Libri

“L’accordo”

di Gabriele Ottaviani

La distanza che ci separa da noi stessi è talmente minima da essere incolmabile…

L’accordo – Era l’estate del 1979, Paolo Scardanelli, Carbonio. La perfezione non è di questo mondo, e spesso e volentieri abbiamo piena contezza di quel che possediamo soltanto nel momento in cui lo perdiamo, o siamo sul punto di smarrirlo: è nella natura umana impigrirsi, adagiarsi sugli allori, dare molto, forse troppo, per scontato. Del resto, come, meravigliosamente, ha scritto Sergio Claudio Perroni, la gente se ne va, smette di colpo, lascia in asso cuori, persone appena cominciate, bambini da finire, tutte cose che non potranno più esserlo, che fingeranno di esserlo, che lo saranno solo per mancanza e mai per presenza, perché lasciare altri a metà è quello che riesce meglio a tutti, finiscono per farlo tutti, lasciare qualcuno solo, lasciarlo ancora più solo, finché non toccherà anche a lui andarsene, lasciare un altro solo, lasciare un altro vuoto, d’altronde siamo qui per questo, siamo fatti per questo, per andarcene sul più bello di qualcun altro, promesse d’assenza sempre mantenute, cose che non smettono mai di essere state. Paolo Scardanelli, con delicatezza sublime, indaga questa percezione d’assenza con il tocco lieve dell’incanto della memoria, dando vita a un vero e proprio Bildungsroman sentimentale senza sentimentalismo alcuno che, splendido sin dalla copertina, narra l’amicizia e le prove che la vita impone di affrontare in una stagione di impegno politico e disillusione. Da leggere.

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Intervista, Libri

Hafid Bouazza: “La vita è uno scherzo tragicomico”

C31_SITO_FILOdi Gabriele Ottaviani

Hafid Bouazza è un grande scrittore e l’autore del formidabile Paravion: Convenzionali, con orgoglio, lo intervista per voi.

Qual è il messaggio di Paravion?

In realtà nessuno. So che alcuni lettori lo considerano un appello per i diritti delle donne, ma a mio avviso questa è una lettura che riduce il libro a un pamphlet. (Io, ovviamente, sostengo con tutto il cuore qualsiasi movimento per i diritti delle donne). Ciò che mi stupisce è che, in generale, i lettori sembrano trascurare il fatto che il libro sia raccontato in gran parte da una donna, Mamurra, e che, alla fine, lei esprima disperazione per qualsiasi forma di cambiamento. E scrivendo, per quanto in modo fiabesco, di un piccolo villaggio marocchino, sarebbe falso ignorare la sfacciata misoginia e la normalità del razzismo (sì, Baba Baluk è nero).

Lei è nato in Marocco ma vive pressoché da sempre nei Paesi Bassi: quali sono i punti di contatto e le differenze tra le due nazioni?

Ho lasciato il Marocco quando avevo sette anni e ho rivisitato tre volte la mia città natale, l’ultima nel 1986. Fu allora che decisi che non avevo e non ero disposto a coltivare un “legame” con la mia madrepatria. Entrambi eravamo cambiati. Non ho mai considerato la nostra immigrazione come un punto di rottura, o una cesura, se vuoi. È stato tutto un continuum, per me. So per certo che il Marocco vorrebbe far parte dell’UE e il re Mohammed VI ha apportato grandi cambiamenti per aprire e modernizzare il paese, per non parlare del suo sostegno ai diritti delle donne. Temo, però, che l’unico vero contatto tra i due paesi siano gli immigrati marocchini, che ogni anno visitano il paese.

Perché, nonostante il fatto che la società sia sempre più evoluta, aperta, libera e piena di opportunità sotto molti punti di vista, la paura del diverso è ancora così forte e radicata?

Perché la paura è, evolutivamente parlando, profondamente dentro di noi; è un meccanismo di sopravvivenza. Vedo questa paura specialmente nelle comunità musulmane che voltano le spalle alla società occidentale. Le persone temono la disintegrazione di un’identità sociale, ma le identità sono fluide.

Siamo tutti migranti, nessuno può scegliere dove e da chi nascere: allora perché così tanti pregiudizi?

I pregiudizi sono una semplificazione delle persone intorno a noi, ancora una volta, come meccanismo di sopravvivenza e un modo per proteggere ciò che è nostro. Lombroso potrebbe aver sbagliato con la sua teoria fisiognomica, ma psicologicamente aveva ragione su come le persone vedono e interpretano.

Come si può superare la sperequazione sociale?

Pensi che possa essere superata? Io credo che la democrazia occidentale non abbia fatto e non stia facendo un cattivo lavoro. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è una cosa bella, che può essere accolta da braccia malvagie. Ma deve far fronte ad altre visioni sulla disuguaglianza sociale, basate su ideali culturali, religiosi e politici, visioni che essenzialmente le si oppongono. È il paradosso della democrazia: porta in sé la propria fine, come un veleno in un anello.

Cosa significa la letteratura per lei?

Questa è dura. Penso che, dopo l’invenzione del linguaggio, gli esseri umani abbiano scoperto la loro capacità di creare storie. Quindi uno scherzo potrebbe essere la più antica forma di letteratura. Se la vita è uno scherzo tragicomico (e a volte lo è, anche di pessimo gusto), la letteratura dimostra che gli umani sono i più grandi burloni.

Qual è il suo consiglio per un ragazzo che vuole diventare scrittore?

Leggere. Rileggere. Leggere ancora.

Prossimi progetti?

Negli ultimi anni, più o meno (più meno che più, ahimè), ho lavorato a un romanzo, e sto traducendo in olandese Le Spleen de Paris, Petites Poèmes en prose di Charles Baudelaire per il suo duecentesimo anniversario (aprile 2021): le illustrazioni saranno dei dipinti dell’artista Marlene Dumas.

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Intervista, Libri

Hafid Bouazza: “Life is a tragicomic joke”

C31_SITO_FILOby Gabriele Ottaviani

Hafid Bouazza is a great writer and the author of the stunning Paravion: Convenzionali is proud to interview him for you.

Which is Paravion’s message?

None, really. I know that certain readers regard it as a plea for women’s rights, but that’s, in my view, a reading which reduces the book to pamphletistic writing. (I do, of course, whole-heartedly support any female rights movements.) What amazes me is that, generally, readers seem to overlook the fact that book is told largely by a woman, Mamurra, and that, in the end, she expresses despair of any form of change.  And writing, however fairy-tale like, about a small Moroccan village, it would be disingenuous to ignore the blatant misogyny and casual racism (yes, Baba Baluk is black).

You were born in Morocco but you have quite always lived in Netherlands: what are the points of contact and what are the differences between the two countries?

I left Morocco when I was seven years and have revisited my native city three times, the last time in 1986. It was then that I decided that I had no and was not willing to cultivate a ‘bond’ with my birthplace. We both had changed. I have never regarded our immigration as a breaking point, or a caesura, if you want. It was all continuity, for me. I know for a fact that Morocco would love to be part of the EU and King VI has made great changes to open up and modernize the country – not to mention his support of women’s rights. I am afraid, though, the only real contact between the two countries are the Moroccan immigrants, who annually visit the country.

Why, despite the fact that society is increasingly evolved, open, free and full of opportunities in many ways, is the fear of the different still so strong and rooted?

Because fear is, evolutionary speaking,  hard-wired in us; it is a survival mechanism.  I see this fear specially in Muslim communities which turn their back on Western society. People fear disintegration of a social identity, but identities are fluid.

We are all migrants, since no one can choose where to be born and from whom to come into the world: why, then, so many prejudices?

Prejudices are a simplification of the people around us, again, as a survival mechanism and a way to protect what is ours. Lombroso might have been wrong with his theory of physiognomy, but he was psychologically right about how people view and interpret.

How can social inequality be overcome?

Do you think it can be overcome? I think Western Democracy has not done and is not doing a bad job. UDHR is a thing of beauty, which can be embraced by some ugly arms. But it has to cope with other views on social inequity, based on cultural, religious and political ideals – views which essentially oppose it. It is the paradox of democracy: it carries its own demise within itself,  like a poison in a ring.

What does literature mean for you?

That’s a tough one. I think that after the invention of language, human beings discovered their ability to invent stories. So a joke might be the oldest form of literature. If life is a tragicomic joke (which it is, sometimes in very bad taste), then literature proves humans are the bigger jokers.

Which is your advice for a teenager who wants to be a writer?

Read. Then read. Then start rereading.

Next projects?

I have been working on a novel for the last years, on and off (more off than on, I am sorry to say) and I am translating Charles Baudelaire’s Le Spleen de Paris, Petites Poèmes en prose into Dutch for his 200th anniversary (April 2021). The artist Marlene Dumas is providing paintings as illustrations.

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Libri

“Paravion”

C31_SITO_FILOdi Gabriele Ottaviani

Lui deglutì e cominciò a perdere una parte del suo intelletto: il sangue veniva pompato verso il basso. Alla fine il disgusto ebbe la meglio sulla lussuria, la fermezza sull’erezione, e pronunciò la parola con la p allontanandola da sé con un gesto di disprezzo. Per quanto avesse qualche difficoltà di pronuncia – i moreani non conoscevano tutti i suoni previsti – lei capì fin troppo bene cosa intendesse, e nulla avrebbe potuto prepararlo alla furia che seguì.

Paravion, Hafid Bouazza, Carbonio, traduzione di Laura Pignatti. In realtà non è altro che l’espressione legata alla posta aerea, ma per chi la vede stampigliata su quelle missive così singolarmente connotate Paravion si legge tutto attaccato, ed è il nome di una città mitica, dove scorre latte e miele o quasi, dove davvero la fortuna arride agli audaci, ai meritevoli, a chi cerca un avvenire migliore, più sereno, più giusto, più felice e sicuro, per sé e per chi ama: Paravion è la terra dei sogni, in un continente ricco e lontano, per gli abitanti di un villaggio della Morea, nell’Africa settentrionale, laddove la vita va strappata con le unghie e i denti, e spesso la morte si diverte a falciare le anime più fragili. Non manca però una poetica cifra di realismo e di magnetica magia in questo romanzo che conferma una volta di più la forza indomabile della raffinata voce narrativa di Bouazza, che con sopraffina sensibilità da vita a una commedia umana corale, un emozionante mosaico dai mille colori. Profondo, intenso, avvincente, imperdibile, induce alla riflessione e fa bene all’anima.

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Intervista, Libri

Jennifer Pashley: sesso e società

Portraitsdi Gabriele Ottaviani

Jennifer Pashley ha scritto il dirompente Il caravan: Convenzionali la intervista con gioia per voi. (Foto di © Martirene Alcantara)

Cosa rappresenta il sesso per lei?

Per me il sesso è un tentativo di portare al culmine il desiderio, di placarlo. E in un certo senso, poiché vi è collegato, riguarda il possesso. Ma soprattutto per me è la speranza di arrivare alla completezza, la via attraverso la quale si trova in algebra la soluzione per un’incognita. Speri sempre che sia la risposta al pezzo mancante.

Perché la società contemporanea è così violenta?

Penso che la violenza derivi dalla disuguaglianza. È un tentativo primitivo di pareggiare i conti e, in questo momento, la disuguaglianza è più visibile che mai. Non è che la disuguaglianza sia peggiorata, ma, piuttosto, più persone si stanno svegliando e alcune delle reazioni a ciò passano per la violenza.

Qual è la condizione femminile ai nostri giorni?

Una donna è come un barile di fulmini soffocati dal coperchio.

Da dove vengono il razzismo e l’omofobia?

Dalla paura. Penso che qualsiasi tipo di odio verso un’identità derivi da una paura radicata, dell’ignoto o del fallimento. La cultura dominante corre sempre il rischio di essere distrutta e sovvertita e questo spaventa le persone che detengono una posizione dominante. Penso che se tutto ciò che hai sempre conosciuto è il privilegio, per esempio quello legato al fatto di essere bianco, maschio ed eterosessuale, allora può essere difficile immaginare un mondo in cui non sei al vertice.

Che paese sono gli Stati Uniti dell’era Trump?

Penso che gli Stati Uniti siano esattamente quella cultura dominante in procinto di essere rovesciata cui facevo riferimento poc’anzi. Trump rappresenta il peggio di quella cultura: eccezionalismo, eterosessismo, supremazia bianca, disparità economica e dominio della ricchezza. Gli Stati Uniti si sentono divisi e volatili, ma anche il catalizzatore del cambiamento è all’interno di quella turbolenza. Penso che la cultura stia cambiando, in meglio, ma qualsiasi crescita e guarigione è dolorosa.

Cosa ne pensa del #metoo?

Penso che il movimento #metoo abbia rappresentato una rete incredibilmente potente per tutte le vittime sopravvissute all’aggressione e alla violenza sessuale. Il riconoscimento che le molestie e le aggressioni sono così diffuse ha dato a molte persone il potere di aiutare a cambiare le cose.

Cosa spera che questo romanzo possa dire ai lettori?

Spero che questo romanzo dirà alle persone che c’è bellezza nell’oscurità e nel dolore, che il trauma è reale e che la connessione e la guarigione sono possibili, ma devi essere abbastanza coraggioso da approfondire le parti più oscure.

Cosa sta scrivendo adesso?

Ho in cantiere un nuovo romanzo, uscirò negli Stati Uniti a settembre 2020. È un thriller dark incentrato sulla povertà rurale, i segreti e lo scontro tra classi. E attualmente sto lavorando a un follow-up di The Watcher.

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Intervista, Libri

Jennifer Pashley: sex and society

Portraitsby Gabriele Ottaviani

Jennifer Pashley is the author of the stunning The scamp: Convenzionali is proud to interview her for you. (Photo by © Martirene Alcantara).

What does sex represent for you?

I feel sex is an attempt to culminate desire, to quench that longing. In a way, because it’s connected to desire, it’s about possession. But more so I feel that it’s the hope to become complete, the way you solve for an unknown in algebra. You’re always hoping it’s the answer to the missing piece.

Why is contemporary society so violent?

I think violence stems from inequality. It’s a primitive attempt to even the score, and right now, inequality is more visible than ever. It’s not that inequality has gotten worse, but rather, more people are waking up to it, and some of the reaction to that is violence.

What is the female condition in our day?

A woman is like a barrel of lightning with a tight fitting lid.

Where do racism and homophobia come from?

Fear. I think any kind of hatred toward an identity stems from a deep-seated fear, either of the unknown, or falling short. Dominant culture is always in danger of being disrupted, of being toppled, and that scares the people who hold that dominant position. I think if all you’ve ever known is dominance, e.g., being white, male, heterosexual, then it can be difficult to imagine a world where you’re not on top.

What country is the US of the Trump era?

I think the US is exactly that dominant culture that’s being toppled. Trump represents the worst of that culture – exceptionalism, heterosexism, white supremacy, economic disparity and wealth-dominance. The US feels divided and volatile, but also like the catalyst for change is within that turbulence. I think the culture is changing, for the better, but any growth and any healing, is painful.

What do you think about #metoo?

I think the #metoo movement has been an incredibly powerful connection for survivors of sexual aggression and violence. The recognition that harassment and assault is so widespread has given power to a lot of people to help change the problem.

What do you hope this novel can tell readers?

I hope this novel will tell people that there’s beauty in darkness and pain, that trauma is real, and that connection and healing are possible, but you have to be brave enough to delve deep into the darkest parts.

What are you writing now?

I have a new novel, I being released in the US in September 2020. It’s a dark thriller that centers around rural poverty, secrets, and the clash between classes. And I’m currently at work on a follow-up to The Watcher.

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Intervista, Libri

De Rosa, Osvaldo… e Dio

Renato de Rosa leggedi Gabriele Ottaviani

Renato De Rosa ha scritto Osvaldo, l’algoritmo di Dio: Convenzionali è entusiasta di intervistarlo per voi.

Da dove nasce questo romanzo?

Una persona me l’ha chiesto, giorni fa. Lì per lì non ho saputo rispondere, poi quella stessa sera, prima di addormentarmi, mi sono improvvisamente ricordato… Tutto nacque dalla barzelletta che mi raccontò Maurizio, un caro amico, moltissimi anni fa. Un signore va al casinò e si mette a giocare alla roulette. Le cose non gli vanno bene, ha quasi finito i soldi, quando sente una voce bassa e profonda che gli suggerisce: «Punta tutto sul rosso!» Lui si guarda attorno e non vede nessuno. Decide di accettare il consiglio ed esce proprio il rosso. Alla puntata successiva ecco un nuovo suggerimento: «Punta tutto sul pari!» Ancora una volta controlla, ma non c’è nessuno vicino a lui: quella voce sembra provenire da un’altra dimensione: esce il pari e vince ancora. Seguono altre tre o quattro puntate guidate dai magici consigli della voce, ora il gruzzolo si è fatto davvero consistente. «Punta tutto sullo zero!» suggerisce infine. L’uomo non sta più nella pelle, è l’occasione della sua vita; mette tutti i suoi averi sullo zero. «12!» annuncia il croupier e la voce commenta: «Dannazione!» Ecco, il punto è proprio questo, sentiamo il bisogno atavico di una voce profonda a cui dare ascolto: quella di un dio qualsiasi, della televisione o del politico di turno. Ma la morale di questa barzelletta è che è meglio non fidarsi troppo, perché anche le voci profonde possono sbagliare. Da qui, man mano, col passare degli anni, è nata e si è sviluppata nella mia mente l’idea di Osvaldo: la verità è che devo dire grazie a Maurizio. A proposito, un piccolo corollario: ricordate di non sottovalutare mai le barzellette: ti insegnano molte più verità dei saggi dei filosofi!

Che ruolo hanno l’informatica, la matematica, le tecnologie, le scienze nella nostra società?

Un ruolo vorticoso: il fatto è che la spirale della storia corre sempre più velocemente. Una volta i progressi erano lentissimi. Mio nonno Armando de Rosa, nato nel 1887, mi raccontava di quando era bambino e vide circolare le prime automobili: gli correva dietro, assieme agli altri bambini, gridando “La carrozza senza cavalli! La carrozza senza cavalli!” Ascoltando i suoi ricordi, sono anch’io in un certo senso testimone indiretto di quei tempi che sembrano remotissimi, ma che sono giunti a me attraverso la testimonianza diretta di chi li aveva vissuti… Da allora l’innovazione tecnologica è stata sempre più rapida. Oggi i quindicenni considerano vecchi i trentenni. Si passa prestissimo alla condizione di brontotecnologi, per usare un termine del mio amico Giancarlo. Ma per quanto tempo ancora l’umanità sarà in grado di reggere un ritmo così vertiginoso? Rendiamoci conto di una cosa: oggi non solo non siamo in grado di prevedere come sarà il mondo tra sei mesi (il Covid ci ha insegnato molte cose), ma abbiamo difficoltà a persino comprendere il presente. Quanti di noi oggi riescono a concepire gli equilibri geopolitici, i rapporti di forza e gli scenari delle grandi potenze? Una volta era facile, gli americani da una parte e i russi dall’altra. Ma ora? Insomma, è impossibile immaginare cosa ci aspetta: secondo me l’ipotesi più probabile è quella di società in cui dovremo ridurci a vivere l’attimo fuggente, senza possibilità di pianificare il futuro. Dovremo improvvisare, come dice il motto dei Marines americani.

Che cos’è per lei l’intelligenza? E quella artificiale?

Qualcuno ha detto che l’intelligenza è la capacità di risolvere problemi. Mi sembra un’ottima definizione. Il rischio è di prenderci gusto, di divertirsi troppo a risolvere problemi. Perché se l’attitudine diventa dipendenza, allora si trasforma da utile strumento a droga. Risolvere problemi, infatti, può donare un piacere profondo, come ben sanno gli enigmisti o i giocatori di scacchi. Il rischio allora è quello di scambiare il mezzo per un fine, alla fine si vive per risolvere problemi anziché risolvere problemi per vivere. Secondo me occorre sviluppare una sorta di “metaintelligenza”, una capacità superiore che ci suggerisca quando è il caso di attivare l’intelligenza e affrontare un problema e quando invece è meglio staccare un po’ la spina e andarsene al mare. L’intelligenza artificiale? È molto più vicina di quanto non si pensi. I computer sanno fare calcoli, riconoscere volti, giocare a scacchi, dipingere, comporre musica e anche abbozzare conversazioni con esseri umani. Ma soprattutto, grazie alle reti neurali, sanno apprendere. Il momento della macchina intelligente è vicinissimo, e credo che avremo molte sorprese. presto vedremo una macchina con la coscienza di esistere.

La tecnologia è un mezzo, non è di per sé né buona né cattiva, è uno strumento e un’opportunità: come fare a non abusarne?

Non è una scelta. Non possiamo decidere di usarne poca o tanta. Che ci piaccia o no siamo costretti a usarla. Conosco gente che qualche anno fa si vantava di non avere la televisione: oggi leggo in rete i loro commenti sul Grande Fratello. Altri che con la faccia schifata giuravano che non avrebbero mai usato Facebook, mentre oggi vedo sulla loro pagina le foto dei loro gatti. La tentazione è troppo forte e occorre essere molto più che santi per resistere.

Viviamo nel mondo delle fake news, degli hater, del cyberbullismo, del revenge porn: come difendersi?

Qui dirò qualcosa contro il sentire comune. Le fake news ci sono sempre state, diffuse casualmente o ad arte. Dalla Donazione di Costantino – un documento falso che legittimò il potere temporale della Chiesa – alla favoletta che Archimede avrebbe incendiato le navi dei greci con gli specchi ustori, per passare poi alla scarpetta di cristallo di Cenerentola che nella favola era di pelle di volpe, o agli spinaci che conterrebbero un sacco di ferro e invece no… Queste e milioni di altre bugie si sono diffuse in tempi non sospetti, quando i computer non esistevano ancora. Anche i bulli ci sono sempre stati, ben prima dei social. E gli odiatori no? Le voci malevole venivano diffuse di bocca in bocca anziché su twitter, ma viaggiavano, eccome se viaggiavano: La calunnia è un venticello, come canta Don Basilio nel Barbiere di Siviglia di Rossini. Il revenge porn, infine, veniva fatto a quei tempi al bar per gli uomini o dalle parrucchiere per le donne, raccontando o magari inventando mirabolanti storie di sesso. Come ci si difende da tutto questo? Con l’educazione e con l’intelligenza: certo, puntare su educazione e intelligenza non è un piano che ci apre molte speranze di successo, ma non credo ci siano molte alternative, perché le leggi saranno sempre aggirate e la censura porterà sempre più danni che vantaggi.

Perché spesso abbiamo l’impressione di essere sorvegliati, che i nostri dispositivi ci spiino come in una sorta di Truman show, che ascoltino le nostre conversazioni anche se solo de visu con gli amici e poi, alla prima connessione online, ci propongano prodotti commerciali legati a esigenze che fino a pochi istanti prima forse non sapevamo nemmeno di avere?

La nostra impressione è giusta: siamo spiati e lo saremo sempre di più. Ma riflettiamo su una cosa: con quale coerenza rivendichiamo il nostro diritto alla privacy quando poi pubblichiamo dieci foto al giorno su Instagram e raccontiamo i fatti nostri su Facebook? C’è un romanzo di Bob Shaw che nel 1972 aveva già previsto tutto e qui apro una parentesi: nessuno scienziato, nessun politico e nessun filosofo è mai riuscito a prevedere il futuro. Gli unici che ce l’hanno fatta sono gli scrittori di fantascienza. Ma torniamo al romanzo, che si intitola Altri giorni altri occhi e parla di una nuova invenzione: il vetro lento, un vetro in grado di “rallentare” la luce che per passare da una parte all’altra impiega minuti, ore o giorni. Uno guarda dalla finestra e se c’è il vetro lento vede quello che è successo il giorno prima! Ma la cosa funziona anche al contrario: piazzando una lastra di vetro lento nella camera da letto di una coppia ignara e poi smontandola, il giorno dopo si potrà vedere tutto quello che quei due hanno combinato durante la notte. Nel romanzo questa invenzione si diffonde capillarmente e ben presto distrugge il concetto di privacy: ognuno può essere spiato. Si va verso un mondo del tutto nuovo, con regole, principi, leggi ed etica completamente diversi. La profezia di Bob Shaw sta avverandosi, la privacy sta sparendo. Le telecamere di sicurezza per le strade o negli aeroporti, i satelliti, il tracciamento del telefonino… siamo un libro aperto in ogni istante della nostra vita. Dobbiamo preoccuparci? Certo, ma, per fare un esempio, sarà più facile identificare i criminali. Chi lo sa cosa ci aspetta? “Lo scopriremo solo vivendo”, cantava Lucio Battisti. Quello che è certo è che ogni giorno il mondo è un mondo nuovo. Migliore o peggiore? Chi può dirlo? L’unica cosa che possiamo fare è cercare di guardare al futuro se non con tranquillità almeno con curiosità.

Di quale innovazione abbiamo bisogno? E perché ancora non esiste?

La risposta è semplice: abbiamo bisogno di un oracolo elettronico. Ma adesso per fortuna esiste: si chiama Osvaldo. Cosa potremmo desiderare di più?

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Libri

“Il caravan”

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Tesoro, non è questo che mi fa impazzire.

Il caravan, Jennifer Pashley, Carbonio. Traduzione di Anna Mioni. Con ogni probabilità non poteva che svolgersi in America, e in quell’America che siamo soliti definire profonda, lontana anni luce dalle metropoli, che spesso, soprattutto sulla costa orientale, risentono di una tale messe di influenze, in primo luogo europee, da non rappresentare che solo una parte, sovente minoritaria, anche in termini di grandi elettori al momento delle votazioni presidenziali, di quel sogno della terra delle opportunità che in realtà spesso si scontra con una verità fatta di disagio, abbrutimento, isolamento, degrado e miseria, il romanzo, splendido, deflagrante, disturbante, destabilizzante, per nulla pretenzioso, niente affatto accondiscendente, rassicurante, politicamente corretto, ipocritamente pudico o compiacente, pieno di temi, spunti, riferimenti, suggestioni, chiavi di lettura, livelli interpretativi, di Jennifer Pashley, che declina a modo suo il tema della redenzione, del riscatto, del perdono, della vendetta, della violenza, del femminile, della necessità di sopravvivere, dell’istinto alla vita, nonostante tutto, della sessualità, dell’omosessualità. Per ragazze come la protagonista, che paiono, com’è del resto, anche secondo Canetti, nella natura umana, cercare negli altri più la promessa del male che del bene, vedendola come più affidabile, l’orizzonte pullula di vecchie berline agganciati a rugginosi rimorchi, male in arnese come i conestoga dei primi pionieri, ma senza la minima traccia di poesia: viscerale.

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Libri

“Osvaldo, l’algoritmo di Dio”

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L’intelligenza fa paura…

Osvaldo, l’algoritmo di Dio, Renato De Rosa, Carbonio. Vale per tutti, e per tutto: abbiamo talmente tanto a disposizione che siamo sempre più fragili ed esposti a rischi, abbiamo costruito una società che sventola il vessillo dell’indipendenza, della libertà e dell’autodeterminazione ma in realtà siamo sempre meno capaci e soprattutto disposti ad assumerci la responsabilità di decidere, contano molto di più i follower che quelli cui si è fatto credere di considerarli amici in carne e ossa. Cosa c’è di meglio, dunque, di qualcuno, o qualcosa, che ottemperi a quest’ineluttabile obbligo al posto nostro: un software, un sito, un programma, insomma, qualcuno come lui. Lo chiamano Osvaldo (ma non è né il calciatore, ex anche della Roma, né il marito di Orietta Berti), e risolve problemi: si sa, però, non è tutt’oro quel che riluce, anzi. E… Il primo romanzo italiano della sempre meritoria, attenta, originale, sperimentale e innovativa Carbonio è una storia brillante, ironica, intelligente, profondamente allegorica: da non farsi sfuggire per nessun motivo al mondo.

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Intervista, Libri

Julia von Lucadou e la tuffatrice

3..Julia von Lucadou©.Maria Ursprungdi Gabriele Ottaviani

Julia von Lucadou (foto di Maria Ursprung) è l’autrice dello splendido La tuffatrice: Convenzionali è entusiasta di intervistarla.

Lei vive tra Svizzera, Germania e Stati Uniti: dov’è adesso e come vive l’emergenza Covid?

Fortunatamente per me e il clima, di recente ho ridotto la mia situazione di vita a un paese e un posto: Colonia, Germania. Mi sento fortunata a essere andata via da New York prima che il Coronavirus colpisse, le notizie di caos e disperazione da lì sono molto scoraggianti e sono preoccupata per i miei amici. In questo momento, come quasi tutti gli altri, sto in casa senza carta igienica, rincorrendo il mio compagno per l’appartamento per fare esercizio, conversando profondamente con le mie piante in vaso e preoccupandomi della salute delle persone che amo.

Chi sono Riva e Hitomi, le sue protagoniste?

Riva è un’atleta, o almeno lo era. Era una stella dei lanci dai grattacieli – uno sport che ho inventato per il libro – ma all’improvviso ha lasciato senza spiegazioni. Hitomi, una giovane psicologa, è stata assunta per riportare Riva in carreggiata. Osserva Riva nel suo appartamento e analizza i suoi parametri digitalizzati per capire cosa sia andato storto e risolvere il problema. Hanno età e status simili, ma si comportano in modo molto diverso: Hitomi crede acriticamente nel seguire le regole mentre Riva sembra mettere in discussione sempre più i valori della loro società. I loro destini sono legati: se Hitomi non riuscirà a riportare Riva a lanciarsi dai grattacieli, entrambe saranno espulse dal comfort e dalla stabilità delle loro case in città verso le baraccopoli di periferia fuori dal centro dove vive la popolazione povera e priva di successo.

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

Come la protagonista Riva, alcuni anni fa ho iniziato a mettere in discussione i miei valori. Lavorando dodici ore al giorno in televisione, mi sono resa conto che stavo sfruttando il mio corpo e la mia mente in nome della produttività. Avevo interiorizzato questa ideologia capitalistica in cui il valore di una persona è determinato da quanto lavora o da quanti soldi fa. Quando mi sono resa conto di quanto fosse malsano, ho lasciato il mio lavoro in tv e ho iniziato a scrivere questo libro per capire cosa fosse successo a me e a molti altri intorno a me. Il romanzo è stato un ottimo modo per meditare e riflettere sulle questioni che avevo in mente.

Pensa che il mondo che ha immaginato sia davvero solo una distopia? Sembra molto realistico, purtroppo… Come possiamo evitare le esasperazioni che ha descritto così bene, e cosa pensa del potere della popolarità e dei social network?

Il mondo distopico nel mio romanzo è profondamente radicato nel presente. Nel libro esagero elementi del nostro mondo per poterli vedere più chiaramente, per vedere come potevano svilupparsi. In Italia o in Germania non viviamo ancora in uno stato di completa sorveglianza, ma i semi sono già lì: permettiamo felicemente alle aziende private di invadere la nostra privacy ogni giorno sui nostri dispositivi digitali, per esempio. Inoltre, giudichiamo severamente noi stessi e gli altri ogni giorno sui social media, confrontandoci con standard impossibili. C’è un esagerato senso di competizione e di perfezionismo nel nostro sistema neoliberista. Nel tentativo di essere efficienti come macchine potremmo perdere l’umanità – come Hitomi nel libro.

Di cosa pensa che la società abbia bisogno al giorno d’oggi?

Siamo nel mezzo di una crisi. Molti di noi sono ansiosi e preoccupati per il futuro, per la nostra salute, per la nostra stabilità finanziaria – per una buona ragione. Penso che ciò di cui abbiamo bisogno ora sia l’un l’altro, dobbiamo ricordare che siamo tutti insieme e tutti abbiamo qualche responsabilità sociale. E forse dobbiamo ripensare alcuni valori capitalistici che premiano i comportamenti rischiosi, competitivi ed egoistici. La crisi del Covid ci ha mostrato che le persone essenziali per la nostra sopravvivenza non sono i banchieri e i CEO delle giganti società di vendita al dettaglio. Perché non premiamo di conseguenza gli operatori sanitari e gli educatori? Lo sviluppo nei regimi autocratici mostra che una crisi come questa può essere facilmente sfruttata per rafforzare il controllo e manipolare le persone. Non lasciamoci dominare dalla paura, non lasciarci sedurre dalla promessa di una facile stabilità. Non iniziamo a tracciare tutti. Non diffondiamo teorie della cospirazione. Ricordiamo i nostri diritti umani. Non perdiamo la speranza.

Qual è il prossimo libro che sta per scrivere?

Sono una fan dei segreti. Per interessarmi a un progetto questo deve rimanere misterioso anche per me, non voglio sapere esattamente di cosa si tratta o cosa accadrà esattamente ai miei personaggi. Quindi tutto quello che posso dire è: ho le orecchie ben tese e ascolto.

Qual è il suo libro preferito? E anche il suo film preferito? E perché?

Il mio libro e film preferito cambia quasi ogni volta che leggo o guardo un film. Immagino di essere facilmente sedotta dall’arte. (ride) L’altro giorno ho visto il mio film preferito del momento, la bellissima e strana storia d’amore ungherese On body and soul. L’ultimo libro che ho letto e che ho adorato è stato Florida di Lauren Groff, un compendio di storie brevi ambientato nel lussureggiante e caldo stato americano della Florida.

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