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“Quel che resta”

download (2).jpegdi Gabriele Ottaviani

Se la melanconia appare come malattia del luogo, la guarigione non può che configurarsi come un allontanamento, una fuga dai luoghi, un loro abbandono.

Quel che resta – L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Vito Teti, Donzelli. Bello e fragile è il nostro Paese. Fatto di ottomila comuni. Per lo più piccole realtà in cui ci si conosce tutti o quasi. Per la maggior parte luoghi che grondano una ricchezza che sovente non si riesce a monetizzare, per incuria, per pigrizia, per negligenza, per incapacità. Una ricchezza che si annida e germoglia nel cuore della gente che li abita, ché un luogo spopolato non è vivo. E spesso questi luoghi sono infatti proprio condannati a morire. Perché, per tante ragioni, per uno stato che spesso fatica a essere adeguatamente presente, per esempio, questi luoghi restano come organi vestigiali senza più funzione, che annichiliscono goccia dopo goccia il corpo, che lentamente muore. La nostalgia è il dolore del ritorno, di chi spera un giorno di rivedere quelle case e quei paesaggi che volente o nolente ne hanno contribuito alla formazione: il testo di Teti, dettagliatissimo, racconta le crisi e le opportunità del nostro territorio, di un patrimonio delicatissimo la cui perdita non può che impoverirci tutti.

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“La lingua dei lager”

6e233cac33a31caf658aae7bca6d5a7c_w600_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gabriele Ottaviani

Kühlraum – Cella frigorifera (ted.). Nel campo di Mauthausen, all’interno del crematorio (v. Krematorium), è presente una camera a bassa temperatura, ove sono accumulati i cadaveri da incinerare.

La lingua dei lager – Parole e memoria dei deportati italiani, Rocco Marzulli, Donzelli. È un vero e proprio glossario quello curato nei minimi dettagli da Marzulli, archivista e direttore della Fondazione Memoria della Deportazione di Milano. Le parole sono importanti, si sa. È attraverso di esse che si comunica. Che ci si confronta. Che si dà forma al pensiero, che ci si oppone al silenzio. Che può essere sinonimo di quiete, ma anche di una cappa, un oblio soffocante che condanna alla dannazione. È con le parole che si rende testimonianza, è con le parole che la storia può assolvere al suo compito di docente, per fare in modo che non più gli stessi errori siano compiuti. Le parole che con attenzione certosina Marzulli raccoglie sono il lessico dello sterminio, del dolore, della morte, della crudeltà inumana e ingiustificata. Parole su cui riflettere, parole da ricordare, da conoscere.

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“La vita altrove”

downloaddi Gabriele Ottaviani

La felicità è il lutto dell’infelicità. Essa arriva per esaurimento del malessere. Le persone falsamente felici che hanno occultato il malessere sono insignificanti.

La vita, altrove – Autobiografia come un viaggio, conversazione di Julia Kristeva con Samuel Dock, Donzelli, traduzione a cura di Elisa Donzelli. È una saggista. È una psicanalista. È una intellettuale straordinaria. Oltre che una donna di fascino formidabile. È dal millenovecentosessantasei in Francia ma è nata a Sliven, in Bulgaria, la città al cui centro si staglia un magnifico olmo centenario, dove tra i suoi ricordi più teneri c’è l’annuale sfilata per la festa dell’alfabeto. Ha scritto moltissimo. Del resto anche Dock è psicologo clinico e prolifico scrittore, articolista pure sull’Huffington Post. Ha una sorella minore, Ivanka, violinista di chiara fama. Ha avuto un padre di profonda fede ortodossa (il loro cognome significa Della Croce in bulgaro) che stava quasi per farsi prete, da giovane. Ha avuto una madre fortissima in matematica che ha studiato biologia all’università e che senza apparente rimpianto si è poi dedicata interamente alle figlie. Ha conosciuto il comunismo. La dissidenza discreta. Il femminismo. Ha studiato filologia romanza. Ha avuto vari amori. È stata giornalista. Ha intervistato sin dal periodo universitario grandi personaggi come Gagarin.  Si definisce, senza ideologia, cosmopolita, nonché prodotto della francofonia. Discute con Lucien Goldmann la tesi triennale di dottorato nel caos del maggio del Sessantotto a Parigi. Conosce Derrida. Io mi viaggio, dice di sé. Ed è proprio vero. Incontra Lacan, che si interessa della sua gravidanza e quando è incinta è capace persino di chiamarla a notte fonda per sapere della sua salute e se sia già stato scelto il nome del nascituro. Con Roland Barthes, d’altro canto, la simpatia è immediata e l’amicizia solida e bella, cementata anche da piacevoli cene da cui l’autore di Frammenti di un discorso amoroso si allontana di norma verso le ventidue e trenta per andare con pudicizia e un po’ di imbarazzo a cercare di abbordare qualche ragazzo a Saint-Germain. Nel millenovecentosettantaquattro con lui, Wahl, Pleynet e il celebre e autorevolissimo filosofo Philippe Sollers, che lei sposa e con cui genera David, partecipa al primo viaggio di intellettuali occidentali in Cina dopo l’ammissione di tre anni prima del paese asiatico all’ONU. È questo e molto altro, come testimoniano anche numerose e bellissime fotografie. E il libro è assolutamente da non lasciarsi sfuggire.

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“Fuori raccordo”

cfe99d136615e7c993b932d2c659ed8e_w250_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’abusivismo non è più semplicemente la modalità di risposta al problema della casa, e al problema abitativo in generale, a fronte dell’incapacità dell’amministrazione pubblica e del sistema nel suo complesso di fornire una soluzione adeguata. Né riguarda soltanto le classi più povere della città.

Palombaro-Felciare, Capena, Poggio Mirteto. Ma anche Civita di Bagnoregio, in provincia di Viterbo, riscoperta e recuperata da Astra Zarina, di professione architetto, di origini radicate tra la Lettonia e gli Stati Uniti. E poi naturalmente Corviale, Pietralata, Bufalotta, Porta di Roma, il Tuscolano, la Tiburtina, Grottaperfetta… Perché Roma oggi è il suo hinterland, quello che un tempo era il contado, Roma adesso è la sua periferia, la sua identità sta qui, dove la città si espande senza limiti, perché il GRA è una cintura che non contiene più. Fuori Raccordo – Abitare l’altra Roma, di Carlo Cellamare per Donzelli, con splendide foto, immagini, mappe, piante, carte, finanache dagherrotipi, e dotti e chiari saggi di Attili, Balducci, Carrano, Caudo, Cellamare, Cervelli, Coppola, D’Albergo, Lanzetta, Macioti, Maranghi, Moini, Montillo, Muscella, Papa, Piccioni, Pizzo, Postiglione, Ranaldi, Scandurra, Scarpelli e Vazzoler, è un viaggio preciso, puntuale, interessante, un’occasione per fare il punto della situazione dal punto di vista storico, politico, sociale, etico, morale, culturale. Del cambiamento e delle sue declinazioni. Da leggere.

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“Like a rolling stone”

a87d8fed7cc41a0094ceb08efd90a62f_w250_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

… una trapunta rabberciata di note acute …

Like a rolling stone – Bob Dylan, una canzone, l’America, Geril Marcus, Donzelli, traduzione di Andrea Mecacci. Sostituirei l’articolo, in tutta onestà. Determinerei l’indeterminato. Non una canzone. La canzone. Uno dei pezzi migliori di sempre. Un brano a dir poco rivoluzionario. Un’opera che ha una sua individualità. Come se fosse una persona. Una donna bellissima, magari, forse appena appena  spettinata dal vento mentre corre per strada presa da mille impegni e traversie eppure sempre sorridente. Una un po’ à la Jill Clayburgh in Una donna tutta sola, insomma. Oppure un giovane ragazzo pieno di battaglieri ideali. O un uomo disilluso, ma comunque buono e onesto. E come di ogni persona che si rispetti, è infatti possibile farne la biografia. I posti che ha visitato, le esperienze che ha vissuto, la gente che ha incontrato e conosciuto, gli altri esseri umani ai quali ha cambiato la vita. Il libro di Marcus è la vera e propria biografia – non viene in mente termine più preciso – della canzone dell’ultimo premio Nobel per la letteratura: un viaggio attraverso il sogno americano, i suoi aspetti scintillanti e le derive che comunque talvolta gli appartengono, il Novecento e la contemporaneità, un saggio e insieme una raccolta di racconti, frammenti, episodi, istantanee, narrati con leggerezza. Da non lasciarsi sfuggire.

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“La storia della signora Filadritto e del gatto Pussavia”

97e2a230a02e6a9c0efc468fb0149695_w250_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il gatto Pussavia fece una capriola all’indietro e avvinghiò la caviglia della signora Filadritto con tutti gli artigli, dimenando la coda su e giù.

La storia della signora Filadritto e del gatto Pussavia, Lore Segal (illustrazioni di Paul O. Zelinsky), traduzione di Bianca Lazzaro, Donzelli. È una storia divertente, semplice, intrigante, a tratti esilarante, che cattura l’attenzione del lettore e lo conquista, si legge in un baleno ed è adatta a grandi e piccini, ai bambini di ogni età, che desiderano abbandonare per un momento la dimensione della quotidianità e gettarsi tra i flutti di una vicenda che, come tutte le storie cosiddette per l’infanzia, in realtà parla molto di più agli adulti che non a chi ancora deve diventarlo. Le illustrazioni, meravigliose, raffinatissime, che ricordano il cinema d’animazione francese e l’arte del primo Novecento, costituiscono l’ossatura di una narrazione sinuosa proprio come le movenze di un felino. Lei è burbera. Sente che le manca qualcosa. La compagnia di un gatto. Incontra lui. Che è un insolente indomabile. Come tutti i gatti del resto. Inizia una serie di schermaglie, finché non arriva la pace. Perché per volersi bene, e stare bene insieme, in fondo basta poco. Una cosa. Rispettare ognuno l’altro. Per quello che è. Delizioso.

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“Italia civile”

c9915f8a4131fc143e6eeecd2c3d1dc5_w140_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

I militanti che si riconoscono nella cultura politica della sinistra, e le loro organizzazioni, hanno sicuramente maturato una forte autonomia e sempre più concepiscono una rappresentanza politica autonoma dei propri interessi associativi.

In particolare negli ultimi vent’anni, con la nascita della cosiddetta seconda repubblica, che doveva stabilire, ma in tutta onestà non sembra sia stato proprio così, all’atto pratico, una netta cesura con i decenni precedenti, i cui mali sono esplosi fragorosamente nella pestilenza di Tangentopoli, che ha scoperchiato almeno in parte il malcostume che era ormai diventato il motore e il propulsore principale dello sviluppo, o perlomeno della coazione a ripetere, del “tiriamo a campare” caratterizzante la procellosa navigazione dello stato italiano, si è comunque verificato un deciso cambiamento dal punto di vista politico e sociale. Il quale, investendo tutti i settori, non poteva non coinvolgere anche il mondo delle associazioni, la parte più attiva, propositiva e sensibile della società civile, quella che, al di fuori del palazzo, si interessa allo stato sociale, e costruisce una rete di assistenza e di mutuo soccorso per i cittadini. Con una messe di dati, un’analisi accurata e uno stile divulgativo Roberto Biorcio e Tommaso Vitale per Donzelli, mettendo sotto la propria lente di ingrandimento i valori, le motivazioni, le opportunità, i significati, gli effetti, le forme, le differenze, le ideologie, le strategie d’azione e le guide della partecipazione associativa realizzano un saggio chiaro e molto interessante, che racconta il nostro tempo con cura e attenzione. Italia civile: quella che siamo, che dovremmo essere, che possiamo diventare.

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