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“L’immagine divisa”

di Gabriele Ottaviani

La ragazza rivelò gambe lunghe e sottili avvolte da pantaloni grigi eleganti. Sopra, indossava una giacca blu in lana. La revers a lancia aperta sul davanti rivelava una maglietta bianca, sulla quale spiccava un sottile filo di perle. La pelle era lattea, i capelli castano scuro pettinati da una parte a coprire la fronte, fin quasi sugli occhi, celati dietro occhiali dalle minute lenti rettangolari senza montatura. Il salotto nel quale aveva ricevuto Damiano era arredato in stile minimal, lucente, arioso, i mobili essenziali, le sedie di design, il divano su cui sedeva aveva l’aria di essere massimamente scomodo, i pochi scaffali ospitavano libri apparentemente intonsi, un paio di piante grasse, soprammobili dai tratti essenziali e niente foto. Neanche una foto di sé, del fratello, di un fidanzato, della famiglia, di compagni di università, del gatto…

L’immagine divisa, Marco Marinoni, Clown Bianco. Paolo è un valentissimo ingegnere informatico in conflitto con i vertici della sua azienda perché non vuole che le sue ricerche che potrebbero davvero rivoluzionare il settore dell’intelligenza artificiale, nell’accezione più ampia di questa locuzione, siano mero appannaggio di pochi: la battaglia continua finché una mattina davanti al laboratorio non viene rinvenuta la sua macchina. Lui è all’interno. Morto. Sgozzato. Iniziano le indagini, e… Brillante, profondo, ricco di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione, mozzafiato: da leggere.

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“La libellhula-hoop e altre filastrocche”

di Gabriele Ottaviani

Ma è tutto tuo tutto tuo sono anch’io che ti guardo e archivio negli scaffali segreti del cuore il fotogramma della tua preziosa pace, invisibile al mondo. Mia piccola Amina prego che quel latte di mamma ti protegga dalle malattie, che ti gonfi le guanciotte, le pieghe delle tue ditina, che ti illumini gli occhi neri, che ti ispiri un sorriso. Fanne una scorta infinita per la vita, piccolina!

La libellhula-hoop e altre filastrocche, Andrea Maestri, Clown Bianco. Illustrazioni di Emanuele Di Spirito. Si può parlare di tutto, purché lo si faccia nel modo giusto, anche delle realtà più gravi con un tocco di leggerezza, fantasia, colore, così da arrivare al cuore e alla mente di ognuno, con immediatezza e semplicità: del resto non c’è alternativa, l’ignoranza, l’oscurantismo e la paura si combattono solo con la cultura, l’educazione, la formazione, e la mentalità e la società possono essere mutate e migliorate solo se ci si muove sin dalle basi, dalle fondamenta, dai primi momenti e anni. Per avere un mondo migliore servono adulti migliori, e gli adulti lo diverranno solo se sono stati bambini cui è stata spiegata e fatta diventare parte fondamentale del loro sé la valenza del bene: il razzismo, l’inclusione, la diversità, il dialogo, persino la pandemia sono il sostrato di queste fiabesche atmosfere che conquistano e fanno ragionare. Da non perdere. Per tutti.

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“La casa dei bambini perduti”

di Gabriele Ottaviani

La mascella di Biraghi s’irrigidì. A due settimane dal voto, questa vicenda poteva avere un peso e diventare decisiva: bisognava sfruttarla al meglio ed evitare che diventasse un boomerang. Non appena i tre giornalisti lo raggiunsero, Biraghi destinò loro il sorriso più accattivante che possedesse, quello che ci voleva per una nuova recita: «Non ho parole! Prego per quell’uomo appena portato via in ambulanza. Non è il momento ideale per un’intervista, ma ve la dovevo. Per cui, accomodiamoci.» Partirono i registratori, la commedia poteva cominciare.

La casa dei bambini perduti, Nicola Arcangeli, Clown Bianco. Disperato e alcolizzato dopo la scomparsa della moglie, Groff, che pure è stato, ed è tuttora, un investigatore dalle formidabili capacità, è incaricato di portare la luce della verità su un mistero che sta gettando nella paranoia, nel panico e nell’orrore l’intera comunità: il figlio di un rampante e abile giornalista che sta per sbugiardare, nel pieno di una campagna elettorale senza esclusione di colpi, il candidato che tutti danno per vittorioso, l’ex questore Biraghi che non ha affatto la coscienza immacolata come vuole far credere, scompare all’improvviso. La mamma lo accompagna a scuola, ma lui in aula non giunge mai. Quel che è ancor più tragico, angosciante e inquietante, però, è che non è che il primo di una lunga serie di fanciulli di cui si perdono le tracce. E… Travolgente, esplosivo, ottimo.

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“Qualcuno, dal passato”

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Quante volte ti ho detto di non chiamarmi signore? Mi fai sentire impettito come un tacchino sopravvissuto a cento natali…

Qualcuno, dal passato, Irene Rossi, Clown Bianco. Il passato ha una brutta abitudine. Non passa mai del tutto. Il fatto che sia trascorso non significa che sia dimenticato. O dimenticabile. O che cessi di determinare conseguenze nella vita di ognuno di noi. Lo sa bene Jo Penna, burbero, sarcastico, malmostoso, stropicciato, abilissimo, irresistibile commissario a capo della squadra mobile di Bologna che si imbatte sui colli che circondano la Dotta nel cadavere mutilato di una ragazza e nella cartolina di un vecchio film, esattamente come accadeva ai tempi in cui lui lavorava a Cortina. Solo che, in teoria, il responsabile di quei delitti è da tempo, e senza dubbio alcuno, defunto. Perciò… Vincitore evidentemente con pieno merito l’anno scorso del premio Gialloluna Neronotte per il miglior romanzo inedito, è da non perdere. Mozzafiato.

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“Una mente superiore”

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«Che non sia più mio marito? Infatti. Ci siamo separati tre anni fa, ma le cose andavano male da tempo. Ed ecco qui il secondo periodo, decisamente meno fantastico rispetto al primo.» Francesca bevve un sorso di caffè, posò la tazzina e guardò Grilli con intensità. «E a te, Mauro? Cos’è successo? Come mai un vicequestore di Milano viene retrocesso e trasferito in una città in mezzo all’Emilia?» La sensazione di paura divenne angoscia. Grilli poteva sentire i battiti del suo cuore pompare nelle vene del collo e delle tempie. Deglutì a fatica e non riuscì a reggere lo sguardo della donna. Spense la sigaretta nel posacenere e parlò tra i denti con un filo di voce. «Ho commesso un errore. Un errore molto grave.» Era facile da immaginare. Anche Francesca, essendo una poliziotta, sapeva bene come funzionavano le gerarchie tra le forze dell’ordine; una retrocessione era una macchia grave, su un curriculum egregio come quello di Grilli. Con tono dolce cercò di scavare più a fondo. «Ti va di parlarmene?» Sì, pensò. «No!» disse. Ma si rese conto immediatamente di aver sbagliato il modo, corresse il timbro di voce: «Meglio di no. E adesso credo che sia meglio se torniamo al lavoro, abbiamo un caso da risolvere.»

Una mente superiore, Davide Lugli, Clown Bianco. Sono passati dieci anni, ma, come dice la canzone, certe volte viene da pensare che se ci si trovasse davanti chi un giorno ha detto che il tempo è un gran dottore si rischierebbe davvero di compiere uno sproposito legandolo a un sasso stretto stretto e buttandolo giù in fondo al mare: perché certi dolori non passano per niente con l’erodersi delle stagioni, anzi. La vita e la carriera del commissario Grilli sono una ferita che sanguina implacabilmente, e che si riapre di continuo: in quest’occasione, poi, con le morti violentissime di tre giovani in apparenza senza nulla in comune, se non la mano che li ha uccisi, e che beffardamente sfida la polizia lasciando indizi in merito a chi sarà la vittima successiva, la pena è più viva che mai… Classificatosi terzo due anni fa con quest’opera al concorso per inediti GialloLuna NeroNotte, Lugli scrive un romanzo di pregevolissima fattura. Un vero regalo per tutti gli appassionati.

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“Pulcinella è cattivo”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

Gli elefanti d’argento erano troppo pesanti, quelli di porcellana troppo fragili. E poi la signora voleva regalarne almeno un centinaio, quindi se non c’era uno sconto sulla quantità sarebbe andata altrove. Questa minaccia la scoccò arricciando la bocca. Le labbra mostrarono una cifra indefinita di rughe che somigliavano a tanti minuscoli tagli. La donna cercava di occultarli sotto il pesante tratto di un rossetto rosa antico. Ma il tentativo era mal riuscito. Luisa iniziò a esporle delle riproduzioni di anfore lavorate interamente a mano. «Guardi, queste sono in originale terracotta. Il prezzo è ottimo» le garantì. «E se pagate in contanti la ditta vi offre perfino i confetti.» Fece capire alla signora dalla bocca a culo di gallina che, se avesse scelto quel modello lì, sua figlia avrebbe fatto la figura di una che non ha lesinato sulla cerimonia. «Farete parlare tutti quanti, sentite a me. Queste le ha scelte pure mia cugina. La gente ha raccolto la lingua dal pavimento» enfatizzò Luisa, che una cugina appena sposata non c’è l’aveva mai avuta. Ma lei si era cucita addosso l’arte della venditrice. E sulle bugie da elargire ai clienti non aveva rivali. Pure per questo, all’interno del negozio, l’invidia nei suoi confronti era uno spillone che ogni tanto le punzecchiava la schiena.

Pulcinella è cattivo, Gianluca Di Matola, Clown Bianco. Umberto e Vanessa vivevano a Ponticelli, quartiere popolare e popoloso – dopo Fuorigrotta è in tutta la città quello che ha più abitanti – della periferia – orientale – di Napoli, già casale del capoluogo all’epoca dell’unità d’Italia e poi a lungo comune autonomo, ora parte della sesta municipalità della metropoli campana assieme a Barra e San Giovanni a Teduccio, stretto tra Volla, Casoria, Cercola, San Sebastiano al Vesuvio, San Giorgio a Cremano e Poggioreale. Umberto e Vanessa sono due bambini. Umberto e Vanessa sono scomparsi. Da due anni. Sara, affiancata dal capo, da Boris, bravo collega che – e come dargli torto… – ha un debole per lei, da Luisa, giovane dall’anima ferita, e dall’irresistibile Franz, un meraviglioso Rottweiler bisognoso d’amore, maldestro ed esuberante, lavora alla Mobile, fa l’ispettrice, e per lei questo caso è una vera e propria ossessione, è diventata amica delle famiglie, riesce a essere rispettata e stimata finanche negli ambienti più difficili, che di solito sono appannaggio esclusivo della criminalità organizzata. Purtroppo però le stanno per togliere il caso, dato che non si vedono risultati: a questo punto inizia dunque una palpitante corsa contro il tempo, nella quale a ogni angolo si incontrano colpi di scena e possibili svolte decisive… Il romanzo ha vinto, e ci sarebbe mancato altro, verrebbe da dire, visto quanto è ben realizzato, l’edizione del duemiladiciotto del Premio per il Miglior Romanzo Inedito indetto da GialloLuna NeroNotte, ed è da non perdere. Assolutamente.

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“Non era neanche il mio tipo”

Copertina_mio_tipo4di Gabriele Ottaviani

Alla fine ero arrivato vivo, anche se comunque gravemente ferito e convalescente, alla fine di marzo, pensavo mentre aspettavo il gruppo cosiddetto di Karpathos davanti al centro Appiani come mi pare lo chiamassero e meditavo sul motivo che impedisce agli architetti di qualsiasi livello, a partire da quelli di paese che costruiscono le piazze, neopeggio le chiamo perché ritengono di dover superare forse l’architettura razionalista già da tempo comunque evidentemente defunta, cercando di sostituirla con suggestioni che immaginavano postmoderne che si riducevano poi a mettere in cima all’edificio un frontone posticcio magari con un buco circolare o semicircolare in cima forse anche chissà volendo inserire reminescenze neobarocche da cui il nome che avevo dato io al fenomeno, ma anche questo qui del centro Appiani, che aveva ricavato da un insieme di edifici nuovi caratterizzati da un rosso che forse voleva non so ricordare le costruzioni di mattoni di secoli antichi una piazza da cui la vita era stata brillantemente espulsa lasciando spazio solo al suo incubo architetturale e per un caso fortuito proprio questa piazza qui era il luogo di incontro dato che anche le piazze metafisiche potevano oggi ospitare una pizzeria come questa nella quale poi abbiamo preso posto tutti insieme mostrandoci a vicenda…

Non era neanche il mio tipo, Carlo Longo, Clown Bianco. Che l’amore è tutto è tutto ciò che ne sappiamo. E quando lo si perde viene davvero voglia, anche se non si fa sera, anche se tra i capelli un po’ d’argento non li colora, di gridare, di rinnegare il cielo, di prendere a sassate tutti i sogni ancora in volo, di spezzare le ali del destino, sbattere la testa mille volte contro il muro, respirare forte il suo cuscino e compagnia cantante (è proprio il caso di dirlo…). È una sofferenza dell’anima, che si fa profondamente fisica. Mozza il fiato. Come un flusso di coscienza. Ed è proprio questo il torrenziale e fortunato espediente stilistico scelto da Longo per raccontare la vicenda di un uomo che svanisce e dopo un po’ di tempo invia al suo più caro amico, pregandolo di non cercarlo, il manoscritto, straziato ma ironico, come del resto sono le umane sorti, in cui racconta della donna che dopo anni di convivenza lo ha lasciato. E lui, che si sentiva superiore, ora avverte tutto il peso della propria inconsistenza. Da leggere.

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“Tutta colpa di Jack”

Jack_copertina4di Gabriele Ottaviani

A questo punto della storia dovrei raccontarvi della mia ultima sbandata amorosa degna di nota, chiudere il romanzo e salutarvi con un riconoscente “grazie per aver resistito fino alla fine”. Ma il disagio grondante dalle pagine appena passate è troppo per riuscir ad affrontare anche il mio ultimo capitolo amoroso. E come James Cameron ha alternato scene tragiche di persone che annegano e confidano nella Provvidenza per essere salvate, a scene più leggere come la bella Rose che cerca di non tranciare un braccio al suo innamorato con un’accetta più grande di lei, anche io faccio virare questa piccola barca traballante verso un porto più sicuro e meno imbarazzante. Correva l’anno del non mi ricordo più di preciso quando. Nei paraggi giravano ancora il Batterista e la sua musica anni ’70. A quindici anni si fa molto presto a mettersi insieme e poi a lasciarsi, ma è altrettanto semplice restare amici. Prima ci si deve augurare di morire almeno cento volte, e si devono perdere quei centotrenta chili smettendo di mangiare e facendosi digerire dal tormento leopardiano ma, tutto sommato, restare in buoni rapporti era assai facile. STOP.

Tutta colpa di Jack, Mara Munerati, Clown bianco. Alice ha trent’anni. Ora. Ma quando vede per la prima volta Jack ne ha dodici. Jack è Jack Dawson. Ossia Leonardo Di Caprio in Titanic. Il Via col vento di James Cameron, tecnicamente perfetto a parte la scrittura, esercizio di rara prosopopea che regge solo grazie al fatto che sono stati presi due attori meravigliosi (vi dice niente quel capolavoro di Revolutionary Road? O Buon compleanno Mr. Grape? O Carnage?) che hanno saputo dare corpo a due personaggi senza l’ombra di un approfondimento psicologico che sia uno, kolossal che ha fatto faville agli Oscar e che si è stagliato come un fatale iceberg nell’immaginario collettivo. Anche sentimentale. Un tempo si desiderava il Brando del Tram, l’essere più orribile della storia degli esseri orribili, ma dannatamente erotico, tanto che non si riesce a odiarlo del tutto, anche se sarebbe dovere morale farlo. Poi è arrivato Paul Newman. Poi Di Caprio. Con la sua faccia d’angelo. Si sa, del resto, l’archetipo del principe azzurro è duro a morire. Il problema è che la vita non è un film. Per fortuna. Ma anche purtroppo. Perché se il modello che ci si prefigge è irraggiungibile, non si potrà che essere delusi. Incontrerai sempre qualcuno che ti renderà infelice, un inciampo che ti farà ruzzolare sulla strada della tua commedia umana, della tua educazione sentimentale. Però Alice non s’arrende, e… Fresco, divertente, graziosissimo.

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“Voglio vederti soffrire”

unnamed.jpgdi Gabriele Ottaviani

Piermarini l’aveva affrontato appena Enea era entrato in ufficio. Come anticipato da Sara, il capo non gradiva che fosse stato un semplice ispettore a dare spiegazioni ai genitori del ragazzino precipitato dall’albergo. Enea mantenne un basso profilo, Piermarini aveva ragione, era stato scavalcato. Non aggiunse molto, oltre alle scuse. Attese che la sfuriata si esaurisse e poi riprese a lavorare. «Cristofori, sei sempre il solito stronzo.» Tommaso Ricciardi, detto Tom Lo Schiavo per la sua propensione a prostrarsi a qualunque superiore, era incline a perdere ogni occasione buona per tacere. Non era stupido, ma era un leccaculo, e per questo inviso alla maggior parte dei colleghi. Enea si limitò a sorridere. Diversamente la schermaglia sarebbe proseguita prendendo risvolti anche più coloriti. In quel momento un agente si precipitò in ufficio. Senza fiato fece l’annuncio che sconvolse la giornata: «Un uomo ha appena preso ad accettate la moglie in mezzo alla strada!» Gli ci vollero alcuni secondi per riprendersi e dare altre utili informazioni, per esempio l’indirizzo. Insieme a Gabrio, Enea prese il materiale per i rilievi e scambiò ancora qualche parola con il collega che sembrava essere arrivato a piedi da molto lontano, tanto ansimava. «Stai calmo, o ti verrà un infarto.» Gabrio riusciva ad avere parole di conforto per tutti. «Ma l’ha decapitata! Guarda! Mi hanno mandato le foto sul cellulare!» «Cosa?» Dalla gola di Gabrio uscì più che altro un ruggito. «Hai detto che l’ha presa ad accettate! Pensavo fosse ferita. Non così morta!» Gabrio era rosso in viso e la sua collera si sfogò anche in auto, mentre Enea guidava verso il luogo del delitto. «Quel deficiente! Possibile dare le notizie così?» «Fa il poliziotto, non il giornalista.» «Avrebbe dovuto fare il venditore di matitine dell’Ikea! Un coglione! Impiega mezz’ora a dire scemenze e non va al punto. Decapitata.»

Voglio vederti soffrire, Cristina Brondoni, Clown Bianco. Giornalista e criminologa esperta di balistica forense che da anni collabora con l’ex comandante del Ris di Parma, Luciano Garofano, in casi di omicidio, suicidio e morti sospette, Cristina Brondoni scrive con consapevolezza invidiabile un avvincente e profondo romanzo ambientato in una lunga estate calda meneghina che prende le mosse da una serie di delitti nei quali l’unico elemento fondamentale sembra essere un inestricabile ed esiziale male di vivere che avviluppa, soffoca e mortifica anime fragili ed esistenze ai margini. Ma… Eccellente.

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“Diablo”

31hBVAJhb3L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Quello che accade dopo è come un lungo e confuso film. Nella zona d’ombra – che davvero d’ombra non è, ma le luci delle lampade a stelo sono tutte puntate altrove, quindi risulta più buia del resto – lo aspettano altri divani, pieni di ragazzi in slip. Alcuni si baciano, altri sono inginocchiati e dispensano generosi pompini. Come gruppi scultorei mobili, ondeggiano al ritmo del sangue e della musica, senza preoccuparsi degli altri che stanno ballando e chiacchierando pochi metri più avanti. La mano di M è sulla sua spalla. «Hai capito come funziona qui?» Teo annuisce. «Hai domande?» «No» risponde, rispettando con ossequio la prima regola che gli ha dato Oscar. «Bene.» Senza preavviso, Teo si trova sotto il naso un flaconcino. «Respira con una narice e poi con l’altra.» L’estasi gli germoglia dentro come un albero di luce e l’eccitazione esplode come un canto nel silenzio. Un secondo dopo, Teo si trova la bocca di M sulla propria, le mani che gli esplorano il ventre e i glutei. Lo bacia lì in piedi, in mezzo agli altri ragazzi ondeggianti. Quando si stacca, gli sorride. «Baci bene» commenta, poi va al tavolo delle meraviglie e torna con una pasticca e un bicchiere con del liquido. «Bevi questo e prendi questa.» Cos’è? vorrebbe chiedere Teo, ma una versione liquida della voce di Oscar gli ripete: “Niente domande!” Così beve e ingerisce la pillola.

Diablo, Paolo Capponi, Clown bianco. Monte San Fausto, in mezzo alle montagne dell’entroterra marchigiano, non è esattamente una metropoli in cui avventure rocambolesche e rutilanti siano all’ordine del giorno. Anzi. Ed è lì che Teo, universitario ventiduenne, è costretto a tornare, abbandonando Roma e le sue promesse non mantenute. Avendo lasciato il natio borgo non troppo selvaggio negli anni tra i più importanti della sua formazione individuale, come lo sono di norma per ognuno, non ha più dei veri e propri amici, ammesso e non concesso che quelli che aveva potessero essere davvero considerati tali e non semplicemente coetanei che hanno avuto la ventura di condividere luoghi e tempi, e dunque contatta come prima cosa il suo ex (e già essere un maschio che ha un ex maschio in un borgo non troppo selvaggio non è proprio la più facile delle condizioni esistenziali: di solito si finisce per appartarsi in macchina in strade isolate, e in ginocchio si sta anche per pregare Dio che non passi di lì qualche linguacciuto compaesano, purtroppo, visto che di mentalità aperte, a differenza che di pettegoli, non è pieno il mondo, e certo le probabilità che ciò che si vuole mantenere riservato deflagri alla luce del sole sono inversamente proporzionali all’ampiezza dei confini del municipio, salvo eccezioni sempre possibili), Ettore, che appunto della riservatezza, come se si trattasse di un prerequisito da chat, ha fatto uno stile di vita: ombroso e generalmente assai laconico, non indugia però nel rivelare subito a Teo, dando di primo acchito l’idea, come si suol dire, di voler mettere le mani avanti per non cadere all’indietro, che ha un nuovo ragazzo, Pietro, con cui ha ritrovato la felicità. Il problema è che però in realtà la sua storia è tragica: ha perso i genitori, è sprofondato nel baratro della depressione, si è rifugiato su Grindr (che non è un Facebook per gay, come ingenuamente pensa il delizioso Josh Duhamel di Tuo, Simon, e nemmeno un luogo d’incontro virtuale per fini esegeti delle diatesi verbali, benché si parli sovente di attivi e passivi) dove ha incontrato un prostituto, P€T€R (gli va dato atto che già il nick era chiaro, non si è fatto passare per la povera verginella che si voleva confessare …), ossia Pietro, membro – in tutti i sensi, si consenta la battutaccia… – di una confraternita massonica, ora scomparso dopo essere stato minacciato di morte. Come adesso Teo, che vuole riavvicinarsi a Ettore e decide di aiutarlo, ma… Splendido sin dalla copertina, opera di un raffinato artista della parola e dell’immagine come Stefano Bonazzi, il romanzo di Capponi è una perla rara: intenso, avvolgente, intelligente, credibile, coinvolgente, potente, forte, vibrante, ben scritto, ben costruito, raffinato, caleidoscopico, organizzato con magistrale cura fin nel dettaglio, connotato con precisione, con un ritmo sopraffino e un finale perfetto e sorprendente. Ottimo.

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