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“Ultima Esperanza”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Ho scuoiato il cervo e l’ho ridotto in una decina di porzioni che ho avvolto in foglie, facendone dei pacchetti ben legati da fibre vegetali. Ho poi scavato una buca nel terreno duro e freddo, un po’ con il coltellaccio e un po’ con le mani, in cui ho calato il mio bottino in modo che rimanga al fresco a frollare per un paio di giorni. Ho ricoperto la buca battendo per bene la terra e vi ho trascinato sopra un macigno per evitare che qualche animale lo raspi fuori. La mia dispensa è momentaneamente al sicuro, o almeno lo spero. Ho ripulito la lama del coltellaccio sporca di sangue e terra sulle mie brache non meno sudicie e mi sono sentito il nuovo Tommy Triplett. Ho arrostito un cosciotto di cervo che credo di essermi meritatamente guadagnato e ho mangiato di gusto, poiché non avevo nulla nello stomaco dalla sera precedente, ammirando il tramonto tra le montagne, finalmente soddisfatto e in pace con me stesso. Domani tornerò alla caverna del mylodon per recuperare gli attrezzi; presumo che dovrò fare un paio di viaggi perché ogni sacco pesa parecchio e il tragitto è lungo e scomodo. Poi inizierò a costruire la mia nuova casa. Devo risparmiare inchiostro, l’ultima boccetta si sta esaurendo, ma lo devo conservare per annotazioni meno futili di quelle che vado stendendo su questo mio diario privato, sebbene ciò mi faccia enorme compagnia e aiuti a scacciare malinconie e nostalgie. Avvolto nella coperta di lana che trattiene afrori di sudore e di vecchia pecora mi concedo un sonno ristoratore sotto la luce delle stelle.

Il Cile, terra fascinosa e ricca di contraddizioni e problematiche, che è stata violata e vituperata dalla protervia delle dittature militari e non solo, è, per noi che ci affacciamo sul mare nostrum e siamo un popolo di migranti, anche se ora che abbiamo assaporato il benessere ci fa comodo dimenticarcelo, dall’altra parte del globo terracqueo, e con ogni probabilità nel milleottocentosessantanove, l’anno del canale di Suez e del brevetto della celluloide, veicolo indispensabile e primigenio per quel sogno chiamato cinema, al giovane naturalista Federico Sacco che voleva esplorare la Patagonia e che lì scomparve, lasciando un diario di estremo interesse per la società geografica e per tutti noi, dev’essere parso ancora più lontano. Paolo Ferruccio Cuniberti, già semifinalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, pubblica con la sempre meritoria Edicola, che scova e regala al pubblico sempre dei gioielli preziosi e raffinati, dà voce in prima persona al succitato Sacco raccontandone la Ultima Esperanza: un’opera complessa, completa, totale, ammaliante, attraente, brillante, intima, di selvaggia e irresistibile beltà.

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“Tutta la luce del campo aperto”

Tutta-la-luce.copertinadi Gabriele Ottaviani

Momento. Il rumore viene dalla sua camera, di nuovo. Alina si muove (si toglie le coperte, avrà caldo), trascina la sedia, un computer si accende (riconosco il suono). Silenzio. Starà scrivendo? Forse condividiamo questo, ossia che le parole, per lei come per me, fluiscono meglio durante la notte. Ancora rumori, la sedia si sposta di nuovo, cigola per il peso, la porta si apre, passi nel corridoio avanzano e si dissolvono, e non sento altro. Mi affaccio per controllare, poi potrò continuare a scrivere. La porta della sua camera è chiusa. Aleggia un odore che non è di latte acido ma di fumo di sigaretta. Avanzo in silenzio lungo il corridoio buio, sul fondo si vedono le finestre del soggiorno, ripiene di un tono arancione, illuminate dalle luci della strada. Non è nemmeno in cucina. Justiniana sogna nella sua stanza (uccelli, un’aquila, un bastone di piume). La casa è vuota. Dove sarà finita Alina? Non è uscita, richiudendo il cancello avrebbe fatto vibrare le deboli sbarre. Non c’è. Potrebbe essere nel patio, eppure non ho sentito la porta della cucina che dà sul giardino. La apro e cammino fino al patio interno, che è solo l’inizio della notte, ma non la trovo neanche lì. Sarà andata sul fondo, che non è poi tanto, ma è quel che basta per scomparire nell’ombra e rendere impossibile vedere il tramezzo sul fondo. Il rischio è inutile. Se la trovassi non saprei che cosa dire e probabilmente nemmeno lei. Torno nella mia stanza, entrando dalla cucina, attraversando il soggiorno, affidandomi al corridoio.

Tutta la luce del campo aperto, Francisco Ovando, Edicola. Traduzione di Giorgia Esposito. Per la prima volta in Italia arriva Francisco Ovando: e la reazione che si ha leggendolo è di pura esultanza. Perché, anche se non si tratta certo di una prosa facile, semplice, lineare, rassicurante, in realtà è proprio per il suo essere altra, insolita, nuova, esotica, imparagonabile (non a caso non mancano i riconoscimenti di prestigio e di livello internazionale), originalissima, capace di portare la luce anche laddove prima del momento della rivelazione non si era nemmeno in grado di concepire che vi potesse arrivare qualcosa in grado di dissipare l’oblio che si riteneva ineliminabile e incontrovertibile, che è semplicemente irresistibile, cangiante e caleidoscopica. David Arqueros è un anonimo correttore di bozze di una piccola casa editrice di Santiago del Cile che vive in una stanza in affitto nella casa della vecchia Justiniana, con cui ha trovato un ottimo e reciproco equilibrio, lui paga senza problemi e lei non invade i suoi spazi, specie quando, dopo le otto di sera, David si chiude in camera per dedicarsi alla travagliata scrittura del suo primo romanzo: la storia di Alfredo Valenzuela Puelma, pittore misero e folle, contestato autore del primo nudo della storia dell’arte cilena. Ma un giorno però piomba in casa un vulcano d’adolescenza, Alina, e… Dolceamaro, bellissimo, eccezionale.

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“Tony Nessuno”

1.Tony_.copertina4di Gabriele Ottaviani

Mi beccai due schiaffi feroci, uno per ogni guancia. Poi Malaquías se ne andò e mi lasciò sola. Quella sera desiderai andarmene dal circo per sempre. Avrei portato Shahriyàr con me e l’avrei protetto. L’avrei portato via dal circo prima che lo cacciassero. Ce ne saremmo andati a lavorare in un altro circo. O avremmo trovato le nostre famiglie là fuori. O avremmo lasciato il paese. Ce ne saremmo andati in giro per il mondo. “Perché piangi?” Fátima era tornata dalla sua notte di jureles. Non l’avevo sentita entrare nel camerino che ancora condividevamo. E allora la guardai nella penombra e pensai di confessarle tutto, di dirle quello che mi faceva Malaquías di notte, di dirle che me ne andavo dal circo, che portavo Shahriyàr con me e che non mi avrebbero più visto, non mi importava di non essere una Garmendia, sarei stata me stessa là fuori oppure mi sarei reinventata. Fátima accese una candela e si avvicinò al mio materasso. “Ah, piccola, guarda, sono gocce di sangue queste? Cavolo, devi stare più attenta con le tue cose. È per questo che piangi? Ma tranquilla, è una cosa che succede a tutte. A volte in quei giorni siamo un po’ più tristi. Be’, non importa, però cerca di non macchiare il letto con il sangue, ti passo io qualche tampone. Dovevi chiedermeli, cuginetta.”

Tony Nessuno, Andrés Montero, Edicola. Traduzione di Giulia Zavagna. Sfolgorante romanzo d’esordio con cui Andrés Montero si è aggiudicato l’edizione del duemiladiciassette – e non si fa affatto fatica a credere che una prosa del genere, geniale, suadente, sensuale, immaginifica, colorata, colorita, varia, ampia, complessa ma mai ostica, simbolica e molteplice, colta e dotta, ricchissima di livelli, riferimenti, chiavi di lettura e di interpretazione, possa esser considera degna di importanti riconoscimenti, anzi, ci si stupirebbe assai del contrario – del Premio Iberoamericano de Novela Elena Poniatowska, racconta la vita all’interno del Grande Circo Garmendia, che, a dispetto del nome senza dubbio altisonante, non è in verità altro che un misero, marcescente e polveroso baraccone di provincia. L’asfittica quotidianità viene però rivoluzionata dall’arrivo di un misterioso arabo che lascia in dono al capofamiglia uno strano bambino senza nome e due libri antichi. Le cui potenti parole cambieranno per sempre il destino di tutti… Il realismo magico tocca una nuova vetta e si arricchisce di ulteriori sfumature: da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo, semplicemente stupendo sin dalla copertina.

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“Kramp”

26993498_806938212841180_3964582226788838854_ndi Gabriele Ottaviani

Un paio di volte, mentre D riscuoteva, accompagnai E. No, fotografare fantasmi non era come fotografare persone. I fantasmi ci mettevi un sacco di tempo a trovarli. Dovevi fare domande, telefonare dalle cabine e parlare con persone che avevano paura di dirti ciò che sapevano. “Quando un fantasma si contrae si trasforma in un osso. E se si contrae ancora di più diventa polvere. Bisogna trovarlo prima che succeda,” mi spiegò E. E quando finì la frase, per la prima volta provai una strana sensazione…

Kramp, Maria José Ferrada, Edicola, traduzione di Marta Rota Núñez. M ha sette anni. Ha le scarpe lucide. Una sigaretta tra le dita, perché ha una stramaledetta voglia di diventare grande. Di crescere. In fretta. Più in fretta. Non sa, come sempre succede, è successo e succederà, perché è nella natura, che quella che sta vivendo è l’età più bella. Non sa che pagherà l’aumento, che poi spesso e volentieri è solo presunto e non reale, della considerazione che le persone avranno di lui e delle cose che dice, con lo smarrimento irredimibile della sua innocenza e un monte di pensieri, problemi e preoccupazioni. Ha una valigetta. Di plastica. Piena di cose. Perché incontra le persone. Fa il commesso viaggiatore. In Cile. In provincia. In un mondo fragile. In un tempo difficile. Cercando di capire la vita, e le sue mille sfumature… Sensazionale, lirica, dolcissima, meraviglioso, un tuffo dove l’acqua è più blu, un’opera che arriva dritta al cuore, perfetta in tutti i dettagli. Un capolavoro magistrale e imperdibile.

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“Partiture per un addio”

Copia-di-Partitura.copertina.2di Gabriele Ottaviani

Eppure dovrebbero sapere. La solitudine tiene sempre compagnia.

Partiture per un addio, Paolo Agrati, Edicola. Strozzandosi nel rivo, la vita è scorsa: è il doloroso e in un certo senso al medesimo tempo liberatorio senso della fine uno dei numerosi temi, forse in assoluto il principale, di questa raccolta di quarantasei icastici e magnifici componimenti dall’estrema, straziante, sorprendente, mai retorica forza espressiva, una sorta di Spoon River su cui di tanto in tanto si alzano in volo delicate silhouette (molto suggestive le illustrazioni del testo). L’esigenza che ha generato il volume è infatti, con ogni evidenza, quella di affrontare l’ultimo solo vero e grande tabù innominabile della nostra spavalda, liquida e reificante società: la morte. Ognuno dei personaggi ha una voce, è uno strumento, suona il suo brano, la sua partitura, la porzione, per quel che gli compete, dell’umana sinfonia. Straordinario.

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“Chilean electric”

Chilean Electric.copertina_FRONTEdi Gabriele Ottaviani

L’eredità più preziosa del lavoro di mia nonna è la sua macchina da scrivere. Una Remington grande e nera, dai tasti consumati, dove la H è difettosa e la A e la C sono scomparse, perché le dita le hanno completamente cancellate. Mi domando quali parole di quel gergo burocratico scrivesse con più frequenza. Attentamente. Accordo. Atti. A Lei. Alla Sua persona. Prima di tutto. Analogamente. Così sia. Amabilmente. Ringraziando. Precisando. Assicurando. Ammonendo. Giudicando. Rischiando. A chi di dovere. 39 Al centro della macchina si trova una doppia bobina di nastri. Premendo i tasti, le bobine cominciano a girare muovendo il nastro nero che imprime le lettere sulla carta. Sul lato sinistro c’è una manovella che serve per spostare il foglio bianco, mentre sul lato destro c’è un elemento che lo fissa al rullo. Ogni cosa ha un nome tecnico che oggi ho dimenticato, ma che una volta conoscevo grazie a mia nonna. Le sue dita storte dall’artrite e dai molti anni di lavoro ringiovanivano al contatto con la tastiera. Le sue mani sembravano ragni o falene che danzavano sulla sommità di quelle lettere illuminate che per quanto erano dure mi lasciavano le dita indolenzite ogni volta che le usavo. La prima cosa che scrissi con quella macchina fu un racconto. Fine pista, così si chiamava e così lo trascrissi sul foglio bianco. Era un racconto orribile su una donna che lasciava oggetti in giro per il centro di Santiago. Un uomo la seguiva e metteva nello zaino tutto quello che lei dimenticava. Un orologio di fronte all’edificio dell’ex Congresso, un anello su una panchina di Plaza de Armas, un libro alla fermata degli autobus dell’Universidad de Chile, una musicassetta in un Caffè di Paseo Ahumada. Con tutti quei pezzi l’uomo costruiva un imbunche o un “cadavere squisito”, mentre la donna, senza rendersi conto di tutte le cose perse, si dileguava. Il finale, in realtà, non lo ricordo. Quello che invece ricordo con chiarezza è che, non appena terminai di scriverlo, mostrai il racconto a mia nonna, affinché vedesse quello che avevo realizzato con la sua eredità. Lei si mise gli occhiali e lesse con attenzione. Quando terminò mi disse che era molto bello, che si complimentava, e che era evidente che la macchina 40 aveva bisogno di manutenzione. Il nastro era molto consumato e le lettere saltavano eccessivamente in un vero e proprio balbettio che distraeva la lettura. Nessuno avrebbe potuto leggere quello che scrivevo se non l’avessi fatta sistemare con urgenza. Così la macchina scomparve per un paio di settimane. Fu ricoverata e operata con attenzione da uno specialista. Al suo ritorno era di nuovo pulita, con il dorso brillante, un nuovo nastro bicolore, i tasti trattati con il grasso, più morbidi e amichevoli al contatto con le dita, e una serie di lubrificanti che avrei dovuto applicare periodicamente per mantenerla operativa. Erano soprattutto oli per far muovere i tasti che altrimenti si sarebbero ossidati e avrebbero cominciato di nuovo a saltare. Non usai mai quegli oli. E nemmeno la coprii con il nuovo fodero per proteggerla dalla polvere. A mala pena la spolverai. La macchina da scrivere di mia nonna è sempre rimasta con il dorso scoperto, a disposizione, pronta per trascrivere, nonostante i suoi tasti un po’ rigidi. Adesso mi guarda dal mobile di fronte alla mia scrivania. Mi controlla come lo facevano gli occhi della cate dai pali della luce. Mi osserva in silenzio mentre scrivo di lei sullo schermo del mio computer.

Chilean electric, Nona Fernández, Edicola, traduzione a cura di Rocco D’Alessandro. Registro di installazione, Registro di consumo, Debito in sospeso e Avviso di sospensione del servizio. Nona Fernández è un’autrice che non ha bisogno di presentazioni, e la magnificenza della sua prosa, immaginifica, aspra, scabra, carnale, sensuale, misteriosa, difficile a penetrarsi eppure dal fascino suadente e lirico, si staglia splendente. Scrittrice, sceneggiatrice e attrice, la sua proprietà di linguaggio è tale da riuscire a rendere materico anche il sentimento. Attraverso quella che in apparenza può palesarsi a un occhio disattento, o meglio disabituato a una tale originale policromia, che fa dell’attrito e della frammentazione la strada per l’armonia, come una sorta di semplice giustapposizione di contrari, tra passato e presente, tra vero e finto, in realtà ricostruisce un percorso nel quale chiunque, quale che sia la propria esperienza di vita, può riconoscersi. Perché declina in tutte le sue sfumature quello che è un patrimonio che tutti amiamo. Ognuno di noi ha il suo. E ognuno di noi teme di perderlo. È la memoria. Che significa identità. Amore. Vita. È il milleottocentoottantatré quando a Santiago del Cile arriva per la prima volta la luce elettrica. Niente sarà più come prima. Ma dopo molti anni una nipote dovrà sottrarre non alla luce, ma all’ombra, il suo passato e quello dei suoi cari… Imprescindibile, sensazionale, sublime.

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“Gli anni di Allende”

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Il 3 novembre 1970 alle 11 del mattino Salvador Allende diventò il 31° presidente della repubblica del Cile durante una cerimonia ufficiale che si svolse al Congresso Nazionale. L’Unidad Popular era arrivata al potere anche se il 29 settembre 1970 la CIA informava che: “… in questo momento non c’è niente che giustifichi un intervento militare, dato che la calma assoluta impera nel paese…”. La battaglia era appena iniziata.

Gli anni di Allende – La novella grafica, Carlos Reyes e Rodrigo Elgueta, Edicola, traduzione di Paolo Primavera. Una pagina della storia del Novecento ormai conosciuta, ma ancora troppo poco, dato che è alla base di molte delle situazioni i cui effetti attualmente si riverberano con forza nel complicato scacchiere delle relazioni internazionali, dei giochi di potere e di prestigio, nelle dinamiche sovente ricattatorie dettate dall’interesse. Il Sudamerica ha vissuto una tragica stagione più o meno mezzo secolo fa, quando nelle strade argentine la musica del tango risuonava fascinosa a tutto volume per rendere mute le grida dei torturati, dei dissidenti politici, di chi anelava alla libertà, di chi era contrario al protervo strapotere militare. Anche il Cile ha vissuto una dittatura, e i mille giorni della presidenza di Salvador Allende, dal millenovecentosettanta al millenovecentosettantatré, sono stati visti anche dal mondo intellettuale (ricordiamo che nel millenovecentosettantuno Pablo Neruda, di cui Larraìn ha dato un ritratto sublime di recente al cinema, viene insignito del premio Nobel per la letteratura “per una poesia che con l’azione di una forza elementare porta vivo il destino ed i sogni del continente”) come un segno di speranza, una parentesi presto infranta di sperimentazione politica, un esempio nuovo di socialismo popolare e democratico, scomodo per gli equilibri economici e diplomatici internazionali. Questa novella grafica, scritta benissimo, insignita del Premio Liberi di Scrivere, caratterizzata da illustrazioni splendide, accuratissima nella ricostruzione attraverso una dettagliatissima indagine storica e iconografica, arricchita dal punto di vista narrativo dalla scelta di dare vita alla figura di un giornalista, inviato e testimone statunitense, è da non perdere assolutamente.

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“C’era una volta un passero”

ceraunavoltaunpassero_costamagni_recensione_flaneri-com_di Gabriele Ottaviani

Non sono a Campana neppure da quattro ore e il tempo non passa mai. La partenza per Mar del Plata è tra due giorni, che a Jani sembrano una vita intera. Non c’è televisore né telefono, e la radio è talmente polverosa che non le viene da accenderla. Il peggio è che non ha ancora visto un cane. Dovrebbe andarli a cercare in qualche terreno abbandonato, chiamare qualcuno che la aiuti. Chiamare chi? Per fare che? Finché le viene in mente di arrampicarsi sull’albero delle arance amare, terribilmente amare, chissà perché le chiamano arance queste schifezze verdi, pensa Jani già sull’albero. Adesso che nessuno la vede lascia andare i pensieri e pensa a sua madre, molto più lontana delle chiome degli alberi. Pensa al naso di sua madre e alla pampa, ai tornanti della strada, alle curve del ritorno: conta cani argentino-cileni, centottanta, centosettantanove, cento, quarantotto, i documenti, i controlli alla dogana, l’aria tagliente, trenta, e laggiù in fondo di nuovo il naso di sua madre. Però non si può parlare di lei, non si può.

[…]

Una madre è una foto sul muro di una casa; un pri­mo piano di famiglia felice. Una madre è un orologio, dice un padre. Non sapete quanto può essere perniciosamente bello un padre.

[…]

«Niente è normale, visto da vicino, Berta. Nessuno è normale. Bisogna imparare a essere discreti e basta».

C’era una volta un passero, Alejandra Costamagna, Edicola. Traduzione a cura di Maria Nicola. Mai nessuno si abitua, Lancette d’orologio, C’era una volta un passero. Sono tre i racconti che Alejandra Costamagna, prolifica e con pieno merito pluripremiata scrittrice, giornalista e docente cilena, nata da genitori argentini fuggiti dalla dittatura, racchiude in questo piccolo e preziosissimo scrigno nel quale le voci che si intrecciano compongono una melodia che ricorda Lee, Angelou, Soriano e Tartt, variegata, struggente, totale, che racconta attraverso immagini e parole la vita in tutte le sue sfaccettature. Il rimpianto, il dolore, la forza, la speranza, la tenacia, l’amore, la passione, il distacco, la perdita, la morte assumono l’identità dei colori vivissimi della tavolozza di un ritrattista che riesce a rendere conoscibile anche l’ignoto, lirica persino la tragedia. Semplicemente formidabile.

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