Libri

“La città interiore”

covavivh-la-citta-interiore.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il 22 giugno 1946, venti giorni dopo che l’Italia è diventata una repubblica, Paul Éluard arriva a Venezia col treno della notte. Viene da Belgrado, ma prima è stato a Sarajevo e a Zagabria, insomma è il ritorno di un viaggio trionfale in Jugoslavia. Nel pomeriggio sarà l’ospite d’onore a un convegno letterario organizzato a Palazzo Grassi e l’indomani riprenderà la strada per Parigi. Ma non si tratta solo della tournée di una stella della letteratura europea, Éluard combina in sé il doppio ruolo di poeta e militante politico, il vecchio dadaista con la tessera del Partito comunista, il tipo d’intellettuale che in quel frangente gode delle quotazioni più alte, maturate in tempi non sospetti alternando produzione lirica e proselitismo. Non a caso il titolo del suo discorso sarà: La poesia al servizio della verità. In Jugoslavia i suoi accompagnatori gli hanno parlato di un certo poeta partigiano, un croato che ha denunciato i croati per difendere i serbi da cui è stato ammazzato. Un messaggio per le nuove generazioni, il martire di tutti i fascismi. Deve aiutarli a lanciarlo in Francia, magari in tutta Europa, da loro è già una leggenda.

La città interiore, Mauro Covacich, La nave di TeseoL’uomo è per natura un essere sociale… Così dice Aristotele. Del resto la tendenza all’aggregazione nasce insieme all’uomo, che da sempre ha cercato un modo per poter affrontare al meglio delle proprie possibilità, e quindi non con le sue sole e singole forze, ché non v’è alcuno sul globo che possa salvarsi senza aiuto, le avversità che l’ambiente nel quale si trovava a vivere quotidianamente gli riservava sul cammino: si può dire pertanto, naturalmente evitando banalizzazioni che invece sarebbero molto facili e immediate, che la città è nell’uomo (non a caso Italo Calvino attribuisce alle sue città invisibili nomi propri di persona, a voler essere precisi femminili, perché la città è generatrice; per esempio, produce testi, e i testi producono la città, come, per nominarne una e una sola, Zenobia, immagine potentissima e surrealista: Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benché posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l’un l’altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d’acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati…), è, inserendo in un contesto diverso da quello consueto una frase tanto celebre da essere divenuta finanche abusata, la misura di tutte le cose, il punto di riferimento, il metro di paragone e il filtro attraverso il quale viene interpretata la realtà, e a volte è anche un tramite tra due dimensioni apparentemente fra loro inconciliabili. Venezia, per esempio, che ha le strade d’acqua. Ma non solo. Ogni città ha i suoi confini, e i suoi confini sono luoghi di contatto e conflitto: non è per gioco a dadi della sorte che si verifica il fatto che le parole si somiglino. Immaginiamo allora cosa possa essere una città di confine, una città contesa. Come Trieste. Una città che, come tutte, è luogo di scambio culturale e commerciale, coacervo di valori comunitari, simbolo del potere costituito, laico o religioso – più spesso laico e religioso –tutto questo e molto altro ancora, organismo vivo e vivido che con il passare del tempo, con il divaricarsi sempre maggiore della sperequazione tra aree urbanizzate e rurali, ha assunto di volta in volta connotati ben precisi e caratteristici. Il volto s’è fatto pieno di rughe, ricolmo di fascino. S’è detto, però: la città è dentro. È nell’uomo. È dell’uomo. E Covacich torna nella sua. Trieste. È il millenovecentoquarantacinque. Flavio Covacich ha sette anni. Attraversa la città in cocci con una sedia in testa per andare a salvare il padre tra le cui ginocchia d’abitudine si rifugia. Un padre odiato di cui detesterà rivedere i gesti in quelli che gli appartengono e gli apparterranno, un padre che morirà di cirrosi nel millenovecentosettantadue, quando tra le ginocchia di Flavio c’è suo figlio, Mauro Covacich. Che vede colonne di fumo levarsi in alto di fronte all’osservatorio privilegiato dove li ha portati la mitica Vespa e chiede al padre, un socialista che parteggia più per i palestinesi che per gli israeliani, se siano in guerra. No, non sono in guerra, dice il padre. Ma è vero che a Trieste sta nascendo Gladio, anche se nessuno lo sa, è vero che c’è una divisione, zona A e zona B, italiani e titini, è vero che… Bildungsroman è definizione trita e ritrita, ma in questo caso è appropriata: Covacich, che ha raggiunto con pieno merito con questo volume la finale dell’edizione del duemiladiciassette del Campiello, edifica. Più che comportarsi da demiurgo rievoca e (ri)costruisce: la storia, certo, ma forse soprattutto i personaggi, che crescono, si formano, prendono forma e acquistano forza nel corso di una vicenda potente sin dalla prima riga, congegnata con precisione magnifica e vividissima, monumentale finanche in senso etimologico.

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“Di chi è questo cuore”

51l1WlomLwL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anch’io e il bagnino del circolo ci scambiamo pareri di lettura. O meglio, lo abbiamo fatto all’inizio, per un paio di mesi, finché non è successa una cosa. Mi era già capitato tempo addietro di frequentare una piscina dove il bagnino leggeva, quindi ero abbastanza preparato all’eventualità, però questo caso mi appariva più stupefacente: si tratta di un ragazzo sui trenta dall’aria simpatica, quasi sempre chino sul suo Kindle. I lettori passati al supporto digitale rappresentano una vera e propria rarità, sicché non potevo non ammirare questo bagnino (che tuttora ammiro), tanto meno potevo resistere alla tentazione di chiedergli cosa leggesse. Ogni mattina, uscendo dalla vasca o più spesso entrando, mi informavo sul libro in lettura. Erano quasi sempre romanzi americani, alcuni di autori italiani che nei ritagli di tempo svolgono anche l’attività di magistrato o di politico e vengono invitati nei programmi televisivi di intrattenimento che gli garantiscono il classico calcio in culo verso le vette agognatissime della classifica. Un po’ per invidia quindi, ma anche per un’oggettiva distanza dai miei interessi, quegli scrittori non li ho mai letti, per cui si è creata una serie di brevi dialoghi al termine dei quali ogni volta mi ritrovavo ad ammettere la mia ignoranza, rendendo piuttosto insensata ai suoi occhi, ne sono sicuro, la perseveranza con cui lo interrogavo. Che idea si sarà fatto di me?, ho cominciato a chiedermi. E se pensasse che le mie domande sono solo un modo per agganciarlo? Un intellettuale gay, o peggio, un sondaggista. Così una mattina gli ho detto: “Sai, devi perdonare la mia curiosità, il fatto è che anch’io da ragazzo facevo il bagnino e passavo le ore leggendo romanzi, proprio come te. E, non ci crederai, ho finito per scriverli.” “Ma va’?” mi ha risposto lui. Dopo di che si è limitato a osservarmi con un sorriso professionale, non più di un istante, prima di tornare con lo sguardo sul Kindle, mentre io ora potevo solo dirigermi verso la quinta corsia con la morte nel cuore. Come mi era saltata in mente una frase così stupida? E, non ci crederai, ho finito per scriverli. Da allora solo saluti garbati, a distanza. Un bel buongiorno, ricambiato con quella particolare nota stentorea che rende palese il distacco, l’indifferenza, nell’espressione di cordialità. Di certo non lo biasimo, è un atteggiamento più che comprensibile: il bagnino sarà circondato da persone che gli propongono i loro romanzi su Facebook, sarà senz’altro un bersaglio ambito del self-publishing praticato da amiche e amici, o più semplicemente avrà già incontrato decine di soci della piscina che, vedendolo leggere, gli avranno detto, spero in un modo meno goffo del mio, che anche loro scrivono libri.

Di chi è questo cuore, Mauro Covacich, La nave di Teseo. Il cuore è una pompa, un muscolo striato ma involontario. Diastole e sistole, dilatazione e contrazione, il sangue raggiunge ogni recesso del corpo umano, lo nutre e lo irrora, consente e mantiene la vita: e quando ci sono delle anomalie si è costretti a rivedere piani e programmi. È questo ciò che accade al protagonista di questo romanzo, che si chiama come il suo autore e che deve per cause di forza maggiore abbandonare lo strenuo ardimento straziante, matto e disperatissimo dello sport con cui anelava allenandosi di restare in forma e di sfuggire a modo suo alla dittatura del tempo che tutto fagocita e ogni cosa insaziabile erode, e rimettere nel giusto ordine le priorità. Prendendo le mosse da questo punto, però, come un tuffatore che sta per staccarsi dal trampolino o dalla piattaforma per compiere in volo artifici acrobatici prima di raggiungere l’acqua, grazie alla magia della letteratura l’autore riesce a riflettere, e far riflettere, sulla ragione e sui sentimenti, di cui il cuore è per tradizione la sede, e a indagare con grazia le mille fragilità dell’essere. Da leggere.

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“Fiona”

31H0X+z54QL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Su, forza, Top Banana,” insiste Diesel, indicandomi la sedia. “Non essere così assillante con il capo,” dice Rosita, soffiando nella tazza. “E tu non leccargli così il culo in mia presenza,” le risponde Diesel, sforzandosi di sorridere nelle parole il meno nervosamente possibile. Rosita ricambia il sorriso bevendo un altro sorso di eccitante liquido al sapore di toro. Davvero non so se gli indici di ascolto che otterrei mettendo loro nella casa di Habitat sarebbero formidabili o solo entusiasmanti. Istintivamente butto l’occhio sullo schermo in fondo alla stanza. Per un attimo le sistemo lì in mezzo, vicino ai femori scarnificati di Renzo, in sostituzione alle teste di serie Bettina e Fabrizia. Il titolo del giornale mi fa tornare lucido. “Siamo un po’ preoccupate. Non vorremmo che succedesse come l’ultima volta,” dice Diesel, riferendosi all’esclusione imprevista di Paola. “Non vorremmo sbagliare di nuovo.” “Ettore se ne deve andare,” dice Rosita per chiarire il concetto. “Perché? La telefonata con la moglie è andata benissimo. La gente lo ha premiato. Paola non stava simpatica a nessuno. Non capisco che cosa vi facesse preferire…” quella specie di commessa di Gap, ma non lo dico, “cosa vi facesse preferire lei a…”

Fiona, Mauro Covacich, La nave di Teseo. Il reality si fa sempre più estremo: le caratteristiche fondamentali sono sesso e violenza, violenza e sesso. Ed è di fatto, puntata dopo puntata, perché lo spettacolo non può né deve, mai e poi mai, fermarsi, l’unica connotazione dell’esistenza di Sandro, che per il resto procede in preda alla più totale e devastante abulia: solo Fiona gli è accanto. È piccola. È una bambina. È di Haiti. È giunta a Milano 2, e va all’asilo. In pratica non pronuncia una parola che sia una, la sua gola è un pozzo nero di silenzio. Sandro pensa allo show e corre a scuola, non fa altro: finché un giorno non si accorge che qualcuno li spia, e… Straordinaria allegoria del nostro tempo sciatto e prepotente, è una fotografia senza ombre, straziante e bellissima.

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“Prima di sparire”

31d+uQ5exdL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Vedo Anna che mangia sulle nostre tovagliette americane, gli occhi arrossati, tutta la forza di reagire concentrata nei capelli asciugati col diffusore, e poi niente, e poi eccola che disdice la serata, eccola che indossa la mia felpa di lavoro e va a dormire. Quando smetterà tutto questo? Smetterà mai? Ho davvero deciso di non tornare più a casa? Ancora una volta la parola che non dovevo pronunciare. Gli spasmi al colon si susseguono, del morso di prima hanno solo la lentezza, sembrano arrivare da più lontano ora, cominciano a strizzarmi dall’inguine, dalla vescica. Ecco il wine bar, ecco la farmacia, ecco la buca mimetica, è questa casa tua, mi dico. La buca mimetica è una piccola conca dell’asfalto, ha la forma semisferica di una terrina per le insalate, non è sbrecciata, non è avvistabile in nessun modo, la strada scende semplicemente lì dentro per non so quale cedimento ctonio e riaffiora trenta centimetri dopo. Fino a qualche giorno fa ci cascavo sempre, e me ne rammaricavo moltissimo. Era come se fosse Roma a tendermi un tranello in quella buca, era come se ogni volta volesse mostrarmi quanto poco le appartengo, quanto facilmente può ingannarmi, deridermi, farmi del male (nonostante il corsetto). Invece adesso non la prendo più, ho memorizzato le sue coordinate e la scanso facilmente, me ne sono appropriato. È questa casa tua, mi ripeto mentre spengo il motorino, lo metto sul cavalletto, allaccio la catena, compio gesti inscritti nella creta ancora fresca delle nuove abitudini. Gesti domestici, penso suonando il campanello. Casa, ripeto, come in una specie di training autogeno. “Chi è che rompe?” dice Susanna, con la sua voce da mocciosa, resa ancora più allegra, di un’allegria ancora più aliena, dall’effetto metallico del citofono.

Prima di sparire, Mauro Covacich, La nave di Teseo. Bisogna imparare ad amarsi e bisogna imparare a lasciarsi, si sa. Così come si sa che l’amore è tutto. E che il fatto che lo sia è tutto ciò che ne sappiamo. Non è possibile definirlo in maniera più appropriata, perché è proteiforme per antonomasia. Quando un amore nasce porta con sé un vento fresco, quando un amore muore sono nubi nerissime quelle che si addensano nell’anima, soffocandola. Scrivere può aiutare a elaborare il dolore, ma non c’è altra storia che valga la pena di raccontare se non proprio una storia d’amore, e allora la pagina si fa bianco sudario, spettro e specchio della propria disperazione, matassa da dipanare per raccontare e ricominciare a vivere. Indaga l’anima, Covacich, e lo fa con profonda e deflagrante passione.

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“A perdifiato”

41NPu-CQDtL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In realtà, non fosse stato per Laszlo, le ragazze avrebbero tirato dritto. Erano usciti da Matrix che, guarda caso, era anche il nostro film. Katalin e Magdolna imitavano gli ologrammi della prima sparatoria duellando con in mezzo Laszlo, più che altro per tormentare lui, e intanto si avvicinavano ignare. Poi Laszlo ci ha visti, ci ha indicati e a quel punto anche le ragazze sono state costrette a venire verso di noi. “Matrix good,” mi ha detto lui con la bocca trascinata a forza nel suo sorriso sghembo, prima di mettersi a parlare fitto con Agota. Mi infastidiva l’idea che vedessimo lo stesso film, non sopportavo che Laszlo pensasse che noi e loro, soprattutto io e lui, avessimo gli stessi gusti. No, caro Laszlo, come vedi, io non vengo al cinema in tuta e non giro con quelle due. Io sto con Agota. Spiacente Laszlo, non abbiamo gli stessi gusti. Mentre Agota ricambiava altrettanto fittamente le parole del nostro portaacque, ma con un che di contraffatto, quasi sintetico nella voce, io Katalin e Magdolna ce ne stavamo impalati con le mani in tasca. Le ragazze non potevano certo lamentarsi dell’incontro: stavolta non le avevo sorprese a strafogarsi di Big Mac. Magdolna anzi, a parte gli occhi fuori servizio per troppa efedrina, e tornata dalle vacanze abbastanza in ordine, emorroidi comprese. Non credo volesse evitarmi – una non si tinge i capelli da evidenziatore verde perche spera di passare inosservata – e comunque per un attimo mi ha pure guardato. Katalin invece non ha mai distolto l’attenzione dal dialogo tra il suo amico e la sua peggiore nemica.

A perdifiato, Mauro Covacich, La nave di Teseo. Dario è un ex maratoneta dal palmarès non particolarmente scintillante che è inviato dalla federazione per cui ormai lavora come allenatore a educare alcuni giovani ragazzi in Ungheria alla corsa che richiama alla mente l’impresa tragica di Fidippide, lasciando a casa la moglie che attende che finalmente il telefono squilli e che possano completare il percorso d’adozione per cui lottano da anni. Ma tra quei diciottenni ribelli c’è un volto che dà forma a tutte le sue ossessioni, e… Si corre con la testa prima che coi piedi, è noto, e la fuga è prima di tutto uno stato mentale, una ricerca di verità: da non perdere.

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“A nome tuo”

41TE+nkc2dL._AC_US218_di Gabriele Ottaviani

Parlava in modo strano. Non ti ha praticamente nominato. Sei sicuro che non è successo niente?

A nome tuo, Mauro Covacich, La nave di Teseo. Chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo, come parliamo, quale origine ha la nostra lingua, quale idioma pronunciamo, come ci relazioniamo con noi stessi e gli altri, cosa diciamo quando proferiamo verbo, come comunichiamo, se lo facciamo, davvero, quale è il senso, ammesso e non concesso che vi sia, della parola identità, quali sono i significati della nostra vita? Sono queste e molte altre le domande che viaggiando risalendo il mare Adriatico a bordo di una nave uno scrittore ambasciatore di cultura e una sfuggente compagna di viaggio pongono e si pongono, finché… Allegorico e profondissimo.

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“La città interiore”

covavivh-la-citta-interioredi Gabriele Ottaviani

Andare in Jugoslavia a farsi curare i denti può sembrare strano, eppure fino agli anni ottanta era una pratica piuttosto diffusa. Oltre alla benzina, alle sigarette e alla carne, anche la dentiera era un articolo estremamente conveniente. Noi andavamo di là per le dentiere e loro, non solo gli sloveni, ma tutti gli jugoslavi, venivano di qua a comprare i blue-jeans. Non era ciò che si definirebbe un legame fraterno, ma in fondo funzionava. Nel 1975, cinque anni dopo il viaggio di Marcello a Sežana (e quattro dopo la sua morte), il trattato di Osimo avrebbe sancito la definitiva cessione della Zona B alla Jugoslavia, ma già da un po’ Trieste aveva smaltito il trauma dei quaranta giorni di occupazione titina, nonché la sbornia del protettorato americano. Ormai era chiaro a tutti cosa sarebbe diventata: l’ultimo bastione d’Occidente, ovvero la roccaforte del Fronte della Gioventù, ovvero l’apoteosi dell’irredentismo svuotato di ogni significato. Eppure, dopo l’occupazione delle scuole nel 1982 per mano dei giovani fascisti e gli ultimi colpi di spranga alle manifestazioni per il bilinguismo, l’odio ha finito per depositarsi a terra e un po’ alla volta si è ricominciato a respirare. Da anni i dentisti sloveni costruiscono le loro ville hollywoodiane sulla costiera, accanto alle magioni non meno fastose dei negozianti triestini arricchitisi senza mai smettere di chiamare s’ciavi i loro acquirenti (chissà come chiamano ora i vicini di casa).

La città interiore, Mauro Covacich, La nave di Teseo. L’uomo è per natura un essere sociale, e chi vive escluso dalla comunità è malvagio o è superiore all’uomo, come anche quello che viene biasimato da Omero: “empio senza vincoli sociali”; infatti, un uomo di tal fatta desidera anche la guerra. Perciò, dunque, è evidente che l’uomo sia un essere sociale più di ogni ape e più di ogni animale da gregge. Infatti, la natura non fa nulla, come diciamo, senza uno scopo: l’uomo è l’unico degli esseri viventi a possedere la parola; la voce, infatti, è il segno del dolore e del piacere, perché appartiene anche agli altri esseri viventi: la loro natura ha fatto progressi fino ad avere la sensazione del dolore e del piacere ed a manifestare agli altri tali sensazioni; la parola, invece, è in grado di mostrare l’utile ed il dannoso, come anche il giusto e l’ingiusto: questo, infatti, al contrario di tutti gli altri animali, è proprio degli uomini, avere la percezione del bene, del male, del giusto e dell’ingiusto e delle altre cose. E la comunanza di queste cose crea la casa e la città. Così dice Aristotele. Del resto la tendenza all’aggregazione nasce insieme all’uomo, che da sempre ha cercato un modo per poter affrontare al meglio delle proprie possibilità, e quindi non con le sue sole e singole forze, ché non v’è alcuno sul globo che possa salvarsi senza aiuto, le avversità che l’ambiente nel quale si trovava a vivere quotidianamente gli riservava sul cammino: si può dire pertanto, naturalmente evitando banalizzazioni che invece sarebbero molto facili e immediate, che la città è nell’uomo (non a caso Italo Calvino attribuisce alle sue città invisibili nomi propri di persona, a voler essere precisi femminili, perché la città è generatrice: per esempio, produce testi, e i testi producono la città), è, inserendo in un contesto diverso da quello consueto una frase tanto celebre da essere divenuta finanche abusata, la misura di tutte le cose, il punto di riferimento, il metro di paragone e il filtro attraverso il quale viene interpretata la realtà, e a volte è anche un tramite tra due dimensioni apparentemente fra loro inconciliabili. Venezia, per esempio, che ha le strade d’acqua. Ma non solo. Ogni città ha i suoi confini, e i suoi confini sono luoghi di contatto e conflitto: non è per gioco a dadi della sorte che si verifica il fatto che le parole si somiglino. Immaginiamo allora cosa possa essere una città di confine, una città contesa. Come Trieste. Una città che, come tutte, è luogo di scambio culturale e commerciale, coacervo di valori comunitari, simbolo del potere costituito, laico o religioso – più spesso laico e religioso –tutto questo e molto altro ancora, organismo vivo e vivido che con il passare del tempo, con il divaricarsi sempre maggiore della sperequazione tra aree urbanizzate e rurali, ha assunto di volta in volta connotati ben precisi e caratteristici. Il volto s’è fatto pieno di rughe, ricolmo di fascino. S’è detto, però: la città è dentro. È nell’uomo. È dell’uomo. E Covacich torna nella sua. Trieste. È il millenovecentoquarantacinque. Flavio Covacich ha sette anni. Attraversa la città in cocci con una sedia in testa per andare a salvare il padre tra le cui ginocchia d’abitudine si rifugia. Un padre odiato di cui detesterà rivedere i gesti in quelli che gli appartengono e gli apparterranno, un padre che morirà di cirrosi nel millenovecentosettantadue, quando tra le ginocchia di Flavio c’è suo figlio, Mauro Covacich. Che vede colonne di fumo levarsi in alto di fronte all’osservatorio privilegiato dove li ha portati la mitica Vespa e chiede al padre, un socialista che parteggia più per i palestinesi che per gli israeliani, se siano in guerra. No, non sono in guerra, dice il padre. Ma è vero che a Trieste sta nascendo Gladio, anche se nessuno lo sa, è vero che c’è una divisione, zona A e zona B, italiani e titini, è vero che… Bildungsroman è definizione trita e ritrita, ma in questo caso è appropriata: Covacich edifica. Più che comportarsi da demiurgo rievoca e (ri)costruisce: la storia, certo, ma forse soprattutto i personaggi, che crescono, si formano, prendono forma e acquistano forza nel corso di una vicenda potente sin dalla prima riga, congegnata con precisione magnifica e vividissima, monumentale finanche in sneso etimologico.

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“Opere scelte” di Pier Antonio Quarantotti Gambini

downloaddi Gabriele Ottaviani

Ma come aveva potuto darle retta, se sapeva ch’era deficiente? Si ricordò in quella – e se ne stupì come se soltanto allora lo scoprisse – che Lena gli aveva detto il vero.

L’onda dell’incrociatore, Amor militare, Il cavallo Tripoli, I giochi di Norma, Primavera a Trieste e altri scritti, Sotto il cielo di Russia, Neve a Manhattan, Il vecchio e il giovane, Quarantotti Gambini, un “italiano sbagliato”: curata da Mauro Covacich, nella collana di Bompiani sui classici della letteratura, diretta da Nuccio Ordine, fa ora bella mostra di sé l’antologia di Opere scelte di Pier Antonio Quarantotti Gambini: una figura sui generis, unica, e non suoni iperbolico. Bibliotecario (e a Trieste proprio un’istituzione di questo tipo gli è stata dedicata), viaggiatore, uomo d’azione, conterraneo di Svevo ma quanto di più dissimile dai suoi inetti personificati su carta per vitalismo e impeto, irredentista, mai fascista, nemico di Tito, collaboratore della Resistenza, attivista di una radio legata all’intelligence americana, sentimentale e al tempo stesso impegnato: insomma, un italiano sbagliato. Così lui si definiva, lo si è già scritto, citando uno dei suoi titoli. E anche la sua prosa rispecchia questa complessità, questa pluralità, mantenendosi però limpida e chiara, sempre incisiva e profonda, modernissima. Un autore forse poco noto al grande pubblico, da leggere e rileggere, scoprire e riscoprire.

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