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“That’s (im)possible”

24910097_10155215859197781_5608207672483132561_ndi Gabriele Ottaviani

Giocare a That’s aveva qualcosa di filosofico. Tutto ciò che riguarda l’infinito e la probabilità prima o poi sfocia nella filosofia. Facciamola semplice: state camminando e mentre camminate state fumando una sigaretta; intanto arrivano nella direzione opposta una donna e suo figlio, mano nella mano. Contemporaneamente cinque automobili stanno percorrendo la strada parallela al vostro marciapiedi e due piccioni stanno tubando sul cornicione sopra la vostra testa. Voi buttate la sigaretta per terra e vi fermate per spegnerla col piede proprio mentre uno dei piccioni plana giù verso la strada distraendo uno degli automobilisti che tampona l’auto davanti. Il bambino lascia la mano della mamma e corre verso la strada per guardare l’incidente. Voi lasciate perdere la sigaretta e afferrate il bambino impedendogli di finire per strada. La madre vi ringrazia e vi invita a prendere un caffè per sdebitarsi. Voi accettate, è davvero una bella donna. Vi scambiate i numeri di telefono prima di salutarvi, la chiamate due giorni dopo. Lei è single, in pochi mesi diventa vostra moglie e il bambino che avete salvato vostro figlio. Quante possibilità c’erano che questa cosa accadesse, che voi vi fermaste a spegnere la sigaretta proprio in quel punto e proprio mentre il piccione planava verso la strada distraendo l’automobilista e così via? Quante variabili erano in gioco? Infinite. Qual era la probabilità che quelle variabili coincidessero tutte a cambiare il vostro destino? Nulla, infinitesimale. Era una cosa impossibile eppure è accaduta proprio a me. Le cose impossibili accadono continuamente. Per questo giocavo a That’s. Per questo ci giocavano tutti.

Tutti abbiamo sogni. Tutti abbiamo illusioni. Tutti ci facciamo ingolosire dalle luci della ribalta. Tutti, prostrati dalla fatica quotidiana, desideriamo cambiare vita in modo facile e rapido. Tutti tentiamo la sorte, giochiamo con essa. Chi più, chi meno. Per essere felici. Quantomeno, per raggiungere quel luogo che immaginiamo che per noi rappresenti e racchiuda la gioia. That’s (im)possible è la storia della più incredibile lotteria di tutti i tempi: giocare è facile, costa poco, la posta è altissima, ma la probabilità di vincere è praticamente impossibile. O forse no. Anzi. È sufficiente fare una cosa sola, puntare sul numero più grande che si riesca a pensare. Sembra chiarissimo. Ma non lo è. Tutti si interrogano, cercano di capire, di penetrare il mistero, com’è umano e naturale. Cristò, quarantaduenne barese, pubblica per Intermezzi una corale e riuscitissima allegoria del nostro mondo che tutto mercifica. Da leggere.

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“Restiamo così quando ve ne andate”

timthumbdi Gabriele Ottaviani

Suono Weill. «Rispondimi – dice. – Smetti di suonare e rispondimi.» Non piange. «Non so tu – continua – ma io ho bisogno di soldi. Si tratta di un lavoro ben pagato.» Suono. «Magari qualcuno degli invitati ci chiama poi al suo matrimonio – dice. – Potrebbe funzionare. Ti hanno licenziato dall’ ipermercato – è come gliel’ho raccontato io. – Come pensi di campare?» Non sta piangendo. Sta urlando. «Smetti di suonare – sta urlando. – Rispondimi. Come pensi di campare? Hai una strategia? Hai un obiettivo?» Smetto di suonare. «L’obiettivo sono io» dico. Monica esce dalla stanza. Si mette il cappotto e se ne va da casa sbattendo la porta. Rimango seduto al pianoforte, nel silenzio. Tre colpi sul muro. Fatima applaude. Fatima applaude.

Restiamo così quando ve ne andate, Cristò, Terrarossa edizioni. Vita, amore e morte. E musica, naturalmente, canto e controcanto per paure, speranze, sogni, bisogni e ossessioni. L’esistenza contemporanea è fatta di abiti, abitudini e abitazioni, e ogni abitazione di norma si compone di stanze, vani che possono essere vuoti ma certo non vacui: sono il fondale che decoriamo, il mondo in cui ci muoviamo, ci vestiamo, ci addormentiamo, facciamo sesso o ci ritroviamo a piangere con l’anta del frigo aperta perché così nessuno lo veda, nemmeno il nostro riflesso nello specchio quando siamo soli. Sono personaggi inanimati della nostra quotidianità: ebbene, Cristò, giovane e brillantissimo autore barese, dalla vena dolce e dolente, tragicomica, ironica, allegorica, dà voce. A loro e al male di vivere di un quarantenne che lavora in un ipermercato e che combatte senza convinzione la noia che lo attanaglia. Ma… Da non perdere.

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