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“Cola Ierofani”

di Claudio Cavaliere

Concordo con l’opinione di Alberto Barbaro del 10 gennaio scorso: Cola Ierofani di Giuseppe Tripodi è un capolavoro.

Con Tripodi sono andato un po’ a ritroso. Per primo ho letto Catalogo della casa di Gianni e subito ho avuto la sensazione di aver letto qualcosa che aspettavo da tempo sulla Calabria.

Una serie di racconti che sono un concentrato di avvenimenti e fantasticherie, epica quotidiana e personaggi leggendari, dialoghi surreali ma con i piedi ben piantati nella biografia dell’autore.

Catalogo della casa di Gianni si può considerare come il concentrato di Cola Ierofani ma soprattutto il testo in cui l’autore esplicita il senso del suo impegno letterario: arrestare l’oblio.

Quella cosa che sta diventando la vera malattia pandemica della mente e allo stesso tempo, di diritto o di sbieco, di sopra o di sotto, ossessione per quanti sono abituati a guardare le cose del mondo. Quella cosa che sta in mezzo tra la scrittrice Annie Ernaux e il suo Gli anni, e lo storico Tony Judt e il suo L’età dell’oblio.

Il risultato sono una serie di racconti dal realismo fantastico, in cui si muovono personaggi dai soprannomi intraducibili e dalla biografie apparentemente strampalate che invece sono figure fondamentali per impedire ciò che l’autore evoca in quella sorte di introduzione che titola Proemium jocosum, la dimenticanza appunto, che annebbierà la nostra vicenda umana e, nel giro di una o due generazioni, nessuno ricorderà chi eravamo.

In realtà, per quanto riguarda le vicende calabre, più che arrestare l’oblio si tratta di dare una visione completamente diversa di ciò che è stato. E in questo Tripodi, con Cola Ierofani, riesce dove moltissimi hanno fallito.

La Calabria è un luogo complesso. Raccontarla non è facile, stretta com’è tra miti e pregiudizi, giustificazionismi e faziosità. Quasi tutti i commentatori, con alcune rare eccezioni, l’hanno da sempre considerata remota, oscura e inquietante. Pochi hanno prestato attenzione alle sue ragioni, ma i loro approcci hanno ispirato una crescente letteratura che descrive il modo in cui è stato “immaginata”, “inventata”, “rappresentata”. Nel migliore dei casi il risultato è un congelamento della topografia dal Pollino allo stretto di Messina, condannando la Calabria ad una marginalità morale, oltreché territoriale, nella versione della storia d’Italia.

Si è così materializzato lo stigma di una terra definitivamente letta come quella dell’immutabilità, della calma piatta, come se non fossero mai esistite passioni, sogni, lotte. Come se la storia qui, e qui soltanto, fosse qualcosa di immutabile andando persino contro la prima legge che è quella che vuole la storia fatta dagli uomini, dimentichi che niente di ciò che è fatto dagli uomini è inevitabile.

E già in questo Cola Ierofani è un capolavoro. Apre una prospettiva nuova sulla Calabria, perfino su quelle aree interne a torto considerate statiche, immobili, arretrate, mentre anche lì c’è stata lotta e c’è chi ha vinto e chi ha perso.

Sia chiaro. Tutto quello che racconta Tripodi in Cola Ierofani non è immaginazione. Non ha avuto bisogno di scomodare le favole. E’ portatore di una memoria visionaria; la sua scrittura sembra uno spartito di orchestra sinfonica ricchissimo di registri, timbri, sonorità di una pluralità di linguaggi amalgamati alla perfezione; la “calabresità” dei suoi protagonisti è quella della sua vita vissuta, sanguigna, sensuale, drammatica, combattente, fiera, intelligente, protagonista. Nulla che rimandi allo stereotipo che tanti disinvolti “intellettuali” hanno svenduto come condizione antropologica ineluttabile di chi nasce in Calabria.

C’è poi quello che considero l’altro e non meno importante aspetto della straordinarietà di Cola Ierofani: l’umorismo che contagia quasi ogni pagina e che accompagna il protagonista anche nei momenti più drammatici. Lo fa con un’ironia strepitosa grazie anche ad un complesso intrico di combinazioni e derivazioni linguistiche e briosi registri lessicali.

Ora riuscire a far ridere in un libro è cosa difficilissima. Forse per questo in letteratura l’umorismo viene ancora visto come qualcosa di poco degno, come se qualcosa di alto non possa essere umoristico.

Era da tempo che non ridevo così tanto sopra le pagine di un libro. Forse Osvaldo Soriano o il Camilleri del birraio di Preston mi hanno suscitato una non pari ilarità.

E’ bello invece scoprire che la “calabritudine” di Tripodi è sarcastica, canzonatoria, sottile e i suoi personaggi sono caratterizzati da una dignità ironica e orgogliosa, trascinati da principi indistruttibili in cui la forza delle ideologie e delle utopie, malgrado le sconfitte, conserva ancora la sua capacità di distinguere gli esseri umani.

Anche per questo Tripodi è riuscito con Cola Ierofani a creare una perla rara. Cola attraversa il Novecento da uno sperduto paese aspromontano nel cuore del mondo come dentro a un romanzo. Se non fosse che dentro il libro c’è molta storia e poca invenzione e più leggi e più il suo sguardo ti porta al presente, ad una storia mancata, a ciò che avrebbe potuto essere e ancora non è.

Sono questi i personaggi del libro, anti-eroici per natura, con le descrizioni ricche di fatti quotidiani che diventano storiografia del minuto, in una ambientazione popolare la cui prosa si caratterizza per un flusso ininterrotto di invenzioni e con una capacità affabulatoria al limite del surreale.

Storie e personaggi che dimostrano come spesso per raccontare la realtà con efficacia occorra guardarla da un punto di vista originale, la vecchia ma sempre attuale lezione di Hobsbawm secondo cui “a volte importante non è cambiare il mondo ma interpretarlo”.

E non c’è dubbio che Cola Ierofani introduce un nuovo sguardo su questo lembo di terra, senza inventare nulla, lasciando intravedere un nuovo ordine del discorso, rivelando sotto nuova luce qualcosa che pure era sotto gli occhi di tutti e che nessuno aveva così raccontato, lasciando inalterata la dimensione popolare e bandendo qualsiasi tono intellettuale.

Per questo il pericolo che evoca Tripodi nel Catalogo, quello dell’oblio, può dirsi scongiurato, avendo offerto con Cola Ierofani un contributo fondamentale alla costruzione della nostra memoria, in una terra ricca di personalità ma ancora povera di coscienza sociale.

Chiunque nutra interesse per la nostra regione dovrebbe leggere questo libro.

Ma poiché non è più in commercio spetta all’autore il compito di riproporlo, magari ad una casa editrice che possa aiutarlo a veicolarne la conoscenza.

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Gli ascendenti di Cola Ierofani

di Giuseppe Maria Tripodi

«La buona critica è quella che aiuta l’opera (…) ad «aprirsi» nella mente di chi legge, aiuta un mondo, che è intessuto di parole (…), a svelarsi, nella sua struttura connettiva e nel suo nudo cristallo» (Severino Cesari, «Il manifesto-alias» 3 dicembre 2017)

Inaspettate, non richieste, fuori tempo massimo perché il libro oramai non è più in commercio, sono giunte, da «Zoomsud» del 10 gennaio 2021, oltremodo gradite le note di lettura di Alberto Barbaro sul mio «Cola Ierofani», uscito nel 2014 per Città del Sole edizioni di Reggio Calabria.

Barbaro dice che «i personaggi, pur di umile origine, divengono prototipo di una tipica condizione umana, talché potremmo definire il libro un vero romanzo epico». Aggiungerei soltanto che l’epica del libro nasce da conoscenze di uomini e donne che hanno costituito l’ordito della tela sul quale, lentamente, si è accumulato fino a prendere forma e pagina il filo racconto.

Ma il narratore non è un automa che, inserito il programma di scrittura e i personaggi, tira fuori il romanzo; il narratore versa nella scrittura tutto il suo mondo e, in particolare, i mondi degli scrittori che hanno contato nella sua vita; perché, in fondo e banalmente, leggendo un libro si incontra il suo autore, la sua lingua e il modo di raccontare che sono essenziali per imparare a scrivere.

D’altra parte un lettore ricco dei libri letti si muove dentro il testo con una agilità che non possiede il lettore occasionale; riesce a rintracciarvi le peculiarità lessicali, le figure retoriche e finanche gli archetipi dell’autore che rimangono sullo sfondo del racconto in attesa che qualcuno si ricordi di loro.

Alberto Barbaro appartiene alla genia dei lettori profondi e di lunga lena, che non arretra di fronte a un testo che quantitativamente è fuori dagli standard correnti secondo i quali un libro deve avere un numero di pagine che non superi, o che non superi di molto, le trecento pagine.

Sicché il microscopio di Barbaro ha rintracciato in Cola Ierofani degli ascendenti che altri non hanno visto e che comunque si trovavano nel bagaglio culturale dell’autore. Quello delle parentele di un libro è forse il capitolo importante della critica e, a volte, il lettore colto mette su pagina le sue preferenze e ad esse cerca di costringere il testo che ha davanti.

Non così ha proceduto Barbaro nell’indicare una serie di libri evocati a lui dalla lettura: e non mi sorprenderei se, ad esempio, dopo aver terminato il libro sia andato a pescare nella sua libreria «La morte di Ivàn Il’îc» ed abbia trovato conferma a quello che aveva intuito: Suor Leda che dice «E’ finita!» dopo aver toccato la fronte quasi fredda di Cola è il calco di «E’ finita!» disse qualcuno sopra di lui. del romanzo di Tolstoj.

E l’ultimo atto del pensiero di Cola «E’ finita la morte o la vita?» contiene in forma interrogativa e alternativa la risposta di Ivàn Il’îc  alla stessa domanda: «E’ finita la morte!» disse a se stesso.

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“Cola Ierofani”

cola_ierofanidi Gabriele Ottaviani

A Leningrado arrivarono di mattina presto e vennero alloggiati all’Hotel Drushba, poco distante dalla stazione Finlandia. Di giorno faceva un caldo discretamente umido e talvolta pioveva. La sera e la mattina presto la temperatura si irrigidiva. Cola dovette acquistare un maglione di pessima lana in uno dei negozi per turisti dove si usava solo valuta occidentale. A Kiev era stato sostanzialmente ligio agli appuntamenti della comitiva ma a Leningrado aveva deciso di sdirrazzare e di girare in solitudine per la città.

Cola Ierofani, edito da Città del Sole e scritto da Giuseppe Tripodi, è la storia di carne e politica del militante che dà il nome al libro. Politica perché il sogno della rivoluzione è raccontato nei dettagli: battaglie, impegno, volantini, manifestazioni, lotte per l’uguaglianza sociale che in tante parti d’Italia, nel Novecento, è ancora di là da venire. L’alienazione di cui tanto ha parlato e scritto Marx si fa nemico concreto, tangibile, che ha tanti volti: una sanità pubblica che non funziona, l’obbligo di lasciare la propria terra per cercare un minimo di benessere, ingiustizie, soprusi, angherie, disoccupazione e delinquenza che, con la miseria, prosperano. Eppure c’è un certo romanticismo in quel di Peripoli, estremo sud dello stivale, dove il dolore e la frustrazione cercano compensazione nel sesso, nella passione, negli amori, nel piacere che certo non si attiene ai dettami degli insegnanti del seminario dove Ierofani, cognome sacro ma anima profana, è stato per un certo periodo. Un personaggio, Cola, che davvero, come i più importanti della letteratura, riesce a coniugare in sé più dimensioni, felice sintesi di chiavi di lettura diverse e interessanti. Selezionato per il Premio Berto, il libro, caratterizzato da una prosa semplice, variegata, autentica e intensa, avvolge e coinvolge.

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