Libri

“L’apparizione”

41Z9yOVO67L._AC_US218_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Non esiste soltanto la tua di verità.

L’apparizione, Rocco Carbone, Castelvecchi. Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli. Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva. Mi ricordo una mattina d’estate che eravamo a Parigi e ci siamo dati appuntamento davanti al Musée d’Orsay. Era il 1995, e da poche settimane lo Stato francese era entrato in possesso dell’Origine del mondo di Courbet, il quadro più scandaloso della storia dell’arte. L’ultimo proprietario privato era stato Jacques Lacan, che si divertiva a intrattenere i suoi ospiti con una specie di rituale di svelamento. Durante la cerimonia di acquisizione, l’allora ministro della cultura, cattolico ed ex sindaco di Lourdes, aveva dovuto fare delle vere e proprie contorsioni per evitare di essere immortalato in tv accanto a quella vagina socchiusa, ricoperta unicamente della sua peluria fulva. Tra le opere di dimensioni immense che occupano le pareti della sala dei Courbet al pianterreno del museo, l’Origine, con la sua cinquantina di centimetri per lato, può sembrare addirittura minuscola. Ma come una calamita attrae la limatura di ferro, così gli sguardi dei visitatori finiscono per convergere lì. Rocco era estasiato… Così lo ricordava nove anni fa nell’introduzione al suo romanzo Per il tuo bene, uscito postumo in seguito al decesso dovuto per un incidente stradale in moto a Roma nell’estate del duemilaotto, uno, insieme alla bravissima Chiara Gamberale, dei suoi più cari amici, ossia Emanuele Trevi (Istruzioni per l’uso del lupo, Musica distante, I cani del nulla, Senza verso, L’onda del porto, Invasioni controllate, Letteratura e libertà, Il libro della gioia perpetua, Qualcosa di scritto, Il viaggio iniziatico, Il popolo di legno): e certo la voce narrativa di Carbone, che rinunciò alla carriera universitaria per una precisa scelta di carattere etico, politico, sociale, culturale e morale, che gli fece decidere per l’insegnamento presso il carcere femminile romano di Rebibbia è una delle più interessanti, originali e significative – si pensi già solo al suo romanzo d’esordio, Agosto – del panorama italiano. L’apparizione narra di un ospite misterioso che nessuno tranne uno, Iano, vede, e che fa irruzione nella casa di campagna laddove si è riunito un gruppo di amici e nella quale in seguito compare, prima sul cuscino del succitato Iano, poi su quello di Sara, la moglie del suo amico, uno stiletto, simbolo che dà il la a un racconto di passione, morbo, ossessione, impeto e psicosi ammaliante e potentissimo.

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“Nel calore del tuo corpo”

nel calore del tuo corpo.jpgdi Gabriele Ottaviani

Il suo cowboy dominatore l’avrebbe finalmente presa.

Silvia Carbone e Michela Marrucci, Nel calore del tuo corpo, Aliberti. Di rado ci si amalgama così bene, quando si è in due a scrivere la stessa cosa. Qui però è successo: d’altro canto non è la prima volta che le due autrici collaborano, si vede che c’è una bella intesa. Non si avvertono stacchi, scarti, frizioni, attriti inconsulti nel fluire convincente della prosa di questo romanzo che certamente può essere definito erotico, dato che al centro mette il sesso, e sin dalla copertina, con un evidente richiamo, un messaggio diretto, un rimando a una passione carnale, fisica, travolgente, che si esplica per lo più attraverso torridi amplessi. Swami vive un’esistenza normale, per non dire perfetta, a Boston, e il viaggio per Hardin, una località abbastanza sperduta del Montana, non è niente di più che una formalità: il nonno è morto, lei ha ereditato un ranch, va, lo vende, prende i soldi e torna. Non sa che lì c’è Riley. Un mandriano. Affascinante? Decisamente riduttivo considerarlo così…

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