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“La misura imperfetta del tempo”

71WMo0RScQL._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anche lei a quei tempi era una delle tante che masticava desideri e li scoppiava quando il sapore non le piaceva più. Aveva sempre funzionato fino a quando un desiderio ancora intatto, il sapore ancora buono, le era scoppiato in faccia. Un imprevisto, tipo quelli del Monopoli, ma molto più crudele. In realtà gli imprevisti erano stati due.

La misura imperfetta del tempo, Monica Coppola, Las Vegas. Divinità proterva che tutto fagocita, espressione della natura che si preoccupa solo di dar vita, non di prendersi cura, non ritenendolo un suo compito, delle creature che mette al mondo e che costringe a dibattersi di continuo come falene ormai troppo sedotte dalla fiamma di una candela nel contesto di un mondo sempre più precario, vacuo e vano, il tempo è prima di tutto estensione e durata, espressione dell’anima e della sua molteplicità contraddittoria, è percezione, benché non si possa scandirlo in metodi diversi da quelli che la scienza incontrovertibilmente sancisce: il tempo passa, fluisce, porta con sé sedimenti, edifica macigni di detriti, fin quando non è necessario giocare a carte scoperte, dire finalmente la verità, per permettere un nuovo inizio, più vero e sincero. Sono tre donne le protagoniste di questa intensa storia, nonna, madre e nipote, tre generazioni. La più giovane, Mia, da sempre non sa nulla del padre e la nonna, Zita, che l’ha cresciuta nella periferia di Torino è rimasta vedova e ora intesse una relazione, che sbigottisce la nipote, con un altro uomo. Ricomincia a vivere, e si ritrova fra i piedi anche la figlia, Lara, richiamata a forza da Milano, dove pensa pressoché solo alla carriera: il confronto, il contatto, il conflitto, lo scontro sono inevitabili, così come inarrestabile è la discesa verso l’agnizione, lo svelamento del mistero. Chi è il padre di Mia? E cosa accade quando il non detto lascia il posto alla realtà? Come si cambia? Personaggi credibili, trama avvincente, confezione impeccabile, altissima piacevolezza di lettura, profondità e pienezza di senso: tutto questo e molto altro è l’opera di Monica Coppola. Da non farsi sfuggire.

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“Un piccolo buio”

81O6652+T+L._AC_UL436_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Leda inizia a fare il conto. Immagina la partita perfetta, le carte bisognose solo di essere impilate, senza alcuna mossa aggiuntiva. Leda gioca la partita immaginaria e conta le mosse una per una, arrivando a un totale di 84. Solo ora si rende conto di avere bisbigliato per tutto il tempo, la bocca semichiusa, le mani a stringere il lenzuolo ai due lati del suo corpo magro, la testa all’insù con i pochi capelli bianchi appiccicati alla fronte dal sudore. “Ottantaquattro” dice. “Con ottantaquattro mosse il punteggio sarebbe di 1216. Posso ancora migliorare.” L’infermiera impassibile prepara una iniezione di morfina. Fatica a trovare una via d’ingresso nelle vene prosciugate di Leda, che ha un sussulto quando sente l’ago penetrarla. Qualcuno bussa alla porta – l’infermiera non sa che fare; Leda non si accorge del campanello che ora risuona. L’infermiera va ad aprire. Carlo e Dario sono davanti alla porta, Carlo un poco spostato dietro il figlio, quasi a cercare protezione. Salendo le scale ha espresso i suoi dubbi e la paura di non essere riconosciuto da Leda. Il figlio lo ha rincuorato – Papà, Leda mi ha chiesto di vederti. Semplice. Quindi se non ti riconosce, dille chi sei e lei sarà felice di vederti. Tu sei felice? Carlo ha risposto con un cenno dimesso del capo, salendo a fatica le scale dietro al figlio, che nonostante gli anni di eroina ha mantenuto una quasi miracolosa forma fisica – sale i gradini due a due, con una velocità pazzesca, per fermarsi poi ogni volta che si ricorda che dietro di lui c’è… 

Un piccolo buio, Massimo Coppola, Bompiani. È bella e irrequieta la ragazza che distrae il giovane regista che filma, in piena era fascista, nel millenovecentotrentasei, l’inaugurazione di Palazzo Vittoria, a Milano, e che lo induce, come se fosse Arianna che si vendica dell’abbandono a Nasso, a seguirla nel labirinto di case ancora vergini, prive della luce delle vite degli altri, portandolo a imbattersi in una strana macchia di sangue. Una goccia di oscurità. Un piccolo buio, come quello che c’è nell’anima di ognuno, e che rischia, se non si fa attenzione, se non ci si lascia curare e amare, d’inghiottire e fagocitare ogni cosa: ma questa ambientata nell’anno dell’oro olimpico di Ondina Valla è solo la prima sequenza di un’opera epica e caleidoscopica, un gioco di specchi e di livelli e strati che ha il respiro del grande cinema e dell’ancor più elevata letteratura, ritratto individuale e collettivo di una generazione che ama, cresce, si evolve, muta, genera a sua volta, di un paese e dei suoi protagonisti, della sua storia, sia quella di ognuno, con l’iniziale minuscola, che di quella di tutti presi non più singolarmente ma come comunità, delle sue contraddizioni, illusioni, disillusioni, aberrazioni, di Michele, Leda, Carlo, Chiara, Luca, Marco, Vittoria… Magistrale.

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“Il profumo del mosto e dei ricordi”

51oE21qtaeL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Anna mi teneva la mano, mentre gradino dopo gradino ci avvicinavamo al piano di sopra. «Ho già visto la stanza di mia madre», dissi. «Non devi vedere quella», rispose. E infatti, continuammo su un’altra rampa di scale, quella che non avevo mai percorso e che conduceva alla mansarda. «Vuoi mostrarmi la lavanderia?», chiesi, curiosa.  «Chi ti ha detto che lì c’è la lavanderia?» «Ehm, Alessandro. Mi ha detto che ci tieni anche le cianfrusaglie che hai accumulato negli anni». Lei ridacchiò. «Perdonalo».

Il profumo del mosto e dei ricordi – I legami familiari non si spezzano mai, Alessia Coppola, Newton Compton. Lavinia fa la restauratrice. Vive a Firenze. Un giorno le arriva una telefonata. Che le annuncia la morte del nonno. E un’eredità. Una masseria. In Puglia. Completamente da ristrutturare. Tutto appare in abbandono, ma chi vive lì vede in lei una speranza di salvezza, riscatto, rivalsa, rivincita. La accoglie. La abbraccia. La fa sentire parte di una famiglia. Lei però non ha intenzione di occuparsi di tutte quelle incombenze. Non saprebbe nemmeno come fare. Però, si sa, la vita si diverte a giocare con le umane sorti e progressive. E… Lieve, elegante, brillante, intelligente, romantico, autentico, sognante: gradevolissimo a leggersi.

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“In cima al mondo, in fondo al cuore”

67677g.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non si può fare fagotto e trovare la felicità altrove, come un abat-jour da comodino che sta bene anche in sala; altrove si è fuori posto, come un animale in un ecosistema diverso.

In cima al mondo, in fondo al cuore, Mario Coppola, Giunti. Michelangelo è ambizioso. Vuole diventare qualcuno. In realtà lo è già, come tutti. Ognuno di noi è qualcuno, ma per qualcuno esserlo evidentemente non è abbastanza. Insegue il successo perché vuole la felicità. E non si accorge di quello che ha. Certo, la frustrazione che si ricava dal continuo sbatacchiare contro il muro di gomma delle regalie e della totale assenza di meritocrazia in Italia è tale che in più di qualche occasione ti senti addosso i panni stretti e fragili di una falena che non trova l’uscita della stanza in cui è volata per sbaglio e continua il lento stillicidio della sua agonia mortifera bruciandosi sempre di più le ali contro la luce che la attrae, e quindi hai voglia di andare via. Partire e non tornare. Lasciarti tutte le brutture alle spalle. Verso la meta. Che il più delle volte è Londra. E così fa Michelangelo. Che però non ci mette molto ad accorgersi del fatto che non tutto ciò che riluce è oro, e a sentirsi come il nuraghe della Follia di Almayer di Magritte, con le radici piantate nel niente… Un vero e proprio romanzo generazionale e di formazione scritto con grande profondità, credibilità e asciuttezza, lieve ma mai banale: da non perdere.

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“Dai un morso a chi vuoi tu”

Cover_Morso_Coppola.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Ma no, non mi sembra uno geloso». «Allora? Puzza di bruciato? Di sudore? Non si lava?» «No, era più profumato di me». «E allora, che cosa può avere che non va? Oddio, no. Non dirmi che è gay e che non l’ha ancora capito». «Sandra, calmati. Non so se è gay, non credo, ma non è questo il problema». «E allora, qual è il problema?» «È… vegano». «Cosa?» «Sì, vegano. E pure celiaco». «Vegano». «Sai che significa?» «Che non mangia carne. E allora?» «Non solo carne. Nemmeno i derivati animali, come il latte e le uova». «E questa cosa a te che problemi crea?» «Be’, ieri quando siamo arrivati al bar per l’aperitivo, ho ordinato delle patatine fritte, e lui non le ha mangiate perché è vegano». «Ma le patate che c’entrano? Mica sono derivati animali!» «È quello che ho pensato pure io, e lui ha detto che le patate nei ristoranti vengono fritte nella sugna, e la sugna contiene grassi animali». «Non ci credo». «Allora ho chiesto al cameriere se le patatine erano state fritte nella sugna e lui mi ha risposto di no». «Ok, allora perché non le ha mangiate?» «Non solo non le ha mangiate, ha litigato con il cameriere e gli ha dato del bugiardo e del cospiratore contro i vegani». «Cosa?» «Sì, si è messo a urlare contro quel povero ragazzo. Che figura!» «Oddio. Magari era solo stressato, sai il lavoro… a volte capita». «Be’, sarà, ma ci ha fatto sbattere fuori». «Come?» «Esatto. Il cameriere era il figlio del proprietario del locale, e ci ha fatto buttare fuori dal padre».

(citazione tratta dal racconto di Linda Scaffidi Una carbonara di troppo)

Dai un morso a chi vuoi tu, Booksalad, a cura di Monica Coppola. Nove racconti. Nove ricette. Nove autrici. Arianna Berna, Carlotta Borasio, Valeria Angela Conti, Monica Coppola, Miriam GhezziDesy Icardi, Sarah Iles, Francesca Mogavero e Linda Scaffidi. Un unico indispensabile protagonista. L’amore. Per sé. Per gli altri. Bello. Fragile. Tenero. Disperato. Cattivo. Vero. Beffardo. Ferito. Calpestato. Negato. Dimenticato. La gola e il cuore sono legati, appartengono a una medesima dimensione, quella dell’accoglienza, della condivisione, della speranza. Una lettura veloce, facile, piacevole, per la quale l’aggettivo gustosa è decisamente appropriato.

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