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“Mascaró”

di Gabriele Ottaviani

La vita, poco o tanto, deve essere speciale, altrimenti non serve a un cazzo.

Nasce nel millenovecentoventicinque nell’agreste Chacabuco, studia filosofia a Buenos Aires, si laurea, si sposa, abita in una casa amatissima sul Tigre, nella zona del delta del Paranà, ora un museo, diviene padre, scrive sceneggiature, articoli di giornale, drammi, racconti, il cinque di maggio, che da allora è il giorno dello scrittore bonaerense, in suo ricordo, del millenovecentosettantasei, un anno dopo aver pubblicato questo libro, che torna per Exòrma in libreria in Italia con la nuova traduzione di Marino Magliani, ma mantenendo la prefazione del suo più illustre estimatore, che ebbe anche l’occasione di consegnargli uno dei numerosi premi vinti, Gabriel García Márquez, a trentasette anni dalla prima edizione per Bompiani, viene sequestrato dai golpisti militari ed è ufficialmente desaparecido: Mascaró, il cacciatore americano del titolo, Joselito Bembè, eroe e pistolero, è un romanzo deflagrante e prorompente, sensuale come la musica del tango che mezzo secolo fa gli altoparlanti sparavano a tutto volume nelle vie argentine per non far udire le grida dei vessati dalle torture che nelle pagine appaiono sorprendentemente e tragicamente profetiche nella loro atrocità virulenta, che si manifesta ancor più intensamente quanto più forte è il grido di libertà di questa policroma e raffazzonata carovana di personaggi che cercano il senso dell’esistenza. Sublime, e Haroldo Conti è una voce da non dimenticare, mai.

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“Le leggende del ciclismo”

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Lo chiamavano il bel tenebroso, toscano del Mugello taciturno e mite, differente dal prototipo generalizzato.

Le leggende del ciclismo – Da Gerbi a Pantani, tante grandi storie su due ruote, Beppe Conti, Diarkos. Garin, Pellissier, Bottecchia, Girardengo, Magni, Binda, Coppi, Bartali, Guerra, Koblet, Anquetil, Gaul, Gimondi, Merckx e tanti altri, arrivi in volata, salite terribili, discese mozzafiato, paesaggi da urlo, imprese ai limiti dell’umano: tutto questo e non solo è il ciclismo, sport martoriato da scandali destabilizzanti legati al doping ma al tempo stesso romantico emblema di sacrificio e passione. Beppe Conti, che conosce il mondo delle due ruote nel dettaglio, tesse una trama di ricordi e biografie che conquista, diverte e istruisce. Da non perdere.

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“Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania 1944 – 1945”

51znMYK5CQL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un altro elemento di distrazione per i prigionieri erano i cani poiché tenevano loro compagnia e contribuivano così a migliorare il loro morale.

Prigionieri di guerra italiani in Pennsylvania 1944 – 1945, Flavio Giovanni Conti (che da anni studia il tema dei militari italiani fatti prigionieri dalle forze alleate durante il secondo conflitto mondiale), Alan R. Perry (docente di letteratura italiana, direttore del Center for Language and Intercultural Communication del Gettysburg College di Gettysburg, Pennsylvania, celeberrima località a stelle e strisce fondata nel millesettecentoottantasei da un veterano della guerra di indipendenza, teatro di una decisiva battaglia il cui successo arrise ai nordisti nel milleottocentosessantatré), Il Mulino. Traduzione di Flavio Giovanni Conti. Di Letterkenny, laddove sono stati tradotti e reclusi milleduecentotrentaquattro prigionieri, di cui è riportato l’elenco completo, si sa poco, poiché spesso, soprattutto, con ogni evidenza, da questa parte dell’Atlantico, gli eventi che sono avvenuti sull’altra sponda dell’oceano, benché facciano parte della storia, e nemmeno, oramai, di quella in senso assoluto più recente, paiono come avvolti da una densa nebbia che rende ogni contorno indistinto: questo testo prezioso colma la lacuna.

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“Quando il cielo era il mare e le nuvole balene”

Quando il cielo era il mare cover.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ci sentiamo immortali, eppure si muore…

Quando il cielo era il mare e le nuvole balene, Guido Conti, Giunti. Bruno vive con suo nonno. Che si chiama Ercole. Ed è un fervente socialista. C’è anche la nonna, Ida, che scaccia persino i demoni dai cani in quella grande corte a ridosso del grande fiume, il Po. Nonno Ercole racconta storie bellissime a Bruno, che col passare del tempo cresce sempre più, e il suo mondo ha contorni fatati e immaginifici: del resto, a pensarci bene, è sensazionale anche solo lasciar andare libera la mente di giocare con l’idea che la pianura, un tempo, sia stata il fondo del mare. E proprio in mezzo ai campi un giorno gli appare un uomo, a piedi, con una valigia: il primo di molti incontri, tutti decisivi. Tra la bruma e la guerra Bruno attraversa con la sua storia quella con l’iniziale maiuscola, la ricorda e la racconta, con commovente intensità: da non perdere.

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“Di sangue e di ghiaccio”

41VtKbxC37L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

A quanto aveva intuito, l’Area Esterna era dedicata ai pazzi particolari, bisognosi di cure specifiche tutte per loro e la Damiana, che adesso con lui aveva un po’ più di confidenza e ci parlava volentieri, sosteneva che chi andava a finire lì veniva trattato con i guanti di velluto. Napoleone e Poldo non erano dello stesso avviso. Solo a nominarla, l’Area Esterna, si gettavano a fare gli scongiuri e mettevano continuamente in guardia Ranocchia, che stesse attento a non finirci dentro perché dall’Area Esterna non si tornava come prima. Glielo mostrarono, il Santo, mentre passeggiava in giardino dando da mangiare ai piccioni o quando, colto dai tremori dell’epilessia, rovesciava gli occhi indietro e poi tornava in piedi, il giorno dopo, girando sempre in tondo nel cortile. Il Santo era stato all’Area Esterna e a guardarlo da lontano poteva sembrare né più né meno che uno di loro, con la testa svitata, ma ad avvicinarsi c’era da inorridire perché la crapa gliel’avevano aperta per davvero – una cicatrice bianca sulla fronte, una striscia calva sul cranio, i segni li portava intatti. Il Santo non era così, prima, loro lo sapevano perché era stato infilato nel loro reparto e le sue preghiere, gli Alleluja contro il soffitto grigio, se li ricordavano bene. Era stato un mese a digiuno senza mangiare nulla, «neanche un tozzo di pane, che ci restassi secco, Dio mi è testimone». E gridava di redimersi, come aveva fatto lui che era scappato di casa, andato per i boschi e non aveva fatto mai male a nessuno. Viveva in una caverna come fanno le bestie, era matto da legare, si capisce. Nei giorni più freddi, l’anno passato, si buttava nudo nella neve a fare penitenza e quando i sorveglianti lo agguantavano, gli gridava addosso le sue maledizioni…

Di sangue e di ghiaccio, Mattia Conti, Solferino. Ranocchia è diventato pazzo. Ormai non ci sono più dubbi, quello che fino a poco prima era un semplice e banale sospetto ora si è tramutato in una certezza pressoché incontrovertibile. Del resto, chi altri se non un folle si sarebbe gettato in un fiume meno liquido che ghiacciato? Per fortuna è stato ripescato come nemmeno si trattasse di una trota, anche se sicuramente più morto che vivo… Lo rinchiudono in manicomio e pensano tutti, in quella piccola e niente affatto, per lo meno nella sostanza, accogliente comunità, di aver risolto il problema. D’altro canto è sempre stato svagato e gracile, con la campagna non ci sapeva fare, intelligentissimo non è mai parso, e poi ci si è messo pure quel cialtrone di Baldo Bandini, vagabondo e capocomico… Ma quale sogno della recitazione, suvvia! Anzi, troppo ha retto, il povero Ranocchia. Che ora si trova a Como. Dove hanno internato anche l’amata Maestrina. E da dove vuole fuggire. Anzi, deve. Ma non può né vuole farlo da solo. E allora… Simbolico e formidabile, lieve e per nulla superficiale, immaginifico e caleidoscopico, pieno di fascino e di livelli e chiavi di lettura e di interpretazione, è da non perdere e dimostra l’eccezionale maturità stilistica di un autore giovane ma che dipinge con tinte scintillanti il Lecchese di fine Ottocento. E non solo.

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“Una mamma sui tacchi”

Una_mamma_sui_tacchi_di_Valeria_Angela_Conti-200x300.jpgdi Gabriele Ottaviani

«La parola “gestante” mi infastidisce». Lo interruppe lei, inviperita. La faceva sentire un contenitore. «Chissà come mai non ne sono affatto sorpreso». Ribatté lui, sempre con un sorriso ironico dipinto sul volto. L’infastidito tossicchiare di Lorenzo interruppe quel piccolo battibecco e i due si voltarono a guardarlo. «Quindi è tutto a posto?» Chiese, rivolgendosi al medico con fare sbrigativo. «Ho un appuntamento importante». Bianca lo fissò stralunata. A parte che non aveva nessun appuntamento, dal momento che avevano progettato di trascorrere il resto della serata insieme, era a dir poco sorpresa dal fatto che il marito liquidasse così in fretta quel momento che, almeno per lui, avrebbe dovuto essere così importante. Certo non si sarebbe aspettata lacrime di commozione che, anzi, probabilmente l’avrebbero fatta ridere, ma almeno un interesse più spiccato sì. Osservò attentamente i due uomini che si fronteggiavano. Erano entrambi bellissimi, su questo non c’era ombra di dubbio e, se lei non fosse stata incinta, coperta da un assurdo camice di carta monouso e innamorata persa di suo marito, probabilmente sarebbe saltata addosso a entrambi senza pensarci due volte. Si concentrò per un lungo istante su quello che provava per Lorenzo: c’erano i fermacarte, i fermacapelli, i fermaporta. Lui era il suo “fermacuore”. Perché le bastava immaginarlo tra la folla e il suo cuore si fermava, un attimo, un attimo soltanto, e poi riprendeva a battere più forte. Come quando si è sott’acqua e si trattiene il respiro, ma poi quando si riemerge si fa il respiro più lungo che c’è. Suo marito era tutto quel caleidoscopio di emozioni ingarbugliate che le ingarbugliava anche il cuore. Altro che bum bum bum del battito fetale. Sospirò. Di certo Lorenzo aveva tirato fuori la scusa dell’appuntamento perché si era scoperto geloso del bel medico e lei, quella sera, avrebbe avuto un bel da fare per convincerlo che invece non aveva alcun motivo di esserlo.

Una mamma sui tacchi, Valeria Angela Conti, Booksalad. Tecnicamente sono pantofole, carine quanto si vuole ma pur sempre pantofole, per Bianca, le scarpe senza stiletto. Qualcosa di molto simile a un’aberrazione vera e propria, qualcosa tutto sommato, pur con tutta la buona volontà, di abbastanza incomprensibile. Viceversa per lei quello che è il classico – o almeno uno dei classici – simbolo della femminilità è irrinunciabile, costi quel che costi. Solo che quando tuo marito ti confessa di volere un figlio e tu non desideri deluderlo, anche perché potrebbe sempre, sentendosi insoddisfatto, con tutto il bene, dopo un po’ volgere lo sguardo altrove (dopotutto è un essere umano anche lui, benché non porti i tacchi, appunto…) e magari incrociare, per esempio, quello di Elena, bella e seducente, le priorità, come del resto è giusto e sano che sia, cambiano. E così, tra varie peripezie, rapporti sessuali più o meno calendarizzati e acrobatici, suocere invadenti, sorelle acquisite tormentate, viaggi dall’esito imperfetto, nonché un ginecologo che pare la versione in carne e muscoli dei cartelloni pubblicitari di intimo sei per tre, Bianca vive la sua più importante avventura. Divertente.

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