Libri

“Scrivere è un dare forma al desiderio”

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Mia madre aveva anche una visione utilitaristica della lettura…

Scrivere è un dare forma al desiderio – Conversazione con Pierre Bras, Annie Ernaux, Castelvecchi. Traduzione di Annalisa Comes. Grazie alla vita che mi ha dato tanto, recita il più celebre verso di una notissima canzone: certamente tra le cose per cui più la vita va ringraziata c’è la possibilità di poter conoscere la scrittura, oltre che la magnifica persona, di Annie Ernaux, profondamente, convintamente, autenticamente, completamente femminista, inclusiva, aliena alle convenzioni, alle prevaricazioni, agli stereotipi, capace di confidare e donare la propria preziosa intimità e di farla assurgere a canto universale in cui ognuno riconosce sé, le sue paure, i propri aneliti. Più che un libro, un atto d’amore, delicato e intenso.

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Libri

“Piccole felicità malgrado tutto…”

13754825_4747710di Gabriele Ottaviani

Negli stereotipi più diffusi la felicità non ha soltanto un luogo, ma anche una forma…

Piccole felicità malgrado tutto…, Marc Augé, Castelvecchi. Introduzione di Paolo Quintili, traduzione di Cristina Guarnieri. La felicità è come l’acqua, non ha forma, prende quella del recipiente che la contiene. In questo caso il recipiente è l’anima, quella di ciascuno di noi, che si vota alla bellezza che più gli aggrada a modo suo, impegnandosi nella ricerca di un senso con gli strumenti che possiede: il saggio di Marc Augé è un gioiello agilissimo, che fa meditare e che appassiona.

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Libri

“Un pacchetto di Gauloises”

Gauloises-206x300di Gabriele Ottaviani

«Non sono uno scorbutico» scrive Guido all’amico Vittorio Sereni, per giustificare la propria riservatezza. Guido voleva che le sue opere arrivassero al grande pubblico, ma ambiva a rimanere nell’ombra, non voleva fornire note biografiche, che pure gli venivano chieste dalla Rizzoli per il romanzo Il comunista, che “rischiò” la pubblicazione. Il funzionario della casa editrice Rizzoli era allora Giorgio Cesarano, nato a Milano nel 1928 e che si tolse la vita in Toscana, nel 1975, un anno dopo l’esplosione del “caso Morselli”, nel 1974. A un anno dalla morte di Guido. Un elegante lettore piemontese, appassionato di Giorgio Cesarano e di Guido Morselli, Paolo Demaestri, mi fa scoprire che tra i due, forse, c’era un legame di amicizia. L’ho incontrato perché cultore delle opere di Morselli e desideroso di visitare la Casina Rosa, l’eremo gaviratese in cui abbiamo realizzato un piccolo luogo della memoria. Demaestri è ritornato alla Casina Rosa, oltre un anno dopo, in veste di autore di un manoscritto in concorso al Premio Guido Morselli per il romanzo inedito, Tre fratelli. In epigrafe al suo romanzo una preziosa citazione: «Vivere è una perdita continua, finché alla fine si perde tutto». La citazione è di Alicia Giménez-Bartlett, ma mi ricorda l’autore di Dissipatio H.G. Qui alla Casina Rosa, dove di Guido è rimasta l’ombra, il fantasma che alcuni sostengono di aver visto, una casa di intonaco rosa non racchiude più i suoi mobili, i suoi ricordi di una vita. Quasi tutto è andato perduto. Tra Guido e Cesarano non solo rapporti professionali, ma un’amicizia, un legame di stima reciproca.

Un pacchetto di Gauloises – Una biografia di Guido Morselli, Linda Terziroli, Castelvecchi. «Era un uomo molto chiuso. Amava la vita di provincia, i caffè e le trattorie, ma era schivo da ogni rapporto sociale, non riceveva nessuno, né a pranzo né a cena, non aveva vere amicizie, escluse quelle femminili… Voleva mimetizzarsi. Sa quale professione indicava sul passaporto? Agricoltore. Intorno alla casa di Gavirate aveva un bellissimo prato e sei o sette ettari di terreno. Alle sue dipendenze teneva un contadino, considerato quasi uno di famiglia, per provvedere alle cure del fondo, coltivato ad alberi da frutta, che vendeva, non so con quali ricavi… era una scusa, un modo per nascondersi»: così Mario Morselli, morto nel novembre del duemilatredici nella sua casa di South Burlington nel Vermont e sepolto a Giubiano, nel cimitero monumentale, all’interno della cappella di famiglia, le cui parole relative al fratello Guido, l’autore dalla fortuna solo postuma (si uccide a sessantun anni ancora da compiere, sempre più triste e disperato, nell’estate del millenovecentosettantatré, sparandosi un colpo in testa con la sua Browning 7.65, la ragazza dall’occhio nero dei suoi diari) di, fra l’altro, Roma senza papa, Divertimento 1889, Il comunista, Dissipatio H.G. e Un dramma borghese, romanzo psicologico che indaga le dinamiche morbose dell’ambiguità e dell’incesto da cui Florestano Vancini trae una pellicola, vincitrice dell’Efebo d’oro, premio assegnato ai migliori adattamenti da opere letterarie, con Franco Nero e Dalila Di Lazzaro, sono riportate in esergo al volume. Un volume che nasce, non suoni iperbolico, retorico o stucchevole, come un atto d’amore, nell’accezione più ampia e alta del termine (del resto, poche cose sono più salvifiche della letteratura); dice infatti l’autrice, che ha fatto lunghe e approfondite ricerche e raccolto dieci anni d’interviste: Chiacchieravamo, in auto, un tiepido pomeriggio, a Varese. Era il 21 marzo, la primavera era nell’aria, gli alberi in fiore. In quei giorni, stavo scrivendo la mia tesi di laurea su Guido Morselli e riflettevo, in maniera un po’ ingenua, sulla dannazione della memoria e sull’oblio in cui lo scrittore era ripiombato in Italia. Ormai anche nella sua città e nella sua Gavirate, dove nemmeno un cartello indicava che, in quella Casina Rosa, aveva vissuto il grande scrittore. Accanto a me, il professore Silvio Raffo; il semaforo era rosso, così mi sono rivolta a lui: «Ma che cosa possiamo fare per Guido Morselli?». Questo libro è la realizzazione di quel desiderio di memoria che sentivo bruciare dentro di me quando ancora ero una giovane studentessa dell’università, piena di aspettative e di sogni, ma senza futuro. Quest’opera imperfetta e certamente personale è il tentativo di far luce sulla vita di uno scrittore solitario, originale e misterioso. Un dandy e un eccentrico. Una storia che mi ha accompagnato (e tormentato) per molti anni, una vita che ho studiato profondamente, per capire un po’ di più la mia. Avvolto, come Lennon, Picasso, Caccioppoli, Camus, Prévert, Baudrillard, Cortázar, Sartre, Polański, Orwell e Gainsbourg, solo per fare qualche nome, dal fumo delle leggendarie sigarette, simbolo della Francia secondo per importanza con ogni probabilità solo alla Marianna, col pacchetto con l’elmo gallico alato stilizzato e lo slogan Liberté Toujours che ha fatto epoca, Guido Morselli, che amava dire una frase che andrebbe scolpita nella pietra, ossia La cultura non è di chi sa, ma di chi apprende, era un uomo e intellettuale straordinario, che nessuno o quasi conosce, e chi sa chi sia ne sa troppo poco, meno di quanto si dovrebbe: questo libro, fondamentale, chiaro, limpido, avvincente ed esaustivo, colma la lacuna. Da non farsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Il sacrificio dei pedoni”

61LjMSWEbqL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Mentre carezzo il povero tronco con la creta raccolta a bordo della corrente, penso che solo i pazzi credono che le grandi imprese siano facili. Forse che noi si fosse pazzi? Avere la visione di un mondo che reputi più giusto, in cui la falsità sparisce, in cui il merito viene premiato, in cui il rapporto con la natura è tutto, che sia da pazzi? Quanti pazzi ha quindi visto, finora, ’sto pianeta… pazzi che poi sono divenuti santi? La costanza è fondamentale al fine che un progetto si concretizzi, così che non si può abbandonare la partita al primo scontro o mutare direzione al primo ostacolo o al primo strappo nei pantaloni. «Mauro», a un certo punto gli dico, «i momenti importanti che l’umanità ha avuto, non hanno mai visto indosso agli uomini abiti nuovi, ben lavati e stirati, anche se detti uomini facevano parte di una élite intellettuale. Pensaci!». Lui mi guarda, lascia per un attimo di riordinare le cose entro la sacca, rimane quel tanto pensieroso, si gratta il naso, si tira un po’ le labbra e mi fa: «Hai mai visto qualcuno combattere in frac o in smoking? Al limite nei fumetti… infatti io vedo solo gente con le pezze al culo che ha fatto la Storia, oppure lorda di sangue e con le unghie sporche, ma sempre in prima fila, non certo a impomatarsi in bagno. Forse che siano eleganti e belle, le formiche, ai nostri occhi? Noi neppure badiamo a certe cose, ma loro, se stai attento, impiegano quasi un’intera vita ad attraversare un raggio di sole che taglia la terra. Forse che quel raggio dia luce a loro o sono loro a dare luce a lui, tramite il loro andare? Non ha importanza come si sia nel fisico, negli abiti, o quanti soldi si abbiano in tasca, l’importante è avere il coraggio di spendere una vita intera nel tentare di ridare luce a un raggio che poi già ha luce, ma che quella luce, noi uomini, non la vediamo più». «Ma questa è roba da poeti, Mauro!». «Questo è quello che mi fa stare al mondo, Conte! Altro non ho».

Il sacrificio dei pedoni, Gian Ruggero Manzoni, Castelvecchi. A Pier Vittorio Tondelli, Andrea Pazienza, Francesca Alinovi, Freak Antoni, Carlo Mazzacurati, Mauro, Marinella, Barbara, Tito, e ai tanti altri che oggi non ci sono più: è formidabilmente potente già dalla dedica questo volume, inserito nella prestigiosa longlist di quest’anno di una delle più importanti rassegne letterarie italiane, il Premio Comisso, giunto alla trentanovesima edizione. L’autore, Gian Ruggero Manzoni, che ha partecipato anche in più occasioni ai lavori della Biennale di Venezia ed è scrittore, poeta, artista, critico d’arte, studioso dei nuovi linguaggi espressivi, tra i finalisti dell’edizione del duemilaquindici del premio Viareggio-Rèpaci col suo Acufeni, ha condiviso parte del suo percorso con i personaggi succitati, un tragitto che si è snodato per i corridoi del DAMS di Bologna, nel millenovecentosettantasette, nei meandri della politica, costeggiando i pericolosi sentieri della lotta armata, finché Manzoni, che tutti chiamano il Conte, e il suo amico Mauro, detto Maurone, il dieci di marzo, non disarmati, vengono bloccati da una Squadra Speciale del ministero dell’Interno: è qui che inizia l’odissea, raccontata anche da Pier Paolo Giannubilo nel Risolutore, di Manzoni. Ovverosia un anarchico, un cane sciolto, pronipote dell’Alessandro che reso immortale il ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, cugino di Piero, Bartolomeo e Pippa Bacca, poeta, curatore, drammaturgo, narratore la cui scrittura – sovente profondamente autobiografica – è stata descritta come eroica nientemeno che da Testori, performer, pittore, teorico d’arte, originario di San Lorenzo di Lugo, in provincia di Ravenna, dove tuttora vive, padre separato, fumatore incallito affetto dal morbo di Crohn che di sé dice: Da contestatore quel tanto goliardico, come si poteva vivere il Movimento Studentesco nella Bologna degli primi anni ’70, mi sono trovato con un’arma in tasca, mi hanno beccato, mi hanno messo in galera, ho commutato la pena con il Servizio Militare, sono entrato nei Corpi Speciali, sono stato reclutato dai Servizi d’Informazione Militari, mi sono fatto il Libano, la Bosnia, e tante altre missioni, sono stato ferito in combattimento, sono sopravvissuto per miracolo e avanti così… Da non farsi sfuggire.

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Libri

“Assassino nel Palazzo del Governo”

51S9PmTDAFL._AC_UY218_di Gabriele Ottaviani

Strettamente confidenziale Dicembre 1979 Prot. n. 129 Rapporto dell’ufficiale dei Servizi Segreti N. M., filiale dell’intelligence della Jugoslavia, sull’atteggiamento dell’ingegnere Robert Domi relativo alla proposta di entrare a far parte dell’operazione “Sei torce”. Ing. Robert Domi è apparso turbato durante tutta la conversazione. L’imprigionamento dei genitori come agenti dell’UDBA jugoslavo, si sa, rendeva molto chiare le prospettive per la sua famiglia se non avesse accettato i nostri termini. Lui ha un figlio, nato un anno fa. La moglie lavorava all’università, insegnava alla facoltà di Scienze, indirizzo Chimica industriale. Ora è disoccupata. A sostenerli economicamente sono i genitori di lei, presso i quali soggiornano temporaneamente, dopo che ai novelli sposi Domi è stata pignorata la casa da parte dello Stato in seguito all’arresto dei genitori di lui, Hektor e Nada (Dragic) Domi, quest’ultima di nazionalità serba. Alla domanda: vuoi lavorare per il bene del tuo Paese e per la vittoria del socialismo o finire in esilio per tutta la tua vita, in un villaggio sperduto, insieme a tuo figlio e a tua moglie e vedere i tuoi genitori marcire in carcere, lui non ha risposto. Alla domanda: preferisci avere un giorno per pensarci su, ma solo un giorno, sia chiaro, lui ha risposto di sì. Ing. Robert Domi è tornato il giorno seguente, alla stessa ora, dopo averci chiamato dall’appartamento dei suoceri, Shpresa Krasniqi e Thanas Duka. Ha accettato la proposta. Oggi inizia a prendere dimestichezza con l’operazione “Sei torce”, con la dovuta formazione, per lavorare come marconista presso la nostra ambasciata a Belgrado, così come con le procedure, i codici e i contatti assegnati a lui. È un ottimo conoscitore della lingua serbo-croata, per ovvie ragioni. Pensiamo che nell’operazione debba essere coinvolta anche sua moglie, che lavorerà come contabile presso l’ambasciata. Questo coinvolgimento rafforza la sicurezza in vari aspetti. Con Ing. Robert Domi ci sarà bisogno di lavorare ulteriormente perché possa aver accesso all’UDBA. Questa sarà la seconda fase delle “Sei torce”, una volta appurata di nuovo la sua posizione in futuro.

Assassino nel Palazzo del Governo, Diana Çuli, Castelvecchi, traduzione di Elda Katorri. Nativa di Tirana, scrittrice, politica, giornalista, traduttrice, laureatasi alla Facoltà di Filosofia della capitale albanese nel pieno dell’egemonia di Hoxha, che rese il paese stalinista, antirevisionista ed estremamente isolazionista, da sempre impegnata per i diritti umani e delle donne, insignita otto anni fa del titolo di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana grazie ai meriti acquisiti verso la Nazione italiana nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e delle attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari, Diana Çuli trascende il genere e dà alle stampe un romanzo intenso, coinvolgente, ricco di dettagli, particolari, livelli, chiavi di lettura, sfumature e suggestioni: la protagonista, Beti, assistita dal fratello Genti, investigatore privato dalle notevoli capacità, è ingaggiata da una sua amica di vecchia data, che nel frattempo è arrivata a ricoprire la carica di presidente del consiglio dei ministri, perché appuri se davvero la morte del segretario generale, il braccio destro di quest’ultima, alle prese con un ruolo considerevolmente impegnativo, in un paese strattonato da un lato da nostalgie del passato e dall’altro da ideali tensioni europeiste, sia stata, o meno, un infarto. Per far questo le viene assegnato anche un incarico di copertura come consigliera per la cultura, e… Da non perdere.

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Intervista, Libri

“La grande stagione”: intervista all’autore

copertina-romanzo-libro-paolo-ruggiero-grande-stagione-castelvecchidi Gabriele Ottaviani

Paolo Ruggiero ha scritto il bellissimo La grande stagione: Convenzionali lo intervista con immenso piacere per voi.

Qual è secondo lei la grande stagione della vita di ognuno?

È la stagione che ritorna ogni volta in cui si è di nuovo entusiasti, felici, proiettati in avanti, e non solo per un istante. Anche le “grandi stagioni” vissute contano, ci confermano e accompagnano nel nostro percorso, a patto che non diventino un freno nostalgico al presente.

La nostra società è sempre più rabbiosa, invidiosa, violenta, meschina, ma soprattutto precaria, dal punto di vista economico e affettivo: dov’è che si può trovare un po’ di sicurezza?

Non credo in una visione così fosca della società. In realtà penso che periodi di gioia se ne possano attraversare molti nella vita. A volte sono offerti dal caso, tante altre volte vanno cercati con l’azione, con il creare, cercando di trarre dal reticolo di opportunità in cui siamo immersi quelle a noi più congeniali, stimolanti, evitando di farsi sottrarre energie da persone o situazioni deleterie. La sicurezza in sé la si può trovare anche nella curiosità intellettuale, l’osservazione, lo sport e il superamento di se stessi, lo sguardo vorace sul mondo, la comprensione limpida e se possibile anch’essa gioiosa delle cose, liberata da griglie di interpretazione limitanti, statiche.

La generazione dei giovani italiani è quella a cui è stata rubata una grossa fetta di futuro: è per questa consapevolezza che spesso si cerca di rimandare il più possibile la fine degli studi e l’inizio della ricerca di un lavoro, che il più delle volte non si trova o non si può considerare lavoro, dato che nella migliore delle ipotesi è volontariato, nella peggiore e più frequente sfruttamento?

Il senso di precarietà che trasmette il mondo del lavoro, il futuro, per alcuni si traduce in un prolungamento oltre misura della giovinezza, qualcosa tipo “procrastino, resto in facoltà, galleggio fuoricorso, perché il mondo là fuori adesso non promette nulla di buono”. C’è anche da dire che l’Italia, certe sue città universitarie, con la loro bellezza, il ritmo scanzonato che infondono agli anni di studio sono spesso complici: si sarebbe tentati di continuare a viverci da eterni studenti. Un’esperienza all’estero, anche solo l’Erasmus, magari in una grande metropoli, imparare una nuova lingua, adattarsi a un’altra mentalità, può aiutare a uscire dal limbo, a vedere i propri giorni e le proprie ambizioni da altre prospettive.

Quanto conta il sesso nella formazione di un individuo?

Nella formazione non saprei, è qualcosa che fa parte del benessere di ogni persona.

Vivere è un viaggio, e la fine è nota: ma qual è lo scopo?

Averlo vissuto al meglio, fino all’ultimo, traendone gioia, rinnovando il viaggio, condividendo, fissando e creando qualcosa che resti.

Quand’è che si diventa realmente adulti?

Forse lo si ridiventa più volte nell’arco di una vita, dopo periodici, creativi ritorni alla giovinezza, magari anche all’infanzia, oppure lo si è sempre, se si è sempre guardato alla vita con uno sguardo al tempo stesso adulto e bambino.

Come si elabora la perdita?

Ognuno la elabora a modo suo. Ma credo che conservare il ricordo di chi non c’è più, soprattutto se si tratta di ricordi cari, sia come una scatola cui può far bene attingere in certi momenti, a volte anche solo per ridare un po’ di senso a certe giornate.

Perché scrive?

Un piacere da sempre e anche una necessità, per fissare immagini o idee sul foglio, prima che diventino troppo volatili.

Il libro che avrebbe voluto scrivere, il film che non si stancherebbe mai di rivedere.

Devo dire che questo libro che è il mio primo romanzo corrisponde bene a come lo immaginavo finito, quando ne ho iniziato la stesura. Mi sono preso il tempo di lavorarlo con calma, di farlo anche decantare, fino ad arrivare a un risultato finale che mi sembrasse compiuto, limpido, ed è così che lo riscriverei anche adesso.

Il film… In questo momento me ne vengono in mente tre, tre belle pellicole un po’ azzurrate e anni ‘70: Zabriskie Point, per la fotografia, i cieli, i tempi dilatati. L’uomo che amava le donne, di Truffaut. Infine, Profondo Rosso, per la sceneggiatura, il montaggio, il ritmo percussivo, la resa incalzante di un’atmosfera di sottile follia, di sospensione.

 

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Libri

“La grande stagione”

copertina-romanzo-libro-paolo-ruggiero-grande-stagione-castelvecchidi Gabriele Ottaviani

Si sta troppo bene, in questi momenti. Corpi intrecciati, splendida amica. Nudi come animali appena sorti al mondo, tra l’erba. E per stanotte non chiedo di più.

La grande stagione, Paolo Ruggiero, Castelvecchi. La vita è un viaggio, e quello che Livio compie ha molte tappe, accomunate da un sostrato, la ricerca di sé: le numerose e torride avventure sessuali che vive sono la punteggiatura della sua progressiva presa di coscienza. Ognuno ha un posto assegnato, in quest’atomo opaco del male, e Livio, costretto di fatto a laurearsi, alla soglia dei trent’anni, più dagli eventi che dalla volontà, inizia a lavorare, si imbatte in varie e rocambolesche peripezie, si trasferisce dall’ubertosa e generosa Bologna, donna felliniana che a sua volta aveva raggiunto dalla provincia, a bordo di una vetusta ma solida e affidabile Opel, e che sembra, come Calipso, del tutto restia a scioglierlo dal suo abbraccio appassionato, prima a Parigi e poi tra i riverberi bianchi e turchini di un’isola greca, sotto quel cielo che gli ha sottratto troppo presto il padre, perito in un incidente aereo. E chissà come sarebbe andata, altrimenti, la sua esistenza… Anticonvenzionale, intenso, ben scritto, profondamente autobiografico, questo tuffo nell’armonia dei sentimenti e della memoria è assolutamente da leggere.

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Libri

“Metabola”

31pTEXNaLHL._AC_UY218_ML3_di Gabriele Ottaviani

Siberna è venuto a ringraziarmi per una parte delle fave…

Metabola, Paolo Gueli, Castelvecchi. Aldo Manlio Leto ha quarant’anni, e la vita lo sta abbandonando. Quell’esistenza che è sempre stata per lui motivo di tormento, dolore, sgomento e frustrazione, lotta inesausta contro il male, una rara forma di autismo che lo ha consumato come una candela, eroso come pietra pomice, alla deriva in acque procellose, sta volgendo al tramonto, e questa particolare condizione lo induce a riflettere, a scrivere, come in un diario, in una cronaca, il turbinio di emozioni, riflessioni, domande e considerazioni, tragicamente concrete ma anche sublimate e simboliche, che ne connotano gli ultimi giorni. Doloroso e dolcissimo, il volume, ultima opera di Paolo Gueli, cui, se non postume perché basate su testi ritrovati, non potranno purtroppo seguirne altre, commuove ed emoziona.

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Intervista, Libri

“Tu non sapevi”: intervista a Luca Cerullo

COVER-Tu-non-sapevi-725x1024-210x310di Gabriele Ottaviani

Luca Cerullo ha scritto Tu non sapevi: Convenzionali con gioia lo intervista per voi.

Da dove nasce questo libro?

Da un’idea e da un’immagine. L’idea di una ragazza che non riesce ad essere adulta, che a un certo punto comincia a riflettere sulle ragioni di una fatica che per gli altri sembra non esserci. È Sara, la protagonista del libro. Il suo volto mi girava in testa da diverso tempo, la immaginavo mentre si muoveva, faceva cose, sempre un po’ goffa nei gesti e nelle parole, provando a tenere in piedi una vita in fondo così normale. E poi l’immagine di una donna sola, che si ostina a tacere riguardo a sé stessa. Quest’altra donna, Flora, era per me un enigma. Proprio non riuscivo a trovare le ragioni di quel silenzio prolungato.

Quanto contano le radici nella formazione della nostra identità?

Bellissima domanda, ma anche molto impegnativa. Credo che dipenda anche dal luogo in cui quelle radici si piantano. Esistono luoghi e luoghi, radici profonde e altre che lo sono un po’ meno, facilmente estirpabili. Nel romanzo alcuni personaggi fanno di tutto per recidere, poi però alla fine poco possono contro la natura stessa delle cose.

Napoli e Procida: non solo due luoghi, ma due veri personaggi nella sua storia. Cosa rappresentano?

Entrambe sono schiave di profonde contraddizioni, incastrate in una storia che le vuole immortali ma anche estremamente vulnerabili. Questo logorio, che muove un passo ogni giorno ma non arriva mai ad annientare, le rende affascinanti. Non so se siano veri personaggi, di certo condizionano il modo di pensare e di vivere dei personaggi di carne e ossa. Questi ultimi, a più riprese, sentono il desiderio di andare via. È una sensazione che sia Napoli che Procida, prima o poi, possono generare. Perché spesso da queste parti appare tutto difficile, incomprensibile e inaccettabile. È una logica inesistente, eppure ci sono sfumature, spesso impercettibili, che rimettono a posto le cose. Dura poco, ma quanto basta per non odiare.

Quand’è che si diventa realmente adulti?

Non so se esista “il momento in cui”. Esiste di certo una tensione tra l’adulto che siamo o diventeremo e il bimbo spaventato che non vuole crescere. Credo che sia più importante che una volta grandi, quella parte lì non sparisca del tutto, perché sono sicuro che è il bimbo a fare grandi cose, non l’adulto. L’adulto le declina secondo le regole, ma non ci mette quasi mai l’idea.

Come si elabora la perdita?

Altra domanda a cui so rispondere solo in modo parziale.  Suppongo che ognuno prenda la propria strada, il che non vuol dire che sia quella giusta. Nel romanzo Sara affronta la perdita con iniziale sollievo, senza ascoltare il vuoto che l’attraversa, appena la vita si ferma un secondo per farla rifiatare. Però, probabilmente, tornerà tutto all’improvviso e chiederà il conto.

Perché scrive?

Perché mi piace, tutto qui. Perché riesce a farmi evadere e mi impone di vedere le cose da un punto di vista diverso, mettendomi in contatto con quella parte infantile di cui parlavo prima. Quella che crede a tutto.

Il libro che avrebbe voluto scrivere, il film che non si stancherebbe mai di rivedere.

La camera azzurra, di Simenon. Lo trovo un capolavoro di equilibrio, sensualità e ritmo narrativo. E rivedrei mille volte Shining, di Kubrick, perché non è film di paura, è un film sulla paura e credo che per raccontare storie la paura sia molto più importante del coraggio, o almeno porta in luoghi diversi da quelli soliti.

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Libri

“Tu non sapevi”

COVER-Tu-non-sapevi-725x1024-210x310di Gabriele Ottaviani

La mia di battaglia la perdo ogni giorno.

Tu non sapevi, Luca Cerullo, Castelvecchi. Prima di trasferirsi a Napoli la madre di Sara, in fuga da una casa in una malconcia traversa di via Merliani che non ha avuto tempo di diventare perfetta, e da un matrimonio talmente infelice che preferirebbe che suo marito non fosse la brava persona che è, perché così sarebbe tutto più facile, ha vissuto a Procida, da cui però ha fatto di tutto però perché la figlia stesse lontana. Isola remota anche nei suoni del dialetto, lingua del cuore in cui forse la madre ha espresso i suoi estremi pensieri, è lì che Sara, che non vi conosce nulla è nessuno, si reca, per fare i conti con un passato che le grava sulle spalle… Intenso, avvincente, emozionante, ben scritto, quello che di fatto è l’esordio nel romanzo propriamente detto di Luca Cerullo è una prova narrativa splendida sin dalla copertina, profonda, delicata, potente, travolgente, come un’onda del mare.

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