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“La fine di Wettermark”

51Tj7koXU4L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Completato il tutto, si sentì meglio. Un po’ ridicolo, forse, ma comunque meglio.

La fine di Wettermark, Elliott Chaze, Mattioli 1885. Traduzione a cura di Livio Crescenzi. Wettermark si chiama Cliff. Ed è un uomo. Finito. La sua carriera si è avvitata su di sé fino a tramutarsi in un asfissiante vicolo cieco. Non ha soldi. Non sta bene. Sua moglie nemmeno. Vorrebbe scrivere un romanzo di successo ma non ha i numeri per farlo. Segue come cronista per un piccolo quotidiano locale il caso di una rapina in banca, e decide di passare all’azione. Di essere il protagonista e non il narratore della cronaca. Senza complici, che creano solo problemi. Sembra che Soriano, Chandler, Faulkner, Fante e Steinbeck si siano messi d’accordo per passare di qui: più che un noir (ma il genere è solo una mera categoria fatta per essere trascesa) un’apoteosi.

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“Il mio angelo ha le ali nere”

elliot_chaze_ilmioangelohalealineredi Gabriele Ottaviani

Ora lo so. Così come so che la maggior parte dei miei ventisette anni sulla terra sono stati pura spazzatura. Perciò, quando passo in rassegna le cose che ho fatto o che non ho fatto, ripenso a quella notte a Pueblo; proprio come si torna a vedere un film che ti è piaciuto, per vedere se resta bello come ti è sembrato la prima volta.

Il mio angelo ha le ali nere, Elliott Chaze, Mattioli 1885, traduzione, efficace e brillantissima, a cura di Nicola Manuppelli. Si parla della sua versione filmica da anni, ma il progetto sembra essere avvolto in una bruma più fitta di quella che si può rinvenire passeggiando per la brughiera in cerca di un po’ d’erica in fiore alle prime luci dell’alba, quando il prato è ancora rorido di guazza. I protagonisti dovrebbero essere Tom Hiddleston (Thor, Midnight in Paris, Solo gli amanti sopravvivono, War Horse, Crimson Peak, High-Rise), Elijah Wood (Il signore degli anelli) e Anna Paquin (sì, persino l’interprete di True blood, il premio Oscar come miglior attrice non protagonista per Lezioni di piano, per quanto tutti questi sintagmi stridano fra loro come gesso sulla lavagna…), gli sceneggiatori Barry Gifford (Cuore selvaggio, Strade perdute), Christopher Peditto e, pure regista, Alfonso Pineda Ulloa: anche però facendo qualche ricerca sul web le informazioni che si ricavano sono più che contrastanti. Meglio dunque abbandonare l’incerto per il certo. Il libro, nella fattispecie. Un gran bel noir, hard-boiled al punto giusto, per il quale è tassativamente vietato anche solo pensare di lasciarsi andare a un embrione di spoiler, a meno che non si voglia condannarsi a una sempiterna damnatio memoriae: Tim fugge di galera, una rapina risolverà ogni suo problema. Il piano è ben congegnato, ma non può agire da solo. Lei sembra la complice giusta. Sembra… Ma in questo romanzo nulla è come sembra, anzi. Intriga e incanta.

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