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“La critica come critica della vita”

d51ac467b1ee35be3a7b647cc5db04da_w600_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gabriele Ottaviani

I critici letterari, notava Serra in una pagina delle Lettere del 1913, possono dividersi in due distinte categorie: quella dei “giornalisti” e quella dei “professori”; ovvero: critica militante, o estetica, e critica cattedratica, o storica.

La critica come critica della vita – La letteratura e il resto, a cura di Silvia Lutzoni, Donzelli editore. Quattordici grandi firme del mondo intellettuale italiano (Onofri, Belardinelli, Nigro, Farnetti, Sotgiu, Marchesini, Palumbo Mosca, Cadoni, Cadeddu, Marongiu, Lutzoni, Mussi, Piras e Giannanti) divulgano con stile chiaro pensieri, parole e opere senza omissioni. Sono saggi che si leggono con piacere perché paiono starsene ben distanti dalla dimensione solipsistica di chi parla solo perché è salito o è stato fatto salire in cattedra, comunicano impressioni, sensazioni e suggestioni, stimolano riflessioni, spiegano concetti, insegnano e, attraverso citazioni ed esegesi dei testi di Rensi, Garboli, Baldacci, Musetta, Pampaloni, Manzoni, Guttuso, Cases, Segre, Macchia, Giaveri, Gramigna, Giuliani, Raboni, Siciliano, Mengaldo, Ripellino, Bo, Timpanaro, Petrarca, Virginia Woolf, Pascoli, Pasolini, Bassani, Sciascia e tanti altri, fanno esercizio di critica. Ossia di analisi, di discernimento. Separano il grano dalla pula, si direbbe, raccontano attraverso la letteratura la vita e l’etica. Che è poi quel che si dovrebbe sempre fare, indagando il reale con animo disponibile all’emozione.

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“Toc! Toc!”

c61ea83b99e6f428f72c76756e913d49_w250_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gabriele Ottaviani

La piccola torna da scuola. Non trova più il suo orsetto. Bussa a tutte le porte del palazzo. Man mano che sale scopre mondi incantati. Le luci nelle case degli altri. Le loro vite. I loro sentimenti. Le loro emozioni, che non escono dalla soglia. Un’avventura condominiale che si srotola come un gomitolo di lana vermiglia lanciato in corsa per un pendio, inseguito da un micio che vuole giocarci. Un libro che non si sfoglia, si costruisce, diventa un percorso, un gioco dell’oca, un tappeto volante. Toc! Toc! di Kaori Takahashi, edito da Donzelli, è una fiaba dipinta di delicatezza, per ogni età.

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“Morire a Mattmark”

Layout 1di Gabriele Ottaviani

La questione delle baracche, di come e dove vissero i tanti che lavoravano a Mattmark, non fu mai, nemmeno a distanza di anni, presa in considerazione dalla stampa e più in generale dall’opinione pubblica. Dal canto loro, quasi nessuno dei sopravvissuti ricorda o ha voglia di raccontare questa parte della storia. Forse per imbarazzo, per vergogna o semplicemente perché dei propri diciassette, venti o venticinque anni si preferisce ricordare o raccontare altro.

Toni Ricciardi – Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’emigrazione italiana – Donzelli. Data: lunedì trenta di agosto millenovecentosessantacinque. Ore: diciassette e quindici. Tipo di catastrofe: valanga che si abbatte sul cantiere di una diga. Feriti: dieci, gravi. Morti: ottantotto. Cinquantasei italiani. Ventitré svizzeri. Quattro spagnoli. Due tedeschi. Due austriaci. Un apolide. Morti per lavorare. Morti per vivere. Morti come tanti, troppi ancora oggi, che dobbiamo combattere il caporalato. Nel duemilaquindici. La scrittura dell’autore è potente e magnifica, la vicenda straziante. Da leggere. Per non dimenticare.

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“La salvezza e il pericolo”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Se c’è una persona a cui è stata riconosciuta, oramai unanimemente, una visione profetica, questa è senza dubbio Pier Paolo Pasolini. E lo è stato davvero, grazie a quella sua straordinaria capacità di raccontare agli italiani cosa stava accadendo e dunque il futuro che li aspettava. Cosa rendeva così acuta questa sua visione? Il corpo e il suo essere uomo di confine tra tradizione e modernità, tra passato e futuro. Ogni sera metteva in gioco il suo corpo e anche la sua vita, ogni sera incontrava e conosceva quei ragazzi di cui poi scriveva e parlava, e giorno dopo giorno, anno dopo anno li vedeva cambiare. È questa la differenza essenziale: conosceva in presa diretta. Su questo tanto è stato scritto e detto che non vale soffermarsi ulteriormente. L’altro elemento che determinava quella capacità profetica risiedeva in quella che è stata chiamata «esperienza della contraddizione». Nell’intervento che aveva scritto per il congresso del Partito radicale e che non poté leggere perché ucciso pochi giorni prima, così si definiva: «Non sono qui come radicale. Non sono qui come socialista. Non sono qui come progressista. Sono qui come marxista che vota per il Pci, e spera molto nella nuova generazione di comunisti». In una delle poesie più note (dalla raccolta Poesia in forma di rosa) scriveva: «Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore». Parole che sono quanto di più lontano dalla cultura della sinistra, marxista o meno, di cui si sentiva parte e che ancora oggi continua ad avere un rapporto irrisolto con la tradizione, demonizzata o respinta in nome di un’idea superficiale di progresso e futuro. Non è una licenza poetica, è l’ambivalenza di un pensiero, l’«ossimoro di una vita». D’altronde è proprio da chi vive conflitti e contraddizioni interiori e non ha paura di esplicitarli che possono venire quei lampi, quelle intuizioni che squarciano il velo del pensiero e fanno intravedere l’altra faccia della realtà. Emblematico e illuminante il mettere al centro della sua riflessione la questione del sacro, sulla quale ripetutamente ritorna e in aperta polemica col proprio mondo. «Uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti […]. Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.»

L’analisi di rara profondità che Adriano Labbucci realizza, avvalendosi anche di un’imponente mole di documenti e di citazioni, che spaziano dal testo biblico fino a Machiavelli, Asor Rosa, Gandhi, Bianchi, Bauman, Hadot e Cacciari, nel suo La salvezza e il pericolo – Spiritualità, politica e profezia ai tempi di papa Francesco, edito da Donzelli, parte da una tesi molto chiara: in un periodo di globale crisi spirituale e politica, l’elezione di Bergoglio si è subito imposta all’attenzione come un punto di svolta e di rottura. È il primo papa gesuita, il primo a chiamarsi come il poverello d’Assisi, il primo latinoamericano: un successo mediatico senza precedenti, da cui con saggezza lo stesso pontefice si è tenuto ben alla larga. Mi piace stare tra la gente, insieme a chi soffre, andare nelle parrocchie. Non mi piacciono le interpretazioni ideologiche, una certa mitologia di papa Francesco […]. Sigmund Freud diceva, se non sbaglio, che in ogni idealizzazione c’è un’aggressione. Dipingere il Papa come una sorta di superman, una specie di star, mi pare offensivo. Il Papa è un uomo che ride, piange, dorme tranquillo e ha amici come tutti. Una persona normale. Probabilmente è proprio di normalità che ha bisogno questo mondo frenetico e sempre più egoriferito, distratto dalla superficialità e poco propenso ad ascoltare i bisogni degli ultimi, che vive il presente senza rendersi conto che il presente altro non è che la base per il futuro, senza avere più una visione, in un certo qual senso, profetica. Il profeta infatti non vede l’avvenire, osserva il presente e in esso nota quello che gli altri non notano, dice quello che gli altri non vogliono sentire – e sentirsi – dire. Il profeta legge il presente per orientare il futuro: e, cambiando un po’ prospettiva, non è forse questo il compito della politica, intesa nel senso più alto e nobile del termine? Bergoglio è il primo papa dopo centottantadue anni a salire al soglio pontificio venendo da un ordine religioso: sa la funzione e l’importanza della profezia, e ne fa cardine del suo messaggio. Certo politica e profezia, pur se intimamente legate, non possono essere sovrapposte: se il profeta vuole scardinare l’idolatria, il politico ha il compito di dare certezze al suo popolo, specie se si trova in difficoltà, se non trova una via d’uscita. Ma è proprio nei momenti di maggiore travaglio che, in modo direttamente proporzionale, crescono anche, se si sa coglierle, se si sa vedere con occhi privi di pregiudizi, le opportunità di salvezza.

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“Al limite della docenza”

al limite della docenzadi Gabriele Ottaviani

In Italia si pubblicano circa sessantamila opere all’anno. Più precisamente, secondo gli statistici pignoli, si stampano 164 libri al giorno, comprese le domeniche: una media di sette libri l’ora. Con un numero così elevato di titoli viene naturale chiedersi chi siano i compratori o comunque i consumatori di libri se, oltretutto, solo una piccola percentuale giunge in libreria attraverso la distribuzione. Di quanti vi arrivano, le copie vendute sono veramente poche. Eppure, se incontrate un docente, che magari ha pubblicato presso un anonimo stampatore, vi dice subito che il libro è giunto già alla terza o quarta edizione, e magari che sta entrando in classifica, pronto a scalzare i best seller di Andrea Camilleri e Melania Mazzucco. È vero, l’orgoglio personale tocca un po’ tutti coloro che scrivono, ma quello del docente universitario è particolare. Egli è capace di intrattenerti ore e ore su un argomento che non interessa nessuno (salvo lui) e soprattutto è sempre pronto a elogiare il suo ultimo libro (giunto immancabilmente alla terza o quarta edizione). Spesso l’importanza del volume è sottolineata dal numero delle pagine che il docente «Come sto io?» mima allargando a dismisura le mani per dare l’idea del «tomone» che ha pubblicato. Come se l’importanza di un libro si misurasse a chili e dai centimetri del dorso e non dalle idee eventualmente contenute. Naturalmente il libro che egli sta per pubblicare, o che ha appena pubblicato, fa giustizia di tutte le teorie e le ipotesi precedenti. C’è da dire che in quanto a metodi di distribuzione il docente è veramente furbesco. La pratica più diffusa nell’accademia è quella dell’adozione forzata del libro: il docente che insegna la tale materia mette come testo obbligatorio per l’esame il suo volume. Ora, è vero che un tempo, allorché i libri si comperavano, l’adozione garantiva all’editore (e all’autore) un certo numero di copie assicurate. Oggi tutto è cambiato e anche all’università i libri non si acquistano più. Ovvio che questa mutazione ha messo in crisi i docenti autori che non hanno più mercato presso i loro studenti. Il docente universitario però è veramente ingegnoso nel superare i meccanismi che hanno mutato il rapporto degli studenti con la pagina scritta: c’è il professore «fai da te» che ordina un certo quantitativo di libri dallo stampatore e li vende direttamente allo studente; e anche quello che firma il libro (come l’autore di fama) e che si rifiuta di far dare l’esame a un candidato che non si presenta con il frontespizio intonso.

 

Burocrati, vanagloriosi, arroganti, supponenti, egoriferiti, “baroni”, dimentichi della loro missione divulgativa, formativa ed educativa, ricercatori non dell’eccellenza ma della lite come se fosse l’unica prova tangibile della loro esistenza e della propria presunta autorità, sempre più spesso preferita alla ben più significativa autorevolezza, interessati a sé, a sé, a sé e poi, forse, ma non è nemmeno detto, all’interlocutore, pronti a spargere copiosamente maldicenze sui colleghi – dunque rivali – come sementi nei solchi di un terreno arato di fresco, sperando che diano frutto, scrittori di libri dimenticabilissimi di cui impongono la lettura, abili come nemmeno Fiona May nei suoi giorni migliori nel saltare sul carro del vincitore, sfruttare la politica, difendere i propri privilegi corporativi, magari preparatissimi su un argomento, uno solo, e ignoranti per ciò che concerne tutto il resto. E spesso quel sapere enciclopedico che hanno non lo sanno nemmeno comunicare, e rimane dunque lettera morta. E così, tra scandali, scandaletti, scandali di letto e intere genealogie piazzate nei posti di potere dalla sera alla mattina senza che abbiano la benché minima parvenza di un titolo per poter occupare con le loro terga la poltrona su cui siedono, la credibilità del sistema che, primo tra tutti gli altri, dovrebbe condurre all’evoluzione del Paese, va beatamente a farsi friggere.

Non solo questo, ma anche questo sono i docenti universitari: uno di loro, Stefano Pivato, scrive per Donzelli Al limite della docenza – Piccola antropologia del professore universitario, formidabile pamphlet felice già dal titolo sul mondo accademico italiano. Si legge con gusto, e fa riflettere.

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“Mezzogiorno d’Europa”: le parole di Manlio Rossi-Doria

donzellidi Gabriele Ottaviani

Non occorre ricordare le ragioni della politica agraria comune e della sua complessa articolazione in regolamenti. Prima del 1958 ogni Paese europeo aveva una sua politica agraria nazionale, più o meno efficiente nella difesa dei produttori, con la conseguenza che in Europa i sistemi dei prezzi agricoli erano diversi e dovunque soggetti a notevoli oscillazioni. La creazione del Mercato comune europeo e l’obiettivo del progressivo abbattimento delle barriere doganali ha imposto per la agricoltura la scelta tra due alternative: escludere i prodotti agricoli dal Mercato comune europeo o sostituire alle politiche nazionali una politica comune. Non c’è persona seria che possa considerare la prima alternativa, non dico accettabile, ma possibile. Il Mercato comune europeo va considerato, quindi, come un tutto inscindibile. Prima di entrare nel merito delle questioni delle quali le mozioni trattano, consentitemi alcune considerazioni anzitutto sulle condizioni nelle quali l’Italia agricola è entrata nel Mercato comune e successivamente sulle ragioni di fondo che hanno determinato il corso e le vicende delle trattative. La difesa dell’Italia agricola nelle trattative comunitarie è stata, fin dall’inizio, difficile in conseguenza delle stesse caratteristiche e della stessa posizione della nostra agricoltura in confronto alle altre quattro agricolture europee. Diversa rispetto alle altre la composizione della nostra produzione agricola: noi col 65 per cento della produzione dispersa in una grande varietà di prodotti; loro con il 60-70 per cento del valore della produzione rappresentata dai soli prodotti zootecnici.

[…]

Caro Gerardo, questa mattina stavo, finalmente, per scriverti, quando è arrivata la tua del 19. […] In questi due anni e mezzo da che – dopo vent’anni di personale, indipendente politica del mestiere (come io la chiamo) – faccio politica attiva, di partito, come candidato prima ed eletto poi, in una delle provincie più tipiche e solide dell’Italia meridionale, ho molto meditato sull’esperienza che vado facendo. Tu conosci alcune conclusioni – quelle di carattere economico – di queste mie meditazioni: uscita di fatto dall’immobilismo di società agricola tradizionale, sconvolta alle fondamenta dallo sviluppo economico nazionale e dalla imponente emigrazione, sottratta finalmente (grazie alle strade costruite e ai fondamentali servizi civili) al tradizionale isolamento, la provincia di Avellino si trova, al cominciare degli anni ’70, davanti al compito difficile, ma finalmente possibile, di un radicale riassetto della sua economia, le cui linee ho cercato di indicare nel mio iniziale discorso del 1968, in quello tenuto in Avellino nel 1969 e in quello – che non ho ancora sviluppato e pubblicato – che ho dedicato ai problemi agricoli nel Convegno delle Acli ad Ariano nel maggio di quest’anno. Molti altri elementi vado raccogliendo al fine di rendere più preciso e costruttivo il discorso e spero di mettere ordine ad essi nel corso dell’autunno e dell’inverno. Anche questa sarà una battaglia dura e non facile,perché i centralizzatori romani, «regionali» e… «provinciali» ci vorranno sentir poco da quest’orecchio. Anche questa, tuttavia, è una battaglia per la quale abbiamo molti alleati, coi quali dovremo tenerci in contatto e reciprocamente incoraggiarci: tutte le zone interne – non solo nel Mezzogiorno – saranno con noi. Ma anche qui occorrono idee e uomini nuovi: una vera base al decentramento amministrativo, che investa anche i problemi dello sviluppo economico, non può aversi nell’isolata «Comune», quale ha vissuto sino ad oggi, bensì nell’aggregazione o consorzio dei comuni di una «zona» che rappresenti una effettiva unità ai fini del riassetto, dello sviluppo e di tutti i servizi civili. La classe dirigente, capace di dar vita a questa unità, tuttavia, non può essere quella in sella tuttora, chiusa nel cerchio del potere e delle rivalità comunali e tra comuni vicini. Si torna, cioè, al problema che angustiava Guido Dorso cinquant’anni fa: senza una nuova classe dirigente non ci può essere sviluppo civile, ma senza un nuovo sviluppo economico e civile non può formarsi una nuova classe dirigente.

Economista, accademico, dottore in Agraria, politico, al confino perché antifascista durante il regime e poi in parlamento col PSI, amico di Emilio Sereni, Umberto Terracini, Giorgio Amendola e Umberto Zanotti Bianco, tra gli altri: figura poliedrica quella di Manlio Rossi-Doria (1905 – 1988), finissimo intellettuale di cui Donzelli pubblica, a cura di Emanuele Bernardi, MEZZOGIORNO D’EUROPA – Lettere, appunti e discorsi 1945-1987. È non solo un epistolario molto variegato con personaggi del calibro di Altiero Spinelli, tanto per dire, ma anche una raccolta di appunti e discorsi, chiari e al tempo stesso densi di dati e di significati, nel quale al centro si staglia, fondamentale, il tema del futuro dell’Italia e dei suoi abitanti, delle sue aree più disagiate, del continente tutto, e ci si interroga su come risolvere i problemi della contemporaneità, per quanto concerne il mondo del lavoro, la biodiversità, le materie prime, la natura. Il pregio di questo libro, e l’aspetto che al tempo stesso più di ogni altro fa riflettere sull’evidenza di un certo immobilismo e le lacune di una parte della classe dirigente, dimentica, si direbbe, delle lezioni e degli esempi del passato, è infatti la sua attualità, stringente e autentica.

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“Diritto, giustizia, legalità”

donzellidi Gabriele Ottaviani

Ci sono settori della vita sociale che sono indifferenti alla religione. Il codice della strada, ad esempio, appartiene al diritto e non ha nulla a che fare con la religione… Eppure la prudenza è una virtù. Peraltro, l’esistenza del diritto è erede di una lezione sulla differenza: dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Non occorreva arrivare alle questioni sollevate dalla laicità per rammentare questa lezione, e interrogarsi non sulle differenze ma sulle interferenze.

[…]

Sullo sfondo la libertà. La responsabilità come valore ma anche come criticità. Come compito che impedisce di dare per formulate – una volte per tutte – le direttrici del nostro procedere, lasciando aperta una perenne tensione tra valori. E dunque una costante necessità di dialogo.

[…]

I Romani, che pure hanno creato il diritto giunto fino a noi, riconoscono che anche il diritto scritto ha un suo limite: Summum jus, summa injuria. Per essi, inoltre, la legge e l’amministrazione dell’impero devono essere in sintonia con la Pax deorum; la buona politica è quella che ottiene la pacificazione tra il popolo e gli dei, perché il popolo romano e gli dei costituiscono un’unitarietà basata sugli stessi valori, rompere la quale determinerebbe il venir meno della pace interna. Religione e diritto, che si possono declinare anche come etica e legalità, sono quindi un binomio che attraversa i secoli e che, in ogni regione del mondo, sta alla base del vivere civile.

[…]

Da parte mia, se può essere utile un riferimento alla mia esperienza di procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, devo dire che la prima cosa che mi ha impressionato, arrivando a Reggio, è stato il silenzio: il silenzio sulla ’ndrangheta, sugli omicidi, sui delitti gravissimi e sulla violenza quotidiana. Soprattutto il silenzio sulla ’ndrangheta. La stessa parola non veniva quasi pronunciata nei discorsi pubblici, non veniva trattata come problema in nessuna sede di discussione, figurava nei giornali solo quando davano notizia di qualche «operazione» da parte delle forze di polizia.

[…]

Ecco perché, di fronte a una religiosità così distorta, mistificata, negata nel suo contenuto più autentico e piegata ai fini del potere criminale, occorre, come diceva Cataldo Naro, vescovo di Monreale, che la comunità ecclesiale, nell’opporsi alla mafia, nel chiedere che la mafia non paralizzi e non mortifichi la popolazione e il territorio, aggiunga l’apporto peculiare ricavato dalla sua tradizione evangelica. Legalità, santità, resistenza, fino al martirio, diceva Cataldo Naro, indicando come esempio il sacrificio di don Pino Puglisi, la cui vita e le cui attività, alimentate dalla fede, restano per tutti noi un altissimo punto di riferimento morale e religioso.

Il cortile dei gentili è lo spazio di discussione aperto a tutti, qualunque sia la fede: nel caso di Donzelli è sinonimo di una collana di volumi di approfondimento veramente interessante, curata nei dettagli, che affronta temi di grande rilievo nella nostra contemporaneità. Nella fattispecie, il volume curato da Antonino Raspanti, che raccoglie interventi di Rémi Brague, Alessandra Dino, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Giusto Sciacchitano e François Terré, parla di Diritto, giustizia, legalità, argomenti complessi, che toccano nervi scoperti e sempre attuali della nostra società, che se da un lato si apre verso il prossimo, dall’altro mostra ancora retaggi di pregiudizio e di ignoranza. L’aspetto fondamentale che ognuno con la sua voce in questo agile e dottissimo testo sottolinea è infatti proprio la necessità della cultura, senza la quale non può esserci nulla, nemmeno il futuro.

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“Le città fallite”

unnameddi Gabriele Ottaviani

È il 1982 quando il cassiere della Banda della Magliana, un gruppo malavitoso con rapporti con i servizi segreti deviati e con le organizzazioni eversive neofasciste, dimostra di controllare lo sviluppo della città . Vende alla seconda università romana «Tor Vergata» un motel nella zona della Romanina per crearvi la sede del rettorato, nonostante quell’ateneo avesse in proprietà oltre seicento ettari di terreni – la più grande università italiana – destinati alla costruzione degli edifici necessari alla sua attività. In quegli stessi anni la città è dominata dal primo terrorismo nero che semina terrore, a iniziare dal 10 luglio 1976 con l’assassinio del giudice Vittorio Occorsio. Il magistrato indagava sul Sifar, sulla strage di piazza Fontana e sui rapporti tra terrorismo neofascista e massoneria. Gli assassini, appartenenti al movimento Ordine Nuovo, fuggono portandosi via la borsa con i documenti dell’inchiesta. Il 23 giugno 1980 viene assassinato il magistrato Mario Amato,che dal 1977 era sostituto procuratore presso la Procura di Roma e si occupa del terrorismo nero: responsabili dell’omicidio furono i Nar, Nuclei armati rivoluzionari legati alla destra eversiva. Durante i quaranta giorni della prigionia di Aldo Moro (febbraio-marzo 1978) è la banda della Magliana, con l’aiuto di esponenti neofascisti e dei servizi segreti, a depistare la ricerca dello statista. È accertato infatti dai processi che esponenti della Banda della Magliana prestarono la loro opera per indirizzare la ricerca della prigione di Aldo Moro sul falso obiettivo del lago della Duchessa, nell’Appennino reatino; è inoltre appurato che il deposito delle armi dei terroristi neofascisti e della malavita comune si trovava nella sede del ministero della Sanità. Nel 1990, per motivi che rimangono tuttora ignoti, Enrico De Pedis, capo della Banda della Magliana, ucciso nella faida per il controllo della compagine, viene sepolto con l’esplicito consenso del cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti, in una delle basiliche extraterritoriali romane, sant’Apollinare, a pochi passi da piazza Navona. Più di recente, a Roma sono stati sequestrati, perché riconducibili a società mafiose, il Cafè de Paris di via Veneto, icona della Roma degli anni sessanta, e un bar in largo Chigi, di fronte all’ingresso del palazzo della presidenza del Consiglio. Nella relazione annuale della Direzione investigativa antimafia al parlamento consegnata l’8 febbraio 2007, il capitolo che riguarda Roma e il Lazio, firmato dal sostituto procuratore Luigi De Ficchy, parla diffusamente del riciclaggio del denaro sporco attraverso l’acquisto di attività pulite. Immobili di pregio, negozi, alberghi e stabilimenti balneari. Una recente indagine svolta a Roma dai pm Italo Ormanni e Diana De Martino ha portato al sequestro di immobili per un valore economico di 90 milioni di euro, tra cui cinque palazzi nel centro storico e un complesso residenziale sull’Aurelia. Il litorale di Ostia, quartiere di Roma, è controllato dalle organizzazioni criminali. Nel silenzio della politica, a lanciare l’allarme sulla penetrazione mafiosa dell’economia italiana sono, oltre alla magistratura, la Banca d’Italia nella persona del suo governatore Ignazio Visco, che è tornato recentemente a indicare nella sconfitta delle radici malavitose la «precondizione per la crescita economica». O, ancora, di meritorie associazioni come Libera, il cui presidente, don Luigi Ciotti,il 23 ottobre 2014, nel corso di una manifestazione organizzata dalla sua associazione in una periferia romana, ha denunciato la gravità della situazione di Roma e in particolare della zona del litorale.

 

Rosi ne ha fatto il suo capolavoro, raccontando di come la speculazione, la corruzione, le zone di contatto tra politica e malaffare abbiano messo, soprattutto in certi momenti della storia italiana, le mani sulle nostre città. Le città, luogo di aggregazione, di incontro, di vita, ideali di comunità anche per quanto concerne gli aspetti valoriali e spirituali, l’immaginario collettivo degli individui che le abitano, mito del progresso, emblema per Calvino, che a ognuna, nella sua visione classica e insieme moderna e addirittura postmoderna, dà un nome di donna, sono per certi versi la rappresentazione tangibile del capitalismo e della caduta delle ideologie. Il libro di Paolo Berdini edito da Donzelli, Le città fallite – I grandi comuni italiani e  la crisi del welfare urbano, è approfondito, accurato, raffinato, leggibile, frutto di uno studio che non può non fare riflettere i lettori.

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Lo “Zibaldone” di Giacomo Leopardi

zibaldonedi Gabriele Ottaviani

Ma che in un medesimo clima, in un medesimo paese, da due medesimi genitori, nascano dei figli così differenti fisicamente, come accade tra gli uomini, che di due concittadini, di due fratelli, l’uno sarà p.e. di statura gigantesca,e di temperamento robustissimo, l’altro fiacchissimo e piccolissimo; e che questo accada indipendentemente da ogni causa visibile, o accidentale, o amovibile; che accada nonostante una medesimissima educazione ed esercizio fisico; che accada e resti manifestamente determinato fin dalla nascita dell’uno e dell’altro: questo, dico io, in qual altra specie d’animali si trova? Specie, dico, e non genere, perché p. e. diverse specie di cani sono diversissime di grandezza, ma non così gl’individui di ciascuna d’esse specie  fra se stessi, neppur pigliandoli da diverse famiglie, da diverse patrie, da diversi paesi, da diversi climi. E fermandomi e ristringendomi alla differenza che passa fra le proporzioni fisiche degl’individui umani, io dico che i due estremi di questa differenza sono così lontani, che niun’altra specie d’animali, considerata nelle stesse circostanze di famiglia, patria, clima ec. offre di grandissima lunga due individui così differenti di grandezza come sono gl’individui umani tutto giorno, e massimamente pigliandoli da’ due sopraddetti estremi. Certo è che la natura a ciascuna specie d’animali (come anche di piante ec.) ha assegnato certe proporzioni né tanto strette che l’uno individuo sia precisamente della misura dell’altro, né tanto larghe che non si possa quasi definir nemmeno lassamente la grandezza propria degl’individui di quella specie. Ora di qualunque specie d’animali vi discorra un naturalista, ve ne dirà presso a poco la grandezza, e qualunque individuo voi ne veggiate, corrisponderà, o si discosterà poco da quella, e insomma la misura della grandezza sarà sempre per voi una qualità distintiva di quella specie d’animali, e pigliandola a un dipresso, (tanto più a un dipresso quanto la loro grandezza specifica è maggiore assolutamente) non t’ingannerà mai. Poniamo anche caso che d’una specie tu non abbia veduto se non un solo individuo, e che questo sia l’estremo o della grandezza o della piccolezza della specie. Ancorché tu ti formi l’idea della grandezza di quella specie sopra quel solo individuo, vedendone poi degli altri, non ti trovi ingannato gran cosa, né sproporzionatamente lontano dalla tua idea, né per causa della differente grandezza (purché siano in fatto della medesima specie), ti accade di non riconoscerli per individui di quella tal specie, o di dubitare che non lo sieno. E ciò quando anche fossero gli estremi contrari del primo individuo da te veduto.

 

Il giovane favoloso di cui ha parlato di recente Martone, il pessimista per eccellenza che finiva senza casco in motorino insieme a Marco Brenno Placido, che penava per i primi palpiti del cuore, nella surrealtà televisiva, ideata dalla penna felice di Ivan Cotroneo, di Tutti pazzi per amore, il figlio che non aveva certo i genitori più amorevoli possibili e che si rifugiava, incurvandosi, in uno studio che non si può definire altrimenti che matto e disperatissimo, il poeta dalla profondissima sensibilità, l’intellettuale di rara finezza: tutto questo e molto altro è, nel nostro immaginario, tra un luogo comune e un sentito dire, nei ricordi che ci vengono dalla scuola, nelle citazioni  ricavate dalle più diverse letture, Giacomo Leopardi. Che nell’arco di circa tre lustri ha scritto oltre quattromila pagine di appunti sui temi più vari, un diario, uno zabaione, una zibanda, come si chiama in Romagna quella pietanza composita e formata di vivande diverse mescolate grossolanamente: insomma, in definitiva, uno zibaldone. Lo Zibaldone. Che ha duecent’anni e sembra scritto domani. Perché il pensiero non conosce invecchiamento, né tempo. Donzelli lo ripubblica, in un’edizione accuratissima, piena zeppa di note raffinate ed esaustive, ed è un’occasione da non perdere: una lettura molto meno ardua di quanto si pensi, e straordinariamente moderna.

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“Toby, dalla pace alla guerra” – Thierry Vissol

tobydi Gabriele Ottaviani

Nürnberg, li 9 novembre 1913 – 10 di sera

Caro Papà, Ho ricevuto ieri mattina la tua lunga lettera e ti ringrazio del contenuto. Stranamente, l’ha portata il servizio dei pacchi postali! Comunque in quel momento ero in casa. Infatti sono stato in ufficio solo dalle 10 a mezzogiorno e 1/2. Nel momento in cui ti scrivo la presente, vengo dal Consolato, dove mi sono recato uscendo dall’ufficio alle 8 e 1/2. Il Console stamani mi ha pregato di andare a trovarlo per il mio servizio militare, ed era semplicemente per informarmi che aveva appena trovato il para grafo in cui si dice che come misura transitoria, sarà accordato un rinvio d’ufficio ai giovani all’estero che non si presenteranno. L’ho subito informato che ero stato avvisato della cosa. Come mi hai detto, ora posso stare tranquillo e non dovrebbe più esserci motivo di farmi passar visita. […] Infine, brevemente, abbiamo parlato per quasi un’ora della legge e di altre cose e il Sig. Fuchs (è il nome del Console) ha voluto assolutamente che prendessi una tazza di tè; questo Console è un vero padre di famiglia che s’interessa dappresso dei suoi giovani compatrioti e credo li conosca tutti per nome. La conversazione è assai interessante, perché ha soggiornato per lungo tempo a Yokohama e nelle Indie, dove l’inglese, mi ha detto, soprattutto in Giappone, è parlato dal primo lustrascarpe che arriva. In quei paesi tutte le transazioni commerciali avvengono, sembra, in Inglese. Per quanto abbia passato quasi tutta la sua vita fuori di Francia, questo Console, che è alsaziano, adora il suo paese, e per un compatriota si fa in quattro; mi ha invitato ad andare a trovarlo qualora dovessi avere anche una minima noia, dicendomi che si metterebbe volentieri a mia disposizione. Fa piacere trovare persone così cortesi, soprattutto quando si è lontani dalla famiglia. Mi sono scordato di dirti che la Sig.ra Tröger è vedova? Credevo di avertene parlato. Quanto al mio compagno Italiano, parla francese, ma chiacchieriamo in tedesco, perché pranziamo con una giovane americana (di circa 25 anni) che abita in Germania da 7 o 8 anni e non sa una parola di francese; così ho un po’ occasione di parlare inglese. Questa americana di genitori agiati è segretaria di un direttore di una grande clinica elettroterapica; ha fatto due anni di studi di medicina in Germania e parla la lingua di questo paese fluentemente, come la sua lingua madre. Non mi spiego molto bene per quale motivo abiti a Norimberga, dato che i suoi genitori attualmente vivono ad Amburgo. Saprò forse qualche altra cosa in seguito, ma in definitiva per il momento m’importa poco; la cosa principale è che non perda tempo. Da qualche giorno il mio capufficio viene anche lui a mangiare al nostro stesso ristorante, ma non allo stesso tavolo, per fortuna!… Concludo, Caro Papà, inviando a tutti i miei migliori saluti e a te i miei baci più affettuosi. L. Vissol

Guerra. Che brutta parola. Cioè, di per sé non ha particolarità che la rendano orripilante, a meno che non si abbia un’idiosincrasia per tutto ciò che ha un’origine germanica, per quella wau che ha attraversato le Alpi e ha fatto una concorrenza spietata a bellum e simili (d’altronde si sa, i tedeschi, quando si mettono in testa una cosa…) e quindi, di conseguenza, non lo si consideri un vocabolo del tutto insopportabile. No, il problema non è linguistico o fonetico. Il problema è il significato. Che è atroce. Si porta dentro la violenza e la morte. E parlare di guerra non è facile. Perché è un tema talmente grande che ti sfugge via in continuazione dalle mani, come quel capitone che tu vorresti tanto volentieri imbandire in tavola ma che non ci pensa proprio a farsi ridurre in prelibate fettine, giustamente. Si porta dentro la retorica. Quel che è peggio, talvolta, la propaganda. Dunque, meglio che parlino direttamente i fatti. Le persone. I documenti.

Donzelli pubblica Toby di Vissol, e vale la pena di leggerlo perché affronta la dimensione del quotidiano all’interno di una dimensione più ampia che non ha proprio nulla di ordinario, con rigore. Il che non impedisce l’emozione.

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