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“Voglio vederti soffrire”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

Piermarini l’aveva affrontato appena Enea era entrato in ufficio. Come anticipato da Sara, il capo non gradiva che fosse stato un semplice ispettore a dare spiegazioni ai genitori del ragazzino precipitato dall’albergo. Enea mantenne un basso profilo, Piermarini aveva ragione, era stato scavalcato. Non aggiunse molto, oltre alle scuse. Attese che la sfuriata si esaurisse e poi riprese a lavorare. «Cristofori, sei sempre il solito stronzo.» Tommaso Ricciardi, detto Tom Lo Schiavo per la sua propensione a prostrarsi a qualunque superiore, era incline a perdere ogni occasione buona per tacere. Non era stupido, ma era un leccaculo, e per questo inviso alla maggior parte dei colleghi. Enea si limitò a sorridere. Diversamente la schermaglia sarebbe proseguita prendendo risvolti anche più coloriti. In quel momento un agente si precipitò in ufficio. Senza fiato fece l’annuncio che sconvolse la giornata: «Un uomo ha appena preso ad accettate la moglie in mezzo alla strada!» Gli ci vollero alcuni secondi per riprendersi e dare altre utili informazioni, per esempio l’indirizzo. Insieme a Gabrio, Enea prese il materiale per i rilievi e scambiò ancora qualche parola con il collega che sembrava essere arrivato a piedi da molto lontano, tanto ansimava. «Stai calmo, o ti verrà un infarto.» Gabrio riusciva ad avere parole di conforto per tutti. «Ma l’ha decapitata! Guarda! Mi hanno mandato le foto sul cellulare!» «Cosa?» Dalla gola di Gabrio uscì più che altro un ruggito. «Hai detto che l’ha presa ad accettate! Pensavo fosse ferita. Non così morta!» Gabrio era rosso in viso e la sua collera si sfogò anche in auto, mentre Enea guidava verso il luogo del delitto. «Quel deficiente! Possibile dare le notizie così?» «Fa il poliziotto, non il giornalista.» «Avrebbe dovuto fare il venditore di matitine dell’Ikea! Un coglione! Impiega mezz’ora a dire scemenze e non va al punto. Decapitata.»

Voglio vederti soffrire, Cristina Brondoni, Clown Bianco. Giornalista e criminologa esperta di balistica forense che da anni collabora con l’ex comandante del Ris di Parma, Luciano Garofano, in casi di omicidio, suicidio e morti sospette, Cristina Brondoni scrive con consapevolezza invidiabile un avvincente e profondo romanzo ambientato in una lunga estate calda meneghina che prende le mosse da una serie di delitti nei quali l’unico elemento fondamentale sembra essere un inestricabile ed esiziale male di vivere che avviluppa, soffoca e mortifica anime fragili ed esistenze ai margini. Ma… Eccellente.

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“Diablo”

31hBVAJhb3L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quello che accade dopo è come un lungo e confuso film. Nella zona d’ombra – che davvero d’ombra non è, ma le luci delle lampade a stelo sono tutte puntate altrove, quindi risulta più buia del resto – lo aspettano altri divani, pieni di ragazzi in slip. Alcuni si baciano, altri sono inginocchiati e dispensano generosi pompini. Come gruppi scultorei mobili, ondeggiano al ritmo del sangue e della musica, senza preoccuparsi degli altri che stanno ballando e chiacchierando pochi metri più avanti. La mano di M è sulla sua spalla. «Hai capito come funziona qui?» Teo annuisce. «Hai domande?» «No» risponde, rispettando con ossequio la prima regola che gli ha dato Oscar. «Bene.» Senza preavviso, Teo si trova sotto il naso un flaconcino. «Respira con una narice e poi con l’altra.» L’estasi gli germoglia dentro come un albero di luce e l’eccitazione esplode come un canto nel silenzio. Un secondo dopo, Teo si trova la bocca di M sulla propria, le mani che gli esplorano il ventre e i glutei. Lo bacia lì in piedi, in mezzo agli altri ragazzi ondeggianti. Quando si stacca, gli sorride. «Baci bene» commenta, poi va al tavolo delle meraviglie e torna con una pasticca e un bicchiere con del liquido. «Bevi questo e prendi questa.» Cos’è? vorrebbe chiedere Teo, ma una versione liquida della voce di Oscar gli ripete: “Niente domande!” Così beve e ingerisce la pillola.

Diablo, Paolo Capponi, Clown bianco. Monte San Fausto, in mezzo alle montagne dell’entroterra marchigiano, non è esattamente una metropoli in cui avventure rocambolesche e rutilanti siano all’ordine del giorno. Anzi. Ed è lì che Teo, universitario ventiduenne, è costretto a tornare, abbandonando Roma e le sue promesse non mantenute. Avendo lasciato il natio borgo non troppo selvaggio negli anni tra i più importanti della sua formazione individuale, come lo sono di norma per ognuno, non ha più dei veri e propri amici, ammesso e non concesso che quelli che aveva potessero essere davvero considerati tali e non semplicemente coetanei che hanno avuto la ventura di condividere luoghi e tempi, e dunque contatta come prima cosa il suo ex (e già essere un maschio che ha un ex maschio in un borgo non troppo selvaggio non è proprio la più facile delle condizioni esistenziali: di solito si finisce per appartarsi in macchina in strade isolate, e in ginocchio si sta anche per pregare Dio che non passi di lì qualche linguacciuto compaesano, purtroppo, visto che di mentalità aperte, a differenza che di pettegoli, non è pieno il mondo, e certo le probabilità che ciò che si vuole mantenere riservato deflagri alla luce del sole sono inversamente proporzionali all’ampiezza dei confini del municipio, salvo eccezioni sempre possibili), Ettore, che appunto della riservatezza, come se si trattasse di un prerequisito da chat, ha fatto uno stile di vita: ombroso e generalmente assai laconico, non indugia però nel rivelare subito a Teo, dando di primo acchito l’idea, come si suol dire, di voler mettere le mani avanti per non cadere all’indietro, che ha un nuovo ragazzo, Pietro, con cui ha ritrovato la felicità. Il problema è che però in realtà la sua storia è tragica: ha perso i genitori, è sprofondato nel baratro della depressione, si è rifugiato su Grindr (che non è un Facebook per gay, come ingenuamente pensa il delizioso Josh Duhamel di Tuo, Simon, e nemmeno un luogo d’incontro virtuale per fini esegeti delle diatesi verbali, benché si parli sovente di attivi e passivi) dove ha incontrato un prostituto, P€T€R (gli va dato atto che già il nick era chiaro, non si è fatto passare per la povera verginella che si voleva confessare …), ossia Pietro, membro – in tutti i sensi, si consenta la battutaccia… – di una confraternita massonica, ora scomparso dopo essere stato minacciato di morte. Come adesso Teo, che vuole riavvicinarsi a Ettore e decide di aiutarlo, ma… Splendido sin dalla copertina, opera di un raffinato artista della parola e dell’immagine come Stefano Bonazzi, il romanzo di Capponi è una perla rara: intenso, avvolgente, intelligente, credibile, coinvolgente, potente, forte, vibrante, ben scritto, ben costruito, raffinato, caleidoscopico, organizzato con magistrale cura fin nel dettaglio, connotato con precisione, con un ritmo sopraffino e un finale perfetto e sorprendente. Ottimo.

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“Il futuro degli altri”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Giorgio, sono Paolo Brera. Senti, io ti ho fatto una bella pubblicità mettendoti col tuo vero nome nel mio romanzo, e adesso tocca a te, ti devi sdebitare» attacca Brera non appena l’avvocato risponde. «Hai letto i giornali, no? Io sono alla caserma dei carabinieri e c’è un colonnello che mi sta torchiando. Fra poco arriva il sostituto procuratore. Vieni anche tu?» All’altro capo del filo Velezzi acconsente. Il caso è già celebre e potrà trarne un po’ di notorietà. Già il semplice fatto di essere comparso col suo vero nome in un altro romanzo di Brera, Il veleno degli altri, come avvocato difensore della protagonista, gli ha portato un bel po’ di lavoro. «Io ci sto, ma guarda che nel prossimo romanzo, con la protagonista mi ci devi far andare anche a letto, chiaro?» «L’ho già fatto. Il romanzo si chiama L’azienda degli altri e sta facendo il giro dei rifiuti fra i lettori delle maggiori case editrici. Senti però, di letteratura parliamo un’altra volta, se non ti dispiace, adesso corri qui e imbastiscimi la difesa, caro il mio Perry Mason.» «Arrivo. Però guarda che io mi chiamo Raymond Burr, non Perry Mason.»

Il futuro degli altri, Paolo Brera, Clown bianco. È il figlio di uno dei più grandi giornalisti che si ricordino, non solo a livello italiano, una penna finissima e un intellettuale di indubbio spessore, che evidentemente gli ha saputo trasmettere talento e passione: appena fuori dalla Bocconi, ha lavorato lì e altrove come assistente di Storia economica, Diritto privato comparato, Economia politica e Marketing, e poi si è dedicato al giornalismo, alla narrativa, alla poesia, alla fantascienza, a traduzione di Balzac, Puškin, Zorrilla, Turgenev, Sienkiewicz, Machado de Assis, Vazov, Jan Neruda, Caragiale e molto altro ancora. Qui, in ossequio alle leggi della letteratura, che intessono il reale con i loro iridescenti fili e lo rendono diverso da sé, eppure sempre lo stesso, edificando un sistema escheriano di riferimenti e scatole cinesi in cui si resta avvinti e affascinati, narra con brillantezza appassionante la storia dell’assassinio di una donna che pare assai simile a quello raccontato in un giallo allegato a un giornale da uno scrittore, Paolo Brera, su cui dunque si addensano i sospetti. E… Da non perdere.

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“Di morte, d’insonnia e d’altre canzoni”

CopertinaDiMorte4.jpgdi Gabriele Ottaviani

La donna alzò lo sguardo verso la radiosveglia, sollevando leggermente la testa dal cuscino: erano le tre e ventiquattro e ancora non riusciva a prender sonno. Il giorno incombente sarebbe stato impegnativo: sei ore di lezione, una dietro l’altra, senza soluzione di continuità se non i quindici minuti di intervallo. Eppure, nonostante la stanchezza che si sentiva addosso, nonostante la tisana di erbe bevuta prima di coricarsi, il sonno tardava a giungere. Provava un dolore alla base del collo che si irradiava verso la testa e la invadeva con ondate pulsanti. Doveva cercare di non pensare a nulla, di immaginare uno schermo bianco davanti a sé dove proiettare immagini rilassanti, controllando battito cardiaco e respirazione. Ma era tutto inutile poiché un’inquietudine profonda le accelerava le pulsazioni, le affrettava il respiro, le tormentava i pensieri, senza che riuscisse a comprenderne la causa. Si trattava solamente di stress?, di stanchezza da lavoro e da preoccupazioni?, di rimpianti? Oppure quella angoscia stillante voleva rappresentare un segnale più preciso? Alla fine decise di alzarsi dal letto, tra le coperte si sentiva soffocare. Mosse qualche passo verso la cucina, dove si versò un bicchiere di latte. Dopo aver bevuto, si sedette al tavolo e prese il libro che stava leggendo la sera prima e che aveva lasciato lì prima di andare a dormire: Kafka sulla spiaggia di Murakami.

Di morte, d’insonnia e d’altre canzoni, Riccardo Landini, Clown bianco. Ezio Marvelli è un investigatore formidabile, un ispettore bravissimo che è riuscito a fermare Buio, al secolo Giano Gozzi, un serial killer armato di machete che imperversava nel Nord Italia e che durante lo scontro decisivo con Marvelli è scomparso nelle infide e freddissime acque del fiume Po: ma a quanto pare questo che letteralmente sembra essere un vero e proprio spettro del passato non ha la benché minima intenzione di abbandonare Marvelli, poiché il settentrione dello Stivale è di nuovo scosso da una sequela di delitti. Per giunta Marvelli riceve di volta in volta un inquietante messaggio, sempre lo stesso, e… Magnifico e travolgente.

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“Luce”

unnameddi Gabriele Ottaviani

«Tienilo tu,» mi aveva detto «io l’ho ascoltato tante di quelle volte che ho finito per consumarlo.» Ed era proprio così. Le tracce di quel quarantacinque giri erano talmente scavate dalla puntina che i brani venivano continuamente interrotti da fastidiosi saltelli. Sulla copertina del disco appariva Patti Smith in canottiera, con lo sguardo rivolto al basso mentre con le mani si reggeva i capelli. Le donne di quegli anni erano delle vere eroine. Semplici e feroci. Ancora non avevano l’abitudine di radersi le ascelle. Non ne avevano bisogno per esaltare le loro doti. A piedi scalzi, alzandomi sulle punte, facevo partire la traccia che avrebbe reso memorabile sia l’artista che l’album: Because the Night. In quel preciso momento, nella mia stanza non c’era spazio per nient’altro. C’eravamo soltanto io, la voce di Patti Smith e le sue note alte…

Luce, Bettina Bartalesi, Gianluca Di Matola, Clown bianco. Il padre non fa nulla. I fratelli sono due perdigiorno. Il volto della madre probabilmente è l’illustrazione ideale per un dizionario che volesse allegare un’immagine al lemma “succube”, nel suo caso declinato al femminile singolare. Luce ha tredici anni nel millenovecentosettantotto, quando le Brigate Rosse rapiscono e ammazzano Moro e l’Italia è ben diversa da quella che le sembra di scorgere: del resto è come se osservasse il mondo attraverso uno specchio deformante, la lente del microcosmo rassicurante eppure non privo di scintille, come brace che soggiace alla cenere, della provincia in cui risiede. Forse vorrebbe un’altra vita. Forse vorrebbe un’altra famiglia. Forse le pare di trovarla. E… Intenso, formidabile, caratterizzato fin nel più minuto dettaglio, compiuto come raramente capita di leggere, a maggior ragione per il fatto che due voci si amalgamano in maniera davvero elegante e solida nella costruzione variopinta della trama, è un ottimo romanzo che si legge con passione, una storia avvincente e intrigante di riscatto sociale con una protagonista che persiste nella memoria e la cui immagine vellica la potenza delle emozioni.

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“Rimini Graffiti”

copertina Rimini Graffiti-001di Gabriele Ottaviani

Mi aveva tolto le parole di bocca. Anch’io ero curioso di sapere: quella che doveva essere una caccia all’amante era diventata un’inaspettata visita al cimitero. O era un caso, e Raffaele aveva percorso la stessa strada terminando poi il viaggio al cimitero invece che dall’amante, oppure si era accorto di noi e ci aveva sviato di proposito. La presenza di Pedro però non aveva senso, a meno che non si fossero dati appuntamento al cimitero. E se così era, a quale scopo? C’era anche un’altra possibilità: che non avessimo capito nulla. E spesso, la terza via è quella che ci mostra la strada.

Rimini Graffiti (Il valzer dei cani), Nicola Arcangeli, Clown bianco. Antonio è uno sbandato. È alcolizzato. È morto. Lo hanno trovato cadavere. È questo che Roberta dice – non poteva non farlo… – a Léonard, il suo ex marito, per telefono: perché Antonio era stato in gioventù il migliore amico di Léonard. Che del resto già si aspettava un guaio: un trillo quando la mattina non ha ancora spalancato del tutto la sua corolla di raggi solari non è mai un buon segnale, le notizie piacevoli possono sempre aspettare, sono quelle brutte che hanno l’urgenza di correre. E così il sessantatreenne che ora vive a Milano è costretto a viaggiare a ritroso nel tempo (ma anche nello spazio), sin da quando ha lasciato, dopo la traumatica separazione dei propri genitori, pressoché bambino la California per approdare a Rimini: laddove c’è un segreto che non è stato ancora svelato. I cani stanno per tornare, e… Avete presente quando si dice un giallo coi fiocchi? Ecco, è questo il caso.

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“L’ultima generazione”

51LMLS5ApLL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le mie verità non mi hanno reso immune alla depressione. Negli ultimi due mesi sono stato uno straccio, un cane nero e spelacchiato assai difficile da aizzare. Nessuna filosofia ti rende immune ai periodi di down. Non combattevo le mie battaglie, crollavo dal sonno e mi rifiutavo di dormire. La depressione è stata improvvisa e inaspettata. La causa della depressione è stata illogica e femminile. Il fatto che ora, che ne sto uscendo, abbia voglia di picchiare qualcuno denota che dalla depressione vorrei uscire in modo altrettanto illogico, ma maschile.

L’ultima generazione, Zeno Cavalla, Clown Bianco. È fissato col sesso – del resto è maschio, giovane, bello, affascinante, intelligente e smaliziato: a cosa dovrebbe pensare la gran parte del tempo, alle sfumature di colore delle tessere dei mosaici di Piazza Armerina, con tutto il rispetto? È come se qualcuno si scandalizzasse per le inquadrature di Mektoub: my love – Canto uno di Kechiche: buon Dio, si racconta la storia di un ventitreenne – per giunta di rara sensualità – che vuole lasciare medicina per fare lo sceneggiatore, quindi un lavoro che racconta la realtà partendo dalla sua attenta osservazione, dove dovrebbe indugiare il suo sguardo se non sulle splendide forme delle sue coetanee nel corso di una lunga estate calda in Francia, sulle doppie punte (ammesso e non concesso che un maschio eterosessuale sappia cosa sia una doppia punta, va senza dirsi…)? – e con molto altro, e in realtà l’interesse primario non collima assai col resto. È uno studente, è del nordest, un’amica blogger gli ha dato un soprannome che è tutto un programma, e lui è alle prese con un viaggio, un’avventura picaresca: in primo luogo, quella di diventare adulto… Zeno Cavalla dà alle stampe un gioiello caleidoscopico, multisfaccettato, scintillante, scritto in stato di grazia, che si legge in un lampo ma per molto più tempo permane nel cuore: da non farsi sfuggire.

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“Gassman nell’armadio”

51XivUDDNcL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Senti, ho avuto una giornata di merda. Facciamo così, voglio dare il mio contributo alla causa: se devi bucare la parete, ricordati che nell’appartamento hanno spostato i mobili. E ora me ne vado a dormire, che dopo aver scoperto che la Dama con l’ermellino è fidanzata con quel coglione non ce la faccio più a sopportare nulla.

Gassman nell’armadio, Andrea Rezzonico, Clown Bianco. Achille ha vent’anni. È fuorisede. Studia. A Roma. È innamorato. Di una ragazza. Che non conosce. L’ha solo vista. E ne è rimasto folgorato. Non sa il nome. Non ha il coraggio di avvicinarsi. Non le ha mai parlato. Ma non riesce a pensare che a lei. Una notte, nel chiuso della sua stanzetta, sta vedendo un documentario su Vittorio Gassman: d’un tratto, a proposito di folgori, un fulmine colpisce il condominio e fa saltare la corrente. Achille fa per prendere la torcia dall’armadio ma da dietro le ante esce… Bruno Cortona. Sì, lo spavaldo per antonomasia, il protagonista del Sorpasso. E non sarà mica solo lui a dargli una mano a realizzare i suoi sogni… Divertente, intelligente, brillante, lampeggiante di genio: da leggere.

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“Muschi alti”

5114u2zC42L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il momento è giunto: si alza in piedi, sfila come in passerella, un piede dietro l’altro proprio come fanno le modelle, dando, per tutto il tempo, le spalle ad Amedeo. Si dirige lentamente verso la bottiglia, che si trova fortunatamente dall’altra parte del tavolo, le si ferma vicino e, rimanendo sempre di schiena, girando solo la testa verso il suo pubblico, dice con piccante sensualità: «Amedeo, caro, mi versi un bicchiere di vino per favore?» Rapido, Amedeo si alza per esaudire la richiesta della sua signora e subito dopo riempie i bicchieri di tutti. È proprio Flora a proporre un brindisi alla bella serata, alla cuoca – della cui cucina non ha assaggiato quasi nulla in realtà, troppo grassa per i suoi gusti – e a tutti i presenti. Tutti sollevano i bicchieri e brindano felici. Amedeo è sconvolto, Flora è davvero imprevedibile. La serata prosegue sotto le stelle, calda e piacevole. Flora si accorge di essere osservata dall’avvocato. Si parla di caccia. Lei si sente a volte preda e a volte cacciatrice… Vorrebbe stuzzicare un po’ i presenti, così solo per dare un po’ di brio alla serata. Amedeo, però, inizia a raccontare vecchie battute di caccia fatte con la famiglia tempo prima, una noia mortale, non la smette più, che barba, uffa… pensa Flora. Non riuscendo ad attirare in alcun modo l’attenzione di Giovanni, troppo preso dai racconti di Amedeo, decide di regalare un fugace sguardo all’avvocato, che – ne è certa al cento per cento – la sta osservando da un bel po’ e sempre con più interesse. Parte il gioco. Movimenti lenti e calibrati, nessuno si deve accorgere di nulla. Nel voltarsi verso Amedeo, tutto preso dal suo racconto, lascia che si slacci “inavvertitamente” un bottone della camicia, in modo che sia un po’ più visibile l’intimo, il giusto tra vedo e non vedo, quanto basta per catturare l’attenzione e stuzzicare i pensieri.

Muschi alti, Daniela Capobianco, Clown Bianco. Muschi alti è il nome di un agriturismo che fa splendida mostra di sé nel paesaggio incantevole, sensuale e ammaliante della Maremma: lì si intrecciano le storie di uomini e donne che decidono, per i più diversi motivi, di intraprendere un viaggio. Ed è noto che dai viaggi, se si parte con la disposizione d’animo non del turista bensì di chi vuole davvero vivere una nuova esperienza, si torna per forza di cose mutati. Non bisogna temere il mutamento, ma certo nulla garantisce che sia inevitabilmente positivo: e così Daniela Capobianco fa fare al lettore la conoscenza di Laide, che non vuole figli, ma il suo fidanzato sì, di Biagio, che sente di avere nel cuore una storia da raccontare in forma di romanzo, ma non sa come fare, di Giovanni, che è ossessionato dai suoi debiti di gioco, di Valter, che per la prima volta si allontana dal suo mondo e dai suoi anziani genitori, senza avvisarli, di Flora, che incontra Amedeo e si domanda se finalmente possa essere lui quello giusto… Brillante, solido, ben caratterizzato, convincente e coinvolgente.

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“La vita sessuale delle sirene”

51wbQZ0ndHL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

«Ma raccontami qualcosa di te!» esclama la Contessina. «Non potrai mica fare sempre il misterioso!» «Che dire? Ho trent’anni, quasi trentuno. Sono nato e cresciuto a Torino…» La sua vita, quella sì che l’ammazzerebbe di noia. Ma tanto gli sembra di essere capitato in un film o comunque in un’altra realtà, per cui si può anche inventare. «Non ci crederai ma sono stato sposato». «Davvero?» strabuzza gli occhi. Quando fa di queste espressioni la sua faccia si allunga come quella di un cavallo. Varenne, ecco a chi somiglia. Leo abbassa gli occhi e dice con voce grave: «Lo sono stato per poche ore. Purtroppo mia moglie è morta la sera stessa del matrimonio». «Oh, mi dispiace!» esclama sempre più equina. «Ma com’è successo?» «Un fulmine. Lei si era buttata in piscina e di colpo è venuto il temporale e…» finge di non riuscire a proseguire. La Contessina lo abbraccia e Leo si lascia abbracciare e le sue narici si riempiono di un profumo vanigliato nauseabondo che gli fa venire voglia di starnutire. «Tutto bene lì?» chiede qualcuno della compagnia, ma poi non aspetta nemmeno una risposta e torna a isolarsi con i suoi compari. «È una storia tristissima!» gli dice la Contessina nell’orecchio. Leo non risponde. Ma una cosa l’ha capita: a lei, lui piace. E dopo questa triste storia è già pronta a far cadere ogni barriera e a darsi totalmente, anima e corpo. «Non volevo rovinarti la serata» dice staccandosi da lei e prendendo una boccata di ossigeno. «Non dirlo neanche per scherzo! Io ti voglio aiutare» si morde le labbra e gli mostra tutta la sua partecipazione emotiva con una gamma di espressioni che vanno dal preoccupato all’ammirato, dal compassionevole al rassicurante. «Posso?» «È un peso troppo grande» scuote la testa. «In due si potrà sopportare meglio, non credi?» «Sicura? Sarebbe troppo grande lo stesso». Fa un sospiro. «Sì» dice. Poi indecisa se piangere o ridere, prende la sua faccia tra le mani e gli schiocca un bacio sulle labbra. «Sì!» ripete.

La vita sessuale delle sirene, Andrea Malabaila, Clown Bianco. Leonardo e Ilaria sono due ragazzi tranquilli. Normali. Semplici. Come tanti. Come tutti, o quasi. Di estrazione borghese. La loro esistenza sembra essere una corsa – ma nemmeno, una passeggiata… – a tappe: lo studio, il lavoro, il matrimonio. Si innamorano, si mettono insieme, si sposano. Leo pensa che quello sia solo l’inizio. Ma è anche la fine. Perché il giorno delle nozze il giovane trova Ilaria nella piscina del ristorante, nuda e tra le braccia, si consenta la foglia di fico dell’eufemismo sullo squallore, di suo fratello. Niente più gioia, niente più felicità, niente più speranze. Ma il vantaggio del fondo è che più facile che mettersi a scavare è trovare in quel frangente la forza per darsi la spinta per ripartire… Amare è complicato, amarsi è complicatissimo, conoscersi è pressoché impossibile: però vale sempre la pena di provarci. Fresco, divertente, profondo, lieve, intelligente: da leggere.

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