Libri

“Un uomo felice”

hai zidi Gabriele Ottaviani

…della giovinezza solo si può dire

quanto sia fragile…

Un uomo felice, Hai Zi, Del Vecchio Editore. A cura di Francesco de Luca. Introduzione di Ling Hongwei. Postazione di Massimo Bocchialini. Con testo a fronte. Suicidatosi due giorni dopo il suo venticinquesimo compleanno, il ventisei di marzo del millenovecentoottantanove, mentre la sua terra era agitata da numerosi tormenti, sdraiandosi sul binario di Shanhaiguan, Hai Zi, pseudonimo di Zha Haisheng, è una voce lirica straordinaria, caleidoscopica, policroma, raffinatissima, universale, surreale, trascendente (ovvio che gli ingranaggi protervi della propaganda di regime, nonostante il grande successo, abbiano fatto di tutto per evitare che comparisse e compaia nel canone nazionale), capace di far vibrare con intensa dolcezza e delicata grazia le corde dell’anima di ciascuna delle persone che abbia la grande fortuna di potervisi ritrovare immersa: questa raccolta di componimenti è assolutamente imprescindibile.

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“Il buio e altre storie d’amore”

il buio.PNGdi Gabriele Ottaviani

Sprofondai nel buio e immaginai che la scatola contenesse un vestito da sposa ingiallito, o una collezione di parrucche, o le pelli degli animali che il padrone di casa aveva ucciso e scuoiato. Il seminterrato era freddo e silenzioso. Rabbrividii. “Lielle?” mormorai. Poi la sua testa coperta e in controluce, spettrale nel buio del seminterrato comparve dalla finestra sopra di me. Che stai facendo? Dove sei? Ti stavo aspettando davanti alla porta sul retro. Lo disse lentamente, come se fossi io quella per cui l’inglese era la seconda lingua. “Vai di sopra e aprila.” “Non ci vado di sopra ad aprire la porta.” “È così che si fa. Non la guardi la TV?” “Non aprirò la fottuta porta per te. A malapena ci vedo.” La sua testa sparì e venni di nuovo abbandonata. Stavo per mettermi a urlare quando vidi le sue gambe passare dalla finestra, poi i suoi fianchi. Si infilò dandosi una spintarella e mi finì addosso, dandomi una gomitata in faccia. “Gesù, ahi.” “Scusa.” Senza rendersene conto, mi stava tenendo la mano. La nostra pelle sudaticcia ci aveva incollato insieme eravamo unite nella paura. Sprofondai nel buio e immaginai che la scatola contenesse un vestito da sposa ingiallito, o una collezione di parrucche, o le pelli degli animali che il padrone di casa aveva ucciso e scuoiato. Il seminterrato era freddo e silenzioso. Rabbrividii. “Lielle?” mormorai. Poi la sua testa coperta e in controluce, spettrale nel buio del seminterrato comparve dalla finestra sopra di me. Che stai facendo? Dove sei? Ti stavo aspettando davanti alla porta sul retro.” Lo disse lentamente, come se fossi io quella per cui l’inglese era la seconda lingua. “Vai di sopra e aprila.” “Non ci vado di sopra ad aprire la porta.” “È così che si fa. Non la guardi la TV?” “Non aprirò la fottuta porta per te. A malapena ci vedo.” La sua testa sparì e venni di nuovo abbandonata. Stavo per mettermi a urlare quando vidi le sue gambe passare dalla finestra, poi i suoi fianchi. Si infilò dandosi una spintarella e mi finì addosso, dandomi una gomitata in faccia. “Gesù, ahi.” “Scusa.” Senza rendersene conto, mi stava tenendo la mano. La nostra pelle sudaticcia ci aveva incollato insieme eravamo unite nella paura.

Il buio e altre storie d’amore, Deborah Willis, Del Vecchio. Vi è in ogni biografia un punto di rottura, un prima e un poi. Vi è in tutte le narrazioni una perdita di equilibrio: può accadere che qualcosa irrompa o che, come nel caso di queste 14 storie, svanisca. Come avviene a Nathan, scrittore di provincia che abbandona il suo scrittoio in soffitta, sceneggiature incompiute, domande irrisolte di chi è rimasto a casa. Così il cowboy lasciato dalla moglie viene sedotto da una ragazzina di città. Un dottore, dopo un grave lutto, si dà al black–jack. Un’indovina non riuscirà a prevedere il dolore della figlia. Che siano una gelataia con il viso coperto di lentiggini che porta il nome di Nina Simone, o l’insegnante di francese alla ricerca della libertà, i personaggi di queste storie sono come ancorati a un evento incancellabile: un vuoto con il quale camminano, respirano, convivono. La scomparsa scava il solco del dubbio: qualcosa non è andato via per sempre, è semplicemente altrove, lontano, invisibile, ma c’è, e questa presenza è un movente di straordinaria complessità. Deborah Willis, giovane talento della letteratura canadese, esplora l’assenza, le modalità con cui si abbandona o si è abbandonati e lo fa con economia di parole, nitidezza di immagini, controcampi e alternanza di punti di vista. Una scrittura sapiente e virtuosa, che racconta storie di rara intensità emotiva, non prive di humour nero, con una voce nuova ma già inconfondibile. Così si è scritto di Deborah Willis, classe millenovecentoottantadue, canadese, quando è uscita, facendo, giustamente, sensazione, la sua raccolta di racconti, in Italia col titolo evocativo di Svanire, in cui ha magistralmente indagato l’insostenibile peso dell’assenza, tema che in questa nuova prova letteraria, ancora connotata da un insieme di forme brevi, che esaltano l’icastica densità della sua prosa, ritorna, assieme a molti altri: la percezione dell’ambiguità, del non detto, dell’inesprimibile, ineffabile, invisibile, del buio che cerca la luce che lo dissipi, del senso, in definitiva, del vivere con tutte le sue contraddizioni è qui declinata con eleganza e raffinatezza. Da non farsi assolutamente sfuggire.

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“Martin Hewitt, investigatore”

di Gabriele Ottaviani

– Chi era? – chiese Hewitt, che aveva osservato il visitatore attraverso le finestre della saletta privata. – È Danby, l’allibratore. Tipo sveglio. Gli hanno detto che Crockett è scomparso, ci scommetto tutto, ed è venuto qui a torchiarmi. È stato inutile, comunque. Metà delle mie scommesse complessive su Sammy Crockett le ho inserite tra le sue… tramite terze parti naturalmente…– Hewitt allungò la mano per prendere il cappello. – Esco per circa mezz’ora. – disse – Se Steggles vuole andarsene prima che io sia di ritorno, non glielo lasciar fare. Mandalo a togliere le impronte dalla pista di cenere, con attenzione. E, tra l’altro, è possibile avere tuo figlio qui a disposizione, in caso abbia bisogno di un piccolo aiuto? – Certo. Gli dico di tenersi qua pronto. Ma a cosa ti serve la pista di cenere pulita? – Hewitt sorrise, dando un colpetto con la mano sulla spalla del suo ospite. – Ti spiegherò ognuno dei mio piccoli trucchetti a lavoro finito – disse, e uscì.

Martin Hewitt, investigatore, Arthur Morrison, Del Vecchio. Traduzione di Angelo Riccioni. Scrittore e giornalista inglese dallo stile semplice, brillante, vario, policromo ed eclettico, Morrison è l’inventore di un personaggio riuscitissimo, intelligente, affabile, affascinante, pacato, elegante, irresistibile, sin dalla sua prima comparsa, in rivista, il rivale di un altro detective che si muove con souplesse nella Londra vittoriana ambigua e ipocrita, nientedimeno che Sherlock Holmes: questa è la prima avventura di Martin Hewitt. Ed è da non perdere. Per nessuna ragione.

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“Andreas o i riuniti”

ANDREAS_coverdi Gabriele Ottaviani

La crisi religiosa responsabile della scissione di Maria. Una preghiera. (Questo racconta Sacramozo ad Andreas). Da allora Maria è piena di disgusto di fronte all’atto vero e proprio (conosce il vago languore, una consapevolezza fisica – che le fa orrore – della cosa): è una vedova. Suo marito era crudele. Sentimenti opposti di Andreas in presenza delle due donne: la vicinanza di Maria lo rende felice, gli fa sembrare più bello il mondo. Mariquita lo rende cupo, teso, selvaggio; dopo: scontento, svuotato. Sacramozo si imputa la morte di una persona amata. Mariquita sostiene direttamente che abbia avvelenato qualcuno.

Andreas o i riuniti, Hugo Von Hofmannsthal, Del Vecchio. Traduzione di Andrea Landolfi. Scrittore, poeta, drammaturgo, librettista, enfant prodige, genio secondo Zweig, che pure era un grandissimo, e non solo, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, ucciso da un’improvvisa emorragia cerebrale mentre stava per accompagnare il feretro del giovane figlio suicida alla tomba in cui sarebbe stato tumulato, è autore dalla Weltanschauung complessa e innovatrice: questo testo, per cause di forza maggiore necessariamente incompiuto, ma comunque preziosissimo, narra, per definizione dell’autore stesso, la gioventù e la crisi di un giovane austriaco in viaggio per Venezia, nell’anno della morte di Maria Teresa, despota illuminata per antonomasia. E…

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Libri

“Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi”

di Gabriele Ottaviani

Di nuovo, immagini, parole, frasi intere iniziarono a fronteggiarsi nella sua testa. Vide un cineasta tedesco che andava a piedi fino a Parigi per salvare misticamente un’amica ammalata; un filosofo che vagabondava da Ginevra a Montpellier, poi da Ginevra a Torino, per monti e per valli; il suo stesso nonno, l’hajj Maati, passeggiatore solitario che trotterellava verso Moulay Abdallah con, nella bisaccia, qualche dattero, del pane, del latte e delle olive. Camminava, leggermente chino in avanti, costringendosi a un esercizio difficile: “vedere” le parole e le frasi che lo assalivano senza cercarne il significato; che tutto ciò non sia altro che musica; che non sia il mio mondo, ma solo la sua partizione. Vorrei che il mio mondo tornasse a essere come me lo raccontano i miei sensi; che io abbia fame e sete, semplicemente, come un gatto, come un furetto, senza interpretazione; che io veda il giallo del grano senza che ci si metta di mezzo un pittore olandese; che io protegga i miei occhi dal sole senza che un poeta mi sussurri all’orecchio: «Mezzogiorno, re dell’estate, sospeso sulla pianura»…

Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi, Fouad Laroui, Del Vecchio. Traduzione di Cristina Vezzaro. Sessantunenne, nato a Oujda da una famiglia originaria di El Jadida, Fouad Laroui vive ad Amsterdam dove svolge la professione di insegnante. I suoi libri, caratterizzati da uno stile brillante, intelligente, sensibile, intenso, profondo, variegato, poliedrico, caleidoscopico, ricco di sfumature, livelli di lettura e chiavi di interpretazione, hanno ottenuto i più prestigiosi premi letterari, tra cui il Goncourt e, come nel caso del testo in questione, insignito del prestigioso riconoscimento di cui si sta per fare menzione cinque anni fa, il Jean Giono. E con pieno merito, verrebbe da dire: questa avvincente prosa racconta con dovizia di particolari la storia di un uomo, un brillante professionista che però all’improvviso si chiede, trovandosi a riflettere sul suo passato e le proprie radici, se non sia il caso di fermare la forsennata corsa verso un non-luogo e un successo che non gli interessa né gli appartiene e cambiare radicalmente ogni cosa. Pertanto… Appassionante.

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Libri

“La cura degli alberi”

51vI+oNPgPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Raccontò quel che sapeva, in poche frasi.

La cura degli alberi, Ludovico Del Vecchio, Elliot. Jan De Vermeer è un poliziotto italobelga che non fa più guerrilla gardening, attende un figlio dalla sua compagna, non è più perseguitato da un pericoloso criminale, che è stato assicurato alla giustizia, e come tutti nel Modenese nell’anno del Signore duemiladiciassette vive un’estate in cui all’afa si somma il fermento per il megaconcerto di Vasco Rossi, un’occasione di festa ma che si teme qualcuno possa scegliere con ben altri obiettivi. E infatti il destino bussa di nuovo alla porta di questo stropicciato antieroe che sembra uscito dalla penna di Soriano e che si appresta a vivere e far vivere un’imperdibile avventura. Da leggere.

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fumetti

“Nueces Valley”

Cattura.PNGdi Gabriele Ottaviani

Tex – Nueces Valley, Mauro Boselli (soggetto e sceneggiatura), Pasquale Del Vecchio (disegni), Sergio Bonelli editore. I Comanche sono una tribù nativa americana. Sovente attaccano le carovane dei coloni che, animati da spirito pionieristico, a bordo dei loro conestoga stracarichi di qualsiasi bene di prima necessità attraversano lande più o meno desolate verso ovest in cerca di un luogo gradito per fondare la propria casa. Un giorno, viaggiando per il Texas meridionale, Jim Bridger, un indomito apritore di piste, si imbatte in una scena di questo genere: tra i suddetti coloni ci sono Mae e Ken Willer. I genitori del ranger dei ranger. Ovvero il mito. La leggenda. Tex… In principio in questo caso non era certo il verbo, ma la Nueces Valley, laddove tutto ha avuto inizio: che dire? Semplicemente imprescindibile per tutti gli amanti del genere. E non solo. Perché fumetti come questi sono pura arte, senza se e senza ma. Ben scritti, ben disegnati, appassionanti come e più di un film. O un’avventura da vivere sulla propria pelle.

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Libri

“Ho sposato mia nonna”

facebook_event_1897356950514369.jpgdi Gabriele Ottaviani

Biglietto che mi ha dato mia nonna una volta che sono andato con degli amici in Trentino:

 

  • Se hai il raffreddore prendi un’aspirina dopo i pasti
  • Se ti viene il mal di pancia da freddo prendi una pastiglia
  • Alla sera fai asciugare sul calorifero i guanti e le calze e stendi bene la roba
  • Mettiti sempre il pigiama
  • Non mangiare troppo

 

Biglietto che mi ha lasciato sul cofano dell’auto della nonna il nostro vicino di casa:

 

  • Vecchia troia se metti ancora la macchina in questo parcheggio privato ti faccio secca a te e a quel fallito di tuo nipote che si fa le pippe a quarant’anni
  • Valla a mettere in culo a tuo marito la macchina e se lì non trovi posto mettila al cimitero e resta lì che tanto manca poco
  • Addio merde

 

Ho sposato mia nonna, Tito Pioli, Del Vecchio. Norma è entrata da qualche tempo in quell’età che non è più tanto verde. È un’insegnante. È precaria. È in ogni modo quasi sul punto di andare, finalmente, in pensione. Ha tante manie. Tato è giovane. È un giornalista. È un freelance. E anche questa, in effetti, in questi nostri tempi moderni, è una voce che nel dizionario delle manie trova il suo congruo spazio. Per non parlare del vocabolario delle perversioni con coazione a ripetere: in quella sede probabilmente non mancano nemmeno le illustrazioni… Ha un blog. Pubblica lì quelle notizie per cui il giornale locale per il quale collabora, per un salario che pare davvero difficile immaginare bastevole per più di una parca e sporadica spesa al discount, evitando accuratamente i beni di maggior pregio non sprecherebbe neanche l’ombra di una goccia di inchiostro. Norma è la nonna. Ed è anche un’esodata, vedremo più avanti. Tato è il nipote. Ma sono pure marito e moglie. L’uno dell’altra, in questo altrove che a sua volta è Rebibbia, il quartiere dove vivono, periferia dagli accenti lirici e dai contrasti scabri. Perché il loro è amore, e vero, benché non abbia assolutamente nulla a che fare con quella dimensione erotica che al vellicato e curioso pubblico da televisione generalista fa decisamente orrore, quantomeno a parole… Tito Pioli scrive con brillantezza e agilità invidiabili un romanzo che si fa beffe anche per costituzione delle convenzioni, e al tempo stesso è una storia che sembra a tutti di conoscere. O poter conoscere. Da non lasciarsi sfuggire.

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“Qualche altro giardino”

s-l225di Gabriele Ottaviani

Durante un prolungato soggiorno in Francia tra il 1979 e il 1980, mi trovai spesso a passeggiare nei giardini della Reggia di Versailles, mentre mio marito, l’artista Tony Urquhart, dipingeva accurati scenari di viali, parterre e foreste in lontananza. Con l’andar del tempo, la rigorosa formalità di quei giardini accese la mia curiosità, e in quella formalità cominciai a vedere la metafora del tipo di autorità dispotica che un re potente come Luigi XIV poteva esercitare. Alla fine conclusi che un uomo addirittura un re – che voleva controllare il mondo della natura a tal punto, presumibilmente, avrebbe voluto avere lo stesso controllo assoluto non solo delle persone che gli stavano accanto, ma anche della propria vita emotiva ed interiore. Di lì a poco mi detti a leggere tutto quanto mi fosse possibile sulla vita privata di Luigi XIV; in tal modo venni a conoscere nei dettagli la storia della seconda e, a mio parere, più interessante delle sue amanti, Francoise-Anthenais, Marchesa de Montespan, meglio conosciuta come Madame de Montespan. Madame de Montespan era una donna bella, intelligente e vivace la quale, quando la sua relazione con il re cominciò a vacillare, fu coinvolta in quello che divenne noto come “lo scandalo dei veleni” . Le poesie qui raccolte furono, per molti versi, un tentativo di guardare il paesaggio, la corte e lo stesso re con gli occhi di questa donna.

[…]

La mia veste nasconde

la struttura delle stanze

modella i pomeriggi

in grottesca geometria

tutto ciò che tocco

si gonfia ai bordi

queste lenzuola

quelle piume

la gonna di satin gettata via

appaio alle finestre

mi dissolvo sulle soglie

fuori della mia pelle

si muove il tuo polso

e diviene tra il silenzio

confusione

Jane Urquhart, Qualche altro giardino, traduzione di Laura Ferri, Del vecchio editore. L’immaginazione ha ali amplissime, che attraversano il cielo dei pensieri e regalano a uomini e donne sprazzi di libertà dalla consuetudine, dalla noia, dal male di vivere. Luigi XIV è forse il sovrano dei sovrani, la sua corte è l’emblema, il paradigma e la sintesi di tutto quello che si pensa si possa attribuire all’idea stessa della monarchia, del potere supremo, assoluto, fatto di lusso e lussuria. E lussureggiante è il giardino della sua dimora, nei cui corridoi si avverte distintamente il fruscio delle vesti delle amanti. In particolare Madame de Montespan, il cui ritratto emerge per intima delicatezza e insieme passione. Le composizioni originariamente raccolte in opere diverse, di trenta e più anni fa, redatte da Jane Urquhart, penna sublime, rivivono in questa opera da non perdere.

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“I dodici cerchi”

14651029649064-Andru-coverdi Gabriele Ottaviani

Quindi lui le diede la sua mano orribilmente fredda e, stringendole il polso fino a farle male (sentì quel freddo persino attraverso il giaccone e il golf), la strappò dalla trappola fangosa, ma non la lasciò, tirandola con forza a sé, mentre l’altra mano scivolava dietro la schiena fino al punto dove si trovavano le rotondità del sedere, spingendosi insistentemente nella fessura sottile tra le calze e le mutandine, cominciò a cercare le labbra di leicon le sue, colpendo in modo goffo ora le guance ora il collo, lei con tutte le forze resisteva (“Ah, allora sarei una puttana, vero?”), lui si gettò su di lei con tutto il corpo, chiudendole le spalle nelle sue e rovistando con le mani sotto il golf dappertutto gli era venuta voglia di possederla lì, direttamente su quel passaggio a livello, mentre le alitava la sua mistura fermentata alla nocciola, ma quando provò a toccare con un dito la chiusura lampo dei suoi jeans, lei fu in grado (“Te lo scordi, una tale soddisfazione io non te la do!”) di liberare un braccio e di mollargli un manrovescio sulla guancia, facendogli saltare quei suoi maledetti occhiali.

Jurij Andruchovyč, I dodici cerchi, traduzione di Lorenzo Pompeo, Del Vecchio. A voler sintetizzare in un’unica parola il tema principale di questo libro, senza dubbio la più adatta è transizione. Perché è esattamente questo lo stato che viene descritto, attraverso una prosa che si fa conglomerato di tanti differenti livelli. Una prosa difficile e letteraria, tanto quanto a uno sguardo lieve appaia invece semplice la trama. La storia, di base, di un ritorno, continuato e prolungato nel tempo, di un fotografo austriaco che subisce il fascino non solo dell’Ucraina, ma anche dell’interprete che l’accompagna, di cui diviene amante. L’interprete, a sua volta, non è libera, e tutta questa serie di contraddizioni si ritrova a esplodere esattamente come il riverbero dei sedimenti di una vicenda storica fatta di dominazioni, compromessi e antitesi passata pure attraverso la violenza, che si rispecchia a sua volta nei comportamenti dei personaggi e nel linguaggio stesso, potente e di chirurgica precisione, che caratterizza la scrittura dell’autore, che descrive il passaggio, il progresso o presunto tale, attraverso il trauma che sempre lo genera.

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