbero essere altre, quelle parole scritte a mano, sempre con quel leggero timore che ti fa tremare la penna, quello che ti fa preoccupare che non siano abbastanza. Per la bimba sua e di Benedetto Elena deve lottare. La donna ripudia la vista di un’arma, ma se offesa nei suoi diritti il suo cuore è assetato di sangue, diceva più o meno Medea. Elena non ha il cuore assetato di sangue, ma di amore. Di pace. Di serenità. Elena ha coraggio. Quello delle madri. Delle donne di sempre e per sempre. Che generano il mondo e se ne curano. Dolore e gioia, distruzione e ricostruzione, tra l’Africa del secondo conflitto mondiale e una Roma che raramente è stata specchio così nitido delle anime dei suoi abitanti. I protagonisti, in epoche differenti, sono sempre quelli di Da parte di padre e Gli anni belli: una conferma, una garanzia. Come la prosa del loro creatore, ogni volta più bravo. Da non perdere.

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“Gli anni belli”

gli anni bellidi Gabriele Ottaviani

Per questo, mentre altri non sono stati accettati, lui dopo pochi mesi è diventato uno di loro, rispettato per quello che è, non per qualcosa che finge di essere; quando ha voglia di starsene da solo, quando gli viene, nessuno gli va rompere le scatole; quando raramente interviene nelle discussioni lo ascoltano, quando saluta o fa i complimenti a qualcuno, sanno che non è per ruffianeria che lo fa. Eppure questo è vero solo dentro ai confini del suo quartiere, anzi, neanche in tutto il quartiere, perché mentre a Subiaco una persona nuova è una rarità, a San Lorenzo ormai si vedono facce nuove sempre più spesso e diventa difficile capire chi accettare e chi no, chi merita e chi sarebbe meglio tenere lontano. Ormai si diventa estranei appena ci si sposta di tre strade più in basso o più in alto, come su quel tram, dove nessuno conosce nessun altro, dove si sale senza salutare chi è già a bordo e si scende senza dire arrivederci alle persone con cui si sono condivisi momenti di vita, attimi di mezzo, che non sono importanti, non servono per vivere veramente qualcosa che vale; ecco, per qualcuno a Roma la vita è tutta composta da attimi di mezzo, senza che ci sia mai veramente un prima e un dopo che valga la pena raccontare, qualcosa da ricordare. C’è qualcuno che per indifferenza, per ignavia o per codardia, decide di non rischiare di vivere, di conoscere altre persone e legarsi a loro, magari innamorarsi, fare dei figli, o magari anche solo di capire, di conoscere quello che gli succede intorno, perché altrimenti dovrebbe impegnarsi, non potrebbe più fingere di non sapere.

Marco Proietti Mancini, Gli anni belli – Una storia d’amore a Roma tra le due guerre, Edizioni della sera. Gli anni belli sono quelli in cui la vita sboccia, l’infanzia, allegra e ignara di buona parte del mondo, lascia spazio alla prima maturità, la consapevolezza prende il posto dell’assenza di pensieri, senza però soffocare la voglia di sognare. Gli anni belli sono quelli in cui tutto cambia, e fa anche un po’ paura, ma non c’è tempo per guardarsi indietro: è il momento in cui si comincia a coltivare il proprio futuro, come se fosse un giardino da curare, pieno di gemme da proteggere dalle infami gelate. Sono gli anni, quelli belli, quelli in cui si fa strada l’amore. E quindi proprio per quel motivo possono essere belli anche se fuori, oltre l’allaccio dei due cuori, di bello ne sta rimanendo sempre meno, eroso dalla dittatura come uno scoglio dall’acqua di mare: Benedetto ed Elena – già conosciuti in Da parte di padre, primo volume di quella che in realtà non può essere definita una trilogia, ma somiglia di più a quelle serie televisive antologiche che trovano una loro compiutezza all’interno di ogni singola stagione (il che rende non necessario, ma, nel caso specifico, fortemente consigliabile, visto il valore della scrittura di Proietti Mancini, che dei sentimenti fa una composizione fiorita e bellissima, seguirle in ordine cronologico) e in cui magari, di annata in annata, i personaggi ritornano, sempre gli stessi, ma cresciuti e mutati – stanno per spiccare il volo insieme. E i lettori con loro, perché è effettivamente impossibile non lasciarsi trascinare.

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