Libri

“Una cosa piccola che sta per esplodere”

51bTXIBwtDL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La letteratura è diversa. È la vita che non ha senso, mi capisci? La gente scrive delle storie per dargliene uno.

Una cosa piccola che sta per esplodere, Paolo Cognetti, Minimum fax. Pelleossa, La meccanica del motore a due tempi, La figlia del giocatore, La stagione delle piogge, Tutte le cose che non so di lei. Ha vinto quest’anno, con pieno merito, il premio Strega. Ma definire Paolo Cognetti e la sua produzione letteraria solo in base a questo riconoscimento – tra l’altro non l’unico, anche se indubbiamente il più prestigioso della sua carriera, finora – significherebbe fargli un enorme torto. Perché la sua sapienza narrativa è tale che non si può ridurre a una banalizzazione salottiera che lascia il tempo che trova. È bene invece che si indaghi a fondo la complessità delle sue trame, la ricchezza dei suoi riferimenti, la forza e la varietà delle suggestioni che propone al lettore attraverso una scrittura meticolosa, affilata, intensa. Suggestioni che hanno tutte a che fare con un altrove, spesso allegorico, dell’anima, con una chiave di volta, con un momento di alienazione, di fragilità, una smagliatura nella rete che limita le nostre possibilità, e che spesso costruiamo da soli, a recintarci il cuore, con il momento di epifania in cui, da ogni punto di vista, prendiamo coscienza di ciò che siamo. In questi racconti, uno migliore dell’altro, Cognetti dà vita a una comunione di amorosi sensi: ognuno può riconoscere e riconoscersi, e sentirsi più vicino agli altri. Oltre che più forte e sicuro di sé, perché immedesimandosi nelle situazioni e rendendosi conto che anche il prossimo, evidentemente, prova o ha provato qualcosa di simile a una sensazione che gli si è palesata dinnanzi nel corso della vita, non ha più motivo per sentirsi diverso. Sbagliato. Peggiore. Ma semplicemente umano. Come tutti. In cerca, costantemente, di un petalo di felicità.

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Libri

“Il ragazzo selvatico”

download (8).jpegdi Gabriele Ottaviani

In giugno arrivarono i pastori, e la mia solitudine cambiò.

Il ragazzo selvatico, Paolo Cognetti, Terre di mezzo. Trent’anni non sono un’età facile. Perché non hai più scuse. Sei assolutamente adulto. E quando ti manca la terra sotto i piedi, quando nonostante i sacrifici, gli sforzi e le umiliazioni ti sembra di rimanere sempre indietro, mentre i meno meritevoli ti sorpassano a destra, e di non avere in mano nulla se non sabbia che ti scivola via dalle dita inesorabilmente, è dura. E forse non resta altro da fare che partire. Per trovarsi. Ritrovarsi. Seminare, sperando di raccogliere la felicità dal terreno della solitudine. Paolo parte. In montagna. Per fronteggiare quella del suo dolore. Semplice, potente, bellissimo, vero, del tutto non retorico. Da leggere.

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“Le otto montagne”

51zVqg4a0DL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Dev’essere bello partire così.

Le otto montagne, Paolo Cognetti, Einaudi. Pietro non è esattamente un ragazzino socievole. Anzi, diciamo pure che è tutto il contrario dell’anima della festa. È solitario è scorbutico, sia detto senza offesa. Vive a Milano. Il padre è un chimico. Che sprizza da ogni poro macromolecole di rabbia ogni volta che torna dal lavoro. La madre si prende cura del prossimo. Lavora in un consultorio di periferia. La madre e il padre amano la montagna: Grana, ai piedi del Monte Rosa, sembra dunque il posto perfetto per loro. È deciso: Pietro ci passerà tutte le estati. È un luogo impervio, ma bellissimo, con un torrente favoloso. E poi c’è Bruno, che però è biondo, ha la sua età e pascola le mucche… La montagna è uno stato mentale, è un modo di vivere: e l’amicizia è il più prezioso dei tesori. Cognetti non scrive semplicemente un Bildungsroman né un racconto di vite: fa anche delle rocce un personaggio connotato in maniera mirabile, e indaga il mistero del ritorno con perizia, cura, sensibilità, rendendo il viaggio, ogni viaggio, una testimonianza e un recupero di consapevolezza, un affresco potentissimo, autentico, non retorico, intenso. Da leggere.

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