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“I poteri delle tenebre”

Cover.STOKER-ASMUNDSSON.I poteri delle tenebre. DRACULA, il manoscritto ritrovato.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

A questo punto possiamo provare a tracciare una mappa del quarto piano, dove soggiorna Harker. Ancora una volta, il modo più semplice è iniziare dagli angoli. Sappiamo già che la stanza del tesoro in cui è conservato l’oro si trova nell’angolo sud-ovest. Quando Harker guarda fuori dalla finestra della torre di sud-ovest (il 10 maggio), scrive: “Mi trovavo nell’angolo sud-ovest del castello e da lì potevo vedere l’ala est, dove c’era la mia stanza con le finestre aperte come le avevo lasciate”. Dal momento che lo sguardo di Harker non può spingersi oltre gli angoli né attraverso le pareti, l’unica possibilità logica è che la sua camera da letto si trovi nell’angolo sud-est, dove, anche se molto più in alto, si trova anche la stanza della Contessa.

Bram Stoker, Valdimar Ásmundsson, I poteri delle tenebre – Dracula, il manoscritto ritrovato, Carbonio, traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni. Hans Corneel de Roos, ricercatore di chiara autorevolezza, classe millenovecentocinquantasei, esperto di scienze politiche e sociali, nonché, tra le mille attività, finanche fotografo, insignito di riconoscimenti di prestigio globale nientedimeno che anche dalla Transylvanian Society of Dracula, sei anni fa, mentre stava svolgendo la revisione del suo saggio Dracula, tra realtà e finzione, ha fatto una scoperta a dir poco sorprendente: si è difatti reso conto, andando ulteriormente a fondo nei suoi già approfonditi studi, che la traduzione islandese – una delle prime versioni estere, assieme a quella magiara e a quella svedese – del romanzo di Bram Stoker, pubblicata a puntate, come se si trattasse di un romanzo d’appendice qualsiasi, absit iniuria verbis, sulla rivista Fjallkonan già ben centodiciannove anni fa, è nella realtà dei fatti – del resto tradurre è un po’ tradire, ma anche adattare a una differente lingua, una differente società, una differente sensibilità, un differente immaginario collettivo, riproducendo un medesimo spirito in maniera comprensibile ma distinta – una vera e propria opera altra, diversa, dissimile, nuova, molto più esplicitamente erotica e addirittura anarchica! Per carità, è vero, Calvino lo ha insegnato a tutti con una formula talmente fortunata da essere divenuta trita e ritrita, un classico è un libro che non finisce mai di dire quel che ha da dire, però qui siamo alla piena distopia, e nel bel mezzo di una vicenda che possiede pure una sua propria e formidabile ironia, esaltata in questa edizione dalla prefazione di Dacre Stoker, pronipote del succitato e celeberrimo Bram, dall’introduzione e dalle note del già nominato Hans Corneel de Roos e dalla postfazione John Edgar Browning, altro insigne studioso: un’esegesi dunque ad amplissimo spettro da non lasciarsi sfuggire.

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“Marie Grubbe”

download (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Era l’undici dicembre. Nella grande anticamera rivestita di pelle marrone che conduceva alla stanza in cui Ulrik Christian giaceva malato, il cappellano di corte Hans Didrichsen Bartskjær camminava inquieto avanti e indietro sul pavimento coperto di stuoie intrecciate ad arte. Si fermò con espressione assente davanti ai dipinti alle pareti osservando, apparentemente con grande attenzione, le ninfe discinte e paffute distese all’ombra degli alberi scuri, le Susanne al bagno e la dolce Giuditta con le forti braccia nude. Ma non riuscirono a catturare a lungo la sua attenzione. Andò alla finestra lasciando correre lo sguardo agitato dal cielo grigiastro ai tetti di rame bagnati e scintillanti, fino ai mucchi di vecchia neve sporca giù nel cortile del castello. Poi cominciò di nuovo a camminare inquieto, mormorando e gesticolando. Gli sembrò che aprissero la porta, d’improvviso si fermò ad ascoltare: no! Poi fece un profondo respiro, si lasciò cadere su una sedia e rimase lì a sospirare, strofinandosi ansiosamente le palme delle mani una contro l’altra, quando la porta si aprì davvero e una donna…

Marie Grubbe – Interni del diciassettesimo secolo, Jens Peter Jacobsen, Carbonio. Traduzione e introduzione di Bruno Berni. Raffinatissimo sin dalla copertina, questo testo che il suo stesso autore definì come un ricamo in perle narra con piena e autonoma dignità letteraria pur prendendo le mosse (ma del resto quand’è che la letteratura non trae spunto dalla vita, di cui è interpretazione ed eco?) da una vicenda reale, per il tramite di una prosa elegante, articolata, limpida e affascinante, preziosa e intensa, la storia vera, preconizzatrice, coinvolgente, esaltante, appassionante e per certi versi senza dubbio rivoluzionaria di una nobildonna, la Marie Grubbe del titolo, caratterizzata fin nel dettaglio con perfezione fotografica, che nella Danimarca del diciassettesimo secolo incarna istanze di autodeterminazione e desideri universali, moderni, attualissimi, sempiterni. Vuole amare. Essere amata. Essere libera. Artefice del proprio destino. Vivere pienamente, senza restrizioni in una società, di cui Jacobsen fornisce un vividissimo e variopinto affresco, che invece fa dell’eterno ritorno dell’uguale, della sovrabbondanza di lacci e lacciuoli, della riproposizione passiva, pedissequa e acritica delle tradizioni il suo scheletro. Da non lasciarsi sfuggire per nessuna ragione.

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“Danilov il violista”

Cover Danilorlovdi Gabriele Ottaviani

Il mattino, Danilov era salito sul palcoscenico, ma è come se fosse stato seduto nella sua camera e avesse prodotto musica solo per se stesso, mentre al di là delle pareti di casa, a Ostankino, la vita e il secolo brulicavano. È solo dopo aver ascoltato l’orchestra che Danilov capì quanto era grande il mondo trasmesso dalla sinfonia e come era importante in questo mondo la voce della viola. La sinfonia non si riferiva a una piccola personalità, no. Questa personalità era come se corrispondesse al secolo e all’Universo. La voce della viola corrispondeva a tale personalità? ‘Perché mai ho scelto la viola?’ si chiedeva Danilov. ‘È possibile forse trasmettere con la viola l’essenza dell’essere contemporaneo, così attivo? In particolare dell’uomo. Invero, anche della donna. Là, occorrerebbe una tromba, o le percussioni, o il sassofono. O, a mali estremi, un pianoforte a coda. Oppure – una viola! Con la sua dolce voce, con le sue maniere raffinate. Ha fatto il suo tempo all’epoca vaporosa di Watteau… Ora, sicuramente, anche Pereslegin si sarebbe tormentato per avere portato una viola solista…’. Tali riflessioni suscitarono in Danilov vergogna per la viola. Spiegava a se stesso che Pereslegin era intenzionato a parlare di una natura sottile, generosa, e non è con una tromba e delle percussioni che si può ricreare una natura sottile! Pereslegin aveva sicuramente bisogno di un’altra viola. E soprattutto di un altro interprete. Questo tormentava Danilov. Un giorno, due, tre. Dopo la quarta prova, aveva cautamente suggerito a Pereslegin che era ancora in tempo per invitare un altro violista. “No, no!” aveva protestato categoricamente l’uomo. E di nuovo era sparito da qualche parte. Anche se a Danilov sembrava che Pereslegin e Čudeckij lo guardassero con benevolenza. E anche negli occhi degli orchestrali gli sembrava che ci fosse una certa curiosità nei suoi confronti. Tuttavia, Danilov camminava cupo, rampognandosi.

Danilov il violista, Vladimir Orlov, Carbonio. Traduzione di Daniela Liberti. Nato e vissuto a Mosca, giornalista venuto a mancare settantottenne cinque anni fa, docente per oltre vent’anni, baciato dalla fama proprio con questo romanzo – comparso sugli scaffali per la prima volta in assoluto nel millenovecentoottanta (e ora finalmente arrivato anche in Italia), ossia nel pieno del secondo mandato presidenziale del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS – praticamente la summa e quintessenza dell’apparato burocratico, una roba da far sembrare ordinato un paradosso di Escher, cui non si può oggettivamente guardare senza ironia – di Leonid Brežnev -, incipit della trilogia sulle storie di Ostankino che ha come primo e immediato riferimento i grandi maestri del realismo fantastico di tradizione russa, ossia Sologub e soprattutto Gogol’ e Bulgakov, Orlov è scrittore dall’inusitata potenza immaginifica. Qui racconta con prosa ampia e travolgente la vicenda, ricca di livelli di lettura e chiavi d’interpretazione che suggeriscono rimandi anche a tanta filmografia e iconografia, di Danilov, nato da padre demone e madre terrestre, che vive sulla Terra come demone a contratto. Un co.co.de., verrebbe da dire, invece che co.co.pro. o simili, se si consente l’oscena freddura: e probabilmente ha anche più tutele… Lasciando però da parte le risate a denti stretti, amare come il fiele, va detto che Danilov, in realtà, eccezion fatta per qualche scherzo innocuo, non si impegna molto e, catturato dal ritmo della vita umana, preferisce piuttosto passare il tempo a suonare la viola, con gli amici e con Nataša, che ama e che gli sfugge. Si sa che però l’arte di Michelasso presenta presto il salato conto, e allora… Geniale e imprescindibile.

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“Il test del marshmallow”

hirstdi Gabriele Ottaviani

Quando i partecipanti analizzavano i propri sentimenti dalla solita prospettiva ‘autoimmersiva’, raccontavano i dettagli materiali di quell’esperienza, proprio come se la stessero rivivendo in quel preciso momento (ad esempio, “mi ha detto di stargli lontano” o “ricordo di averla vista mentre mi tradiva”), riattivando così tutte le emozioni negative che avevano provato (“Ero incazzata. Mi sentivo tradita, arrabbiata”). Viceversa, quando analizzavano i propri sentimenti e le motivazioni a essi sottese da una prospettiva distaccata, come se fossero una mosca sul muro, cominciavano a rivalutare l’accaduto, anziché limitarsi a raccontarlo per l’ennesima volta e a riattivare così le proprie sofferenze. Iniziavano a vedere la situazione in maniera più ponderata e meno emotiva, riuscendo a ricostruire e spiegare il loro doloroso passato per poter finalmente arrivare a considerarlo un’esperienza conclusa. Quindi la stessa domanda – “perché mi sono sentito in questo modo?” – riapre la ferita quando si è ancora calati in una modalità ‘autoimmersiva’, ma lenisce il dolore e offre una narrazione più elastica dei fatti quando si è distaccati, come un osservatore esterno. Prima di porre ai loro pazienti, specie quelli molto concentrati su se stessi, la fatidica domanda “perché?”, i terapisti dovrebbero pensare al risultato di questa ricerca e prendere in considerazione l’idea di spingerli a riflettere sulle proprie esperienze da una certa distanza, in modo tale che il loro sistema ‘caldo’ non si attivi al massimo e quello ‘freddo’ possa aiutarli a ripensare a fondo a tutta la situazione.

Il test del marshmallow – Padroneggiare l’autocontrollo, Walter Mischel, Carbonio, traduzione – la prima di sempre in italiano – di Olimpia Ellero. Più lunga è l’attesa, più dolce l’incontro, dicevano le nostre nonne, così come spesso non mancavano di punteggiare i loro discorsi con l’espressione “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, che altro non è che la critica del giudizio di Kant: Il giudizio di gusto determina il suo oggetto, per ciò che riguarda il piacere (in quanto bellezza), pretendendo il consenso d’ognuno, come se il piacere fosse oggettivo. Dire che questo fiore è bello val quanto esprimere la propria pretesa al piacere di ognuno. Il piacevole del suo odore non ha simili pretese. Ad uno piace, ad un altro dà alla testa. E che cosa si potrebbe presumere da ciò se non che la bellezza dovrebbe essere considerata come una proprietà dell’oggetto stesso, non regolata dalla diversità degli individui e dei loro organismi, ma su cui invece questi dovrebbero regolarsi, volendone giudicare? E nondimeno non è così. Perché il giudizio di gusto consiste proprio nel chiamar bella una cosa soltanto per la sua proprietà di accordarsi col nostro modo di percepirla. L’autocontrollo è la capacità fondamentale sottesa all’intelligenza emotiva, ed è cruciale per riuscire a crearsi una vita soddisfacente. La cosiddetta forza di volontà, che è in realtà una serie di meccanismi molto più complessi di quanto la semplice ed efficace locuzione possa far pensare, è un elemento indispensabile per stare bene, per raggiungere, per citare Bernard, quella condizione di equilibrio dinamico altrimenti detta salute, sia dal punto di vista fisico che da quello psichico (del resto noi umani, Sense8 insegna, siamo non solo animali sociali – si veda alla voce Aristotele – ma in risonanza limbica gli uni con gli altri): alcuni, come per esempio le persone che sono note perché, per dirla colloquialmente, quando si mettono in testa una cosa, in genere, anche se le condizioni non sono favorevoli, la ottengono, possono possederla in dosi più spiccate (c’è chi smette di fumare dall’oggi al domani, per dire, e non solo non ricomincia, ma nemmeno ingrassa, anzi, magari dimagrisce pure…), altri in quantità minore. Ma è davvero innata? La si può incrementare con l’esercizio? E perché i bambini che a quattro o cinque anni hanno dimostrato di saper aspettare anche per venti minuti ricevendo in premio il doppio dei dolci che altrimenti avrebbero potuto avere, ma in dose dimezzata, in qualunque momento suonando un campanello e chiedendo il permesso (dolci che avevano sempre davanti agli occhi, a pochi centimetri da loro: è questo il test del marshmallow del titolo, sviluppato negli anni Sessanta del secolo scorso e citato anche da Barack Obama) hanno poi ottenuto rispetto ai più impulsivi maggior successo nella vita sotto ogni punto di vista, a partire dal livello di autostima e da quello di frustrazione, dalle competenze e dal corso di studi? Mischel, psicologo nato a Vienna nel millenovecentotrenta, docente alla Columbia e a Stanford, passato a miglior vita nel duemiladiciotto, in questo testo capitale indaga l’uomo e l’anima, in maniera magistrale e con uno stile che avviluppa alla pagina: da non perdere.

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“Panopticon”

Cover Fagan.Panopticon.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

L’uomo con la maschera da crostaceo mi guarda. Sa che ho paura e la cosa gli piace. Sono dovunque, sono centinaia, migliaia, tutti in attesa. Gli uomini mascherati hanno grossi occhiali tondi, e occhi gialli e bulbosi che scoppiano fuori dalle orbite. Tutte le maschere sono coperte di crostacei. “Posso farti una foto?”. Tengo in mano la mia macchinetta immaginaria, catturo le stampe nella mia galleria immaginaria, e loro mi fissano in silenzio. Alzo l’obiettivo e scatto. Clic. Clic. Clic-clic-clic. Gli uomini in maschera si scagliano in avanti, furibondi, quando un ragazzo con un vestito da donna si mette a correre verso di loro. “John! John, sono io, Anais. John, aspettami, ti prego!”. Lui grida qualcosa in risposta, ma non sento cosa dice. Qualcuno mi appare alle spalle. Sento il fiato sul collo quando mi afferra, e mi butta giù dal molo. Acqua. Freddo. Affogo, affogo, affogo. Tengo gli occhi aperti e guardo attraverso la luce torbida mentre affondo. È ora di arrendersi. John si tuffa per raggiungermi, nuota verso di me e mi afferra la mano, la tiene stretta; si gira e cerca di tornare in superficie portandomi con sé. Un bambino nuota verso di noi: è piccolo e ha il mento appuntito. Mi tocca il braccio e John mi lascia andare la mano e schizza via. Il bambino si gira verso di me e sorride. In bocca ha centinaia di minuscole zanne bianche. Si muove in ampi vortici sulla mia testa, finché l’acqua mi brucia i polmoni e io mi sento annegare. L’esperimento mi ha costruito una camera dove stare: sembra la mia ma non lo è. Mi vogliono così. I miei occhi brillano gialli e una peluria soffice mi ricopre il corpo: sono una di loro. Mi sono immersa nelle acque dei morti e anche io, adesso, detesto i vivi.

Panopticon, Jenni Fagan, Carbonio, traduzione di Barbara Ronca. Anais ha quindici anni. Appena partorita è stata abbandonata in un ospedale psichiatrico. Non sa nulla delle sue origini, e questo la addolora e assieme ossessiona. Si droga. Ruba. Spaccia. Compie atti vandalici. Passa da un istituto all’altro. È stata arrestata più volte di Pietro Gambadilegno e della Banda Bassotti messi insieme. La accusano di aver spedito in coma profondo una poliziotta durante un’aggressione. Lei ovviamente non ricorda nulla, era troppo fatta. In attesa della sentenza la mandano al Panopticon, appena fuori Edimburgo, in tutto e per tutto simile al carcere ideale teorizzato all’occaso del diciottesimo secolo dal giurista e filosofo Jeremy Bentham, una specie di alveare orwelliano dove inaspettata sboccia, come ginestra su terra vulcanica, la solidarietà. Dirompente, travolgente, devastante, irrefrenabile, irresistibile, eccezionale flusso di coscienza narrato in prima persona, è la prova narrativa magistrale e lisergica, opzionata per il cinema dalla società di produzione di Ken Loach, di un’autrice che non ha mai conosciuto i suoi genitori e che ha vissuto fino alla maggiore età fra una casa d’accoglienza e un istituto, e che denuncia quando la nostra società egoista e materialista non abbia la benché minima intenzione, al di là delle belle parole, di rivolgere uno sguardo pietoso e la forza di un’azione efficace verso gli ultimi e i bisognosi. Un libro semplicemente necessario.

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“L’arrivo delle missive”

41wx-ha7cPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Maggio è un mese fantastico” dice rivolgendo un cenno di saluto alla signora Norman e ai suoi figli: sono sei e si tengono tutti per mano, formando una lunga fila decrescente alle sue spalle che mi ricorda la coda di un coccodrillo. “Ma non siamo ancora a maggio”. “No, però manca poco. E tu e Daniel, tra un mese o poco più, finirete l’ultimo anno di scuola, giusto?”. “Forse” rispondo con aria distaccata. “Oh!” esclama, senza però aggiungere altro. Quanto detesto questo paese e i suoi abitanti, in certi casi. Finalmente arriviamo alla scuola, anche se la mia destinazione si trova sul retro: è un capanno seminascosto dall’erba alta, dietro quello che un tempo era il campo da cricket, costruito quando il professore in carica era il signor Fisk e insisteva a farci fare sport, sebbene nessuno di noi si fosse dimostrato minimamente in grado di tirare una palla. È una piccola baracca di legno fatiscente, in cui è stato stipato ogni genere di oggetti: mazze e porte da cricket, ma anche libri di testo ormai obsoleti e vecchie lavagne rotte. “Per l’occasione mi è stata data la chiave” spiego tirandola fuori da una tasca del grembiule, mentre il signor Redmore fissa il capanno con aria confusa. Ci vuole un po’ per far scattare la serratura, ma alla fine cede e si apre. La porta si schiude mostrando l’interno della baracca, tappezzato di ragnatele e file di scaffali polverosi, pieni di un ammasso confuso di vecchi oggetti in disuso che starebbero bene in un museo.

L’arrivo delle missive, Aliya Whiteley, Carbonio, traduzione di Olimpia Ellero. Splendido e originalissimo sin dalla sorprendente copertina, il romanzo è la conferma di un talento maiuscolo, che molti vedono nel solco nientedimeno che di Margaret Atwood: e non mancano certo i punti di contatto e le analogie, ma anche le peculiarità specifiche. Con prosa attenta, curata, raffinata, elegante e intensa, molto particolareggiata e ben caratterizzata in ogni complessa sfumatura, Aliya Whiteley, nominata a molti riconoscimenti e premiata in più occasioni, con pieno merito, verrebbe da dire in tutta onestà ed evidenza, racconta nell’Inghilterra del primo dopoguerra l’avvincente Blidungsroman di una giovanissima, Shirley, che sembra avere, come tutte le sue coetanee, un destino letteralmente segnato: eppure l’amore che prova per un suo insegnante la porterà a scoprire uno sconcertante segreto, e nulla sarà più come prima… Da non perdere.

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“La gabbia di vetro”

Cover Colin WILSON.La gabbia di vetro.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

L’uomo era piuttosto robusto, con un cappello scuro e un soprabito, e li stava aspettando fuori dalla stazione di South Kensington. Doveva avere passato i cinquant’anni da un pezzo e aveva il volto rosso e cascante di un uomo con un buon estratto conto. La sua voce suonava piacevole e cortese. Salì sul sedile posteriore della Jaguar dicendo: “Salve, molto piacere”. Reade si aspettava qualcosa di più sfacciato e spontaneo, e rispose al saluto con imbarazzo. Saunders si appoggiò allo schienale, con l’ombrello fra le ginocchia, e disse: “Be’, è un vero piacere, mio caro Jeremy. Spero non rimarrete delusi”. “Sono sicuro che non sarà così. Hai mai incontrato Kit Butler, il compositore?”. “No, ma sono felice di farlo ora”. “A proposito, Charles” disse Bryce, “David Miller non era un socio del club?”. “In effetti lo era. Lo conoscevo abbastanza bene”. “Hai qualche teoria su questo assassino?”. “Nessuna. Tutto quello che so è che un paio di giorni prima David aveva litigato con il suo ragazzo e si era trasferito in un’altra stanza. Sfortunatamente era una persona piuttosto riservata, quindi se si fosse trovato un nuovo compagno, probabilmente non ne avrebbe parlato con nessuno”. “Dunque pensi che il suo assassino fosse omosessuale?”. “Oh, proprio così, senza ombra di dubbio”.

La gabbia di vetro, Colin Wilson, Carbonio, traduzione di Nicola Manuppelli. Tigre! Tigre! / Divampante fulgore / Nelle foreste della notte, / Quale fu l’immortale mano o l’occhio / Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria? / In quali abissi o in quali cieli / Accese il fuoco dei tuoi occhi? / Sopra quali ali osa slanciarsi? / E quale mano afferra il fuoco? / Quali spalle, quale arte / Poté torcerti i tendini del cuore? /  E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito, / Quale tremenda mano? Quale tremendo piede? / Quale mazza e quale catena? / Il tuo cervello fu in quale fornace? / E quale incudine? / Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti? / Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra / e il paradiso empivano di pianti? / Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro, / Chi l’Agnello creò, creò anche te? / Tigre! Tigre! Divampante fulgore / Nelle foreste della notte, / Quale mano, quale immortale spia / Osa formare la tua agghiacciante simmetria? Così William Blake, in quello che è solo uno dei più celebri fra i suoi numerosi e preziosissimi componimenti: Damon Reade ne è un suo giovane e bravissimo studioso, che, nonostante l’età, non è affatto attirato dalle rutilanti atmosfere della swinging London, e vive pertanto isolato in campagna. È a lui che però si rivolge chi indaga sugli efferati delitti che un serial killer compie nella metropoli, firmandoli proprio con versi di Blake. Che per lui pare rappresentare una passione. Una perversione. Un’ossessione. Ben scritto, ben tradotto, eccellente.

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