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“Non mi toccare”: il racconto di Giulia Cormons

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Giulia Cormons è l’autrice di Non mi toccare: Convenzionali la intervista per voi.

Come si elaborano il dolore e la rabbia per una violenza subita, terribile e ingiusta? Come si reagisce, si va avanti, si perdona, se si riesce?

È come l’elaborazione di un lutto. Ti muore qualcosa dentro, muori tu. Per quanto tu possa sforzarti di riprendere le redini della tua vita, questi avvenimenti restano come un cancro che ti divora e ti condiziona ma senza ucciderti mai. Reagisci aggrappandoti alle cose belle, a una mano tesa, a un grande amore. Il perdono, almeno per quanto mi riguarda, non è concepibile. “I mostri sono ovunque, fate che non vi trovino interessanti”.

Perché chiedere aiuto e parlarne è difficile?

Difficile non è il termine adatto, perché a volte l’accaduto risulta impossibile da riferire. Io ho taciuto principalmente per paura di far soffrire, ingiustamente, la mia famiglia. Poi sono subentrati la vergogna e il timore di subire gogne, mediatiche e dai conoscenti informati dei fatti. Vede, Gabriele, quando si subisce quello che ho subito io, la morte dell’anima è un concetto difficilmente condivisibile. Come scrivo nel libro, se trovi una persona che ha subito la stessa identica cosa riesci a parlarne, forse, del male che vi accomuna. Altrimenti, come è accaduto a me, rimani chiusa in una scatola vuota le cui pareti sono fatte di quello che la tua mente costruisce in sua difesa.

Come mai spesso la nostra società mette sotto accusa le vittime e perché spesso loro stesse arrivano addirittura a provare un senso di colpa?

Perché la verità, quella cruda e senza filtro, è scomoda.  Alcune persone sono diverse, sono solo individui a cui manca qualcosa. “E quello che manca è quello che ammazza”. Affrontare l’argomento ammettendo che una spessa fetta della popolazione mondiale soffre di questo “handicap” è pericoloso, sarebbe come ammettere che ci sono dei serial killer liberi di agire, che nessuno può riconoscere e quindi bloccare prima che avvenga il peggio. Lei uscirebbe di casa se al tg la avvisassero che una belva feroce e pericolosa scappata da uno zoo si aggira libera e affamata nei dintorni del suo quartiere? E il suo stato di terrore cambierebbe se le dicessero che quella belva cammina in realtà su due zampe e non su quattro? Regna la banalizzazione, vincono gli stereotipi. A volte è più comodo cercare attenuanti, indorare la pillola, minimizzare… e, peggio, dare a intendere che le colpe possano essere condivise fra vittima e carnefice. Non è mai così. In nessun caso. Puoi essere drogata, ubriaca, vestita in maniera troppo succinta, provocante negli atteggiamenti ma il “NO” è NO, nella lingua universale del rifiuto e, come tale, dovrebbe essere riconosciuto da tutti. E rispettato.

La violenza e l’abuso sono problemi culturali? Come si sconfiggono?

Non vedo neanche il più timido barlume di speranza di sconfiggerli. Fanno parte di quelle mancanze di cui parlavo prima: intelligenza in alcuni casi, buon senso in altri, valori in altri ancora. Se sommate poi in un unico individuo, non c’è rimedio. In alcuni paesi è certamente un problema culturale, la donna è vista come un oggetto, una serva del focolaio domestico o un essere concepito per la sola procreazione. In altri che si ritengono più emancipati, voglio credere che sia un problema più che altro di turba individuale che si sfoga generalmente su chi è più debole fisicamente e incapace di opporsi e difendersi. Donne, bambini, anziani.

Guardandosi indietro cosa vede? E che prospettive ha per il futuro?

“La mia mente meravigliosa, che si annoia del gusto di vivere e si pavoneggia della sua malattia”, mi ha costretta a guardare indietro tutte le notti per una ventina di minuti a incubo, negli ultimi quindici anni. Ho perso il tempo, il mio percorso di vita, se mi guardo indietro non trovo più quella ragazzina di vent’anni. È scomparsa e ancora oggi, quando penso a lei, “vedo quello che diventi quando muori”, come quando mi sono specchiata in una pozza di sangue nero. Ma il mio futuro, Gabriele, adesso è inaspettatamente limpido. Ho trovato “un uomo potente, un amore gigante” e insieme siamo belli come Dio.

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“Non mi toccare”

71HUEdeLNNL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

A memoria mia, sono sempre stata malata di sesso…

Non mi toccare, Giulia Cormons, Castelvecchi. Giulia Cormons è uno pseudonimo. L’autrice lo ha scelto per motivi di privacy. Questa è la sua storia. Una storia di violenza. Di abuso. Di dolore. Picchiata dal suo uomo per l’ennesima volta, attendendo che lui se ne vada di casa definitivamente, la notte del suo compleanno, nel duemilaquattro, la protagonista di questa devastante vicenda decide di dormire in macchina. All’autovettura, però, si avvicinano due uomini ubriachi… Senza retorica né alcun artificio, Giulia Cormons racconta di come si muoia. Ma anche di come, passando attraverso l’abiezione, il male, l’odio e l’orrore, si viva, si rinasca, si torni a esistere e a resistere, si giunga a liberarsi, a squarciare il silenzio: un libro dirompente, crudo, niente affatto compiacente, assolutamente necessario.

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