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“L’età delle spezie”

51wLrLH8P3L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Conservare era dunque un imperativo categorico. Ma c’era in questo un posto per le spezie? Gli arabi ne erano convinti.

L’età delle spezie – Viaggio tra i sapori dall’antica Roma al Settecento, Orazio Olivieri, Donzelli. Sono merci preziosissime, e del resto anche oggi, a ben vedere, non sono certo economiche, visto che le confezioni che troviamo, pressappoco in ogni rivendita che preveda tra i beni di consumo di cui colma i propri scaffali anche dei generi alimentari, a disposizione a pochi euro ne contengono un numero di grammi davvero irrisorio: nei tempi più antichi, però, un po’, cambiando quel che dev’essere cambiato, come accadeva in Olanda nella folle epoca della febbre non dell’oro, ma per i bulbi di tulipano, le spezie erano un prodotto realmente indispensabile. Anche perché, all’incirca alla stessa stregua del sale, fondamentali – dagli aromi del garum latino in giù – pure per la conservazione dei cibi, dato che, banalmente, il frigorifero era molto di là da venire: Orazio Olivieri narra con dovizia di particolari impressionante, frutto, con ogni evidenza, di un’accuratissima ricerca, la storia del commercio e non solo, contestualizzando le spezie nel vividissimo ritratto di una società in costante evoluzione.

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“La pura superficie”

31ODKKQhyGL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le foglie cadono, noi ritorniamo

al senso ordinario delle cose.

La pura superficie, Guido Mazzoni, Donzelli. Nulla è più profondo della superficie, ci insegna la filosofia. Così come nulla è più importante della purezza, e nessuna meta è più ardua a raggiungersi della semplicità: Mazzoni però con estrema raffinatezza vi riesce, e partendo dal livello dell’immanenza giunge a comprendere il trascendente, dal particolare allarga il suo sguardo acutissimo sino ad abbracciare l’universale, prendendo le mosse, con linguaggio lirico e intenso, dalla narrazione dell’esistenza di una persona qualunque in occidente, attraverso il vuoto, la solitudine, la spersonalizzazione, l’alienazione, per poi comprendere gli altri, e le domande che da sempre l’uomo si pone. Da leggere e rileggere.

 

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“Alle armi, cavalieri!”

61JKzt0MS0L._AC_US160_.jpgdi Gabriele Ottaviani

All’uscita da quella caverna, Astolfo tentò di uccidere Remunda e…

Alle armi, cavalieri! – Le storie dei paladini di Francia raccontate da Mimmo Cuticchio, Donzelli editore. Illustrazioni di Tania Giordano. Prefazione di Giovanni Puglisi. Mimmo Cuticchio è nato e cresciuto tra i pupi –la sua famiglia, composta di padre, madre e sette figlioli, ne possedeva circa trecento – e all’interno di un clan coloratissimo di teatranti girovaghi, e per lui quei personaggi immaginari sono da sempre molto più veri del vero. E ogni sera andava in scena nel teatrino un nuovo episodio della storia dei paladini di Francia: per lui quindi Astolfo, Orlando, Rinaldo e tutti gli altri sono veri e propri parenti. Il gruppo di famiglia, fatto di donne, cavalieri, armi, amori e audaci imprese, in un paradiso di fantasia, laddove si rispecchia ogni emozione e ogni umana istanza trova sintesi e spiegazione, si muove in un universo d’immagini e parole che incanta e conquista.

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“Hemingway e l’Italia”

51cpGeI6pAL._SX336_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

L’Italia lo aveva richiamato a sé…

Hemingway e l’Italia, Richard Owen, Donzelli. Traduzione di Daniela De Lorenzo. È uno dei più grandi autori della storia letteraria mondiale degli ultimi secoli, è un personaggio di cui si è detto tutto e il contrario di tutto e che ha fatto della sua medesima vita una vera e propria opera d’arte, ed è inoltre un uomo profondamente legato, benché più spesso lo si associ, in realtà, per esempio, alla Florida, a Cuba o alla Spagna, all’Italia, sia per motivi esistenziali che per questioni legate alla sua professione (nelle sue pagine spesso si riverberano vedute dello Stivale, non un semplice panorama, non un banale sfondo, ma un vero e proprio personaggio ricorrente, una figura carica di significati). Qui ha vissuto. Ha combattuto. Ha amato. Ha lavorato. Ha raffinato il proprio stile. Ha scritto di morte e di passione. Ha camminato, tra Torino, Taormina, Bassano del Grappa, Genova, Rapallo, Cortina, il fronte del Piave e non solo. È la prima volta che ci si trova di fronte a una ricostruzione accurata e al tempo stesso divulgativa – chiara, densa, asciutta, approfondita – come quella di Richard Owen, altro innamorato del Bel Paese, da cui è stato per tre lustri corrispondente del Times: un’occasione da non perdere.

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“Manet e il naturalismo nell’arte”

c9dc19a35b0e2c5a09e8869028b95e1b_w600_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gabriele Ottaviani

All’indomani della morte di Édouard Manet, vi fu una improvvisa apoteosi, tutta la stampa si inchinò dichiarando che era scomparso un grande pittore. Quelli che ancora il giorno prima cavillavano e scherzavano, resero pubblicamente omaggio al maestro che alla fine trionfava nella bara. Per noi, i fedeli della prima ora, fu una vittoria dolorosa. Suvvia!

Manet e il naturalismo nell’arte, Émile Zola, Donzelli. Traduzione a cura di Gregorio De Paola. Introduzione di Francesco Abbate. È stato un genio. Un artista straordinario. Che come sovente accade è stato più apprezzato dopo al morte che in vita, quando quelli che ben pensavano hanno deciso di cessare di storcere il naso di fronte a qualcosa che non avevano mai visto e che trovavano disdicevole preferendo viceversa riempirsi la bocca di lodi vacue. Chi invece più onestamente sin dall’inizio ha avuto, non senza comunque una dose di spirito critico, indispensabile, la disposizione d’animo di accostarsi all’inatteso, per similitudini nei gusti, nei valori, negli ideali, artistici ed esistenziali, ha avuto modo di conoscerne e commentarne la grandezza. Zola e Manet sono due facce della stessa medaglia: facendo arte chi con la penna e chi col pennello non hanno avuto timore di raccontare il reale, anzi, ritenevano necessario che certe istanze diventassero parte del lessico artistico. Non volendo a ogni costo piacere, sono riusciti a squarciare un velo e ad assurgere al ruolo di maestri. L’esegesi di questo agile e bellissimo libro, assai elegante anche dal punto di vista grafico, è insieme una lezione preziosa di storia dell’arte e di stile letterario. Da non perdere.

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“Quel che resta”

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Se la melanconia appare come malattia del luogo, la guarigione non può che configurarsi come un allontanamento, una fuga dai luoghi, un loro abbandono.

Quel che resta – L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni, Vito Teti, Donzelli. Bello e fragile è il nostro Paese. Fatto di ottomila comuni. Per lo più piccole realtà in cui ci si conosce tutti o quasi. Per la maggior parte luoghi che grondano una ricchezza che sovente non si riesce a monetizzare, per incuria, per pigrizia, per negligenza, per incapacità. Una ricchezza che si annida e germoglia nel cuore della gente che li abita, ché un luogo spopolato non è vivo. E spesso questi luoghi sono infatti proprio condannati a morire. Perché, per tante ragioni, per uno stato che spesso fatica a essere adeguatamente presente, per esempio, questi luoghi restano come organi vestigiali senza più funzione, che annichiliscono goccia dopo goccia il corpo, che lentamente muore. La nostalgia è il dolore del ritorno, di chi spera un giorno di rivedere quelle case e quei paesaggi che volente o nolente ne hanno contribuito alla formazione: il testo di Teti, dettagliatissimo, racconta le crisi e le opportunità del nostro territorio, di un patrimonio delicatissimo la cui perdita non può che impoverirci tutti.

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“La lingua dei lager”

6e233cac33a31caf658aae7bca6d5a7c_w600_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gabriele Ottaviani

Kühlraum – Cella frigorifera (ted.). Nel campo di Mauthausen, all’interno del crematorio (v. Krematorium), è presente una camera a bassa temperatura, ove sono accumulati i cadaveri da incinerare.

La lingua dei lager – Parole e memoria dei deportati italiani, Rocco Marzulli, Donzelli. È un vero e proprio glossario quello curato nei minimi dettagli da Marzulli, archivista e direttore della Fondazione Memoria della Deportazione di Milano. Le parole sono importanti, si sa. È attraverso di esse che si comunica. Che ci si confronta. Che si dà forma al pensiero, che ci si oppone al silenzio. Che può essere sinonimo di quiete, ma anche di una cappa, un oblio soffocante che condanna alla dannazione. È con le parole che si rende testimonianza, è con le parole che la storia può assolvere al suo compito di docente, per fare in modo che non più gli stessi errori siano compiuti. Le parole che con attenzione certosina Marzulli raccoglie sono il lessico dello sterminio, del dolore, della morte, della crudeltà inumana e ingiustificata. Parole su cui riflettere, parole da ricordare, da conoscere.

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