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“Adelaide”

di Gabriele Ottaviani

Non ero bella, ma il fascino del mio nome conquistava…

Adelaide, Antonella Ferrari, Castelvecchi. Teatina, laureata in giurisprudenza, docente a contratto nell’università della propria città, Antonella Ferrari ha già all’attivo diverse e convincenti prove letterarie: il suo nuovo romanzo conduce con mano sicura il lettore sul finire del diciannovesimo secolo, facendogli conoscere una donna assolutamente all’avanguardia, nubile per scelta ma certo per nulla ostile all’amore, anzi, che assieme a fratelli e amici decide di impegnarsi anima e corpo nella lotta carbonara, una battaglia sociale, culturale, etica, morale, collettiva per la giustizia e la libertà che trae forza proprio dagli ideali da cui è ispirata, e dal desiderio di autodeterminazione, di presa di coscienza, di affrancamento da una realtà asfissiante che non consente, ad Adelaide come agli altri personaggi, chi vive una passione che il resto del mondo segna a dito, chi viene accusato del male solo perché trova altre strade per il bene, chi perché vive in una prigione, ma non ne ha piena contezza, di essere davvero quel che sono. Da leggere.

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“Franco Toro”

di Gabriele Ottaviani

Le fantasticherie sul mio mestiere erano tanto ridicole, quanto frequenti. Ovviamente da parte degli uomini. Poche, se non nessuna, le donne a voler scambiare le abitudini con quelle di una prostituta. Molti, invece, gli uomini a invidiarmi per il mio lavoro, forse perché in verità non ne sapevano molto e gli restava quindi niente oltre all’immaginazione. C’erano addirittura mariti o compagni delle clienti a invidiarmi. Alcuni guardavano. Con l’immaginazione è come con la speranza. Se prende il sopravvento, ci ferma bloccandoci in balia del tempo che scorre. Non andiamo avanti, chiusi in quel guscio d’immagini e aspettative che risplendono più forti della realtà, mentre lei onestamente scorre bruna nel lezzo di un profondo fiume intossicato, sul quale, poco prima di andare a fondo, galleggiano i resti della dignità umana.

Franco Toro – L’uomo più bello del mondo, Dario Neron, Castelvecchi. Franco è bello. Bellissimo. L’uomo più bello del mondo. Affascinante. Sensuale. Eccitante. Il suo corpo splendido è il suo strumento di lavoro. Per un po’ di tempo con lui c’è chi è disposto a spendere fior di quattrini. Ma il suo essere escort è in realtà anche, se non soprattutto, una fuga. In primo luogo dall’unica persona dalla quale non può scappare, sé. Dario Neron, con prosa avvincente e solida, dà alle stampe una commedia umana connotata con brillante icasticità: intenso.

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“Non mi toccare”: il racconto di Giulia Cormons

71HUEdeLNNL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Giulia Cormons è l’autrice di Non mi toccare: Convenzionali la intervista per voi.

Come si elaborano il dolore e la rabbia per una violenza subita, terribile e ingiusta? Come si reagisce, si va avanti, si perdona, se si riesce?

È come l’elaborazione di un lutto. Ti muore qualcosa dentro, muori tu. Per quanto tu possa sforzarti di riprendere le redini della tua vita, questi avvenimenti restano come un cancro che ti divora e ti condiziona ma senza ucciderti mai. Reagisci aggrappandoti alle cose belle, a una mano tesa, a un grande amore. Il perdono, almeno per quanto mi riguarda, non è concepibile. “I mostri sono ovunque, fate che non vi trovino interessanti”.

Perché chiedere aiuto e parlarne è difficile?

Difficile non è il termine adatto, perché a volte l’accaduto risulta impossibile da riferire. Io ho taciuto principalmente per paura di far soffrire, ingiustamente, la mia famiglia. Poi sono subentrati la vergogna e il timore di subire gogne, mediatiche e dai conoscenti informati dei fatti. Vede, Gabriele, quando si subisce quello che ho subito io, la morte dell’anima è un concetto difficilmente condivisibile. Come scrivo nel libro, se trovi una persona che ha subito la stessa identica cosa riesci a parlarne, forse, del male che vi accomuna. Altrimenti, come è accaduto a me, rimani chiusa in una scatola vuota le cui pareti sono fatte di quello che la tua mente costruisce in sua difesa.

Come mai spesso la nostra società mette sotto accusa le vittime e perché spesso loro stesse arrivano addirittura a provare un senso di colpa?

Perché la verità, quella cruda e senza filtro, è scomoda.  Alcune persone sono diverse, sono solo individui a cui manca qualcosa. “E quello che manca è quello che ammazza”. Affrontare l’argomento ammettendo che una spessa fetta della popolazione mondiale soffre di questo “handicap” è pericoloso, sarebbe come ammettere che ci sono dei serial killer liberi di agire, che nessuno può riconoscere e quindi bloccare prima che avvenga il peggio. Lei uscirebbe di casa se al tg la avvisassero che una belva feroce e pericolosa scappata da uno zoo si aggira libera e affamata nei dintorni del suo quartiere? E il suo stato di terrore cambierebbe se le dicessero che quella belva cammina in realtà su due zampe e non su quattro? Regna la banalizzazione, vincono gli stereotipi. A volte è più comodo cercare attenuanti, indorare la pillola, minimizzare… e, peggio, dare a intendere che le colpe possano essere condivise fra vittima e carnefice. Non è mai così. In nessun caso. Puoi essere drogata, ubriaca, vestita in maniera troppo succinta, provocante negli atteggiamenti ma il “NO” è NO, nella lingua universale del rifiuto e, come tale, dovrebbe essere riconosciuto da tutti. E rispettato.

La violenza e l’abuso sono problemi culturali? Come si sconfiggono?

Non vedo neanche il più timido barlume di speranza di sconfiggerli. Fanno parte di quelle mancanze di cui parlavo prima: intelligenza in alcuni casi, buon senso in altri, valori in altri ancora. Se sommate poi in un unico individuo, non c’è rimedio. In alcuni paesi è certamente un problema culturale, la donna è vista come un oggetto, una serva del focolaio domestico o un essere concepito per la sola procreazione. In altri che si ritengono più emancipati, voglio credere che sia un problema più che altro di turba individuale che si sfoga generalmente su chi è più debole fisicamente e incapace di opporsi e difendersi. Donne, bambini, anziani.

Guardandosi indietro cosa vede? E che prospettive ha per il futuro?

“La mia mente meravigliosa, che si annoia del gusto di vivere e si pavoneggia della sua malattia”, mi ha costretta a guardare indietro tutte le notti per una ventina di minuti a incubo, negli ultimi quindici anni. Ho perso il tempo, il mio percorso di vita, se mi guardo indietro non trovo più quella ragazzina di vent’anni. È scomparsa e ancora oggi, quando penso a lei, “vedo quello che diventi quando muori”, come quando mi sono specchiata in una pozza di sangue nero. Ma il mio futuro, Gabriele, adesso è inaspettatamente limpido. Ho trovato “un uomo potente, un amore gigante” e insieme siamo belli come Dio.

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“Fidel in love”

51jCuwfaPTLdi Gabriele Ottaviani

Il fido Machín li raggiunse a Trinidad…

Fidel in love – Il grande amore segreto del Líder Màximo, Paola Sorge, Castelvecchi. Quando Anna Maria Traglia, ventisettenne, moglie, madre, di famiglia conservatrice, nipote nientedimeno che del cardinale vicario di Roma, conosce nel millenovecentosettantacinque Margarita, primo segretario dell’ambasciata di Cuba, pensa che Fidel Castro, per cui la nuova amica stravede, non sia altro che una sorta di brutta copia di Stalin: in capo a pochi mesi, però, muterà radicalmente le proprie convinzioni. Lui, riamato, non senza ovvi, evidenti e laceranti dissidi, perderà letteralmente la testa per lei: e questa storia, finora davvero ben poco raccontata, andrà avanti per decenni… Paola Sorge, con voce piena, racconta una vicenda d’amore, ideali, politica e realtà: da leggere.

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“Non mi toccare”

71HUEdeLNNL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

A memoria mia, sono sempre stata malata di sesso…

Non mi toccare, Giulia Cormons, Castelvecchi. Giulia Cormons è uno pseudonimo. L’autrice lo ha scelto per motivi di privacy. Questa è la sua storia. Una storia di violenza. Di abuso. Di dolore. Picchiata dal suo uomo per l’ennesima volta, attendendo che lui se ne vada di casa definitivamente, la notte del suo compleanno, nel duemilaquattro, la protagonista di questa devastante vicenda decide di dormire in macchina. All’autovettura, però, si avvicinano due uomini ubriachi… Senza retorica né alcun artificio, Giulia Cormons racconta di come si muoia. Ma anche di come, passando attraverso l’abiezione, il male, l’odio e l’orrore, si viva, si rinasca, si torni a esistere e a resistere, si giunga a liberarsi, a squarciare il silenzio: un libro dirompente, crudo, niente affatto compiacente, assolutamente necessario.

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“Scrivere è un dare forma al desiderio”

download (2)di Gabriele Ottaviani

Mia madre aveva anche una visione utilitaristica della lettura…

Scrivere è un dare forma al desiderio – Conversazione con Pierre Bras, Annie Ernaux, Castelvecchi. Traduzione di Annalisa Comes. Grazie alla vita che mi ha dato tanto, recita il più celebre verso di una notissima canzone: certamente tra le cose per cui più la vita va ringraziata c’è la possibilità di poter conoscere la scrittura, oltre che la magnifica persona, di Annie Ernaux, profondamente, convintamente, autenticamente, completamente femminista, inclusiva, aliena alle convenzioni, alle prevaricazioni, agli stereotipi, capace di confidare e donare la propria preziosa intimità e di farla assurgere a canto universale in cui ognuno riconosce sé, le sue paure, i propri aneliti. Più che un libro, un atto d’amore, delicato e intenso.

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“Piccole felicità malgrado tutto…”

13754825_4747710di Gabriele Ottaviani

Negli stereotipi più diffusi la felicità non ha soltanto un luogo, ma anche una forma…

Piccole felicità malgrado tutto…, Marc Augé, Castelvecchi. Introduzione di Paolo Quintili, traduzione di Cristina Guarnieri. La felicità è come l’acqua, non ha forma, prende quella del recipiente che la contiene. In questo caso il recipiente è l’anima, quella di ciascuno di noi, che si vota alla bellezza che più gli aggrada a modo suo, impegnandosi nella ricerca di un senso con gli strumenti che possiede: il saggio di Marc Augé è un gioiello agilissimo, che fa meditare e che appassiona.

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“Un pacchetto di Gauloises”

Gauloises-206x300di Gabriele Ottaviani

«Non sono uno scorbutico» scrive Guido all’amico Vittorio Sereni, per giustificare la propria riservatezza. Guido voleva che le sue opere arrivassero al grande pubblico, ma ambiva a rimanere nell’ombra, non voleva fornire note biografiche, che pure gli venivano chieste dalla Rizzoli per il romanzo Il comunista, che “rischiò” la pubblicazione. Il funzionario della casa editrice Rizzoli era allora Giorgio Cesarano, nato a Milano nel 1928 e che si tolse la vita in Toscana, nel 1975, un anno dopo l’esplosione del “caso Morselli”, nel 1974. A un anno dalla morte di Guido. Un elegante lettore piemontese, appassionato di Giorgio Cesarano e di Guido Morselli, Paolo Demaestri, mi fa scoprire che tra i due, forse, c’era un legame di amicizia. L’ho incontrato perché cultore delle opere di Morselli e desideroso di visitare la Casina Rosa, l’eremo gaviratese in cui abbiamo realizzato un piccolo luogo della memoria. Demaestri è ritornato alla Casina Rosa, oltre un anno dopo, in veste di autore di un manoscritto in concorso al Premio Guido Morselli per il romanzo inedito, Tre fratelli. In epigrafe al suo romanzo una preziosa citazione: «Vivere è una perdita continua, finché alla fine si perde tutto». La citazione è di Alicia Giménez-Bartlett, ma mi ricorda l’autore di Dissipatio H.G. Qui alla Casina Rosa, dove di Guido è rimasta l’ombra, il fantasma che alcuni sostengono di aver visto, una casa di intonaco rosa non racchiude più i suoi mobili, i suoi ricordi di una vita. Quasi tutto è andato perduto. Tra Guido e Cesarano non solo rapporti professionali, ma un’amicizia, un legame di stima reciproca.

Un pacchetto di Gauloises – Una biografia di Guido Morselli, Linda Terziroli, Castelvecchi. «Era un uomo molto chiuso. Amava la vita di provincia, i caffè e le trattorie, ma era schivo da ogni rapporto sociale, non riceveva nessuno, né a pranzo né a cena, non aveva vere amicizie, escluse quelle femminili… Voleva mimetizzarsi. Sa quale professione indicava sul passaporto? Agricoltore. Intorno alla casa di Gavirate aveva un bellissimo prato e sei o sette ettari di terreno. Alle sue dipendenze teneva un contadino, considerato quasi uno di famiglia, per provvedere alle cure del fondo, coltivato ad alberi da frutta, che vendeva, non so con quali ricavi… era una scusa, un modo per nascondersi»: così Mario Morselli, morto nel novembre del duemilatredici nella sua casa di South Burlington nel Vermont e sepolto a Giubiano, nel cimitero monumentale, all’interno della cappella di famiglia, le cui parole relative al fratello Guido, l’autore dalla fortuna solo postuma (si uccide a sessantun anni ancora da compiere, sempre più triste e disperato, nell’estate del millenovecentosettantatré, sparandosi un colpo in testa con la sua Browning 7.65, la ragazza dall’occhio nero dei suoi diari) di, fra l’altro, Roma senza papa, Divertimento 1889, Il comunista, Dissipatio H.G. e Un dramma borghese, romanzo psicologico che indaga le dinamiche morbose dell’ambiguità e dell’incesto da cui Florestano Vancini trae una pellicola, vincitrice dell’Efebo d’oro, premio assegnato ai migliori adattamenti da opere letterarie, con Franco Nero e Dalila Di Lazzaro, sono riportate in esergo al volume. Un volume che nasce, non suoni iperbolico, retorico o stucchevole, come un atto d’amore, nell’accezione più ampia e alta del termine (del resto, poche cose sono più salvifiche della letteratura); dice infatti l’autrice, che ha fatto lunghe e approfondite ricerche e raccolto dieci anni d’interviste: Chiacchieravamo, in auto, un tiepido pomeriggio, a Varese. Era il 21 marzo, la primavera era nell’aria, gli alberi in fiore. In quei giorni, stavo scrivendo la mia tesi di laurea su Guido Morselli e riflettevo, in maniera un po’ ingenua, sulla dannazione della memoria e sull’oblio in cui lo scrittore era ripiombato in Italia. Ormai anche nella sua città e nella sua Gavirate, dove nemmeno un cartello indicava che, in quella Casina Rosa, aveva vissuto il grande scrittore. Accanto a me, il professore Silvio Raffo; il semaforo era rosso, così mi sono rivolta a lui: «Ma che cosa possiamo fare per Guido Morselli?». Questo libro è la realizzazione di quel desiderio di memoria che sentivo bruciare dentro di me quando ancora ero una giovane studentessa dell’università, piena di aspettative e di sogni, ma senza futuro. Quest’opera imperfetta e certamente personale è il tentativo di far luce sulla vita di uno scrittore solitario, originale e misterioso. Un dandy e un eccentrico. Una storia che mi ha accompagnato (e tormentato) per molti anni, una vita che ho studiato profondamente, per capire un po’ di più la mia. Avvolto, come Lennon, Picasso, Caccioppoli, Camus, Prévert, Baudrillard, Cortázar, Sartre, Polański, Orwell e Gainsbourg, solo per fare qualche nome, dal fumo delle leggendarie sigarette, simbolo della Francia secondo per importanza con ogni probabilità solo alla Marianna, col pacchetto con l’elmo gallico alato stilizzato e lo slogan Liberté Toujours che ha fatto epoca, Guido Morselli, che amava dire una frase che andrebbe scolpita nella pietra, ossia La cultura non è di chi sa, ma di chi apprende, era un uomo e intellettuale straordinario, che nessuno o quasi conosce, e chi sa chi sia ne sa troppo poco, meno di quanto si dovrebbe: questo libro, fondamentale, chiaro, limpido, avvincente ed esaustivo, colma la lacuna. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Il sacrificio dei pedoni”

61LjMSWEbqL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Mentre carezzo il povero tronco con la creta raccolta a bordo della corrente, penso che solo i pazzi credono che le grandi imprese siano facili. Forse che noi si fosse pazzi? Avere la visione di un mondo che reputi più giusto, in cui la falsità sparisce, in cui il merito viene premiato, in cui il rapporto con la natura è tutto, che sia da pazzi? Quanti pazzi ha quindi visto, finora, ’sto pianeta… pazzi che poi sono divenuti santi? La costanza è fondamentale al fine che un progetto si concretizzi, così che non si può abbandonare la partita al primo scontro o mutare direzione al primo ostacolo o al primo strappo nei pantaloni. «Mauro», a un certo punto gli dico, «i momenti importanti che l’umanità ha avuto, non hanno mai visto indosso agli uomini abiti nuovi, ben lavati e stirati, anche se detti uomini facevano parte di una élite intellettuale. Pensaci!». Lui mi guarda, lascia per un attimo di riordinare le cose entro la sacca, rimane quel tanto pensieroso, si gratta il naso, si tira un po’ le labbra e mi fa: «Hai mai visto qualcuno combattere in frac o in smoking? Al limite nei fumetti… infatti io vedo solo gente con le pezze al culo che ha fatto la Storia, oppure lorda di sangue e con le unghie sporche, ma sempre in prima fila, non certo a impomatarsi in bagno. Forse che siano eleganti e belle, le formiche, ai nostri occhi? Noi neppure badiamo a certe cose, ma loro, se stai attento, impiegano quasi un’intera vita ad attraversare un raggio di sole che taglia la terra. Forse che quel raggio dia luce a loro o sono loro a dare luce a lui, tramite il loro andare? Non ha importanza come si sia nel fisico, negli abiti, o quanti soldi si abbiano in tasca, l’importante è avere il coraggio di spendere una vita intera nel tentare di ridare luce a un raggio che poi già ha luce, ma che quella luce, noi uomini, non la vediamo più». «Ma questa è roba da poeti, Mauro!». «Questo è quello che mi fa stare al mondo, Conte! Altro non ho».

Il sacrificio dei pedoni, Gian Ruggero Manzoni, Castelvecchi. A Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, Francesca Alinovi, Freak Antoni, Carlo Mazzacurati, Mauro, Marinella, Barbara, Tito, e ai tanti altri che oggi non ci sono più: è formidabilmente potente già dalla dedica questo volume, inserito nella prestigiosa longlist di quest’anno di una delle più importanti rassegne letterarie italiane, il Premio Comisso, giunto alla trentanovesima edizione. L’autore, Gian Ruggero Manzoni, che ha partecipato anche in più occasioni ai lavori della Biennale di Venezia ed è scrittore, poeta, artista, critico d’arte, studioso dei nuovi linguaggi espressivi, tra i finalisti dell’edizione del duemilaquindici del premio Viareggio-Rèpaci col suo Acufeni, ha condiviso parte del suo percorso con i personaggi succitati, un tragitto che si è snodato per i corridoi del DAMS di Bologna, nel millenovecentosettantasette, nei meandri della politica, costeggiando i pericolosi sentieri della lotta armata, finché Manzoni, che tutti chiamano il Conte, e il suo amico Mauro, detto Maurone, il dieci di marzo, non disarmati, vengono bloccati da una Squadra Speciale del ministero dell’Interno: è qui che inizia l’odissea, raccontata anche da Pier Paolo Giannubilo nel Risolutore, di Manzoni. Ovverosia un anarchico, un cane sciolto, pronipote dell’Alessandro che reso immortale il ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, cugino di Piero, Bartolomeo e Pippa Bacca, poeta, curatore, drammaturgo, narratore la cui scrittura – sovente profondamente autobiografica – è stata descritta come eroica nientemeno che da Testori, performer, pittore, teorico d’arte, originario di San Lorenzo di Lugo, in provincia di Ravenna, dove tuttora vive, padre separato, fumatore incallito affetto dal morbo di Crohn che di sé dice: Da contestatore quel tanto goliardico, come si poteva vivere il Movimento Studentesco nella Bologna degli primi anni ’70, mi sono trovato con un’arma in tasca, mi hanno beccato, mi hanno messo in galera, ho commutato la pena con il Servizio Militare, sono entrato nei Corpi Speciali, sono stato reclutato dai Servizi d’Informazione Militari, mi sono fatto il Libano, la Bosnia, e tante altre missioni, sono stato ferito in combattimento, sono sopravvissuto per miracolo e avanti così… Da non farsi sfuggire.

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“Assassino nel Palazzo del Governo”

51S9PmTDAFL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Strettamente confidenziale Dicembre 1979 Prot. n. 129 Rapporto dell’ufficiale dei Servizi Segreti N. M., filiale dell’intelligence della Jugoslavia, sull’atteggiamento dell’ingegnere Robert Domi relativo alla proposta di entrare a far parte dell’operazione “Sei torce”. Ing. Robert Domi è apparso turbato durante tutta la conversazione. L’imprigionamento dei genitori come agenti dell’UDBA jugoslavo, si sa, rendeva molto chiare le prospettive per la sua famiglia se non avesse accettato i nostri termini. Lui ha un figlio, nato un anno fa. La moglie lavorava all’università, insegnava alla facoltà di Scienze, indirizzo Chimica industriale. Ora è disoccupata. A sostenerli economicamente sono i genitori di lei, presso i quali soggiornano temporaneamente, dopo che ai novelli sposi Domi è stata pignorata la casa da parte dello Stato in seguito all’arresto dei genitori di lui, Hektor e Nada (Dragic) Domi, quest’ultima di nazionalità serba. Alla domanda: vuoi lavorare per il bene del tuo Paese e per la vittoria del socialismo o finire in esilio per tutta la tua vita, in un villaggio sperduto, insieme a tuo figlio e a tua moglie e vedere i tuoi genitori marcire in carcere, lui non ha risposto. Alla domanda: preferisci avere un giorno per pensarci su, ma solo un giorno, sia chiaro, lui ha risposto di sì. Ing. Robert Domi è tornato il giorno seguente, alla stessa ora, dopo averci chiamato dall’appartamento dei suoceri, Shpresa Krasniqi e Thanas Duka. Ha accettato la proposta. Oggi inizia a prendere dimestichezza con l’operazione “Sei torce”, con la dovuta formazione, per lavorare come marconista presso la nostra ambasciata a Belgrado, così come con le procedure, i codici e i contatti assegnati a lui. È un ottimo conoscitore della lingua serbo-croata, per ovvie ragioni. Pensiamo che nell’operazione debba essere coinvolta anche sua moglie, che lavorerà come contabile presso l’ambasciata. Questo coinvolgimento rafforza la sicurezza in vari aspetti. Con Ing. Robert Domi ci sarà bisogno di lavorare ulteriormente perché possa aver accesso all’UDBA. Questa sarà la seconda fase delle “Sei torce”, una volta appurata di nuovo la sua posizione in futuro.

Assassino nel Palazzo del Governo, Diana Çuli, Castelvecchi, traduzione di Elda Katorri. Nativa di Tirana, scrittrice, politica, giornalista, traduttrice, laureatasi alla Facoltà di Filosofia della capitale albanese nel pieno dell’egemonia di Hoxha, che rese il paese stalinista, antirevisionista ed estremamente isolazionista, da sempre impegnata per i diritti umani e delle donne, insignita otto anni fa del titolo di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana grazie ai meriti acquisiti verso la Nazione italiana nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e delle attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari, Diana Çuli trascende il genere e dà alle stampe un romanzo intenso, coinvolgente, ricco di dettagli, particolari, livelli, chiavi di lettura, sfumature e suggestioni: la protagonista, Beti, assistita dal fratello Genti, investigatore privato dalle notevoli capacità, è ingaggiata da una sua amica di vecchia data, che nel frattempo è arrivata a ricoprire la carica di presidente del consiglio dei ministri, perché appuri se davvero la morte del segretario generale, il braccio destro di quest’ultima, alle prese con un ruolo considerevolmente impegnativo, in un paese strattonato da un lato da nostalgie del passato e dall’altro da ideali tensioni europeiste, sia stata, o meno, un infarto. Per far questo le viene assegnato anche un incarico di copertura come consigliera per la cultura, e… Da non perdere.

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