Libri

“L’incendiario”

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Se non mi porti a casa tua finirò per morire qui…

L’incendiario, Jan Carson, Giulio Perrone editore, traduzione di Leonardo Taiuti. Stati Uniti, Bible belt, profondo sud, Mississippi: un giorno, in una cittadina, giunge, preceduto da una pessima fama di piromane, il vagabondo, dal fascino irresistibile, Ben Quick. Padre-padrone del luogo è il borioso, ricco, iracondo e tirannico Will Varner, che ha una relazione con Minnie, che gli serve per riempire il vuoto lasciato dalla prematura morte dell’amatissima moglie, e due figli, Jody e Clara. Jody, sposato con Eula, è un giovane bello e benvoluto da tutti eccetto che dal padre, che lo considera un debole. Clara, invece, nubile, cerca l’amore ma non lo trova, e Will le sta col fiato sul collo: vuole un matrimonio veloce e ricco e dei nipoti. Ben, lo straniero, inizia a lavorare alle dipendenze di Warner, che lo prende in simpatia e lo stima: la carriera è rapida. Prima affitta un terreno a mezzadria, poi vende abilmente una partita di cavalli selvaggi, infine viene impiegato nell’emporio locale, alla stessa stregua di Jody, che, frustrato, ne patisce la presenza. Clara, invece, è più ambigua: ne è attratta, e sinceramente ricambiata, ma non ne sopporta la ruvidezza, né il fatto che il padre, che vede in lui l’erede che avrebbe desiderato, glielo voglia imporre per marito (tanto che inizierà a frequentare Alan, che però è gay…), regalandogli finanche un terreno con una villa in rovina e invitandolo addirittura a vivere nella casa padronale. Jody è furioso, e… Questa appena descritta è la trama di un film straordinario, La lunga estate calda, tratto da Faulkner, diretto da Martin Ritt, interpretato da Paul Newman, che a Cannes si aggiudicò con questo ruolo il Prix d’interprétation masculine, Joanne Woodward, Orson Welles, Anthony Franciosa, Lee Ramick, Richard Anderson e una meravigliosa Angela Lansbury: una pellicola, com’è evidente, dai toni solenni, epici, classici, intimamente connessi alla complessità dell’umana natura, ricchissima di riferimenti, livelli di lettura, chiavi d’interpretazione, citazioni, rimandi e reminiscenze della tragedia greca e della Bibbia. Cambiando quel che dev’essere cambiato, L’incendiario (European Union Prize for Literature l’anno scorso) di Jan Carson, giovane e formidabile scrittrice di Ballymena residente a Belfast, terra fragile, fascinosa e tormentata, che ha già dato prova di un talento versatile e solidissimo, che potrebbe, chissà, magari un giorno farla assurgere nel novero delle più grandi, il gotha in cui si stagliano autrici sopraffine del calibro di Annie Proulx (Cartoline, Avviso ai naviganti, I crimini della fisarmonica, Gente del Wyoming, Quel vecchio asso nella manica), Anne Tyler (Se mai verrà il mattino, L’albero delle lattine, Una vita allo sbando, Ragazza in un giardino, L’amore paziente, Una donna diversa, Il tuo posto è vuoto, La moglie dell’attore, Ristorante nostalgia, Turista per caso, lezioni di respiro, Quasi un santo, Per puro caso, Le storie degli altri, Quando eravamo grandi, Un matrimonio da dilettanti, La figlia perfetta, Una spola di filo blu), Penelope Lively (Una spirale di cenere, Un posto perfetto), Marilynne Robinson (Le cure domestiche, Gilead, Casa, Lila), Jane Urquhart (Niagara, Cieli tempestosi, Altrove, Klara, Sanctuary Line, Le fasi notturne), Catherine Dunne (La metà di niente, L’amore o quasi, Se stasera siamo qui, Donne alla finestra), Edna O’Brien (Ragazze di campagna, Un cuore fanatico, Lanterna magica, Le stanze dei figli, Uno splendido isolamento, Lungo il fiume, oggetto d’amore, Tante piccole sedie rosse), Joan Didion (Prendila così, Diglielo da parte mia, Democracy, Miami, L’anno del pensiero magico, Blue nights, Run river), Elizabeth Strout (Resta con me, Olive Kitteridge, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile) e Joyce Carol Oates, ricorda per certi versi quelle atmosfere, in particolar modo per la solennità dei temi, dei sentimenti, dei turbamenti, dei caratteri, dei dolori, dei valori, delle passioni, del monolite del senso di colpa, che si eredita, come fosse un retaggio prezioso. L’incendiario è la storia sublime e deflagrante di Jonathan, che vede negli occhi della sua piccola una luce che lascia presagire la favilla del male, di Sammy, che si sente la violenza nella natura e nel sangue e teme che anche suo figlio non ne possa essere immune, di sacrifici e amori feroci e ineluttabili, di una città in fiamme, in cui ogni pietra di paragone è svelta dal terreno, e in balia del turbamento… Monumentale.

 

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“Il mare intorno a noi”

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Attraverso gli indizi forniti dalle carote possiamo visualizzare le fasi interglaciali, corrispondenti a periodi di clima mite, in cui il fondo marino era sovrastato da acqua tiepida e nell’oceano vivevano organismi amanti del calore. Tra l’uno e l’altro di questi periodi il mare si raffreddava, le nubi si accumulavano, le nevi cadevano e sul continente nordamericano le grandi distese di ghiaccio aumentavano e gli iceberg si spostavano verso le coste. I ghiacciai raggiungevano il mare su un’ampia fronte e producevano quindi iceberg a migliaia. Le maestose processioni in lento movimento delle montagne di ghiaccio uscivano dal mare e, a causa del clima rigido di buona parte della terra, si spingevano verso sud più lontano che non gli attuali iceberg, salvo casi fortuiti. Quando finalmente si fondevano, abbandonavano il loro carico di melma, sabbia, ciottoli e frammenti rocciosi che si erano congelati sotto le loro superfici man mano che procedevano nel loro cammino distruttore sopra la terra ferma. In tal modo uno strato di frammenti glaciali ricoprì il solito fango a globigerine, e il ricordo di un’era glaciale rimase scolpito. Poi nuovamente i mari s’intiepidirono, i ghiacciai fusero e si ritrassero e ancora una volta le specie d’acqua calda di globigerine abitarono il mare; vi vissero e morirono e scesero a costruire un altro strato di fango a globigerine, questa volta sopra le argille e le ghiaie provenienti dai ghiacciai. E ancora il ricordo del tepore e della mitezza di clima venne scritto nei sedimenti. Dalle carote di Piggot è stato possibile ricostruire quattro differenti periodi di avanzata dei ghiacci, separati da periodi di clima temperato. È interessante pensare che anche adesso, nel corso della nostra generazione, i fiocchi di una nuova tempesta di neve stanno cadendo, a uno a uno, là sul fondale oceanico. Miliardi di globigerine vengono sospinti verso il basso per dare un’inequivocabile testimonianza che il nostro mondo attuale è nel suo insieme un mondo di clima mite e temperato. Chi leggerà il loro documento tra diecimila anni?

Il mare intorno a noi, Rachel Carson, Piano B edizioni. Traduzione di Gianluigi Mainardi, già usata per l’edizione Einaudi del millenovecentosettantacinque, qui sottoposta a un’ulteriore revisione. Rachel Carson, biologa e zoologa di Springdale, Pennsylvania, vissuta a cavallo fra il millenovecentosette e il millenovecentosessantaquattro, autrice di Primavera silenziosa, che di fatto ha portato alla messa al bando del DDT, interpretata anche sullo schermo e sul palco da Kaiulani Lee, è la madre dell’ambientalismo moderno. È con lei che è nata la coscienza della necessità della tutela dell’unico pianeta che abbiamo. Un pianeta che è fatto di terre emerse, certo, ma anche, anzi, soprattutto, di acqua. E l’oceano è una distesa immensa, una superficie che nasconde tesori preziosi e inimmaginabili: con prosa lirica e dotta, come se fosse un quadro di Turner, Rachel Carson racconta la storia del mare. Appassionante.

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