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“Diritto, giustizia, legalità”

donzellidi Gabriele Ottaviani

Ci sono settori della vita sociale che sono indifferenti alla religione. Il codice della strada, ad esempio, appartiene al diritto e non ha nulla a che fare con la religione… Eppure la prudenza è una virtù. Peraltro, l’esistenza del diritto è erede di una lezione sulla differenza: dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. Non occorreva arrivare alle questioni sollevate dalla laicità per rammentare questa lezione, e interrogarsi non sulle differenze ma sulle interferenze.

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Sullo sfondo la libertà. La responsabilità come valore ma anche come criticità. Come compito che impedisce di dare per formulate – una volte per tutte – le direttrici del nostro procedere, lasciando aperta una perenne tensione tra valori. E dunque una costante necessità di dialogo.

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I Romani, che pure hanno creato il diritto giunto fino a noi, riconoscono che anche il diritto scritto ha un suo limite: Summum jus, summa injuria. Per essi, inoltre, la legge e l’amministrazione dell’impero devono essere in sintonia con la Pax deorum; la buona politica è quella che ottiene la pacificazione tra il popolo e gli dei, perché il popolo romano e gli dei costituiscono un’unitarietà basata sugli stessi valori, rompere la quale determinerebbe il venir meno della pace interna. Religione e diritto, che si possono declinare anche come etica e legalità, sono quindi un binomio che attraversa i secoli e che, in ogni regione del mondo, sta alla base del vivere civile.

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Da parte mia, se può essere utile un riferimento alla mia esperienza di procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, devo dire che la prima cosa che mi ha impressionato, arrivando a Reggio, è stato il silenzio: il silenzio sulla ’ndrangheta, sugli omicidi, sui delitti gravissimi e sulla violenza quotidiana. Soprattutto il silenzio sulla ’ndrangheta. La stessa parola non veniva quasi pronunciata nei discorsi pubblici, non veniva trattata come problema in nessuna sede di discussione, figurava nei giornali solo quando davano notizia di qualche «operazione» da parte delle forze di polizia.

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Ecco perché, di fronte a una religiosità così distorta, mistificata, negata nel suo contenuto più autentico e piegata ai fini del potere criminale, occorre, come diceva Cataldo Naro, vescovo di Monreale, che la comunità ecclesiale, nell’opporsi alla mafia, nel chiedere che la mafia non paralizzi e non mortifichi la popolazione e il territorio, aggiunga l’apporto peculiare ricavato dalla sua tradizione evangelica. Legalità, santità, resistenza, fino al martirio, diceva Cataldo Naro, indicando come esempio il sacrificio di don Pino Puglisi, la cui vita e le cui attività, alimentate dalla fede, restano per tutti noi un altissimo punto di riferimento morale e religioso.

Il cortile dei gentili è lo spazio di discussione aperto a tutti, qualunque sia la fede: nel caso di Donzelli è sinonimo di una collana di volumi di approfondimento veramente interessante, curata nei dettagli, che affronta temi di grande rilievo nella nostra contemporaneità. Nella fattispecie, il volume curato da Antonino Raspanti, che raccoglie interventi di Rémi Brague, Alessandra Dino, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Giusto Sciacchitano e François Terré, parla di Diritto, giustizia, legalità, argomenti complessi, che toccano nervi scoperti e sempre attuali della nostra società, che se da un lato si apre verso il prossimo, dall’altro mostra ancora retaggi di pregiudizio e di ignoranza. L’aspetto fondamentale che ognuno con la sua voce in questo agile e dottissimo testo sottolinea è infatti proprio la necessità della cultura, senza la quale non può esserci nulla, nemmeno il futuro.

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