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“Scopami”

di Gabriele Ottaviani

Un tizio si alza da una sedia e barcolla fino al bancone. Eppure è ancora presto per ridursi in quello stato. Tenta di farsi fare credito, il barista non lo caga. Una bruna fa il suo ingresso, il ragazzo dall’altro lato del bancone sgrana gli occhi. Quanto a emozioni questa è un pezzo da novanta. Il tipo emerge dalla tranquilla indifferenza in cui versava, si agita sullo sgabello, risponde all’occhiolino del cameriere: “Non è colpa nostra, siamo circondati da viziose”. Nadine osserva la bruna in questione, cerca di vederla con gli occhi di lui. Perché questa e non un’altra? Forse assomiglia alla prima che gli ha lasciato scivolare un dito nella figa. O forse ha lo stesso sorriso di quella sulla foto nella rivista spruzzata a forza di seghe. Un altro cascamorto si avvicina al primo, confabulano: “La conosci la brunetta là in fondo?”. “Me la sono fatta, una super pompinara.” “Vorrei crederti sulla parola, ma preferisco verificare personalmente. Me la presenti? Prendono i bicchieri e vanno a sedersi al suo tavolo.” Di fianco alla porta una meticcia straesplosiva sovrasta due ragazzi dall’alto dei suoi tacchi. La gonna finisce esattamente dove cominciano le gambe. Interminabili. E i ragazzi cercano di non pensare a come le stringa intorno alla vita del beato che se la rovista. Lei li ascolta sorridendo, mani sui fianchi. Il bacino ondeggia un po’ quando scoppia a ridere. Il richiamo del sesso in questo caso si coniuga all’imperativo e comporta un biglietto per l’inferno. È una ragazza fatale nel vero senso della parola. Tutti in questo bar sanno che ne ha fatto impazzire più di uno e ciascuno darebbe il culo per essere il prossimo.

Scopami, Virginie Despentes, Fandango, traduzione rivista e aggiornata di Silvia Marzocchi. Il film, vent’anni fa, tratto da questo romanzo, con cui condivide l’asciuttezza, l’immediatezza, il ritmo travolgente e la deflagrante e ribelle potenza evocativa, e codiretto dalla sua autrice assieme a Coralie Trinh Thi, fece scandalo sin dal titolo, esplicito, diretto, inequivocabile: passato dal prestigioso festival di Locarno, la sua avventura in sala fu tormentata, nonostante le due registe siano state definite come le autrici della verità sessuale nientedimeno che dal Time e benché Beppe Attene di Làntia, uno dei distributori italiani assieme a BiM ed Elleu, abbia addirittura citato Ken Loach come pietra di paragone per la schiettezza della denuncia dell’abiezione sociale che, al di là di ogni convenzione e perbenismo, passa narrativamente anche attraverso il sesso. Il volume torna in libreria, più attuale che mai, in questi nostri tempi violenti, scabrosi e protervi: la vicenda è quella di Manu, che, sequestrata da una gang, viene violentata con un’amica in un cortile, mentre Nadine assiste all’omicidio del proprio ragazzo, tossicomane e spacciatore, il quale le aveva commissionato una consegna in una località montana verso cui da Parigi decide comunque di partire insieme all’altra ragazza, che conosce solo superficialmente, e che nel frattempo ha ammazzato, durante un’esplosione di rabbia, il fratello che l’aveva accusata di non aver fatto nulla per evitare lo stupro, esattamente come Nadine, nel corso di un litigio, ha fatto fuori la propria coinquilina… Vibrante e magnetico.

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“Trilogia della città di Parigi”

71YpFqjO9kL._AC_UY218_ML3_.jpgdi Gabriele Ottaviani

È anche una ragazza per bene – non è una baldracca come tante che con la scusa della liberazione delle donne va in giro a sfasciare famiglie. È minutissima, troppo elegante per fare l’attrice, e infatti fatica a sfondare anche se è molto più bella e con più presenza della maggioranza delle pompinare che occupano abusivamente gli studi televisivi. E proprio perché c’era Elsa, quando quel porco di Jeff ha detto “ma andiamo da me – ho appena comprato casa – andiamo da me che qui non c’è posto, ci facciamo portare qualcosa lì”, Xavier ha seguito l’azione. Jeff ha comprato un appartamento troppo di merda. Di sicuro nasconde qualcosa, quest’uomo mente, si sente puzza di eredità e lui fa finta di essere uno che non deve niente alla famiglia ma è evidente che quest’appartamento deve averlo ereditato, anche un cretino come Jeff non comprerebbe uno schifo del genere. E però, c’ha tenuto a ripeterlo, gli è costato quattrocentomila euro, lo ha detto per sottolineare che ha i mezzi per rimorchiare chi gli pare. La serata è stata atroce. Hanno sparlato di Delarue, come se tutti i presenti avessero scoperto solo adesso che quel tizio è un pezzo di merda circondato da idioti leccaculo che ucciderebbero padre e madre per una testimonianza che l’indomani faccia notizia. Xavier se n’è stato zitto – non gli andava di bruciarsi con Serge incazzandosi. Né di fare vedere a Elsa quanto era scoraggiato. Avrebbe voluto prenderla da parte e dirle che ci teneva a lei – quanto gli piacesse, che pensava a lei anche se non la vedeva per sei mesi… Solo che una volta che si dice a una mi piaci, è come chiederle di scopare. C’è solo un modo per restare fedeli, ed è mantenendo la distanza fisica. Fintanto che si sta a tre metri dal corpo desiderato, le possibilità che la cosa degeneri si riducono di parecchio. Jeff ha passato la serata a prenderlo in giro, con i suoi modi simpatici. Xavier non ha reagito. Ha ascoltato gli intellettuali del cinema francese autocompiacersi della qualità delle loro opere, rallegrarsi di ritrovarsi a Cannes. Cannes, si è detto Xavier, è la sagra della salsiccia piena di puttane con le Louboutin ai piedi. Tutti a ingozzarsi di caviale, il naso pieno di cocaina, dopo avere premiato il cinema rumeno. Gli intellettuali di sinistra adorano i rom, perché li vedi soffrire un casino e non li senti parlare mai. Delle vittime adorabili. Ma il giorno in cui uno di loro prenderà la parola, gli intellettuali di sinistra cercheranno altre vittime silenziose. Che banda di poveracci, pensava Xavier, il loro grande eroe è Godard, un tizio che non pensa che ai soldi e che si esprime con giochi di parole. Be’ sì, se il punto di partenza era quello, di sicuro erano riusciti a precipitare in caduta libera. Com’era giusto che fosse. Xavier è tornato a casa non così devastato da stare male. S’è masturbato in gabinetto pensando a Elsa, poi s’è lavato le mani ed è crollato a letto accanto alla moglie. Detesta farlo, ma non sarebbe riuscito ad addormentarsi. È solo la mattina dopo che ha capito a che punto la serata era stata indigesta.

Trilogia della città di Parigi – Vernon Subutex, Virginie Despentes, Bompiani, traduzione di Tiziana Lo Porto. Sono stata a letto con centinaia di maschi senza mai rimanere incinta, e comunque sapevo dove andare ad abortire, senza l’autorizzazione di nessuno, senza rischiare la pelle. Sono diventata una puttana, ho passeggiato per la città con tacchi alti e profonde scollature, senza doverne render conto a nessuno, ho incassato e speso ogni centesimo che ho guadagnato. Così parla di sé medesima Virginie Despentes: scrittrice e regista – celebre e scandaloso, soprattutto a detta degli ipocriti, Baise-moi, in Italia Scopami -, ha talento di narratrice, non lascia nulla al caso né all’approssimazione, con acume deflagrante, destabilizzante e formidabile e senza pruderie alcuna dipinge e declina nella sua caleidoscopica policromia la realtà sempre più decadente, malsana, marcia, squallida, falsa, cattiva, invidiosa, rabbiosa, proterva, materialista, mercificante e spersonalizzante che stiamo vivendo, prendendo le mosse dalla figura centrale di un uomo ai margini che ha un nome, il Vernon Subutex del titolo, che è e sembra un marchio, di materassi, per la precisione, magari uno di quelli buttati in mezzo alla strada quando non si sa più cosa farsene in una via certo periferica della vera e irresistibile, vibrante e pulsante prima attrice, santa e assieme meretrice, sublime e frizzante, di questa commedia umana così ben descritta, in cui gravitano, tutti in cerca di un senso al loro vagare, attorno a lui, venditore di dischi travolto dalla crisi e mantenuto da un cantante di grido che però muore d’overdose nella vasca da bagno gettandolo in mezzo alla strada con la sola ricchezza di qualche video privatissimo gelosamente conservato, ricchi e poveri, trans e donne col velo, criminali e filosofi: Parigi, o cara. Da non perdere.

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“King Kong Theory”

9788860446299_0_150_0_75.jpgdi Gabriele Ottaviani

Avevo scoperto una ricetta per attirare più attenzioni di quante potessi gestirne. Questa cosa ha diminuito più di quanto avrei creduto la mia aggressività nei loro confronti – che, contrariamente a quel che si crede, è piuttosto moderata. A mandarmi in bestia è ciò che si vuole impedirmi di essere o di fare, non ciò che loro sono o fanno. È parlarne che è difficile. Quello che implica nella testa della gente che poi mi ritroverò ad affrontare. La condiscendenza, il disprezzo, la familiarità, le conclusioni fuori luogo. Quando sono arrivata a Parigi, la pratica si è complicata. Molte più ragazze, molte più bianche, dell’Est, bellissime, molti più clienti pericolosi. I server Minitel erano sempre più controllati, difficile selezionare come prima. Conoscevo male i quartieri dove andavo. E se cercavo di ripiegare su lavori tipo massaggiatrice o spogliarellista, per avere un inquadramento, le percentuali erano ridicole, i locali troppo piccoli, l’offerta sempre superiore alla domanda, cosa che tra le ragazze creava un clima di merda. E non ero più single, per cui sono cominciate le bugie, con la sensazione di portare a casa le mie schifezze. Perdita dell’equilibrio. Smettere è difficile. Tornare a lavori pagati normalmente, essere trattata normalmente, da stipendiata. Alzarsi la mattina, doverci passare le giornate. E comunque, per quanto mi presentassi dappertutto, non riuscivo a trovare niente.

King Kong Theory, Virginie Despentes, Fandango, traduzione di Maurizia Balmelli. Sono stata a letto con centinaia di maschi senza mai rimanere incinta, e comunque sapevo dove andare ad abortire, senza l’autorizzazione di nessuno, senza rischiare la pelle. Sono diventata una puttana, ho passeggiato per la città con tacchi alti e profonde scollature, senza doverne render conto a nessuno, ho incassato e speso ogni centesimo che ho guadagnato. Così parla di sé medesima l’autrice di questa pubblicazione, un potentissimo atto di autodeterminazione: scrittrice e regista – celebre e scandaloso Baise-moi, in Italia Scopami -, Virginie Despentes dipinge a suo modo l’affresco policromo della nostra proterva società. Destabilizzante, formidabile, mirabile. Da leggere.

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