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“Vasi rotti”

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Tutto è cambiato ora, e nessuno sembra sapere perché…

Vasi rotti, Andre Dubus, Mattioli 1885. Traduzione di Nicola Manuppelli. Redatti nell’arco di quasi tre lustri, fra la seconda metà degli anni Settanta e il millenovecentonovanta, i saggi qui raccolti, ognuno con una compiutezza e una solidità tale da trascendere il genere e la forma e innalzarsi al livello di una piena dimensione narrativa propriamente detta, sono in realtà non solo la prova, la dimostrazione, la condivisione di un talento formidabile e di una sensibilità caleidoscopica  e profondissima, ma anche una confessione, senza remore né censure, un’acrobazia senza rete di protezione, attraverso la quale Dubus si svela e dona, tessendo dunque un sempiterno legame con chi lo ascolta, senza mai indulgere in facile retorica o nel sentimentalismo, dimensioni che non gli appartengono affatto, raccontare la giovinezza cattolica nella Louisiana di cultura cajun, l’amore per il baseball, le fortune e le incertezze nella precarietà di una vita fondata sull’arte della parola, e non solo. Da leggere, rileggere, far leggere.

 

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“Voci dalla luna”

Voci-dalla-luna-400x360.jpgdi Gabriele Ottaviani

C’è qualcosa di oscuro in noi, qualcosa di malvagio che va estirpato.

Voci dalla luna, Andre Dubus, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli. La madre se n’è andata, ha scelto di restare da sola, lasciando il padre. Uno dei figli vuole farsi prete, però è innamorato della vicina di casa. E ha solo dodici anni. L’altro è attore e ballerino, e anche lui si è separato, da poco, dalla legittima consorte. La figlia, invece, è un angelo di comprensione, è forse davvero l’unico laccio che tiene ancora avvinta insieme, come un mazzolino di fiori strapazzato dal vento d’inverno, a suo modo questa famiglia, unica e dunque universale: Dubus entra nell’anima dei suoi protagonisti con un tono che conquista.

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“Adulterio e altre scelte”

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Quando lui la guardava, lei vedeva nei suoi occhi le luci dell’amore e della pietà.

Adulterio e altre scelte, Andre Dubus, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli. Si dice che l’amore sia quella cosa che inizia per a e finisce con corna, ma al di là degli scherzi e del cinismo certo è che non è facile mantenersi fedeli, dato che ognuno di noi è in continuo mutamento, finanche cellulare: altrettanto sicuro è il fatto che la prosa di Dubus sia in assoluto tra le migliori che si possano trovare, e la traduzione ne esalta, come d’abitudine, la pregiata tessitura (è da lui che trae origine In the bedroom, tanto per dire). Qui, in questa che, datata millenovecentosettantasette ma modernissima, è la sua seconda formidabile raccolta di racconti, indaga le dinamiche che sottendono alle varie tipologie di relazioni umane, fatte di bivi, fragilità, dubbi e compromessi.

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“Ballando a notte fonda”

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La sera d’inverno in cui avvenne l’omicidio, lei sedeva in una caffetteria…

Ballando a notte fonda, Andre Dubus, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli. Ogni vita è composta di gesti, azioni, fatti. Sono questi, concretamente, i segni d’interpunzione dell’esistenza, i connotati, le caratteristiche, le note che ne fanno la melodia. E a ogni azione, ce lo insegna la scienza, ne corrisponde un’altra, eguale e contraria. Ma cosa c’è dietro a un gesto? Cosa si nasconde all’ombra di un’azione? Perché un determinato fatto si verifica? In quale terreno affondano le radici gli umani comportamenti? Con la consueta sopraffina prosa, tradotta in modo splendido ed esaltante, Dubus indaga le vite e le anime di donne e uomini, fragili eppure fortissimi. Da leggere e rileggere.

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“Un’ultima inutile serata”

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Ho guardato le stelle, pensando ai tamburi e ai piatti e alle trombe, e a un uomo e una donna che ballano.

Un’ultima inutile serata, Andre Dubus, Mattioli 1885. Traduzione di Nicola Manuppelli. Quanto è grande il dolore che accompagna le vite che sono costrette a rimanere annidate ai margini della stanza dove l’esistenza davvero si svolge. Perché non hanno forza. Non hanno coraggio. Non hanno fortuna. Non è loro concessa nemmeno la parvenza d’un’occasione per potersi accostare a quella fonte meravigliosa che rende ogni cosa più bella. Quanto è grande la sofferenza di chi non è libero, di chi ha l’assoluta e precisa percezione che i suoi giorni si stiano accartocciando su sé medesimi come una foglia morta. Di chi non ha amore. Quanto è grande il male che c’è in ognuno di noi, e che talvolta emerge tonante e soffoca ogni barlume di luce. Ma una scintilla c’è sempre, anche quando tutto sembra remare contro, quando la terra pare mancare, sotto i piedi. C’è, di base, in ognuno di questi meravigliosi personaggi, uno straziante conflitto per cercare di strappare un po’ di felicità. Per cambiare. Per essere migliori. Per lottare contro l’ingiustizia. Per credere ancora nell’amicizia. Due novelle, quattro racconti lunghi, sei capolavori: l’ennesimo regalo di Dubus è da conservare insieme a ciò che si ha di più caro.

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“Voli separati”

ANDRE_DUBUS_Voli_separati.jpgdi Gabriele Ottaviani

Era il crepuscolo, così non riusciva più a vedere i colori, e desiderava che il tramonto mutasse rapidamente in sera, così da poter stare nell’auto al buio con la sola luce verde pallida della plancia e quelle rosse dei fanali di coda dell’auto molto più avanti, e i fari pallidi sull’altro lato dell’interstatale.

Voli separati, Andre Dubus, Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manuppelli (autore anche di un bellissimo saggio a fine volume, Dopo la tempesta). Il disertore, Il dottore, Nella mia vita, Se conoscessero Yvonne, Affondando, Miranda sulla valle, Voli separati, Non abitiamo più qui (già edito da Mattioli nel duemilanove in un’altra selezione e qui riproposto per completezza: è fra l’altro alla base dei Giochi dei grandi, la storia di Jack, Terry, Hank ed Edith, film del duemilaquattro premiato al Sundance come miglior sceneggiatura, diretto da John Curran e interpretato da Peter Krause, Naomi Watts quando ancora azzeccava le pellicole cui prendere parte, Laura Dern – figlia della Diane Ladd che recitò insieme a lei in Alice non abita più qui, titolo cui quello originale dei Giochi dei grandi, ossia We don’t live here anymore – e un sublime, ma non è una novità, Mark Ruffalo). Se hai paura è più difficile guardarti dentro. Se sei preda dello sconforto tutto ti appare perduto, struggimento e dannazione. Non c’è luce nel cielo, e lasci accesa quella di casa perché almeno ti dà l’illusione al rientro che non sia tutto oscuro e senza speranza né possibilità di miglioramento. E ti senti solo anche se sei in due. O in più di due. Come sempre la prosa di Dubus è affilata come una lama che affonda nelle carni devastate da una interiore desolazione talmente straziante da non lasciare che nelle apparenze si manifesti alcunché. Lievissima la sua scrittura, aerea come il canto d’un’allodola, eppure parla di anime ferite, vulnerabili, in perenne procinto di spezzarsi, al minimo tocco, al più piccolo scossone, castelli di carte in bilico costante, incapaci di resistere all’onda del dolore. Ma non sanno far fronte nemmeno a quella dell’improvvisa gioia. Proprio perché inattesa, insospettata, accolta con incredulità. Sogni, speranze, peccati e tradimenti: c’è tutto in questa raccolta magnifica, pubblicata per la prima volta quarantuno anni fa, il capolavoro di un maestro dell’osservazione e della narrazione della vita e delle sue tinte, ora fosche, ora scintillanti.

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