Libri

“Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo”

di Gabriele Ottaviani

La settimana seguente, stesso giorno, stessa ora, stesso posto, stesse corse. Stavolta, era stato Johanes a insistere perché ci andassimo. Durante il tragitto mi disse che gli era molto piaciuta la sua prima esperienza, che l’aveva trovata molto «eccitante». Era un qualificativo assai poco usuale nella bocca di mio padre. Notai anche il grosso astuccio di cuoio appeso a una cinghietta che gli cingeva il collo. «Binocolo. Per seguire meglio la corsa. Ho visto che tutti o quasi gli spettatori ne avevano uno». Ultima sorpresa, nell’atrio dell’ippodromo tirò fuori dalla tasca un berretto a scacchi e se lo piazzò con cura sul cranio come se quell’accessorio coronasse l’inizio di una nuova vita. In quella tenuta inedita che non gli stava nemmeno tanto male, Johanes rinnovò il suo patto con gli dèi del trotto che lo esaudirono un’altra volta ben oltre le sue speranze. Nell’ultima corsa, gli occhi appiccicati al binocolo, cominciò ad alzare il tono quando il suo favorito si avvicinò alla testa del gruppo. E quando ci fu, il pastore peccò per la prima volta. «Vai, cazzo, vai!» In macchina, al ritorno, mi confessò che, se ci si pensava su un momento, scommettere era un mestiere meraviglioso. Sedersi, scommettere, vincere, rincasare.

Non stiamo tutti al mondo nello stesso modo, Jean-Paul Dubois, Ponte alle Grazie, traduzione di Francesco Bruno. Splendido sin dal titolo che ha il ritmo di un verso alessandrino, un martelliano, un doppio settenario, finanche di un esametro, nonché dalla copertina assolutamente magnetica, il libro di Jean Paul Dubois racconta la storia di Paul Hansen, che da circa un paio d’anni è in prigione a Montréal: il suo compagno di cella faceva parte di una banda di motociclisti ed è accusato di omicidio, lui, invece, dopo il divorzio, dopo la tragica fine dei genitori, quando finalmente aveva trovato l’amore e un lavoro come custode tuttofare in un complesso residenziale, lui, normale, onesto, regolare, irreprensibile, che ripercorre tutta la sua vicenda esistenziale, dalla Francia del Sessantotto sino al Quebec, in un viaggio che tocca numerose altre tappe e località in giro per il mondo, è lì perché… Già, perché? Cosa ha fatto? E soprattutto per quale motivo non vuole affatto pentirsi? Indagine sopraffina dei meandri più torbidi e sconcertanti della natura umana, è assolutamente imprescindibile.

Standard
Libri

“La first lady è scomparsa”

af33533760aba3ac542a65a8d4254c095dd86bdi Gabriele Ottaviani

Forse però era venuta fin lì per un altro motivo…

La first lady è scomparsa, James Patterson (e Brendan Dubois), Longanesi, traduzione di Luca Bernardi. Il maestro del thriller è tornato con una storia che avvince sin dalla prima pagina e dalla quale non ci si riesce a staccare: ritmo travolgente ma non forsennato, caratterizzazione perfetta di personaggi, ambienti e situazioni, trama solidissima. Il presidente degli Stati Uniti d’America è nell’occhio del ciclone: la sua indole fedifraga è ormai di dominio pubblico, e perché la sua popolarità non crolli definitivamente ha bisogno di avere al fianco sua moglie, dato che nulla è più rassicurante dell’immagine di una famiglia unita e invulnerabile a qualsivoglia procella. Peccato che la donna, esausta, abbia deciso di fare perdere le sue tracce. E… Formidabile.

Standard
Libri

“La successione”

51qp5XD5d+L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il cane guardava scorrere la strada.

La successione, Jean-Paul Dubois, Gremese. Traduzione di Marcello Oro e Annarita Stocchi. Si sa che quando ci si deve dividere un’eredità se si è in uno si è pure in troppi. Perché al primo tallero su cui si possono mettere le mani anche gli insospettabili, che poi in realtà sono sospettabilissimi, diventano avidi come Scrooge nei suoi momenti migliori. O peggiori, a seconda dei punti di vista. Il problema di Paul in questo caso però non sono, come di norma invece succede a noi comuni mortali, che so, i vedovi niente affatto inconsolabili, i cugini di settimo grado che hanno cambiato dodici facoltà e a cinquant’anni ancora si fanno mantenere da chiunque capiti loro a tiro perché non hanno voglia di fare nulla che non sia la forma del proprio deretano sul divano, le cognate che non solo non hanno mai lavato un piatto in vita loro ma non riescono nemmeno a trovare la cucina nella propria casa e via discorrendo. No, il problema di Paul in questo caso è proprio l’eredità. Il lascito. Ciò che resta. Perché è ciò che lo tiene legato. A un’identità da cui ha cercato in ogni modo di discostarsi. E che non cesserà viceversa di procurargli sorprese e agnizioni. È a Miami che ora, appesa definitivamente al chiodo la laurea in medicina, presa più che altro per continuare la tradizione di famiglia, vive, felice giocatore di cesta punta, o jai alai che dir si voglia. Ma è francese. È nato e cresciuto in un clan in cui nessuno – e questa è la più solida delle tradizioni del nucleo, con buona pace di Ippocrate e dei suoi sodali – sembra avere voglia di attendere la naturale fine dei propri giorni. C’è una percentuale di suicidi in famiglia che nemmeno d’inverno in Scandinavia, insomma. Il nonno dice di essere il dottore di Stalin e gli ruba dal cadavere una lamella del cervello mentre ha già le gambe in spalla per abbandonare l’Unione Sovietica, la madre vive in simbiosi col fratello, il padre visita i pazienti in bermuda… Quando dunque lo chiamano dal consolato di Francia, Paul non muore affatto dal desiderio di riannodare quei fili di cui ha cercato per tutta la sua vita adulta di disfarsi, lanciando nel cassonetto l’intero gomitolo: però deve chiudere i conti col passato, non ha alternative. Il padre, Adrien, ovviamente, si è ammazzato, per giunta con una certa creatività, se così si può dire, e Paul deve sgombrare l’augusta magione. Affrontare i ricordi. Crescere. Davvero. Da non lasciarsi sfuggire.

Standard