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“Vita meravigliosa”

di Gabriele Ottaviani

Ogni interruzione di abitudine è dolore…

Vita meravigliosa, Patrizia Cavalli, Einaudi. Poetessa fa ridere, dai, sembra una presa in giro: così dice Patrizia Cavalli, cui, sostiene, non è mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di farsi chiamare altrimenti che poeta, come la definì anche Elsa Morante, nei confronti della quale la più grande autrice di versi, e non solo, italiana ritiene di avere un debito di riconoscenza: in realtà però la sua voce è assolutamente unica e inconfondibile, e dipinge con tinte vivide oltre ogni paragone la condizione umana nella sua innata e, forse finanche per fortuna, ineliminabile fragilità. Che ci rende umili, umani, capaci di provare amore. Un’antologia maestosa e formidabile.

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“Disperanza”

di Gabriele Ottaviani

Abbiamo paura di restare soli in un presente che non si riesce a scantonare come abbiamo paura degli specchi. Il virus ci ha preso per il colletto e ci ha costretto a sederci in silenzio a guardarci, da capo a piedi, con l’obbligo di fare i conti con se stessi, vivere il qui e ora senza affidarsi a un passato già masticato o a un futuro incerto. Un esame di coscienza obbligatorio che ha scoperchiato disperanza latente e ne ha amplificato l’odore. Non si è soli, eravamo degli sconosciuti.

Disperanza, Giulio Cavalli, Fandango. La nostra società è sempre più cattiva, rabbiosa, invidiosa, violenta, misera: e soprattutto è l’incarnazione della dittatura dell’ostentazione. E invece abbiamo il sacrosanto diritto alla tristezza. Il problema è che dovremmo poterci concedere anche la speranza, che invece pare sempre più un lusso. Quando e come l’abbiamo perduta, e siamo diventati quel che siamo? Cavalli, scrittore poliedrico e validissimo, intellettuale profondo e impegnato, pensatore fine, ancora una volta ci stimola, con una prosa politica nell’accezione più elevata del termine, a riflettere e a progettare un modo migliore, guardando in faccia la realtà e le sue storture.

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“Con passi giapponesi”

cavallidi Gabriele Ottaviani

Per esistere mi devo rappresentare…

Momentaneamente in testa alla classifica della cinquina, composta anche da Sandro Frizziero con Sommersione (Fazi Editore), Francesco Guccini con Tralummescuro. Ballata per un paese al tramonto (Scrittori Giunti), Remo Rapino con Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (minimum fax) e Ade Zeno con L’incanto del pesce luna (Bollati Boringhieri), dei candidati in lizza per aggiudicarsi la prossima edizione, la numero cinquantotto, del prestigiosissimo premio Campiello, Patrizia Cavalli con il suo a dir poco magnifico Con passi giapponesi per Einaudi («La cinquina che abbiamo votato rappresenterà sicuramente il cuore di un’edizione che non dimenticheremo mai, un Campiello unico, nella speranza che possa rappresentare l’inizio di una ripresa culturale del nostro Paese che così tanto ha sofferto negli ultimi mesi […] Patrizia Cavalli è forse la più importante poetessa italiana, che questa volta si è cimentata con brani di letteratura, a metà fra letteratura e poesia, un insieme di parole, di immagini, di stati d’animo. Sono davvero contento che questa donna sia entrata nella cinquina»: così si è espresso Paolo Mieli) rivela ai suoi lettori, che con ogni probabilità si illudevano di aver compreso perlomeno una certa porzione di quell’universo variopinto e bellissimo che rappresenta e trasmette con i suoi versi che svellono la mala pianta della bruttezza e riconciliano con le innumerevoli possibilità del reale, spesso dolorosa pietra di paragone con cui relazionarsi, trascendendo il genere, il procelloso e sempiterno movimento dialettico di un’anima d’artista alla ricerca del senso più autentico, e  dunque nascosto, del mondo e della vita, in tutte le sue caleidoscopiche contraddizioni. Meraviglioso.

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“Carnaio”

DmvbSnyW4AAt3U-di Gabriele Ottaviani

Tanto questi li hanno contati a spanne, non fatevi vedere e buttateli via.

Il primo l’ha trovato Giò impigliato fra gli scogli bassi all’attaccatura del pontile il quindici di marzo quando alle cinque e quarantadue del mattino rientrava dalla pesca, mentre il secondo, sotto uno dei lettini chiusi del Bagno Aristo, Fitto, il bassotto Kaninchen della signorina Lilly, che in questo modo si è guadagnata anche l’intervista, per cui ha messo un tailleur nero che ne accentuava il pallore e un foulard che ne sottolineava il seno, del fascinoso divo tv locale, l’anchorman Frediano Cattori. Ma il conto sale, sale, sale, non si ferma, e durante la consueta messa cantata domenicale, dinnanzi al sindaco Peppe Ruffini, come sempre in prima fila con la moglie – che tradisce ma penetrando l’amante di turno preferibilmente da dietro, così se non la vede in faccia si sente meno in colpa – Claudia, il figlio Lino, la nuora Fulvia e i nipoti vestiti alla marinara, dinnanzi al commissario Ciro Magnani, dinnanzi a Piermario Tondini con qualcuno dei suoi sette figli e la terza delle sue consorti, dinnanzi a tutto il paese invoca con veemenza il timor di Dio Don Mariangelo. Che ama vedere il suo gregge in ginocchio di fronte a sé. Soprattutto certe pecorelle. Soprattutto per certe particolari pratiche devozionali. E il conto sale, sale, sale, non s’arresta. Quale conto? Quello dei morti. Dei disperati che il mare che lambisce la località di DF scaraventa, di onda in risacca, di risacca in sciabordio, sull’arenile. E da cui gli onesti cittadini, visto che da Roma nicchiano, si ingegnano pian piano per trarre sempre maggior squallido profitto… DF siamo noi, è la nostra società. DF è Carnaio, il nuovo ottimo – ma non è certo una novità – romanzo tripartito – I morti, I vivi, La fine – e tragicamente credibile e attuale di Giulio Cavalli, edito da Fandango. Si legge in un baleno, ma lascia senza respiro, persiste nell’anima e trapassa il cuore.

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“Santamamma”

41+LOumxUxLdi Gabriele Ottaviani

E via. Quel pomeriggio partecipai a un convegno sull’evoluzione della figura del clown nell’impegno civile. Tairo non si reggeva in piedi e non venne nemmeno portato alla scrivania dei relatori. Io dissi dell’importanza di credere in se stessi e della forza della risata contro il potere precostituito e i prepotenti. Mi scappò anche un cenno sull’incompatibilità tra il personaggio e la persona. Cerchiamo sempre di arrivare alle persone ma poi ci lecchiamo subito il personaggio che abbiamo fatto di noi stessi, così dissi. Grandi complimenti per l’umiltà, scrissero i giornali. Il rettore dell’università di cui eravamo ospiti mi offrì di tenere un corso di sociologia e poi, preso dall’entusiasmo, mi offrì anche una laurea ad honorem. No grazie, gli risposi, senza sorriso, al massimo mi servirebbe un diploma in pianoforte, se vi avanza, da regalare a mio padre per il suo compleanno. Mi guardarono perplessi. Che matto che è Gatti. Che matto. Per forza, è un clown. Mentre autografo i libri un ragazzo in coda mi chiese che lavoro facessi. “Ora, in questo momento, lei, che lavoro fa?”, mi chiese. Non era una domanda astiosa, era proprio una curiosità. I tendini mi si fecero legno, mi sanguinava cuore dai denti. Fu qualcosa di simile a uno svenimento. “Tranquillo, signor Gatti, è una crisi di panico. Tranquillo. È normale, visto lo stress e poi la notizia della morte di Corleone, la paura. Normale crisi di panico. Senta, Gatti, mi firma anche questa copia per mia nipote? Non ci crede che lei è un mio paziente.”

Santamamma, Giulio Cavalli, Fandango. Giulio Cavalli nasce a Milano il ventisei di giugno del millenovecentosettantasette. Per brevità chiamato artista è l’enneasillabo, a voler considerare la sinalefe, che ne sottotitola il nome e ne definisce in maniera a dir poco perfetta la poliedrica personalità sin dalla homepage del suo interessantissimo sito, www.giuliocavalli.net, aggiornato con grande frequenza e attraverso il quale, persino per il tramite di una newsletter – un diario di bordo, per usare le sue parole – molto curata ed efficace, è possibile avere immediatamente una panoramica completa, ritrovarsi immersi e coinvolti nel suo mondo dai mille colori, dalle infinite sfaccettature. Un mondo nel quale rivestono un ruolo fondamentale la coscienza e la consapevolezza, nonché il concetto stesso di testimonianza, di esempio come veicolo di formazione, di educazione, di condivisione con la comunità di appartenenza, simbolo coerente di continuità fra parole e azioni. La sensibilità. La sensibilizzazione. Che è cosa simile ma non identica. L’impegno civile. La convinzione che la politica – non esistono atti umani che non siano politici, ogni azione ricade anche sugli altri – sia un alto ideale e uno strumento prezioso per il bene comune (l’uomo non è fatto per la solitudine), per la giustizia sociale, per l’equità, per la costruzione di un mondo migliore, cosicché, quando sarà il momento, possa essere riconsegnato ai suoi veri proprietari, i nostri posteri che ce l’hanno generosamente affidato in prestito in attesa del loro momento, in condizioni almeno adeguate. La certezza che attraverso l’arte e la bellezza, salvifica per antonomasia, sia possibile far sbocciare il bene, che toglie ossigeno al male. Tutte le molteplici attività di Cavalli sono connotate in maniera decisiva dalle conseguenze determinate da questa Weltanschauung propugnata con vibrante e ammirevole passione, che ha a sua volta effetti sostanziali sull’esistenza dell’attore, scrittore, regista e politico. Scrive per Left, Fanpage, L’Espresso: ha collaborato anche con Il fatto quotidiano. Sedici anni fa, giovanissimo, Cavalli, che nel giugno del duemilanove debutta addirittura al Teatro Augusteo di Napoli con L’Apocalisse rimandata Ovvero benvenuta catastrofe di Dario Fo e Franca Rame, coprodotto dal Napoli Teatro Festival Italia e con il sostegno di Next, fonda la compagnia Bottega dei Mestieri Teatrali: nel corso del tempo con i suoi spettacoli parla al suo pubblico, via via sempre più numeroso e coinvolto, della Resistenza, del G8 di Genova del duemilauno, durante il quale, in conseguenza dei violenti scontri che ebbero luogo nel capoluogo ligure, perse la vita Carlo Giuliani, dell’incidente aereo che nello stesso anno del summit dei potenti succitato, a Linate, costò la vita a centodiciotto persone, di turismo sessuale infantile. Soprattutto, di criminalità organizzata, del processo al senatore Giulio Andreotti per i suoi rapporti con la mafia ma non solo: prima ancora è Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi, prodotto insieme dai comuni di Lodi e Gela, con la collaborazione della casa memoria “Felicia e Peppino Impastato” e del Centro Siciliano di Documentazione “Giuseppe Impastato”, che vede Cavalli collaborare con Rosario Crocetta e Antonio Ingroia, a renderlo bersaglio delle cosche, in particolare di quelle che sono infiltrate da tempo nel settentrione d’Italia dove lui vive e lavora, che lo minacciano e lo costringono da anni a essere sotto scorta. Candidato come consigliere regionale indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori – che poi lascia per SEL – per la Lombardia, viene eletto con migliaia di preferenze. Santamamma non è semplicemente un racconto in cui la dimensione narrativa si fa veicolo di istanze civili, sociali, culturali, politiche, è una narrazione solida, compiuta, compatta, intensa, emotivamente trascinante e a tratti finanche destabilizzante per la spregiudicatezza della sincerità con cui le parole non solo si manifestano con la concretezza di fatti che balzano subito dinnanzi agli occhi di chi osserva e legge, e non può nemmeno volendo ignorarli, ma instaurano immediatamente una comunione con l’altro, con chi fruisce dell’opera. E se ogni opera porta certamente in sé tracce inequivocabili del suo artefice, perché ogni prodotto umano, proprio perché umano, anche qualora sia edificato con il massimo distacco in realtà non può non testimoniare la firma del suo creatore, che ne ordina demiurgicamente a suo modo e in ossequio al suo gusto e al suo credo la materia costituente, Santamamma si spinge oltre, trascendendo la vacua tassonomia del genere, e alimentendo con nuove acque il letto dell’autobiografismo, mai in questo caso specifico retorico, egoriferito o agiografico, fornendo al lettore un compendio di temi e suggestioni che non possono lasciare indifferenti. Eppure tutto prende le mosse da qualcosa di apparentemente innocuo e insignificante, un foglio lercio che custodisce una verità, quella sulle origini di Carlo Gatti, il protagonista, che nasce con un buco e che cresce amatissimo a Tarrazza, nel Lodigiano. Carlo è un bambino adottato, lo sa, non ha foto da neonato, lo dice subito a chi legge, e chi legge si sente d’improvviso come di fronte a un bivio, senza avere la possibilità di scegliere tra le opzioni perché non conosce in merito a nessuna alcuna indicazione che possa indirizzarlo. Lo spaesamento di fronte al candore di Carlo è lo stesso che hanno la maestra e la bidella, imbrigliate nelle loro frasi di circostanza e nei loro sorrisi ricolmi di buona fede e vacuità, nello splendido e potentissimo incipit, perfettamente coerente con l’intero ritmo, preconizzato sin dalle prime battute, di un tessuto narrativo che somiglia a un’onda che si fa secondo dopo secondo più forte, più piena d’acqua prima di esplodere contro la scogliera. Carlo nel frattempo diviene pianista: ha talento, ma poi molla tutto e si fa clown, prima di assurgere, suo malgrado, quasi, mutatis mutandis, come un novello Zeno che inconsapevole fa la cosa giusta, alla notorietà e al grado d’eroe. Ma non basta ancora: è una nuova agnizione a rivelargli una volta di più quale sia la fondamentale importanza della condivisione, l’unica materia viva capace di colmare quel buco con cui è venuto al mondo, l’unica strada per tornare davvero a casa. Straordinario.

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