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“Space invaders”

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Non è giusto che si proibiscano le cose. A chi importano queste stronzate. Non dite parolacce. Io parlo come mi pare. Lo vado a dire all’ispettore. Magari hai accusato tu Zúñiga e Riquelme. Io non ho accusato nessuno. Io non ho idea di quello che fanno Zúñiga e Riquelme. Qualcuno lo sa cosa fanno Zúñiga e Riquelme? Qualcuno lo sa cosa significa mettersi in politica? State zitti, sta arrivando il professore di matematica. Tutti al proprio posto, tutti seduti, tutti in silenzio. Si apre la porta, buongiorno ragazzi, facciamo l’appello, Acosta, Bustamante, Donoso, bla, bla, bla. Aprite il libro a pagina trenta. Professore, prima di cominciare, vorremmo farle una domanda. Che domanda volete fare. Cosa significa mettersi in politica. Che età si deve avere per poterlo fare. Silenzio. Il professore ci guarda sconcertato. Silenzio. Fa passare un po’ di tempo prima di rispondere. Silenzio. Fuenzalida sogna il silenzio, quel silenzio che riempie l’aula, riesce a sentirlo come sente le nostre voci. Silenzio. Nessuno parla questa volta, non scricchiola un solo banco, né un foglio. Ragazzi, risponde il professore, questa è la lezione di matematica, a scuola si viene per studiare, non per parlare di sciocchezze.

Space invaders, Nona Fernández, Edicola, traduzione di Rocco D’Alessandro. Il romanzo iconico per un’intera generazione, con una traduzione aggiornata e una nuova introduzione a cura di una voce narrativa formidabile, quella di Luciano Funetta, torna in libreria e mostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia maestosamente policroma e straordinariamente intensa la scrittura di Nona Fernández, come sempre magistrale indagatrice dell’anima, della passione, dei sentimenti, dei meandri della storia, soprattutto quella macchiata di sangue dall’odiosa protervia del potere, della memoria. Ormai adulti, un gruppo di amici d’infanzia è infatti ossessionato dai ricordi, puri e assieme tragici, legati a una compagna di scuola, di cui si è persa ogni traccia durante la dittatura. Partendo dall’orrore dei degollados, i tre militanti comunisti sequestrati, torturati e assassinati dai Carabineros a metà degli anni Ottanta in Cile, Space Invaders, con una prosa al contempo lirica, onirica e solennemente iperrealista, compone un patchwork vividissimo, un arazzo politico e letterario nel senso più ampio e alto del termine. Imprescindibile, perfetto, monumentale.

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“Il sistema del tatto”

Costamagna - Coverdi Gabriele Ottaviani

Hanno rubato la bicicletta a Gariglio. Il giorno dopo il funerale di Agustín, sulla porta di casa. Non era mai capitata una cosa simile, per anni ha avuto la stessa bicicletta e l’ha sempre lasciata nello stesso posto, alla stessa ora. Questa città non è più quella di prima, dice, non c’è più nessuno di cui ti puoi fidare. In realtà, non c’è quasi più nessuno, aggiunge a bassa voce. Camminano per calle Belgrano a passo lento, come due anziani che hanno perso l’orientamento e l’urgenza. Le vie della città le sembrano tutte uguali, a parte i viali. Avenida Sarmiento, Mitre o Rocca sono fiumi con un flusso moderato. Le altre vie – Paso, Colón, Arenales, Jaurès, tutte quelle che circondano la casa dei nonni, compresa la 9 de Julio – sono affluenti, fiumiciattoli lungo i quali gli abitanti si spostano per andare dalla gelateria alla farmacia, dal fruttivendolo al Cecil, dall’ospedale a casa. Come per riprendere un discorso interrotto, Gariglio le chiede dei suoi ritrovamenti. Vuole sapere se nel fascio di carte e fotografie lei abbia trovato una lettera di Agustín. Lettere no, dice Ania. Solo gli appunti dei suoi corsi di dattilografia, i suoi quaderni. Dovrebbe esserci una lettera?, chiede…

Il sistema del tatto, Alejandra Costamagna, Edicola Ediciones, traduzione di Maria Nicola. La sua prosa non ha bisogno di presentazioni, è potente, magnetica, elegante, raffinata, suadente, sensuale, profonda, lirica, solenne e monumentale, ricca di riferimenti, livelli, chiavi d’interpretazione, sfumature: connotata da una tessitura preziosa e policroma, la scrittura di Alejandra Costamagna, voce autorevole e maiuscola della letteratura latinoamericana, indaga nella sua contraddittoria e inesorabile indolenza la condizione umana, fragile come un’illusione. Il tema della memoria, delle radici e della nostalgia è ancora una volta centrale in questo nuovo imprescindibile volume, che tratta l’identità, l’appartenenza, vicende generali e universali di migrazione e spaesamento, di perdita, elaborazione, agnizione, reminiscenza, anche dei sensi. Ania, la chi lenita, di origini argentine ma anche piemontesi, è tutti noi, che cerchiamo il nostro posto nel mondo, ci accoccoliamo nelle nostre rassicuranti consuetudini e cerchiamo solo felicità, amore ricambiato, un po’ di appagamento per il nostro primario desiderio, avere una sensazione così forte da poterla chiamare certezza di essere importanti per qualcuno semplicemente per come siamo. Eccellente.

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“Gli azzardi del corpo”

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Un pomeriggio di pioggia fine e sole un taxi si fermò davanti all’istituto. Il clacson della macchina inaugurò una processione di signorine: uscivano a raccogliere le decine di sacchetti della spesa che aveva portato con sé una monaca giovane. Nel viavai Jessica parlava all’orecchio con una ragazza dai capelli lunghi e crespi, all’apparenza molto più grande di lei. Aurora non l’aveva mai vista. Era piuttosto alta, con l’aria da cavalla corpulenta, e aveva delle sopracciglia molto folte che aggiungevano al volto una certa serietà. Trasudava sufficienza, in contrasto con la leggerezza allegra delle altre. Quando chinò la testa per guardare verso l’appartamento di Aurora, gli occhi di entrambe si incrociarono. Aurora non poté intuire nulla da quello sguardo opaco che celava di proposito qualsiasi emozione. E allora fece uno sforzo per sostenere lo sguardo dell’altra, cercando di imitare la sua ferma indifferenza. Smisero di fissarsi quando Jessica tirò il braccio dell’amica, e le due signorine entrarono assieme in casa. Nei giorni seguenti, lo sguardo sconcertante dell’amica di Jessica limitò Aurora nell’ossessiva perlustrazione. Tornò a scrutare con fastidio il palazzo degli uomini e scoprì che a volte delle donne tenevano loro compagnia sui balconi. La scoperta le sembrò poco stimolante. Tenne per sé un’altra lettera che aveva scritto a Jessica. Si illudeva che un giorno avrebbe potuto leggerla di nascosto al riparo delle coperte. Le scriveva che si sarebbe assentata per qualche tempo perché, in occasione del Natale e del Capodanno, andava a trovare la zia ad Armenia, e si augurava di recuperare lì il sonno e l’assennatezza. Ma sarebbe tornata. Jessica sarebbe andata in vacanza dalla nonna? Dalla madre? Se non voleva più tornare nel centro poteva chiamarla o mandarle una e-mail, e lei sarebbe andata a prenderla, ovunque fosse. Concludeva la lettera comunicandole che non sapeva per quanti altri mesi sarebbe rimasta a Bogotá e che avrebbero dovuto approfittare della vicinanza prima che lei partisse. Dopo aver conservato la lettera chiusa per diversi giorni, indecisa se recapitarla o no, Aurora si recò alla posta perché Jessica la ricevesse ufficialmente e senza ambiguità.

Gli azzardi del corpo, María Ospina Pizano, Edicola, traduzione di Amaranta Sbardella. Il corpo ha una memoria, è un tempio sacro, è la nostra definizione, è lo spazio che occupiamo, il luogo che abitiamo, la nostra identità, ciò che ci rende unici, insostituibili, distinguibili, riconoscibili, identificabili, è il linguaggio che scegliamo di adottare, è la nostra espressività, tacita, muta, eloquentissima, è il nostro filtro, è ciò attraverso cui godiamo, soffriamo, tocchiamo, esistiamo: sono i corpi i protagonisti delle storie di María Ospina Pizano, la cui stentorea voce narrativa ne fa specchio e riverbero delle anime che vi albergano dentro, facendo germogliare, profumate come orchidee tropicali, grappoli di suggestioni. Splendido e magnetico sin dalla copertina, è un libro che sarebbe un vero e imperdonabile peccato lasciarsi sfuggire.

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“Tutti pensano che sia un fachiro”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

Papà, lui era un fottuto vegano, ecologista e antitecnologico, ma io lo amavo. Era anche molto attraente e mi bastava guardarlo per immaginarmi a letto con lui, che mi accarezzava, che scopavamo, dormivamo e ci svegliavamo insieme… Ho continuato a pensare a lui per anni, fino ad oggi che non lo amo più, anche se a volte non so, forse lo amo ancora, non lo so, forse non dovrei amarlo più. L’ho conosciuto al supermercato all’angolo, il MANGIASANOSUBITO, un negozio di prodotti ecologici, biologici, pane e paste integrali, gestito da una signora tinta di biondo che le suona al marito, e il cui vero mestiere è risparmiare sulle tasse, dato che non mi fa mai lo scontrino e nemmeno mi saluta, mi guarda anche male. Lui stava chiacchierando con la signora e si dicevano cose del tipo: Sì, il riso integrale regola la digestione. Anche l’avena senza conservanti. Qual è il miglior tipo di chia? L’ho visto, papà, e qualcosa è scattato dentro di me.

Tutti pensano che sia un fachiro, Claudia Apablaza, Edicola. Traduzione di Angela Bortoluzzi. Credo che mio padre pensi che sono un fachiro, Ginnastica, arti marziali, happy dance, zumba, pilates, corsa, camminata, alpinismo, eccetera, Papà, lui era un fottuto vegano ecologista ma io lo amavo, Se mi porti a Guadalajara, mai più latte e derivati, Anche tu fai ashtanga?, Mangerò patatine fritte solo quando arriverà la fine del mondo, La storia di Isi, Movistar. Di quella volta che sono diventata quasi zen, Non voglio avere la pancia, Il tentativo di scrittura del corpus teorico-emotivo di altri testi e Dieci modi di mettere una pietra sopra a tutto questo ed essere felice: undici deflagranti, finissimi, geniali, originali racconti, tessere del mosaico d’una commedia umana mirabile raccontata con grazia e declinata nelle sue molteplici e sovente contraddittorie – come del resto è la nostra realtà – sfaccettature da una voce nuova, intensa e policroma, di cui la narrativa aveva indubbiamente bisogno. Da non perdere.

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“Di perle e cicatrici”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

D’estate sembra un innocente filo di fango che attraversa la capitale, un flusso di neve resa torbida dal cioccolato amaro, che d’inverno straripa, senza conoscere limiti, come una serpe sguaiata che con la sua turbolenza rade al suolo le case dei ricchi e dei poveri che sorgono sulle sue sponde. Perché questo fiume, simbolo di Santiago, si cala dalla cordigliera fino al mare, tagliando la smilza mappa del Cile in due metà, e nel suo percorso nervoso, attraversa tutte le classi sociali che compongono l’urbe. Dalle altezze di El Arrayán, dove gli hippy coi soldi hanno installato la loro tribù ecologica e marijuanera, le loro casette da spiaggia, con la piscina e l’ampia terrazza per guardare il fiume in posizione yoga o meditazione trascendentale. La comunità naturalista, dove le signore hippy con bebè biondi dal culetto nudo preparano formaggi di soia e ricette macrobiotiche mentre ascoltano musica New Age. Tutte ispirate dalla precordigliera di colline e canyon, e dal rumore del Mapocho che porta con sé nella corrente i loro dolci profumi di sandalo, incenso e patchouli fino a mescolarli, più giù, con la cacca nera dei poveri. Forse, questo Mapocho che chiamiamo fiume, è solo un flusso lercio che non c’entra niente con l’idea di verde pozza e acque cristalline, come parrebbe dalle foto di Welcome to Santiago. È il contrario delle immagini turistiche dei fiumi d’Europa.

Pedro Lemebel, scrittore e artista cileno, icona del post-dittatura e coscienza critica di un paese ancora oggi in cammino e in transizione, perché mai e poi mai, in nessun luogo, in nessun caso, in nessun tempo, ci si può concedere il lusso di dare per scontati beni come la democrazia o la libertà, ventun anni fa pubblica per la prima volta il volume che ora arriva in Italia per la sempre meritoria Edicola, Di perle e cicatrici, una tragicommedia umana, un bestiario fatto di settanta sublimi e ora ferocissime ora pietose e dolci cronache compilate per il programma radiofonico Cancionero di Radio Tierra, che dando piacere inducono alla riflessione. Traduzione di Silvia Falorni.

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“Poesie brutte”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Nel nostro nido d’amore

c’è posto

per un uccello

solo.

Tutti pensano di poter fare poesia. Lo pensa la poesia stessa. Che quindi è diventata caricatura di sé medesima, a livelli imbarazzanti, e non solo per colpa di certi cioccolatini inventati da Luisa Spagnoli o di taluni social su cui più che altro si seguono splendide fanciulle e/o, a seconda dei gusti, nerboruti giovanotti dalle significative aderenze e vestiti per lo più solo di epidermide, tra paesaggi d’incanto e teneri gattini sempre pronti a comparire dinnanzi all’obiettivo. È perché tutto, ormai, è reificato. Ma la china si può invertire. In primo luogo stigmatizzando, con genio e ironia, la bruttezza. Che è comunque una categoria estetica. Paolo Agrati dà alle stampe una raccolta paradossale e magnifica, Poesie brutte, per Edicola, con la prefazione di Roberto Mercadini e le illustrazioni di Alessandro Bonaccorsi, ideatore del Corso di Disegno Brutto. Da non lasciarsi assolutamente sfuggire.

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“Criacuervo”

61eo6sYFnkL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Sembrava che nelle loro vene scorresse della colla o del latte invece che del sangue.

Contro la Moira non possono nulla nemmeno gli dei, figurarsi due fratelli tedeschi che si ritrovano in un deserto della Colombia, uno al tramonto della propria carriera di nuotatore, l’altro impotente dinnanzi all’occaso della propria famiglia: il peso del passato grava come il mondo sulle spalle di Atlante su quelle certo men valide di Klaus e Adler Zweig, anche se un incontro potrebbe risolvere la situazione. Oppure no… Orlando Echeverri Benedetti, Criacuervo, Edicola: potente, delicato, lirico, elegante, profondo, scabro, emozionante, raffinato, innovativo, classico e al tempo stesso sperimentale, evocativo, allegorico. Impeccabile e imprescindibile. Traduzione di Marta Rota Núñez.

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“A sud dell’Alameda”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

Il premio Andersen è in assoluto uno dei più prestigiosi – del resto, basta semplicemente considerare a chi è intitolato… – riconoscimenti dedicati alla letteratura per ragazzi, e nel corso della tradizionale Children’s Book Fair felsinea di qualche giorno fa è rientrato nel novero dei finalisti – con pieno merito, perché si tratta non solo di una pubblicazione ben scritta e assai ben illustrata, sviluppata su diversi piani narrativi perfettamente amalgamati, ma soprattutto di capitale importanza dal punto di vista etico, sociale, culturale, politico nella più illustre accezione del termine – della categoria “miglior libro oltre i 15 anni” A sud dell’Alameda – Diario di un’occupazione, della sensibile Lola Larra (illustrazioni di Vicente Reinamontes), già premiato in Cile, Stati Uniti, Germania, Venezuela e Spagna, edito in Italia dalla sempre meritoria Edicola. È il racconto illustrato di Nicolas, appassionato eroe della normalità, sognatore che preferisce il calcio alle ideologie ma che nei sette giorni di occupazione testimoniati dalle pagine del suo diario capisce quanto conti davvero essere al fianco, in prima linea e in prima persona, dei suoi amici, coetanei, compagni, per un ideale comune, per il bene di tutti, durante la cosiddetta Rivoluzione dei Pinguini, quando migliaia di studenti nel paese di Allende occuparono le scuole e manifestarono nelle strade per chiedere un’istruzione democratica e di qualità per ognuno, la conoscenza per inseguire la quale siamo stati fatti, ché non dobbiamo viver come bruti. Da non perdere. Traduzione di Rocco D’Alessandro.

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“Fratello cervo”

Fratello_cervo_fronte_ALTAdi Gabriele Ottaviani

Avevo appena compiuto ventinove anni. Non volevo continuare a insegnare. Segretamente, sognavo di fare lo scrittore. Ma i miei racconti non mi avevano mai convinto, non li ritenevo abbastanza validi. Eppure non mi davo per vinto: un giorno sì e uno no mi sedevo di fronte al computer e cercavo di scrivere qualcosa.

Fratello cervo, Juan Pablo Roncone, Edicola. Traduzione di Giacomo Falconi. Copertina, splendida, allegorica e maestosa, di Hernàn Chavar. Con delicata intensità, limpida chiarezza, avvolgente empatia, classica nel panorama latinoamericano, eppure sempre originale, baluginante di magia nella sua austera realtà, nell’indagare l’intimità dei suoi personaggi, che traggono la loro forza dal pudore, dalla sobrietà, dall’anonimato, dalla non sterile ma semplice rassegnazione agli eventi, perché sono persone normali, comuni, che non eccellono in nulla ma che sanno affrontare tutto, poiché sono donne e uomini abituati a non farsi illusioni, che conducono un’esistenza senza fibrillazioni, che sono come noi, che siamo noi, che sono i nostri amici che trascuriamo e da cui ci sentiamo trascurati perché tutti presi da occupazioni d’importanza niente affatto prioritaria e dal desiderio di fare in ogni occasione del nostro meglio, Roncone mette in scena una commedia umana fatta di mille sfumature: ogni racconto è una sequenza, un fotogramma, un filo d’una trama più grande, una tessera di un mosaico che attraverso questa raccolta abbraccia l’immenso.

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“Ultima Esperanza”

unnameddi Gabriele Ottaviani

Ho scuoiato il cervo e l’ho ridotto in una decina di porzioni che ho avvolto in foglie, facendone dei pacchetti ben legati da fibre vegetali. Ho poi scavato una buca nel terreno duro e freddo, un po’ con il coltellaccio e un po’ con le mani, in cui ho calato il mio bottino in modo che rimanga al fresco a frollare per un paio di giorni. Ho ricoperto la buca battendo per bene la terra e vi ho trascinato sopra un macigno per evitare che qualche animale lo raspi fuori. La mia dispensa è momentaneamente al sicuro, o almeno lo spero. Ho ripulito la lama del coltellaccio sporca di sangue e terra sulle mie brache non meno sudicie e mi sono sentito il nuovo Tommy Triplett. Ho arrostito un cosciotto di cervo che credo di essermi meritatamente guadagnato e ho mangiato di gusto, poiché non avevo nulla nello stomaco dalla sera precedente, ammirando il tramonto tra le montagne, finalmente soddisfatto e in pace con me stesso. Domani tornerò alla caverna del mylodon per recuperare gli attrezzi; presumo che dovrò fare un paio di viaggi perché ogni sacco pesa parecchio e il tragitto è lungo e scomodo. Poi inizierò a costruire la mia nuova casa. Devo risparmiare inchiostro, l’ultima boccetta si sta esaurendo, ma lo devo conservare per annotazioni meno futili di quelle che vado stendendo su questo mio diario privato, sebbene ciò mi faccia enorme compagnia e aiuti a scacciare malinconie e nostalgie. Avvolto nella coperta di lana che trattiene afrori di sudore e di vecchia pecora mi concedo un sonno ristoratore sotto la luce delle stelle.

Il Cile, terra fascinosa e ricca di contraddizioni e problematiche, che è stata violata e vituperata dalla protervia delle dittature militari e non solo, è, per noi che ci affacciamo sul mare nostrum e siamo un popolo di migranti, anche se ora che abbiamo assaporato il benessere ci fa comodo dimenticarcelo, dall’altra parte del globo terracqueo, e con ogni probabilità nel milleottocentosessantanove, l’anno del canale di Suez e del brevetto della celluloide, veicolo indispensabile e primigenio per quel sogno chiamato cinema, al giovane naturalista Federico Sacco che voleva esplorare la Patagonia e che lì scomparve, lasciando un diario di estremo interesse per la società geografica e per tutti noi, dev’essere parso ancora più lontano. Paolo Ferruccio Cuniberti, già semifinalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza, pubblica con la sempre meritoria Edicola, che scova e regala al pubblico sempre dei gioielli preziosi e raffinati, dà voce in prima persona al succitato Sacco raccontandone la Ultima Esperanza: un’opera complessa, completa, totale, ammaliante, attraente, brillante, intima, di selvaggia e irresistibile beltà.

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