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“Il test del marshmallow”

hirstdi Gabriele Ottaviani

Quando i partecipanti analizzavano i propri sentimenti dalla solita prospettiva ‘autoimmersiva’, raccontavano i dettagli materiali di quell’esperienza, proprio come se la stessero rivivendo in quel preciso momento (ad esempio, “mi ha detto di stargli lontano” o “ricordo di averla vista mentre mi tradiva”), riattivando così tutte le emozioni negative che avevano provato (“Ero incazzata. Mi sentivo tradita, arrabbiata”). Viceversa, quando analizzavano i propri sentimenti e le motivazioni a essi sottese da una prospettiva distaccata, come se fossero una mosca sul muro, cominciavano a rivalutare l’accaduto, anziché limitarsi a raccontarlo per l’ennesima volta e a riattivare così le proprie sofferenze. Iniziavano a vedere la situazione in maniera più ponderata e meno emotiva, riuscendo a ricostruire e spiegare il loro doloroso passato per poter finalmente arrivare a considerarlo un’esperienza conclusa. Quindi la stessa domanda – “perché mi sono sentito in questo modo?” – riapre la ferita quando si è ancora calati in una modalità ‘autoimmersiva’, ma lenisce il dolore e offre una narrazione più elastica dei fatti quando si è distaccati, come un osservatore esterno. Prima di porre ai loro pazienti, specie quelli molto concentrati su se stessi, la fatidica domanda “perché?”, i terapisti dovrebbero pensare al risultato di questa ricerca e prendere in considerazione l’idea di spingerli a riflettere sulle proprie esperienze da una certa distanza, in modo tale che il loro sistema ‘caldo’ non si attivi al massimo e quello ‘freddo’ possa aiutarli a ripensare a fondo a tutta la situazione.

Il test del marshmallow – Padroneggiare l’autocontrollo, Walter Mischel, Carbonio, traduzione – la prima di sempre in italiano – di Olimpia Ellero. Più lunga è l’attesa, più dolce l’incontro, dicevano le nostre nonne, così come spesso non mancavano di punteggiare i loro discorsi con l’espressione “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”, che altro non è che la critica del giudizio di Kant: Il giudizio di gusto determina il suo oggetto, per ciò che riguarda il piacere (in quanto bellezza), pretendendo il consenso d’ognuno, come se il piacere fosse oggettivo. Dire che questo fiore è bello val quanto esprimere la propria pretesa al piacere di ognuno. Il piacevole del suo odore non ha simili pretese. Ad uno piace, ad un altro dà alla testa. E che cosa si potrebbe presumere da ciò se non che la bellezza dovrebbe essere considerata come una proprietà dell’oggetto stesso, non regolata dalla diversità degli individui e dei loro organismi, ma su cui invece questi dovrebbero regolarsi, volendone giudicare? E nondimeno non è così. Perché il giudizio di gusto consiste proprio nel chiamar bella una cosa soltanto per la sua proprietà di accordarsi col nostro modo di percepirla. L’autocontrollo è la capacità fondamentale sottesa all’intelligenza emotiva, ed è cruciale per riuscire a crearsi una vita soddisfacente. La cosiddetta forza di volontà, che è in realtà una serie di meccanismi molto più complessi di quanto la semplice ed efficace locuzione possa far pensare, è un elemento indispensabile per stare bene, per raggiungere, per citare Bernard, quella condizione di equilibrio dinamico altrimenti detta salute, sia dal punto di vista fisico che da quello psichico (del resto noi umani, Sense8 insegna, siamo non solo animali sociali – si veda alla voce Aristotele – ma in risonanza limbica gli uni con gli altri): alcuni, come per esempio le persone che sono note perché, per dirla colloquialmente, quando si mettono in testa una cosa, in genere, anche se le condizioni non sono favorevoli, la ottengono, possono possederla in dosi più spiccate (c’è chi smette di fumare dall’oggi al domani, per dire, e non solo non ricomincia, ma nemmeno ingrassa, anzi, magari dimagrisce pure…), altri in quantità minore. Ma è davvero innata? La si può incrementare con l’esercizio? E perché i bambini che a quattro o cinque anni hanno dimostrato di saper aspettare anche per venti minuti ricevendo in premio il doppio dei dolci che altrimenti avrebbero potuto avere, ma in dose dimezzata, in qualunque momento suonando un campanello e chiedendo il permesso (dolci che avevano sempre davanti agli occhi, a pochi centimetri da loro: è questo il test del marshmallow del titolo, sviluppato negli anni Sessanta del secolo scorso e citato anche da Barack Obama) hanno poi ottenuto rispetto ai più impulsivi maggior successo nella vita sotto ogni punto di vista, a partire dal livello di autostima e da quello di frustrazione, dalle competenze e dal corso di studi? Mischel, psicologo nato a Vienna nel millenovecentotrenta, docente alla Columbia e a Stanford, passato a miglior vita nel duemiladiciotto, in questo testo capitale indaga l’uomo e l’anima, in maniera magistrale e con uno stile che avviluppa alla pagina: da non perdere.

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“Panopticon”

Cover Fagan.Panopticon.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

L’uomo con la maschera da crostaceo mi guarda. Sa che ho paura e la cosa gli piace. Sono dovunque, sono centinaia, migliaia, tutti in attesa. Gli uomini mascherati hanno grossi occhiali tondi, e occhi gialli e bulbosi che scoppiano fuori dalle orbite. Tutte le maschere sono coperte di crostacei. “Posso farti una foto?”. Tengo in mano la mia macchinetta immaginaria, catturo le stampe nella mia galleria immaginaria, e loro mi fissano in silenzio. Alzo l’obiettivo e scatto. Clic. Clic. Clic-clic-clic. Gli uomini in maschera si scagliano in avanti, furibondi, quando un ragazzo con un vestito da donna si mette a correre verso di loro. “John! John, sono io, Anais. John, aspettami, ti prego!”. Lui grida qualcosa in risposta, ma non sento cosa dice. Qualcuno mi appare alle spalle. Sento il fiato sul collo quando mi afferra, e mi butta giù dal molo. Acqua. Freddo. Affogo, affogo, affogo. Tengo gli occhi aperti e guardo attraverso la luce torbida mentre affondo. È ora di arrendersi. John si tuffa per raggiungermi, nuota verso di me e mi afferra la mano, la tiene stretta; si gira e cerca di tornare in superficie portandomi con sé. Un bambino nuota verso di noi: è piccolo e ha il mento appuntito. Mi tocca il braccio e John mi lascia andare la mano e schizza via. Il bambino si gira verso di me e sorride. In bocca ha centinaia di minuscole zanne bianche. Si muove in ampi vortici sulla mia testa, finché l’acqua mi brucia i polmoni e io mi sento annegare. L’esperimento mi ha costruito una camera dove stare: sembra la mia ma non lo è. Mi vogliono così. I miei occhi brillano gialli e una peluria soffice mi ricopre il corpo: sono una di loro. Mi sono immersa nelle acque dei morti e anche io, adesso, detesto i vivi.

Panopticon, Jenni Fagan, Carbonio, traduzione di Barbara Ronca. Anais ha quindici anni. Appena partorita è stata abbandonata in un ospedale psichiatrico. Non sa nulla delle sue origini, e questo la addolora e assieme ossessiona. Si droga. Ruba. Spaccia. Compie atti vandalici. Passa da un istituto all’altro. È stata arrestata più volte di Pietro Gambadilegno e della Banda Bassotti messi insieme. La accusano di aver spedito in coma profondo una poliziotta durante un’aggressione. Lei ovviamente non ricorda nulla, era troppo fatta. In attesa della sentenza la mandano al Panopticon, appena fuori Edimburgo, in tutto e per tutto simile al carcere ideale teorizzato all’occaso del diciottesimo secolo dal giurista e filosofo Jeremy Bentham, una specie di alveare orwelliano dove inaspettata sboccia, come ginestra su terra vulcanica, la solidarietà. Dirompente, travolgente, devastante, irrefrenabile, irresistibile, eccezionale flusso di coscienza narrato in prima persona, è la prova narrativa magistrale e lisergica, opzionata per il cinema dalla società di produzione di Ken Loach, di un’autrice che non ha mai conosciuto i suoi genitori e che ha vissuto fino alla maggiore età fra una casa d’accoglienza e un istituto, e che denuncia quando la nostra società egoista e materialista non abbia la benché minima intenzione, al di là delle belle parole, di rivolgere uno sguardo pietoso e la forza di un’azione efficace verso gli ultimi e i bisognosi. Un libro semplicemente necessario.

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“L’arrivo delle missive”

41wx-ha7cPL._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Maggio è un mese fantastico” dice rivolgendo un cenno di saluto alla signora Norman e ai suoi figli: sono sei e si tengono tutti per mano, formando una lunga fila decrescente alle sue spalle che mi ricorda la coda di un coccodrillo. “Ma non siamo ancora a maggio”. “No, però manca poco. E tu e Daniel, tra un mese o poco più, finirete l’ultimo anno di scuola, giusto?”. “Forse” rispondo con aria distaccata. “Oh!” esclama, senza però aggiungere altro. Quanto detesto questo paese e i suoi abitanti, in certi casi. Finalmente arriviamo alla scuola, anche se la mia destinazione si trova sul retro: è un capanno seminascosto dall’erba alta, dietro quello che un tempo era il campo da cricket, costruito quando il professore in carica era il signor Fisk e insisteva a farci fare sport, sebbene nessuno di noi si fosse dimostrato minimamente in grado di tirare una palla. È una piccola baracca di legno fatiscente, in cui è stato stipato ogni genere di oggetti: mazze e porte da cricket, ma anche libri di testo ormai obsoleti e vecchie lavagne rotte. “Per l’occasione mi è stata data la chiave” spiego tirandola fuori da una tasca del grembiule, mentre il signor Redmore fissa il capanno con aria confusa. Ci vuole un po’ per far scattare la serratura, ma alla fine cede e si apre. La porta si schiude mostrando l’interno della baracca, tappezzato di ragnatele e file di scaffali polverosi, pieni di un ammasso confuso di vecchi oggetti in disuso che starebbero bene in un museo.

L’arrivo delle missive, Aliya Whiteley, Carbonio, traduzione di Olimpia Ellero. Splendido e originalissimo sin dalla sorprendente copertina, il romanzo è la conferma di un talento maiuscolo, che molti vedono nel solco nientedimeno che di Margaret Atwood: e non mancano certo i punti di contatto e le analogie, ma anche le peculiarità specifiche. Con prosa attenta, curata, raffinata, elegante e intensa, molto particolareggiata e ben caratterizzata in ogni complessa sfumatura, Aliya Whiteley, nominata a molti riconoscimenti e premiata in più occasioni, con pieno merito, verrebbe da dire in tutta onestà ed evidenza, racconta nell’Inghilterra del primo dopoguerra l’avvincente Blidungsroman di una giovanissima, Shirley, che sembra avere, come tutte le sue coetanee, un destino letteralmente segnato: eppure l’amore che prova per un suo insegnante la porterà a scoprire uno sconcertante segreto, e nulla sarà più come prima… Da non perdere.

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“La gabbia di vetro”

Cover Colin WILSON.La gabbia di vetro.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

L’uomo era piuttosto robusto, con un cappello scuro e un soprabito, e li stava aspettando fuori dalla stazione di South Kensington. Doveva avere passato i cinquant’anni da un pezzo e aveva il volto rosso e cascante di un uomo con un buon estratto conto. La sua voce suonava piacevole e cortese. Salì sul sedile posteriore della Jaguar dicendo: “Salve, molto piacere”. Reade si aspettava qualcosa di più sfacciato e spontaneo, e rispose al saluto con imbarazzo. Saunders si appoggiò allo schienale, con l’ombrello fra le ginocchia, e disse: “Be’, è un vero piacere, mio caro Jeremy. Spero non rimarrete delusi”. “Sono sicuro che non sarà così. Hai mai incontrato Kit Butler, il compositore?”. “No, ma sono felice di farlo ora”. “A proposito, Charles” disse Bryce, “David Miller non era un socio del club?”. “In effetti lo era. Lo conoscevo abbastanza bene”. “Hai qualche teoria su questo assassino?”. “Nessuna. Tutto quello che so è che un paio di giorni prima David aveva litigato con il suo ragazzo e si era trasferito in un’altra stanza. Sfortunatamente era una persona piuttosto riservata, quindi se si fosse trovato un nuovo compagno, probabilmente non ne avrebbe parlato con nessuno”. “Dunque pensi che il suo assassino fosse omosessuale?”. “Oh, proprio così, senza ombra di dubbio”.

La gabbia di vetro, Colin Wilson, Carbonio, traduzione di Nicola Manuppelli. Tigre! Tigre! / Divampante fulgore / Nelle foreste della notte, / Quale fu l’immortale mano o l’occhio / Ch’ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria? / In quali abissi o in quali cieli / Accese il fuoco dei tuoi occhi? / Sopra quali ali osa slanciarsi? / E quale mano afferra il fuoco? / Quali spalle, quale arte / Poté torcerti i tendini del cuore? /  E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito, / Quale tremenda mano? Quale tremendo piede? / Quale mazza e quale catena? / Il tuo cervello fu in quale fornace? / E quale incudine? / Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti? / Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra / e il paradiso empivano di pianti? / Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro, / Chi l’Agnello creò, creò anche te? / Tigre! Tigre! Divampante fulgore / Nelle foreste della notte, / Quale mano, quale immortale spia / Osa formare la tua agghiacciante simmetria? Così William Blake, in quello che è solo uno dei più celebri fra i suoi numerosi e preziosissimi componimenti: Damon Reade ne è un suo giovane e bravissimo studioso, che, nonostante l’età, non è affatto attirato dalle rutilanti atmosfere della swinging London, e vive pertanto isolato in campagna. È a lui che però si rivolge chi indaga sugli efferati delitti che un serial killer compie nella metropoli, firmandoli proprio con versi di Blake. Che per lui pare rappresentare una passione. Una perversione. Un’ossessione. Ben scritto, ben tradotto, eccellente.

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“Il talento del crimine”

Cover Il talento del crimineJill Dawson.Carbonio Editoredi Gabriele Ottaviani

“Ok, richiamami domani mattina” dico. “Sarò al telefono alle dieci. Pensi che Minty sarà già uscita? Pensi che potrai parlare?”. Sì, a quell’ora Minty sarà in macchina con la sua amica Hermione Dixon e la tata dei Dixon che le starà accompagnando a scuola. Dove rimarrà finché non verrà data la notizia, ovviamente, perché a quel punto Minty tonerà a casa e lei dovrà affrontarla ‒ le lacrime, la disperazione o, peggio ancora, il composto stoicismo da bambina troppo matura per la sua età; è naturale che provi un minimo di tristezza per Gerald, ma passerà, di sicuro passerà quando comincerà a capire che cosa tutto questo significhi per noi, quali e quante libertà ci potremo concedere… “Vedere Minty con l’uniforme e il cappello e la cartella, pronta per andare a scuola, mi fa sentire sempre così triste” dice Sam. “Be’, forse adesso… sì, insomma, potrai decidere tu che scuola farle frequentare. Non ti piace l’idea?”. Lo dico in tono sommesso, com’è inevitabile. Tutto dev’essere ancora sussurrato, in questa fase; la sola cosa che sappiamo ufficialmente è che suo marito è scomparso, che non ha detto a nessuno dove stesse andando, che lei, dopo un weekend a casa di un’amica, ha scoperto che Gerald non c’era e, allarmata, ha avvertito la polizia. Chiudo la porta della cabina e attraverso la strada di corsa rientrando a Bridge Cottage sotto pesanti gocce di pioggia. Mi dico che un generoso bicchiere di whisky con acqua del rubinetto mi aiuterà a dormire, ma in realtà mi sveglia di colpo, e dopo essere rimasta, per un’ora o giù di lì, rigida sul letto a respirare il profumo dei capelli di Sam sul mio cuscino, mi arrendo, mi strappo al calore delle coperte e torno a scrivere. La mia vestaglia è appesa dietro la porta. Non la indosso mai quando c’è lei: so che è tutto tranne che sexy, quando ce l’ho addosso mi sento un vecchietto. Ma adesso mi conforta, con la sua lana color prugna scuro, l’etichetta di Harrods, le righe crema e lilla sui polsini. Ha il mio odore, quale che sia – una persona può veramente sentire il proprio odore? È stata Sam a dirmi che la solitudine è uno dei miei talenti. Non lo avevo mai sentito dire in questo modo. “Ehi, anch’io ne soffro qualche volta!” ho protestato. E ne sto soffrendo adesso. Mi sento come una bambina da sola a bordo di un aereo…

Il talento del crimine, Jill Dawson, Carbonio, traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini. Patricia Highsmith, al secolo Mary Patricia Plangman, ma nota anche come Claire Morgan, morta ventiquattro anni fa settantaquattrenne ad Aurigeno, presso Maggia, nel Canton Ticino, è stata una scrittrice a stelle e strisce che ha frequentato numerosi generi e che deve però principalmente la sua fortuna a thriller vibranti e gravidi di tensione (ha ispirato anche, sul grande schermo, fra l’altro, Hitchcock, Cavani, Minghella e Haynes): esattamente come questo testo che ne ripercorre la vita e i romanzi e che indaga in maniera accurata l’anima umana in tutte le sue eccentricità, i baratri cupi della mente, soprattutto di quella criminale. Nell’anno della diciottesima olimpiade estiva, quella di Tokyo, la succitata Patricia Highsmith, perseguitata da un misterioso ammiratore, si ritira in un cottage inglese per redigere la sua prossima opera: ma viene continuamente interrotta da una giovane e affascinante giornalista, che le sembra stranamente di conoscere. E poi la raggiunge anche la sua amante… Da non perdere.

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Intervista, Libri

Joe Thomas: cities, hells, paradises…

OMH16023_JOE_THOMAS_XP19852di Gabriele Ottaviani / by Gabriele Ottaviani

foto di Oliver Holms / photo by Oliver Holms

 

Joe Thomas è l’autore dell’ottimo Paradise City: Convenzionali ha il grandissimo piacere di intervistarlo per voi. / Joe Thomas is the author of the excellent Paradise City: Convenzionali has the great pleasure to interview him for you.

 

Why did you feel the need to write this book?

São Paulo – what a city: rich in culture, dripping with cash, undermined by political corruption, marked by a rich / poor disparity which fuels desperation and a life-is-cheap criminal ethos. The idea for my novel Paradise City was born over a weekend in 2006. It was the lovechild of organised crime, the construction industry, and Cazuza, the counter-culture musician and poet. I’d been in São Paulo three years and it was the first time I thought: ah, OK, I get it. This is Brasil. The PCC (Primeiro Comando da Capital) gang runs São Paulo crime – mainly drugs. The men that run the PCC run it from prison. These men want to watch the 2006 World Cup on large, flat, wide-screen TV sets. The PCC is like a corporation – none of the flip-flop / assault rifle shtick of the Rio gangs. They are very organised. And they generally get what they want. So the PCC leaders ask for large, flat, wide-screen TV sets. They pitch for more frequent conjugal visits. These requests are nixed. In response, the PCC leaders tell the authorities that they will: ‘cause some chaos.’ For three days, São Paulo experiences some righteous, PCC-brand chaos. Gangbangers attack the police. They hijack buses. They evacuate them. They set them on fire and leave them burning on major highways. There are rumours of raids on public buildings, that schools and hospitals are next. Over a hundred and fifty people are killed – police, gangsters, and the inevitable, unfortunate bystanders. The stray bullets: the bala perdidas. The city goes into lockdown. The authorities throw in the towel. The PCC get their TVs and, I believe, their conjugal visits. On the Monday, at the British school where I teach History and English, I speak to the headmaster. The Chief of Police’s son studies with us, and his father dropped him off that morning. The officers who had been shot at over the weekend are receiving danger money. Trauma and whatnot, the chief of police tells the headmaster. Thing is, hearing this, a number of officers have shot at their own police stations. The bullet holes can be used as proof they’ve been attacked. They too, the chief of police said, are claiming danger money. That weekend, the gap between the have-nots and the elite seemed to close a little. The peculiarity of the crime, the brazenness of the requests and the response, and the implied police behaviour seemed distinctly Brazilian to me. Paradise City opens with a favela and a stray bullet. In the novel, the city’s construction industry is the connecting backdrop. I lived in Morumbi, close to Paraisópolis, the favela. Paradise City is set low, in a sort of crater, like a settlement built in the hole of a great explosion, an apocalyptic, concrete and brick village, the rough houses pillboxes like machine gun posts. Morumbi is representative of the new São Paulo suburbs. It can feel dangerous outside the condominium gates. As we drive past Paraisópolis, I clock the harried faces, the slouch of rubbish and mess, the half-naked children and the condensed, improvised houses, like an approximation of a home, at least in our narrow conception of one. From my balcony, I can see an impressive tower block with helipad and gardens. At night, only a couple of the apartments are lit up. My friend Mario laughs when I put it to him that they must be prohibitively expensive. ‘Expensive?’ he says. ‘Mate, they’re knocking them out, cut-price. There’s a swimming pool on every balcony. Thing is,’ Mario goes on, ‘they forgot to factor in the extra weight of the water. When they filled them all up, the supporting pillars cracked.’ It turns out only a few people will invest over a million reais in a dodgy structure. Still. A few do. One of the epigraphs to Paradise City is from a Cazuza song, O Tempo Não Para – time doesn’t stop. Cazuza remains the poet of the disaffected. His work is discursive and profane, preaching inclusivity and tolerance. The political protests of the last few years recalled one of his songs, ‘Brasil’: Brasil, mostra tua cara, quero ver quem paga para a gente fiche assim / Brazil, show your face, I want to know who pays for us to end up like this. Many Brazilians have had enough of the endemic corruption, the widening inequality: general passivity in the face of societal injustice. There’s a recurring slogan: O gigante acordou. The giant awoke. The country stirs. Cazuza’s lyrics find an echo in Paradise City. One couplet was a refrain: Transformam o país inteiro num puteiro / Pois assim se ganha mais dinheiro, or rather They turn a whole country into a whorehouse / Because that way it makes more money.

What kind of country is Brasil now?

The São Paulo of my novels Paradise City and Gringa has a lot in common with contemporary London, I feel. There is gentrification and social cleansing; there is a political elite deaf to the plight of the disenfranchised; there is the tragic collapse of a social housing project; there are acid attacks; there is the dichotomy of a thriving construction industry, and yet a deepening housing crisis, luxury buildings inhabited by ghosts. Yet, São Paulo is so full of life you feel energised, politicised, important. As Ellie – an English journalist and the Gringa of the title – puts it in the novel’s opening: 21 million people, 7 million cars, 900 street markets, 350 theatres, 54 parks, 4 Tiffany stores – My city now – My new home. Paradise City and Gringa are about three interconnecting and all pervading things: the city’s construction industry, the social cleansing of central São Paulo in preparation for the 2014 World Cup and 2016 Olympics, and the corruption and barbarity of the Military Police. All three were an everyday part of my life in São Paulo. All three are sanctioned by the government, the law, the political structure of the city. Brazil, I think today, is divided, and triste, sad. This is the overwhelming feeling I have from my Brazilian friends.

What’s the truth about Lula and Rousseff scandals?

In the end, I think the only truth is that honest, hard-working Brazilians suffer. The third part of my São Paulo triology, Playboy, looks specifically at the fall out from the Lava Jato corruption investigation.

Who are Bolsonaro and Haddad?

The two remaining candidates in the nastiest, most toxic, most bitter presidential campaign I think Brazil has likely seen. Bolsonaro holds deeply abhorrent views on women, race, the LGBTQ community, Brazil’s former military dictatorship, the use of firearms; his popularity is based on a feeling that he will sort out crime. Haddad is the leader of the PT, the Workers’ Party, which has been damaged, perhaps irreparably, by corruption. If he is to stand any chance at all, he must unite all other parties in a coalition against Bolsonaro. The problem is that, in the past, coalitions have been sustained by corruption. A plot line in Paradise City is based on this, and specifically, the Mensalão scandal.

Which is the biggest problem now in Brasil?

Bolsonaro has made crime, undoubtedly a problem, into the problem. Brazil’s problem of corruption, I believe, has the furthest reaching consequences, which makes it the biggest problem. The economic difficulties that have occurred in large part are due to this, the investigation of Petrobras in Lava Jato, for example. The biggest consequence of corruption is a continuing of the appalling poverty and social inequality that exists. I can speak only for São Paulo, really, and only with the perspective of an insider/outsider, but it strikes me that the status quo can be beneficial for some. My novels, I think, are about this: interrogating the discourses of power and looking at the consequences.

How can poverty and social inequality be overcome?

If I knew the answer to this… See answer above. That is the closest I can get to understanding it, let alone offering a solution…

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“Paradise City”

Cover Paradise City.Jpe Thomasdi Gabriele Ottaviani

Uno sguardo malizioso gli attraversò il volto. Si sporse verso Leme e disse piano, fissandolo negli occhi: “Me l’ero scopata due anni prima, appena maggiorenne. Russava anche a quel tempo. Una vecchia abitudine. Una dolce buceta – non una verginella che non si bagna nemmeno, ma neppure una sfondata che non se ne accorge quando entri. Lo sapevano tutti. Tranne Leo. Non gliel’ho detto. Il fatto è che le sue ragazze si arrapavano per quello che facevo. Di certo nessuna si è mai fatta scrupoli. Sarà stato il cognome o che so io. Comunque, a quanto pare me la cavo meglio quando mi scopo delle tizie che in realtà non voglio scopare. E magari il motivo è proprio questo: me le scopo”. Leme deglutì, respirò. “Perché me lo stai dicendo?” chiese. “Mi hai chiesto del nostro rapporto. Volevi sapere che cosa fanno i ragazzi della nostra età. Questa è una storia emblematica”. Leme pensò che probabilmente aveva ragione. Guardò fuori della finestra. Le nuvole si stavano gonfiando, ingrandendo. La pioggia sarebbe arrivata nell’arco di un’ora, anche meno. Meglio muoversi. “Anche se il cognome di Leo” disse Alex “avrà avuto un peso sulla sua morte…”. Leme ribatté bruscamente: “E questo che cazzo significa?”. “Una ragazza della favela. Ana de Moraes. Parla con lei”. “Chi è?”. “Non ne ho idea”. Leme chiuse l’app e il telefono smise di registrare. “Non ti allontanare” disse, e attraversò il caffè. Fece una rapida chiamata in ufficio. Rimase in attesa. Un attimo dopo arrivò un messaggio: Ana de Moraes, Paraisópolis – studentessa alla TAAP. Paradise City. Andava alla TAAP: sicuramente con una borsa di studio. Leme si prese un attimo per fare un respiro profondo. Era probabile che Renata la conoscesse, o avesse sentito parlare di lei o della madre, o magari l’avesse aiutata in prima persona. Ricordò che cosa diceva a proposito dei ragazzi e delle ragazze come quella Ana. Si meritano di meglio. E noi possiamo aiutarli. Possiamo aiutarli a ottenere ciò che meritano. Leme tornò al tavolo. Alex blaterava al telefono, rilassato, si grattava il mento e rideva.

Joe Thomas è al primo romanzo, ed esordisce con una storia che trascende il genere, potentissima, acuta, intensa, emozionante, vibrante, di fortissimo impatto dal punto di vista sociale, etico, economico, culturale, politico nell’accezione più ampia del termine, soprattutto in questi tempi in cui il vento del populismo, del sovranismo, dell’intolleranza, della xenofobia, dell’omofobia, anche per gli errori fatti dalle forze governative che si sono sempre dichiarate contrarie a questi fenomeni ma che d’altro canto non hanno saputo comprendere il malessere e la rabbia, in certi casi non priva di comprensibili giustificazioni, di un’ampia parte, quella di norma più povera e disillusa, della popolazione, sembra spirare con veemenza. Anche in Brasile. Che da anni è travolto da una sequela di scandali legati soprattutto alla corruzione connessa ai grandi eventi che ha ospitato, i mondiali di calcio e le olimpiadi, ma non solo, in quest’epoca di transizione e mutamenti. Restano le contraddizioni, resta però la sperequazione, il sogno della socialdemocrazia pare tramontato. O sembra che sia stato fatto tramontare. Paraisópolis è infatti la più grande favela tra oltre seicento di San Paolo, e proprio a partire da lì… Da non perdere. Paradise City, Joe Thomas, Carbonio. Traduzione di Sandro Ristori.

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