Intervista, Libri

Alessia Turri e il sentimento dell’altrove

51jmgfck9il-_ac_us218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Alessia Turri è l’autrice di Wasteland: Convenzionali ha l’immenso piacere di sentire la sua viva voce.

Quando viaggia cosa la colpisce di più?

Le persone, la natura e gli edifici abbandonati. Credo che questi tre elementi raccontino moltissimo di un luogo e della sua società.

Che cosa rappresenta nel suo immaginario l’America?

Per me l’America è prima di tutto spazio e di conseguenza libertà.

La sua percezione degli USA è cambiata dopo aver attraversato la sua personale Wasteland?

Credo che la mia percezione degli USA sia iniziata a cambiare durante uno dei miei primi viaggi, quando mi sono imbattuta in una tavola calda abbandonata. Non so esattamente perché, ma è come se avesse aperto una finestra su un’altra America, meno perfetta, meno costruita, meno invincibile. Un’America più umile, intima, umana.

Chi sono i dimenticati del nostro tempo?

Credo che i veri dimenticati del nostro tempo siano i liberi pensatori. Coloro che hanno il coraggio di seguire le proprie idee, per quanto impopolari, per quanto poco esaltanti possano risultare alla massa. Chi ha il coraggio di mollare una città, un lavoro e tutta una serie di comodità, per trasferirsi nel bel mezzo di un deserto rovente, senza acqua corrente ed elettricità, solo per inseguire il proprio sogno di libertà, dovrebbe essere considerato una persona realizzata. Invece, purtroppo, non è così e la nostra società sembra non poter fare a meno di additare queste persone, definendole strane, pazze, disperate. La libertà, quella vera, fa ancora tanta paura.

Cosa la spinge a raccontare le sue impressioni e le sue emozioni?

Scrivere fa parte del mio modo di fissare le emozioni, gli incontri, i luoghi. Davanti a un personaggio o un paesaggio che mi colpisce, non posso fare a meno di prendere la penna e annotare. La mia memoria funziona così, credo.

A cosa si deve secondo lei l’influenza che l’America ha sull’immaginario collettivo?

Da sempre l’America evoca grandi spazi, libertà e autorealizzazione. Così lontana, così grande, così mitica. Il cinema e la televisione poi, hanno fatto la loro parte, dipingendo un’America spesso troppo perfetta, idealizzata, serena. Inoltre, se pensiamo che anche gran parte della musica che ascoltiamo, viene proprio da qui, non è difficile capire come mai, questo grande paese, così lontano da noi, ci risulti in realtà fin troppo familiare.

Come sono mutati secondo lei gli USA negli ultimi anni?

Parlare di USA in generale non è mai facile, si tratta di un territorio troppo vasto, vario e complesso. La risposta potrebbe variare tantissimo non solo da Stato a Stato, ma anche di Contea in Contea. Basti pensare a realtà come San Diego, paragonate con zone come il Salton Sea, separate da poche miglia, eppure così diverse sotto ogni punto di vista.

Il viaggio che vorrebbe fare, non ha ancora fatto e che farà.

Vorrei mettere una bandierina su ogni Stato Americano. Prima o poi spero di farcela.

C’è un luogo in cui non andrebbe mai?

A casa.

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Libri

“La ragazza del casino dei nobili”

51It+rYOQRL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La bellezza, se poteva contare, era l’unica dote che la distingueva dalle altre.

La ragazza del casino dei nobili, Rita Da Pont, CIERRE. Belluno oggettivamente rispetto al centro dello stivale che si getta nel Mediterraneo si trova in una posizione abbastanza periferica, prossima a montagne di sensazionale splendore: ma anche all’epoca della Serenissima, sul finire del diciottesimo secolo, quando l’Italia non era che un’utopia, eppure tante dinamiche, come quelle che sono raccontate in questo intenso romanzo, ispirato a una vicenda reale, erano già tragicamente e sordidamente attuali, sembrava appartenere a una diversa dimensione rispetto alla città delle calli e delle gondole listate d’oro, non era che un piccolo centro, emblema di una realtà chiusa dove non mancavano i soprusi. Maddalena fa la serva presso la famiglia di uno speziale. È bella e pudica. Un giorno accetta la proposta di una conoscente e viene introdotta nel casino dei nobili, apparentemente adibito a luogo di studio. Tutto cambia. È la violenza. È la vittima che non viene creduta. È la protervia degli intoccabili. È una narrazione da non lasciarsi sfuggire.

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Libri

“Noi due brillanti di rosso”

51zFQq2ksUL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Per un po’ li lasciammo fantasticare, fummo evasivi per proteggere il nostro legame.

Noi due brillanti di rosso, Serena D’Arbela, CIERRE. Sono due sorelle. Gemelle. Si vogliono bene. Vivono un rapporto particolare. Simbiotico. Ineffabile. Non completamente descrivibile né comprensibile per chi non ne è direttamente coinvolto. Vivono gli anni della seconda guerra mondiale e quelli successivi al conflitto insieme a una mamma protofemminista e a un padre primario in una Venezia che è un grappolo di suggestioni sotto ogni aspetto. E attraverso il dolce e pervio sentiero della memoria, tra gioie e dolori, la prosa elegante e affascinante di Serena D’Arbela ricostruisce il loro percorso di formazione alla vita. Intenso.

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Libri

“È bella Pristina la sera”

51l01K7Wt1L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il sangue versato ha sempre delle conseguenze.

È bella Pristina la sera – Romanzo criminale kosovaro, Gianfranco Gallo, CIERRE. I Balcani sono per antonomasia una polveriera, ormai la definizione è una sorta di abusata frase formulare che sintetizza in maniera rozza e brutale ma in effetti non inefficace la tragica e annosa condizione di conflitto, ora latente, ora deflagrante, tra varie etnie l’una contro l’altra armate e pronte a pagare ogni prezzo per la propria autodeterminazione. Del resto è una cultura, quella di quell’area, che spesso affonda nel sangue le proprie radici, in codici etici gravidi di disvalori che prevedono l’obbligatorietà della vendetta, tradizioni ineluttabili e feroci. Tre poliziotti che già si sono messi in mostra per la loro ferocia nella guerra civile organizzano un attentato dinamitardo per uccidere l’assassino di un loro collega e, forse, anche, se non soprattutto, per conquistare il cuore di Valentina, la più bella cantante di tutto il Kosovo. Ma… Da leggere.

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Libri

“Veneto, Stati Uniti e le rotte del mondo”

51uiIr1Q0CL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

In Scozia eravamo andati in macchina, in un rosso maggiolino Volkswagen, a piccolo trotto…

Veneto, Stati Uniti e le rotte del mondo – Una memoria, Sergio Perosa, CIERRE. Sì, viaggiare, evitando le buche più dure, senza per questo cadere nelle tue paure e via discorrendo: così recitano i versi di una canzone di successo portata alla luce della ribalta da uno dei più amati interpreti della musica leggera italiana. Il viaggio, è noto, è infatti, se compiuto come si deve, senza preconcetti e pregiudizi, con spirito libero e disposizione d’animo aperta alla sorpresa, un passaggio esistenziale e di crescita fondamentale: Perosa narra con stile chiaro e semplice e dovizia di particolari del fertile, come ci si augura che sia in ogni occasione, dovendo sempre tenere a mente di quale straordinaria opportunità sia la ricchezza e la diversità, incontro della cultura veneta con quella degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra: due identità distinte che ne generano un’altra, più ampia ancora.

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Intervista, Libri

“Parole e polvere”: intervista a Paolo Brovelli

51pkpg10ll-_ac_us218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Paolo Brovelli ha scritto il bellissimo Parole e polvere: Convenzionali lo intervista per voi.

Nel suo libro è molto interessante la declinazione che lei decide di dare del concetto di viaggio, anche legato a quello di spazio: noi ormai ci avvaliamo di molti strumenti di geolocalizzazione che ci indicano percorsi e tragitti, ma sovente siamo distratti rispetto a ciò che realmente ci circonda.

Il concetto di spazio, non solo a livello geografico, è diventato relativo, prima era estesissimo e non misurabile, ora possiamo avere consapevolezza di ogni centimetro in ogni momento. Il valore aggiunto forse dunque è proprio il nostro spazio, quello interno, ciò che tiriamo fuori da dentro, dalla nostra anima, che diventa il metro di paragone di ciò che vediamo. E poi esiste anche lo spazio in senso diacronico, attraverso il tempo, ossia quello della storia.

Che cosa significa viaggiare per lei?

Ognuno viaggia col proprio bagaglio, e viaggiare con delle radici è il presupposto per osservare il mondo. Le mie radici sono la mia casa, la mia sicurezza culturale che mi consente di approcciarmi come ognuno al nuovo. Tutti hanno infatti un proprio tesoro che va necessariamente a sovrapporsi alle nuove realtà che si incontrano, e osservando le cose per così dire dall’alto si riesce a essere il più super partes possibile e ad avere un’ottica più ampia e completa. Più ti muovi in punta di piedi e cerchi di trasvolare e più d’altro canto in realtà hai bisogno di un punto di riferimento, anche perché il viaggio che faccio io non lo puoi fare tu, perché ogni storia è a sé, ed è fondamentale mantenere il giusto distacco, la giusta distanza.

Anche dall’Italia, da cui spesso è assente.

Esatto. Tornare nel proprio paese dopo tanti viaggi in cui lo vedi da fuori, astraendoti dalla tua realtà, in un circolo virtuoso lontano dagli intrighi di potere è sempre importante.

E com’è il volto dell’Italia visto dalla giusta distanza? Pieno di rughe?

Mah, in realtà da fuori si relativizza tutto forse molto di più, comprese le magagne, che ogni nazione ha, diverse e uguali, nel bene e nel male. Certo se si ha esperienza del mondo non si può dire che il proprio paese quale che sia sia il più bello del mondo a prescindere, perché ci sono cose migliori e cose peggiori come dappertutto.

Altra fondamentale peculiarità di questo suo libro è la prevalenza della parola sull’immagine: lo scritto riesce a rendere vividamente le impressioni figurative, ma non ci sono foto. Come mai?

Prima di questo ho scritto altri libri, romanzi basati sulle esperienze di quei viaggi specifici che ne sono stati alla base. Fino a prima del duemilaquattordici mi sembrava assurdo che esistesse un libro di viaggi senza foto o senza mappe ma prima l’accesso alle immagini era diverso, adesso comunichiamo quasi solo con le foto. Se chiedo a un amico Com’era la festa ieri sera? ormai non me lo racconta più, mi fa direttamente vedere la foto. Il contenuto diventa il guscio, l’immagine perde di significato, perché è troppa. E poi in questo libro specifico, che volevo infatti chiamare inizialmente Foto di parole, al massimo ci sarebbero stati bene dei disegni, perché c’è anche molto di onirico, e quindi al limite meglio quelli, che lasciano mano libera alla fantasia. Se uno vuole vedere Dacca va su Internet e trova molte immagini, di certo più belle di quelle che avrei potuto selezionare io. È un po’ anche per reazione, è come quando vidi i primi videoclip: quando ascolti la musica ci attacchi i tuoi ricordi, invece in quel modo ci sono appiccicati solo quelli di un altro che ha già scelto tutto in base alla sua sensibilità, e invece io volevo lasciare la libertà al lettore di immaginare.

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Libri

“Cinema e montagna”

51o9mQMpC0L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Come sempre, in Trenker, questi differenti nuclei tematici appaiono, nel risultato d’insieme, abbastanza isolati. Posti anzi volontariamente dal regista come momenti staccati, quadri d’insieme in cui lo spettatore deve immergersi e riemergere secondo una sequenza precisa. All’insegna del solito percorso: ordine / rottura dell’ordine / ristabilimento di una condizione pseudoiniziale. Nell’ambito dei protagonisti invece: rapporto iniziale con la montagna, puro e idealistico / rottura del rapporto per l’intromissione di sentimenti (orgoglio, avidità, nazionalismo) che offendono e deturpano lo spirito che la montagna stessa esige / espiazione e redenzione dei protagonisti, col loro riscatto finale nella riconquista del giusto rapporto coi monti. Blocchi dotati di una loro autonomia. “Scalini” necessari nell’intreccio della vicenda, che il regista sottolinea facendo ricorso ai suoi oracoli di vapore. Torna infatti sfacciato, prepotente, in Der Berg ruft, l’apporto delle nuvole vaticinanti tanto care alla guida di Ortisei. E magnificamente si mescola all’uso magistrale della macchina da presa, a una fotografia intensa senza essere eccessiva. Il meglio del suo cinema di montagna Trenker lo dà forse proprio in quest’opera. Nel primo e nel terzo nucleo narrativo, quando l’occhio trenkeriano si abbandona beato all’analisi delle sequenze alpinistiche, l’effetto d’insieme che la cinepresa riesce a rendere è superbo. Le cadute di credibilità, di tensione, di solidità nell’ambientazione le troviamo invece proprio quando Trenker rivolge il suo sguardo altrove: alle inverosimili e artificiose beghe del mondo umano. Insomma: quando c’è da fare all’amore con la montagna, Luis diventa romantico e passionale come nessun altro potrebbe fare. L’occhio del regista fa tutt’uno con lo spirito della guida alpina. La mano che dirige la macchina da presa è la stessa che conosce nei suoi calli tutti gli appigli, i tetti di roccia, le ore di sofferenza ed emozione lasciate in parete. Il ritorno precipitoso ai suoi monti, Luis lo vuole gridare da subito. Nessuna pazienza, la febbre deve trovare libero sfogo senza attendere. Così, mentre ancora passano i titoli d’apertura, la macchina da presa si muove in una lenta panoramica a giro d’orizzonte: 360 gradi di cime montuose e banchi densi di nuvole. La sequenza d’apertura è il solito preludio simbolico. Panoramica su distesa di nubi bianche. La musica becciana non si smentisce, condendo il piatto con gli usuali toni bucolico-alpini. Dissolvenze incrociate fino a un totale sul Cervino, livido, sotto una luce grigia, soffusa, misteriosa. Dissolvenza incrociata su un primo piano della cima, spazzata da nubi inquiete. Ancora dissolvenze.

Cinema e montagna – Luis Trenker tra nuvole e rocce, Maudi De March, CIERRE. Regista, attore, alpinista e scrittore, italiano dell’Alto Adige di madrelingua ladina, nato nel milleottocentonovantadue quando la sua Ortisei era ancora impero austroungarico e morto a Bolzano a quasi novantotto anni, ha vinto la Coppa Mussolini alla Biennale di Venezia per il miglior film straniero nell’anno delle Olimpiadi di Berlino per L’imperatore della California, ha scritto diciotto tra romanzi e raccolte di racconti e un’autobiografia, ha recitato in trenta film, ne ha sceneggiati ventotto e diretti trentatré tra il millenovecentotrenta e il millenovecentosettantanove e ha sempre avuto una enorme passione per la montagna, per lui sfondo, ambiente, essenza, personaggio, forma mentis. Il volume è la rielaborazione, corredata da una ricchissima e assai preziosa iconografia fatta di locandine, immagini di scena cartoline e programmi di sala, dall’importante valore documentario e di testimonianza, della tesi di laurea discussa quindici anni fa presso l’Università di Padova da Maudi De March, alpinista, giornalista e studioso buzzatiano, che qui si avvale anche della prefazione del suo relatore, Gian Piero Brunetta, già ordinario di Storia e critica del cinema, e rilegge in maniera innovativa, approfondita, curatissima e assai interessante la figura, certo meno nota di quanto dovrebbe esserlo, di Trenker. Da non perdere.

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Libri

“I topolini di Nowy Świat”

Alberto-Rizzi-I-topolini-di-Nowy-Swiat.jpgdi Gabriele Ottaviani

Incominciamo con l’abitazione varsaviense. Questa si trovava al secondo piano della Casa Wedel, con l’ingresso in via Szpitalna ma con l’affaccio sulla vasta piazza degli Insorti di Varsavia (Powstańców Warszawy). Casa Wedel è un imponente decaduto condominio mansardato, datato 1893, fatto erigere in stile del rinascimento francese dal primo titolare della rinomata fabbrica di cioccolato Wedel che qui aveva anche il negozio, ricordato da Malaparte in Kaputt per le sue vetrine infrante al tempo dell’occupazione nazista. Durante quel periodo, proprio nel piano che avevo preso in affitto era stato tenuto uno dei tanti corsi universitari clandestini della città, con rischio della vita per docenti e allievi. L’elegante e luminosissimo appartamento, a cui si accedeva per delle sporchissime scale – ma senza confronto con quelle che avrei visto nel 1998 nella casa dell’ambasciatore italiano a Kiev! – comprendeva quattro vani, corrispondenti alla metà della superficie originaria ma comunque molto spaziosi e dai soffitti altissimi. All’inizio pensavo di ammobiliarlo solo parzialmente dato che mi si era offerta la casa a Cracovia, ma quando le cose in quella città assunsero una brutta piega, decisi di arredare tutto l’appartamento e lo feci veramente bene, grazie anche all’aiuto di Renata Machulec bibliotecaria dell’Istituto e della mia segretaria personale – una benevola concessione questa dell’Ambasciata – la brava e simpatica Claudia Ferenc Terri, un’italiana rimasta a Pola che aveva sposato un polacco, con la quale comunicavo nel mio dialetto veneziano, vicinissimo a quello istro-veneto. Nella nuova abitazione potevo invitare molte più persone che in via Smolna, tanto che si era sparsa la fama delle mie spaghettate serali innaffiate con pregiati vini italiani che ora l’Ambasciata permetteva di procurare mediate tir adibiti a traslochi. I consueti invitati erano gli allievi delle mie lezioni di storia dell’arte, giovani e non, e tra gli altri voglio qui almeno ricordare due entusiaste anziane signore di nome Sofia e inoltre l’archeologo Tadeusz Baranowski, che avrei rivisto spesso a Venezia quale mio ospite. Ma oltre a questi incontri informali diedi dei veri e propri ricevimenti per un centinaio di persone utilizzando una squadra di sette camerieri specializzati nel genere.

I topolini di Nowy Świat – Ricordi di sei anni nella Polonia di Jaruzelski (1981-1987), Alberto Rizzi, CIERRE. Nella longlist del Premio Comisso. Alberto Rizzi, nato a Venezia settantotto anni fa da padre veneziano storico della medicina e da madre armena esule da Costantinopoli, è uno storico dell’arte di chiara fama, che due settimane prima del colpo di stato del generale Jaruzelski si trasferisce in Polonia come diplomatico culturale per sei anni e fino al suo ritorno, quando scopre che per tutto il tempo è stato continuamente pedinato perché ritenuto una spia, organizza anche un nuovo Istituto Italiano di Cultura alle dirette dipendenze della Farnesina, il Ministero degli Affari Esteri. I topolini del titolo sono quelli che vede ogni sera dalle vetrine di un negozio di animali a Nowy Swiat mentre penetrano di soppiatto nelle gabbiette degli uccellini addormentati per mangiare il becchime che i volatili non hanno consumato nel corso della giornata. Così vivono anche i polacchi a quel tempo: per loro la libertà è un pugnetto di briciole da sottrarre all’oppressore mentre ha lo sguardo volto altrove. Questo libro intenso e coinvolgente è la sua storia. Da leggere.

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Libri

“Wasteland”

51JmGfCk9IL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Morire a Ludlow è un po’ come non essere mai esistiti. Seppelliti oltre la ferrovia, dietro un recinto di legno, grande quanto la gabbia di un cane. Non ci sono sentieri per raggiungere il cimitero. Bisogna scavalcare i binari a piedi, di corsa, inciampando tra pietre appuntite e ferraglie roventi. Il cancelletto è aperto e cigola con il vento. Una foresta di croci in legno senza nomi e senza foto. Cinesi, messicani, donne, bambini. Mescolati, confusi, sotterrati e dimenticati. Al posto dei fiori montagnole di ciottoli. Sull’unica croce bianca, il peluches di un orsetto bruno. Fuori dal recinto, una scia di Cadillac corrose, capottate, scappottate, squarciate, sverniciate. Sulla fiancata di una roulotte senza più vetri, una scritta sbiadita: «Rand Mine District Office». Qualche attrezzo spezzato, cartelle di documenti ingialliti, scheletri di sedie e scrivanie ammuffite. Oltre i binari, verso la Route 66, il ghigno di un piccolo demone dipinto sui cocci della stazione, spaventa i vagoni di passaggio. Le fondamenta di una vecchia osteria poggiano sventrate su un letto di sabbia dura, tra friggitrici, antichi freezer e pentole annerite. Poco distante, un hawaiano in camicia e bretelle esplora le stanze distrutte di una strana casetta. Il tetto a punta, le pareti ondulate di un verde acido, i balconi crollati.

Wasteland – Viaggio nella California dimenticata tra città fantasma e deserti addormentati, Alessia Turri, CIERRE. Introduzione di Lucia Turri. California. Il nome di uno degli stati degli USA. Forse, in assoluto, il più celebre. Appena se ne sente il nome vengono alla mente San Francisco. Los Angeles. Hollywood. Beverly Hills. L’oceano Pacifico. Le spiagge bianche punteggiate di palme e popolate di surfisti. Ma lo stato di Sacramento è molto altro, evidentemente. E Alessia Turri, con intensa dovizia di particolari e per il tramite di un corredo meraviglioso di immagini che ricreano l’atmosfera del new journalism di cui è imperatrice assoluta Joan Didion, che non a caso è proprio di Sacramento, come Jessica Chastain e la Greta Gerwig che ha riprodotto con Lady Bird l’adolescenza dei trentenni d’oggi, narra a tutti i suoi lettori l’altra faccia della luna. Non necessariamente oscura, ma certo meno glam. Il che non vuol dire automaticamente meno interessante, anzi. Solo insolita. Inconsueta. Non canonica. Meno spocchiosa. Da scoprire. Fatta di comunità addormentate, città fantasma, prigioni abbandonate, deserti, cespugli di amaranti, terre riarse, vento, sabbia, sole, persone senza fissa dimora, miniere, rifiuti, camperisti, pastori, hippie… Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione al mondo.

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Libri

“Parole e polvere”

51P+kpG10LL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ecco il gigante che arriva. Vedi gli spruzzi, l’acqua si muove. Anche stavolta ci spero. Vengo ogni anno. Questa è la spiaggia: San Ignacio, in Messico, nella “Baja”. Parton le barche per la laguna. Là, ce ne sono tante. Là, siamo in mezzo al mare. In mezzo alla baia, con le acque calme. Con l’occhio vigile sull’orizzonte, verso un segnale. Eccola là, che spruzza e s’immerge. Quando mostra la coda s’immerge. Meglio puntare su un’altra. Eccola qua, d’un tratto, a pochi metri da noi, dalla nostra barchetta. L’occhio che ci scruta serio, mentre ci naviga accanto. Ora siam fermi. Passa e ripassa di sotto, ch’è un sommergibile vivo, che non finisce mai. Che se ha un brivido siam tutti di sotto. Ma è delicata. Ci sfiora e risale. Sbruffa e ci guarda di nuovo, con il muso grigio, la bocca come una ruga che se s’apre t’inghiotte. Come Giona o Pinocchio. Meno male ch’è sdentata. Poi si fa accanto. Appoggia il muso sul fianco, per curiosare, pare che voglia saltare qui dentro. E noi, tutti, con le mani tese, ad accarezzarle il testone, e lei che s’avvita e s’immerge. Per far la timida. Poi là, nuotando, ci mostra il suo fianco. Per un momento il dorso rimane a flottare, a mo’ d’isolotto, pieno di conchiglie di cirripedi, che sembrano licheni sulla roccia. Roccia oceanica. Diversa, dalla pelle linda e lucida dei balenotteri, che qui vedon la luce.

Parole e polvere – Taccuini di strada: Eurasia, America e Africa, Paolo Brovelli, CIERRE. Nella nostra società l’immagine ha un ruolo fondamentale e preponderante. Spesso, in realtà, addirittura prepotente. Ormai è divenuta una frase formulare: la dittatura dell’immagine. E ciò che non è bello, che non risponde al canone, non è accettato. È rifiutato. Respinto. Rifuggito. Reputato di poco valore. Ma considerazioni di questo tipo sono esattamente quelle da cui ci si dovrebbe tenere il più lontano possibile chi viaggia. Perché il viaggio è comunicazione. È contaminazione. Dialogo. Tornare diversi da come si è partiti. Perché si è appreso qualcosa d’altro. Spostarsi per conoscere, non per andare solo da A a B, magari senza nemmeno osservare la strada e la sua bellezza perché serve solo di risparmiare tempo e benzina grazie al navigatore, per arrivare prima in un punto delle cui peculiarità poi non si è affatto in grado di godere. E così Brovelli, che è un geografo, e quindi conosce l’ambiente e lo spazio, e sa perfettamente quale ne sia la valenza nel mondo contemporaneo e l’influenza sulla vita di ogni giorno, non accompagna con immagini le parole, bensì è proprio attraverso queste ultime che conduce il lettore nelle più recondite e interessanti profondità delle strade del mondo e della vita. Da non perdere.

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