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“Carteggio 1947 – 1983”

4a826751e603746573f82ad708ff4891_w131_h_mw_mh_cs_cx_cydi Gabriele Ottaviani

Carteggio 1947 – 1983, Giorgio Caproni, Vittorio Sereni, Olschki. A cura di Giuliana Di Febo-Severo, studiosa attenta e preparata che si è formata all’Università Roma Tre, all’Université Paris Nanterre e presso l’Istituto di studi italiani dell’Università della Svizzera italiana, ed è ora assistente dottoranda all’USI, in cotutela con Sorbonne Université, grazie a una borsa di studio del Fondo Nazionale svizzero per la ricerca scientifica; inoltre due anni fa è stata Visiting Researcher per la cattedra di «Littératures modernes de l’Europe néolatine» del Collège de France: i suoi interessi di ricerca riguardano la poesia italiana del Novecento, la filologia d’autore e la critica genetica, nonché gli scambi traduttivi tra l’Italia e la Francia, e attualmente lavora su un’inedita traduzione a partire da un testo giovanile di Gustave Flaubert realizzata da Giorgio Caproni, poeta, traduttore e scrittore di cui si riporta in questo volume eccellente il magnifico carteggio – sono sempre una ricchezza preziosissima le lettere, perché consentono di indagare anche l’anima e l’umanità dei grandi autori – con Vittorio Sereni, altro intellettuale finissimo, durato fino alla morte di quest’ultimo, nel millenovecentoottantatré, e al quale si debbono i versi forse in assoluto più belli mai scritti, quelli del Congedo del viaggiatore cerimonioso. Amici, credo che sia meglio per me cominciare a tirar giù la valigia. Anche se non so bene l’ora d’arrivo, e neppure conosca quali stazioni precedano la mia, sicuri segni mi dicono, da quanto m’è giunto all’orecchio di questi luoghi, ch’io vi dovrò presto lasciare. Vogliatemi perdonare quel po’ di disturbo che reco. Con voi sono stato lieto dalla partenza, e molto vi sono grato, credetemi, per l’ottima compagnia. Ancora vorrei conversare a lungo con voi. Ma sia. Il luogo del trasferimento lo ignoro. Sento però che vi dovrò ricordare spesso, nella nuova sede, mentre il mio occhio già vede dal finestrino, oltre il fumo umido del nebbione che ci avvolge, rosso il disco della mia stazione. Chiedo congedo a voi senza potervi nascondere, lieve, una costernazione. Era così bello parlare insieme, seduti di fronte: così bello confondere i volti (fumare, scambiandoci le sigarette), e tutto quel raccontare di noi (quell’inventare facile, nel dire agli altri), fino a poter confessare quanto, anche messi alle strette, mai avremmo osato un istante (per sbaglio) confidare. (Scusate. È una valigia pesante anche se non contiene gran che: tanto ch’io mi domando perché l’ho recata, e quale aiuto mi potrà dare poi, quando l’avrò con me. Ma pur la debbo portare, non fosse che per seguire l’uso. Lasciatemi, vi prego, passare. Ecco. Ora ch’essa è nel corridoio, mi sento più sciolto. Vogliate scusare.) Dicevo, ch’era bello stare insieme. Chiacchierare. Abbiamo avuto qualche diverbio, è naturale. Ci siamo – ed è normale anche questo – odiati su più d’un punto, e frenati soltanto per cortesia. Ma, cos’importa. Sia come sia, torno a dirvi, e di cuore, grazie per l’ottima compagnia. Congedo a lei, dottore, e alla sua faconda dottrina. Congedo a te, ragazzina smilza, e al tuo lieve afrore di ricreatorio e di prato sul volto, la cui tinta mite è sì lieve spinta. Congedo, o militare (o marinaio! In terra come in cielo ed in mare) alla pace e alla guerra. Ed anche a lei, sacerdote, congedo, che m’ha chiesto se io (scherzava!) ho avuto in dote di credere al vero Dio. Congedo alla sapienza e congedo all’amore. Congedo anche alla religione. Ormai sono a destinazione. Ora che più forte sento stridere il freno, vi lascio davvero, amici. Addio. Di questo, sono certo: io son giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento. Imprescindibile.

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