festa del cinema di roma

“Dobbiamo parlare”

DobbiamoParlare_Posterdi Gabriele Ottaviani

Alfredo è un cardiologo che lavora, lavora, lavora. Fulgido esempio del cosiddetto generone romano. Ha un’amante. Costanza è la moglie, fa la dermatologa. Ha un amante. Vanni è uno scrittore di una certa notorietà. Linda la sua ghost writer. Molto più giovane di lui. Convivono da anni. Ma lui non divorzia. E una sera, nella loro bella casa, deve essere passata non vista la cara Pandora. Che ha aperto il primo vaso che le è capitato sottomano. Con quel che, come da mito, ne consegue. Un fuoco d’artificio di iperboliche, parossistiche, sarcastiche e persino divertenti nevrosi. A metà fra Carnage (ma meno monocorde) e Il nome del figlio (qui però il pentagono, quando raggiunge la massima espansione, in verità è un quadrato, il che rende ancora più angusto e compatto il campo di battaglia), Dobbiamo parlare, azzeccato sin dal titolo – è la frase che per antonomasia preannuncia la tempesta nei rapporti di coppia -, è un buon film, anche se cede, ma il calo pare fisiologico, in alcuni brevi momenti nel corso dello svolgimento e un po’ di più sul finale, o meglio qualche minuto prima, per poi riprendersi quando il fiocco si stringe di nuovo e la cornice che lega tutto ritrova la sua compiutezza. Diretto da Sergio Rubini, che lo interpreta – bene, anche se tutti e quattro i validi protagonisti hanno saputo altrove fare ancor meglio – insieme a Isabella Ragonese, Maria Pia Calzone e Fabrizio Bentivoglio, ha un impianto teatrale ma senza pedanterie à la Osage County, una scrittura curata con picchi ottimi, specie negli scambi al vetriolo, nonché al fulmicotone, un bel ritmo e una struttura solida.

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